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Mercoledì, 12 Dicembre 2018

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma dell'ordinamento penitenziario. “Le leggi approvate contengono alcuni passi in avanti nella nostra legislazione. Finalmente vi sono norme dedicati ai detenuti minorenni con maggiore attenzione ai loro bisogni educativi. Tra quelle che salutiamo volentieri vi sono: l'applicazione della sorveglianza dinamica, un più ampio accesso alle misure alternative e di comunità (anche se restano troppi vincoli, come quelli ingiustificati dell'articolo 4bis), una minore possibilità di applicare l'isolamento”: questo un primo commento dell’associazione Antigone. 

“Per quanto riguarda gli adulti – prosegue Antigone - rispetto alla grande elaborazione che c'era stata negli ultimi anni e ai bisogni profondi di riforma del nostro sistema di esecuzione penale, la legge appena approvata non ha tenuto conto dei tanti suggerimenti arrivati dalla comunità degli esperti”.

“Vanno però accolte positivamente alcune norme di principio importanti – aggiunge l’associazione - come il richiamo in apertura al dovere dell'amministrazione di garantire il rispetto della dignità della persona nonché il rifiuto esplicito di ogni violenza fisica o morale. Così come importante è la previsione di alcuni limiti alla pratica dell'isolamento penitenziario (che non deve impedire la normale vita della persona sanzionata) o la norma che consente al detenuto di essere visitato dal proprio medico di fiducia”.

Inoltre significativo è il richiamo “al principio di non discriminazione nei confronti dei detenuti in ragione del loro sesso, del loro orientamento sessuale o della loro nazionalità”. Si ribadisce che il lavoro deve essere “remunerato e non afflittivo e si aumenta la liberazione anticipata per chi partecipa gratuitamente a progetti di utilità sociale (un giorno di libertà per cinque di lavoro)”. 

“Mancano però – conclude la nota di Antigone - tutte quelle norme che avrebbero favorito una carcerazione più moderna e aperta. Non c'è ad esempio nulla che favorisca un ampliamento delle misure alternative, nulla sulla affettività dei detenuti, nulla sulla tutela delle persone afflitte da problemi psichici, nulla sulle pene accessorie.  Su questo ci impegniamo a ripresentare in parlamento le nostre proposte”.

Dopo Antigone anche Magistratura Democratica chiede l’approvazione della riforma penitenziaria. Lo fa con un lungo intervento del suo presidente, Riccardo De Vito. “«Ci sono momenti in cui il silenzio è un lusso che nessuno si può permettere», è stato scritto sulla nostra Rivista a proposito del bivio di fronte al quale si trova la riforma penitenziaria. Anche la magistratura associata, dunque, non deve rimanere in silenzio. Bene ha fatto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Eugenio Albamonte, ad esprimere preoccupazione in ordine ai possibili riverberi della campagna elettorale sull’approvazione dei decreti legislativi delegati”.

“Ora siamo davvero alla fase cruciale – continua De Vito - come riferito dallo stesso presidente del Consiglio, domani, 22 febbraio 2018, la riforma è all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Auspichiamo che lo schema di decreto deliberato il 22 dicembre 2017, integrante il tentativo di riforma dell’ordinamento penitenziario più organico e costituzionalmente orientato mai posto in essere dopo la riforma Gozzini, sia condotto in porto nella versione licenziata dalla Commissione Giostra, di cui oggi pubblichiamo i lavori integrali. Nonostante qualche lacuna, questa riforma è rispondente a Costituzione e utile alla convivenza pacifica e sicura tra le persone nella nostra società complessa. Ne va, dunque, della civiltà giuridica di questo Paese e delle stesse esigenze di sicurezza sociale, impropriamente brandite come arma contro uno schema di decreto che, oltre a portare la firma della migliore accademia, è frutto di un fecondo dibattito culturale, sedimentato da anni nella magistratura di sorveglianza e recepito dagli Stati generali dell’esecuzione penale”.

Magistratura Democratica critica anche alcune toghe che nel dibattito hanno fatto emergere “argomenti capziosi, alimentati per screditare l’impianto della riforma”. “Il più utilizzato è legato alla tesi, infondata, che l’intervento legislativo di cui si discute si ponga in continuità con i provvedimenti normativi tesi soltanto a ridurre i numeri del carcere. L’ennesimo e più sostanzioso svuotacarceri, insomma. Non è così. È vero, semmai, l’esatto contrario”, precisa De Vito.

E aggiunge: “si tratta di una riforma che, elidendo molti automatismi e presunzioni, restituisce alla magistratura di sorveglianza il potere di valutare appieno i percorsi individuali dei condannati e di bilanciare in concreto, caso per caso, l’obiettivo rieducativo della pena con l’esigenza di tutela dei diritti dei cittadini liberi. Niente più automatismi, dunque, neppure deflattivi, come era la liberazione anticipata speciale, volta ad aumentare la riduzione pena da quarantacinque a settantacinque giorni a semestre, in maniera del tutto irrelata da una seria indagine sui progressi trattamentali dei detenuti”.

Infine, facendo appello per una sua approvazione conclude: “può davvero essere un punto di svolta per rifondare il sistema penitenziario e basarlo su una pena certa, perché tempestiva, e flessibile perché adeguata in concreto alla persona che cambia”.

 

La riforma dell'ordinamento penitenziario è in dirittura d'arrivo. Dopo il parere della Commissione Giustizia della Camera è arrivato anche quello della medesima Commissione del Senato. Ora il testo è tornato al governo che dovrà approvarlo definitivamente, cosa non avvenuta nell'ultimo Consiglio dei Ministri.

"Si approvi la riforma prima che sia troppo tardi e che un eventuale cambio di governo possa cancellare questa importante occasione". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. "Nell'approvarla invitiamo il governo a non tener conto dei pareri restrittivi del Senato. Si abbia coraggio anzi - sottolinea il presidente di Antigone - di andare nel senso di maggiore apertura".

"Il sistema penitenziario italiano ha bisogno di questa riforma per poter rispondere in maniera più adeguata ai cambiamenti occorsi negli ultimi decenni e mettere al centro della pena la risocializzazione del condannato, investendo innanzitutto nelle misure alternative".

"Non si abbia paura di populisti e razzisti - conclude Gonnella - e si porti a compimento questo percorso di riforma".

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