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Domenica, 19 Settembre 2021

Giovedì scorso, nel suo editoriale, Claudio Cerasa scriveva delle persone costrette ad essere presenti in un momento in cui la maggior parte della popolazione deve stare a casa. Scriveva di quelle persone che devono offrire a chi sta a casa gli strumenti giusti per sentirsi protetti e sicuri.

Raccontava di quella zona grigia che esiste tra chi si prende cura di noi (medici) e chi prende decisioni per noi (politici), racconta di quel mondo mediano di persone indispensabili costrette, per decreto, a lavorare negli stessi giorni in cui a buona parte del resto del paese viene chiesto di stare a casa. E parlava di coloro che lavorano negli ipermercati, nelle piccole botteghe, nei distributori di benzina, nelle rivendite di articoli medicali, nelle farmacie, nei servizi bancari, nel settore agricolo, nelle edicole, nelle redazioni di radio e televisioni, nel mondo della logistica.

 Però, anche uno attento come lui dimenticava quella miriade di persone che ogni giorno, affidando la propria incolumità al destino, lavorano per prendersi cura delle persone più bisognose, per garantire che tutto rimanga uguale anche se tutto è cambiato, per mantenere intatto il mondo delle persone più fragili, nonostante ora la fragilità sia qualcosa di palpabile, per ognuno di noi. Anche lui dimenticava di quella miriade di persone invisibili che lavorano nelle retrovie, senza farsi notare, senza fare rumore, senza nessuno che li fotografa mentre si sono addormentati sfiniti su una sedia o su tavolino precario. Precario come il loro futuro. Perché se ogni cooperativa sociale per la quale lavorano, vanta crediti per almeno mezzo milione di euro verso la Regione Calabria, se ogni cooperativa sociale per la quale lavorano, deve accendere linee di credito per lo stesso importo per garantire la prosecuzione dei servizi ed il pagamento dei loro stipendi, il loro futuro non può che essere precario. Allora sarebbe un bel segnale, in questo momento, se la Regione Calabria provvedesse immediatamente, entro questa settimana, al pagamento delle spettanze, almeno quelle relative al 2019.

Almeno quelle. Sarebbe un bel segnale se facesse un provvedimento straordinario (che poi dovrebbe essere ordinario) come ha dimostrato di saper fare la precedente Giunta, seppur per una sola Oganizzazione del privato sociale!

E se le strutture tutelari per minori, quelle che accolgono disabili, anziani, donne in difficoltà ed altre persone in situazioni di fragilità chiudessero proprio ora? E se veramente lo facessero? Ma davvero non ci si rende conto, all’interno della cittadella regionale, del dramma che vivono ogni giorno, da anni, le organizzazioni del privato sociale che gestiscono strutture e servizi socio-assistenziali? Ma davvero si può essere così sordi alle istanze che arrivano ogni giorno da chi è costretto a gestire persone e cose in condizioni così precarie? “Ho otto minori in Casa famiglia e 350 euro sul conto corrente” mi ha scritto stamattina il coordinatore di una struttura. E mi vengono i brividi a pensare che alla normale gestione della casa, adesso deve far fronte alla gestione dell’emegenza Covid-19. Ma davvero non ve ne importa nulla? Molti Dipartimenti della Regione hanno comunicato che i dipendenti regionali, giustamente, hanno iniziato a lavorare con le modalità del “lavoro facile”. Da casa, insomma. Bene, siamo felici che li abbiano messi in sicurezza. E noi? Noi non possiamo applicare lo smart working. Noi tutti dobbiamo alzarci ogni mattina ed affidare la nostra salute al destino.

 Dobbiamo affidarla a quella percentuale di possibilità che abbiamo nel non toccare nulla che non abbia già toccato una persona infetta. E gli educatori come glielo spiegano ai bambini che non possono stare in braccio, che non possono essere abbracciati, che non possono giocare tra loro a stretto contatto come è naturale che sia? E come li compie, l’operatore sanitario, quelle manovre a stretto contatto con il disabile senza dispositivi di sicurezza che nessuno ancora ha provveduto a rendere fruibili alle Organizzazioni del terzo settore? Ma davvero vogliamo rendere le strutture ed i servizi focolai legalizzati?

Provveda immediatamente la Regione Calabria e quando tutto questo finirà, come scriveva il direttore de Il Foglio, forse sarebbe bene non dimenticare chi in questa emergenza, nonostante tutto, ha fatto il possibile – e anche di più – per evitare che la paura, oltre che la tristezza, potesse essere lì, pronta, come direbbe De Gregori, ad aggredirci le gambe.

Giancarlo Rafele – presidente coop sociale Kyosei

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