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Mercoledì, 05 Agosto 2020

 Con un documento di approfondimento,  ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione), pur consapevole della estrema delicatezza dell'attuale situazione in Italia, che per ragioni sanitarie comporta restrizioni a numerosi diritti costituzionalmente garantiti, ritiene che "il Decreto interministeriale del 7 aprile 2020 con cui i Ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell'Interno, degli Affari Esteri e della Salute dichiarano che "per l'intero periodo di durata dell'emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus COVID-19, i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety ("luogo sicuro"), in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo, sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area SAR italiana" presenti numerose criticità e seri dubbi di conformità alle Convenzioni internazionali poste a tutela dei diritti fondamentali delle persone salvate in mare".

"Un provvedimento generalizzato che, di fatto, fornisce indicazioni agli organi dell'Amministrazione di non procedere all'assegnazione di un porto per le imbarcazioni straniere che abbiano salvato delle persone da un naufragio, eludendo così l'obbligo di valutazione caso per caso, appare di dubbia legittimità, abnorme e del tutto irragionevole, anche in presenza dell'arrivo di un numero contenuto di persone (241 a marzo, 434 fino al 14 aprile) che certamente si avrebbe la possibilità di tutelare insieme alla - e non a detrimento della - salute collettiva" si legge nella nota di approfondimento di Asgi.

Le criticità

“Il decreto non può essere in alcun modo utilizzato dal Governo per dichiarare la chiusura dei porti alle navi che, anche in questo particolare momento storico, continuano a salvare vite in mare. Esso non esclude né può escludere la possibilità di approdo nei porti italiani, né stabilisce alcuna conseguenza giuridica – in termini di sanzioni pecuniarie ovvero amministrative - nei confronti delle navi battenti bandiera straniera che abbiano eseguito salvataggi in mare al di fuori della area SAR del nostro Paese;

la decisione di assegnare ad una imbarcazione che abbia salvato dei naufraghi un luogo di sbarco sicuro è funzionale alla concreta tutela dei diritti delle persone che devono essere poste in sicurezza;

la Convenzione di Amburgo del 1979 prevede obblighi di cooperazione in buona fede per individuare un porto sicuro con tempestività rispetto alle concrete circostanze di fatto, tra cui le condizioni di distress dell'imbarcazione, le condizioni meteomarine o la condizione personale dei naufraghi;  

in questo contesto interviene anche il Decreto del Capo Dipartimento Protezione civile n. 1287 del 12 aprile 2020 che stabilisce che il Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno assume il ruolo di soggetto attuatore delle misure di protezione civile, e che, letto unitamente al decreto interministeriale del 7 aprile 2020, chiarisce le modalità operative delle autorità italiane ;  

le misure di sorveglianza sanitaria, anche in apposita nave, o di vigilanza sanitaria fiduciaria o di permanenza domiciliare per finalità sanitaria non comportano comunque deroghe alle norme legislative vigenti che danno agli stranieri soccorsi altre forme di assistenza e la facoltà di manifestare la volontà di presentare domanda di protezione internazionale e ai conseguenti adempimenti successivi, incluso l'accesso alle ordinarie strutture di accoglienza sul territorio italiano in condizioni di sicurezza sanitaria (e non più a bordo di navi), al termine del periodo di quarantena;

questi decreti tuttavia non possono sminuire la risposta operativa del centro di soccorso italiano per il coordinamento delle operazioni di salvataggio in mare, né costituire il pretesto per attuare di fatto un respingimento di potenziali richiedenti asilo, vietato anche dalla Convenzione internazionale sullo status dei rifugiati firmata a Ginevra nel 1951 di fatto disincentivando, dissuadendo o ritardando ulteriori salvataggi delle persone in fuga dalla guerra civile in corso in Libia, i cui porti sono da tutti considerati porti non sicuri e pertanto alcun rientro dei salvati in Libia è mai possibile;

rimane concreto il rischio di una "deroga di fatto" alle norme internazionali e costituzionali attraverso l'emanazione di un decreto interministeriale e di un successivo decreto emergenziale, provvedimenti che mai (neanche nel contesto emergenziale in atto) potrebbero inficiare i principi fondamentali su cui si basa l'ordinamento e quelli derivanti dal diritto internazionale, che obbligano lo Stato italiano”.

La richiesta

La revoca del decreto interministeriale è dunque “necessaria a eliminare dall'ordinamento giuridico italiano l'ennesimo provvedimento che elude i diritti fondamentali della persona e mette a rischio l'adempimento da parte dell'Italia di inderogabili obblighi internazionali e dei principi costituzionali”.

ASGI ritiene che sia importante lanciare “un forte appello ad una maggiore solidarietà dei Paesi europei affinché tutti partecipino al primario compito dell'Europa di salvaguardare le vite di tutte le persone in pericolo in mare e di impedire che possano restare nelle carceri libiche o nella situazione di guerra in tale Paese; occorre ricordare che se le navi di privati sono oggi impegnate nel salvare vite umane questo accade proprio per l'inerzia delle autorità pubbliche. E' tempo che le istituzioni italiane e dell'Unione tornino a discutere delle missioni europee nel Mare Mediterraneo e della riforma del sistema europeo di asilo”.

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