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Domenica, 16 Maggio 2021

Gli Enti di Promozione Sportiva rimarcano ancora una volta la discriminazione che stanno subendo attraverso il divieto di poter organizzare le proprie attività nelle zone rosse d’Italia.  Una disparità di trattamento che giorno dopo giorno sta causando lentamente la morte per asfissia di migliaia di ASD e società sportive dilettantistiche la cui unica attività possibile è rimasta quella di contare quanti tesserati perdono in favore di altri organismi sportivi.  Il testo è stato firmato da Antonino Viti – ACSI , Bruno Molea – AICS , Luca Stevanato – ASC, Claudio Barbaro – ASI, Luigi Fortuna – CSAIN, Francesco Proietti – CSEN, Vittorio Bosio – CSI, Luigi Musacchia - CSN Libertas, Antonio Dima – CUSI, Paolo Serapiglia – ENDAS, Gian Francesco Lupattelli – MSP, Marco Perissa – OPES, Ciro Bisogno – PGS, Tiziano Pesce – UISP  e Damiano Lembo – US Acli 

 "È sotto gli occhi di tutti il fatto che il Governo, attraverso scelte basate su pesi e misure differenti - scrivono gli enti - abbia consentito soltanto alle Federazioni la possibilità di organizzare eventi “di interesse nazionale” nelle cosiddette zone rosse e non solo certo quelli delle categorie di vertice assoluto.  E allora, ancora una volta, ci domandiamo come sia possibile che il rischio di contagiosità al Covid 19 sia considerato alto solo nei nostri eventi sportivi (“di preminente interesse nazionale”), ma non in quelli organizzati dalle Federazioni nazionali? Chiediamo di avere la stessa possibilità di riapertura che GIUSTAMENTE è stata concessa alle FSN, per un movimento, quello della promozione sportiva di base, da sempre impegnato su azioni quotidiane di prevenzione e promozione della salute.  Viceversa, la diretta conseguenza di questa politica dello sport di base a una sola marcia, è che si sta innescando una sorta di “razzia” a scapito degli Enti di Promozione sportiva"

"È quanto abbiamo anche sottolineato alla Sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali nel corso del  primo incontro con gli Enti di Promozione Sportiva svoltosi la settimana scorsa. Comprendiamo che si è appena insediata e  che non ha vissuto in prima persona tutte le vicende dei DPCM legati agli Enti di Promozione  Sportiva, ma proprio per questo e proprio perché da tale incontro non sono scaturite molte speranze  di modifica delle prescrizioni del Governo e di prossime riaperture, chiediamo ora di poter  incontrare al più presto il Ministro della Salute, Roberto Speranza, che evidentemente è stato indicato come il principale responsabile di tali decisioni, vedendo palestre e impianti sportivi ancora  come pericolosi luoghi di contagio così come le stesse competizioni", aggiungono.  

"Al Ministro vorremmo invece spiegare, dati alla mano, che se sul territorio ci sono luoghi sicuri e  protetti, quei luoghi sono proprio le palestre e gli impianti sportivi che il Governo ha scelto di riaprire  solo in parte, lasciandone chiusi migliaia in tutta Italia senza, a questo punto, alcuna fondata  motivazione. Ripetiamo, il virus non guarda in faccia nessuno, ma noi siamo qui a ribadire che abbiamo le stesse identiche credenziali delle Federazioni ed è arrivato il momento di farci rientrare in campo senza più alcuna disparità.  Tutto questo sta causando, oltre a pesanti danni sociali, ingentissimi danni economici, acuiti anche dal fatto, situazione che cogliamo l’occasione per denunciare nuovamente, che non siano ancora  stati previsti, neppure dall’ultimo Decreto, adeguati sostegni per le associazioni e le società sportive  di base per la loro mancata attività istituzionale", conclude la nota.  

Perché hanno fiducia nella scienza. Perché è responsabilità civile. Per salvare vite. Per la salvezza di tutti. Sono tanti i motivi con cui gli operatori socio-sanitari e cooperatori sociali da tutta Italia lanciano la campagna #noicivacciniamo costruita insieme a Legacoopsociali, attraverso un video pubblicato sui canali youtube e social network (Facebook e Twitter) dell’Associazione che rappresenta oltre 2400 cooperative sociali.

Questa iniziativa di sensibilizzazione nasce dalla volontà di chi opera nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali duramente colpite dalle ondate del Covid: dal Piemonte alla Sicilia, dalla Lombardia alla Basilicata passando per Veneto, Emilia Romagna, Marche e Umbria ci sono volti e voci di chi opera nelle Rsa, nelle scuole e nei servizi di welfare. Legacoopsociali vuole dare il suo contributo affinchè si proceda a un piano vaccinale di massa per superare questa emergenza che dura da oltre un anno e colpisce ulteriormente le persone più fragili e vulnerabili.

Nel video c’è anche l’appello della presidente nazionale Eleonora Vanni che dice: “mi vaccino perché tengo alla mia salute e a quella degli altri, perché non vedo l’ora di riabbracciare gli amici e frequentare persone e luoghi di socializzazione, perché il Paese possa ripartire senza lasciare indietro i più fragili”.

A chiudere il video è il presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti: “mi vaccino perché non voglio correre il rischio di morire solo come un cane in una terapia intensiva e soprattutto non voglio farlo correre alle persone che incontro ogni giorno”.

 

Il video è visibile su questo link 

Da due mesi una nuova ondata di Covid-19 sta travolgendo la Cisgiordania, aggiungendo ulteriore pressione a un sistema sanitario già fragile. Oltre 20.000 pazienti sono in trattamento e lo staff medico sta lottando per fornire cure adeguate a un crescente numero di persone. Sia il governo israeliano che le autorità palestinesi, come assoluta priorità, devono immediatamente aumentare gli sforzi per rallentare la diffusione del Covid-19 e delle sue varianti, osserva Medici Senza Frontiere (MSF) che chiede maggiori sforzi per la prevenzione e la gestione dei casi.

"Abbiamo raggiunto il più alto numero di casi dall'inizio della pandemia" dichiara il dott. Juan Pablo Nahuel Sanchez di MSF, che lavora in terapia intensiva a Hebron. "Attualmente all'ospedale di Dura a Hebron, unica struttura per pazienti Covid-19 nel sud della Cisgiordania, abbiamo 71 persone ricoverate, di cui 27 in terapia intensiva. L'ospedale sta operando oltre le sue capacità. Non ci sono spazi, letti o personale a sufficienza per aiutare tutti pazienti in condizioni critiche e le persone stanno morendo".

Hebron è uno dei governatorati più colpiti in Cisgiordania. MSF è in azione per supportare l'ospedale formando il personale, curando i pazienti, sensibilizzando le comunità locali sul Covid-19 per ridurre la diffusione del virus. "La percentuale di giovani positivi al Covid-19 è aumentata notevolmente. Un terzo dei pazienti ricoverati all'ospedale di Dura ha tra i 25 e i 64 anni, mentre prima la maggior parte dei pazienti aveva più di 64 anni" aggiunge il dott. Sanchez di MSF.

Secondo il Ministero della salute palestinese, circa il 75% dei casi in Cisgiordania sono causati dalla variante inglese B117, ritenuta più contagiosa di circa il 50% rispetto ai ceppi precedenti. Gli studi rivelano che con il 40-60% in più di probabilità, questa variante può portare a forme gravi di Covid-19, che richiedono terapie con ossigeno e ventilazione, con un maggiore rischio di morte. Si devono intensificare anche i test per capire quanto siano diffuse le varianti.

Anche a Nablus, nel nord della Cisgiordania, la situazione è preoccupante. L'ospedale Palestinian Red Crescent Society (PRCS) è saturo e sta trasformando l'unità per le cure respiratorie in un reparto Covid-19. "Stiamo facendo del nostro meglio per salvare tutti" dice Marius Sanciuc, infermiere di MSF in azione nella terapia intensiva dell'ospedale PRCS. "La più grande sfida è che il personale ospedaliero ha un'esperienza limitata nella cura di pazienti gravi o positivi al Covid-19". Anche procedure apparentemente semplici con il Covid si complicano. "Non è facile girare un paziente con flebo e intubato. Servono almeno cinque persone ma non è impossibile".

A Gaza, a febbraio il numero di pazienti positivi è diminuito, per poi risalire a marzo. Il sistema sanitario di Gaza è già paralizzato da decenni di occupazione israeliana e da un prolungato blocco economico. Il team di MSF che lavora nella Striscia è molto preoccupato per una possibile nuova ondata. Mentre il Covid-19 continua a diffondersi in Cisgiordania e Gaza, i palestinesi non sono protetti.

"Siamo molto preoccupati per la lenta distribuzione dei vaccini" dice Ely Sok, capomissione di MSF nei Territori palestinesi. "Da un lato, la grande disponibilità di dosi in Israele consente al governo israeliano di andare verso l'immunità di gregge, senza dare alcun contributo significativo all'avanzamento delle vaccinazioni nei Territori palestinesi. Dall'altro, è stato difficile avere un quadro chiaro della disponibilità e della strategia vaccinale delle autorità sanitarie palestinesi. Nel frattempo, i sanitari in prima linea e le categorie più vulnerabili in Palestina non sono neanche lontanamente protetti dalla malattia". Alla metà di marzo, meno del 2% dei palestinesi sono stati vaccinati in Cisgiordania e a Gaza, un numero allarmante alla luce della terza ondata della pandemia.

Appoggiare la proposta di India e Sudafrica per la sospensione temporanea dei brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta al Covid-19 per tutta la durata della pandemia. È la richiesta di Medici Senza Frontiere (MSF) a tutti i paesi, compresa l'Italia, che ancora si oppongono a questa iniziativa su cui è chiamata ad esprimersi il 10 e 11 marzo l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

In Italia, MSF lancia un nuovo appello al premier Mario Draghi (testo integrale in fondo al comunicato), insieme alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) e un nutrito gruppo di medici ed esperti di salute pubblica, tra cui Silvio Garattini, Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. "Garantire l'accesso ai vaccini in tutto il mondo non è solo una questione di equità, ma anche di salute pubblica globale. Il governo italiano garantisca la tutela della salute al di sopra di ogni protezione della proprietà intellettuale" si legge nell'appello che verrà presentato al webinar "Chi ha bisogno di un vaccino?", l'11 marzo dalle 15 alle 16 (diretta live QUI), moderato da Riccardo Iacona.

"Dopo un anno di pandemia e oltre due milioni e mezzo di morti, alcuni governi continuano ad ignorare che la sospensione dei monopoli possa contribuire a un più ampio accesso a cure, vaccini e test diagnostici" dice la dott.ssa Claudia Lodesani, presidente di MSF. "Superare temporaneamente i monopoli conferiti dai brevetti lascerebbe ai governi di tutti i paesi, compresa l'Italia, la possibilità di un più ampio accesso alle cure".

La prima fase della campagna vaccinale in corso ha escluso di fatto la maggior parte dei paesi a medio e basso reddito: il 75% dei vaccini è stato somministrato in soli 10 paesi del mondo, mentre molti paesi non hanno ricevuto una sola dose. Con la sospensione dei brevetti e degli altri diritti di proprietà intellettuale, molti paesi del mondo, con competenze e tecnologia per produrre localmente vaccini contro il Covid-19, potrebbero aumentare la produzione e rendere così più rapida la loro somministrazione.

La proposta di India e Sudafrica rappresenterebbe una soluzione agile e globale di cui i governi potrebbero disporre per semplificare alcuni passaggi nella produzione dei vaccini e consentire a più aziende di produrre, senza dipendere esclusivamente dalla volontà delle imprese farmaceutiche di concedere una licenza su base volontaria.

Nei giorni scorsi il presidente internazionale di MSF, il dott. Christos Christou, ha scritto ai capi di stato dei paesi ricchi, tra cui l'Italia, chiedendo di non bloccare la sospensione dei brevetti per garantire una vera risposta globale alla pandemia. Gran parte dei paesi ostruzionisti tra cui l'UE, Stati Uniti, Australia, Brasile, Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera e Regno Unito, si sono assicurati la maggior parte dei vaccini disponibili, prenotando dosi per un numero superiore rispetto alla loro popolazione. Dall'altra parte, la proposta lanciata da India e Sudafrica nell'ottobre 2020 è oggi co-sponsorizzata da 58 governi e sostenuta da circa 100 paesi.

"Anche l'Italia potrebbe trarre beneficio da questa iniziativa" recita l'appello di medici ed esperti con MSF (testo integrale in fondo al comunicato). "Il nostro paese potrebbe produrre vaccini contro il Covid-19 autorizzati dalle agenzie regolatorie anche nella prospettiva di ulteriori cicli di vaccinazione negli anni a venire. Senza considerare la possibilità di esportazione verso paesi senza alcuna capacità produttiva". Con la diffusione di nuove e più contagiose varianti, l'accesso universale a vaccini e tecnologie è l'unica soluzione possibile per fermare la pandemia. Per questo è fondamentale più che mai garantire la distribuzione tempestiva di strumenti medici in quantità sufficienti, specialmente per gli operatori sanitari in prima linea. Se non aumenterà il numero di produttori globali, i paesi a basso e medio reddito rimarranno in una posizione svantaggiata, con gravi conseguenze sulla risposta globale alla pandemia.

Ad oggi, la proposta di sospensione è sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile in tutto il mondo ed è stata accolta con favore da numerose organizzazioni internazionali tra cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il Programma delle Nazioni Unite per l'HIV e l'AIDS (UNAIDS), la Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDi), South Centre, Unitaid e Third World Network. Recentemente, oltre 115 membri del Parlamento Europeo hanno sollecitato la Commissione Europea e il Consiglio Europeo a non opporsi alla proposta di sospensione dei brevetti.

L'Amazzonia brasiliana sta affrontando una seconda ondata catastrofica di Covid-19. A Manaus, capitale dello stato di Amazonas, tutti i posti letto in terapia intensiva sono pieni e le liste di attesa dei pazienti gravi o critici non sono state smaltite nelle ultime settimane.

A gennaio le morti per Covid-19 sono state 2.552, cinque volte di più rispetto a dicembre (460 vittime) e poco sotto i 2.850 morti registrati nel picco della prima ondata nei mesi di aprile e maggio. La saturazione del sistema sanitario a Manaus comporta ritardi o perfino l'impossibilità di effettuare trasferimenti dei pazienti critici dagli ospedali periferici, costretti così ad adottare misure di emergenza per far fronte al numero crescente di malati.

"Il nostro piano A consisteva nel cercare di rallentare il flusso di pazienti critici, aumentando le cure intermedie per i casi moderati e gravi, ma quel piano adesso è fallito" dichiara Pierre Van Heddegem, coordinatore dell'emergenza Covid-19 di MSF in Brasile. "Ora siamo nel pieno del piano B: forniamo cure salvavita in strutture che non hanno un'unità di terapia intensiva e con la preoccupazione quotidiana di rimanere senza ossigeno. Questa seconda ondata di Covid-19 sta travolgendo tutto e tutti, stiamo facendo il possibile per superare ogni giorno. Abbiamo paura di non tenere il passo".

A Tefé, a pochi giorni di navigazione da Manaus, MSF sta aiutando l'ospedale regionale a diventare centro di riferimento per cure Covid-19, spostando gli altri reparti in edifici vicini, come una scuola. In circostanze normali, questo ospedale rurale trasferirebbe tutti i pazienti critici in ambulanza aerea a Manaus, ma con la maggior parte dei letti Covid-19 pieni deve trovare il modo di curare i pazienti critici in loco. Per ora la capacità del centro di trattamento Covid-19 è passata da 27 a 67 posti letto, superando ogni limite. Il team di MSF ha svolto sessioni di formazione ai medici e infermieri che si occupano di pazienti Covid-19 critici e con necessità di ossigeno, il cui apporto è una preoccupazione costante.

"A Tefé raschiamo il fondo ogni giorno" continua Van Heddegem di MSF. "Ci sono stati giorni in cui siamo arrivati molto vicini a una situazione disastrosa". Un nuovo generatore di ossigeno è stato appena installato dalle autorità, ma al ritmo di utilizzo attuale, anche il nuovo strumento potrebbe non fornire ossigeno a sufficienza per tutti i pazienti. MSF è in azione per importare con urgenza decine di concentratori di ossigeno per colmare parte delle lacune di Tefé e Manaus.

A Manaus, MSF supporta l'unità di emergenza José Rodrigues (UPA) che dovrebbe fornire solo un livello di assistenza intermedia, curando i pazienti che non necessitano di un ricovero ospedaliero. Ma come a Tefé, con i posti letto al completo nell'ospedale Covid-19 di Manaus, questo centro deve ora trovare il modo per curare anche i pazienti positivi più gravi. "L'unità d'emergenza era satura e mancavano dottori, infermieri e protocolli di terapia intensiva" afferma Fabio Biolchini Duarte, coordinatore di MSF a Manaus. "Inizialmente l'unità aveva 18 letti e 45 pazienti, praticamente era diventato un ospedale Covid-19. È una delle strutture sanitarie in cui sono morti diversi pazienti per mancanza di ossigeno".

Il personale medico e non medico che lavora in questa unità di emergenza e negli ospedali più grandi subisce un carico emotivo sempre maggiore vedendo morire pazienti ogni giorno. MSF fornisce supporto psicologico anche nell'ospedale più grande di Manaus, l'Hospital 28 de Agosto, dove un team medico aveva già fornito assistenza durante la prima ondata. "Gli operatori sono incredibilmente dediti ma sono anche esausti" afferma la psicologa di MSF Andréa Chagas. "Molti di loro non trovano pace nemmeno a casa poiché hanno parenti malati o hanno perso i propri cari. La velocità e l'intensità degli eventi non lasciano spazio per elaborare così tante emozioni".

Nello stato di Amazonas, MSF gestisce o supporta quasi 100 posti letto Covid-19, attività che assorbe la maggior parte delle capacità del team di emergenza, che porta comunque avanti alcune attività di prevenzione. Le équipe di promozione alla salute sono in azione per intervenire in punti strategici a Manaus, diffondendo linee guida per l'igiene, la distanza sociale e i test. L'obiettivo è garantire diagnosi rapide e follow-up per i pazienti positivi al Covid-19 per evitare l'aggravarsi delle loro condizioni.
MSF ha esortato con successo le autorità sanitarie di Tefé e di São Gabriel da Cachoeira a utilizzare i test antigenici rapidi e continua a sollecitare anche le autorità di Manaus e di altre aree colpite a fare meno uso dei test sierologici, generalmente più utilizzati in Brasile.

Un'équipe di MSF è in azione a São Gabriel da Cachoeira, dove la situazione sembra stabile ma è necessaria un'attenzione continua. Il team sta supportando il centro sanitario per la cura dei pazienti positivi al Covid-19 e gli educatori sanitari stanno fornendo linee guida su igiene e distanziamento sociale nei barracões, luoghi in cui alloggia la popolazione indigena quando si reca in città. Questo dovrebbe consentire il monitoraggio dell'infezione anche tra le popolazioni indigene.

Inoltre, le équipe di MSF si stanno preparando per una possibile ondata di Covid-19 a Boa Vista, la capitale del vicino stato di Roraima.

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp: "Credo per tutto il paese e, nello specifico dello sport, per tutti coloro che hanno a cuore le sorti e la sopravvivenza stessa di una grande infrastruttura sociale rappresentata dalle quasi centomila associazioni e società sportive presenti su tutto il territorio nazionale. Siamo stanchi di sentir parlare solo ed esclusivamente delle Olimpiadi e dell'eventuale sospensione del Coni. Esprimiamo il più alto rispetto verso il movimento olimpico, soprattutto alle atlete e agli atleti che sono chiamati a rappresentarlo ma si eviti di agitare costantemente il vessillo dell'autonomia come se fosse una presunta extraterritorialità verso tutto e tutti. Non si facciano passi per tornare al passato".

"Abbiamo avuto ripetute occasioni per apprezzare il cambiamento che c'è stato nell'assetto ordinamentale del sistema sportivo italiano - prosegue Manco - che ha determinato maggiore trasparenza, efficienza e soprattutto attenzione alla promozione sportiva. Non si vada nella direzione di una nuova società pubblica che aumenterebbe ancora di più i costi, lasciandone sempre meno a disposizione della promozione delle attività motorie e sportive. Se un ancoraggio ci deve essere, oggi più che mai, esso deve riguardare le indicazioni che le grandi agenzie europee e mondiali stanno offrendo sul terreno della promozione e prevenzione della salute, verso gli investimenti nella cultura motoria e del benessere che possa contribuire ad una società resiliente e sostenibile".

"Ovvero - conclude Manco - occorre garantire risorse per le attività che si svolgono sul territorio, per rigenerarlo, per migliorare la qualità della vita messa oggi in crisi dall'emergenza sanitaria ancora in atto. In sostanza, rendendo protagonista e garantendo la sussistenza ed il rilancio allo sport di prossimità, che è alla base di una buona e sana cittadinanza attiva. Gli strumenti ci sono, si riconoscano al Coni i dipendenti che già oggi utilizza e si chiuda una querelle che sta diventando stucchevole. Di fronte alla crisi di tantissime realtà sportive si eviti di continuare a guardare la pagliuzza rispetto ad una enorme trave che abbiamo davanti a tutti noi!"

L’impatto della pandemia da Covid‐19 sulla natalità imprenditoriale trova riflesso in una significativa diminuzione delle nuove iscrizioni di cooperative all’Albo delle società cooperative tenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico. Lo annunciano i centri studi diell'Osservatorio dell'Alleanza Cooperative Italiane.

 Dalle verifiche empiriche sulle cooperative con prima iscrizione nel 2020 all’Albo, rispetto a quelle di prima iscrizione nel 2019, emerge un generalizzato decremento della natalità cooperativa. Sulla base delle informazioni disponibili al 4 gennaio 2021 la riduzione degli enti iscritti si attesta, infatti, al -26,4% rispetto all’anno precedente (2.484 società nel 2020 contro le 3.376 del 2019).¹ Per quanto riguarda il profilo territoriale, nell’ultimo anno si segnala una riduzione delle nuove iscrizioni di cooperative su tutto il territorio nazionale.

La diminuzione più consistente si rileva al Centro, con il -36% rispetto all’anno precedente. Quella meno accentuata nelle Isole con il -18,2%. Nel Nord-Est il calo fa segnare il -19.% Di contro, al Nord-Ovest il decremento raggiunge il -32%. Infine, al Sud la diminuzione si attesta al -24,2%. Nel complesso il Mezzogiorno (Sud e Isole) si conferma l’area territoriale caratterizzata dalla più elevata natalità cooperativa. Oltre il 53,2% delle cooperative di prima iscrizione all’Albo Nazionale nel corso del 2020 è localizzata, infatti, nelle regioni del Mezzogiorno (l’anno precedente la quota di cooperative con sede legale nelle regioni meridionali si attestava al 50,2%).

In diciotto regioni su venti si segnala una variazione negativa delle iscrizioni all’Albo Nazionale nel 2020 rispetto all’anno precedente (solo il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige registrano una variazione positiva, che tuttavia in termini assoluti si traduce complessivamente solo in diciassette cooperative in più rispetto al 2019). Il calo più consistente si rileva in Valle d’Aosta (-58%), in Liguria (-43%), nel Lazio (-39%) e in Calabria (-39%).

Le città metropolitane si confermano sempre centrali nelle politiche di crescita del movimento cooperativo. Il 40,8% delle nuove iscritte nel 2020 fa riferimento, infatti, alle 14 città metropolitane istituite. Nel complesso, comunque, anche le città metropolitane hanno registrato una frenata delle nuove iscrizioni (pari al -26% rispetto al 2019, variazione in linea con il dato nazionale). Tra le città metropolitane più interessate dalla diminuzione delle nuove iscritte si segnala Roma con il -42,1%

Come stai, come ti senti, quali emozioni ti accompagnano maggiormente in questo periodo della tua vita? Sono solo alcune delle domande rivolte a 500 ragazze e ragazzi di 25 classi prime delle scuole secondarie di primo grado di 11 Comuni dell’area coneglianese. Codognè, Gaiarine, Godega di Sant’Urbano, Mareno di Piave, Orsago, San Fior, Santa Lucia di Piave, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana e Vazzola sono alcuni dei 28 Comuni della Sinistra Piave dove è presente il servizio di Operativa di Comunità dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, all’interno del quale le equipe di educatori e educatrici della Cooperativa sociale Itaca, che gestisce l’OdC, stanno realizzando in questi giorni una serie di laboratori educativi in classe e in presenza. Entro maggio di quest’anno verranno coinvolte ulteriori 70 classi dalla prima alla terza media e 20 classi quarte e quinte delle scuole primarie, altri 1800 studenti per un numero complessivo di 2300 ragazzi nella fascia 9-14 anni.

Gli obiettivi dei laboratori sono articolati e mirano a sviluppare relazioni positive in classe, stimolare la conoscenza tra i ragazzi, favorire la comprensione delle dinamiche del gruppo. Le attività sono quanto più possibili interattive, nonostante le diverse limitazioni dettate dall’emergenza sanitaria da Covid-19, e il grafico riportato sotto rappresenta un esempio delle risposte date dagli studenti di una classe prima di Codognè relativamente allo stato d’animo del periodo.

TORTE O PIZZE

La realizzazione del grafico viene fatta al momento classe per classe e, grazie alla buona strumentazione di lavagne Lim e pc presenti in aula, consente a tutti di visualizzare le risposte del gruppo. A partire da questa prima attività, che promuove la consapevolezza del proprio e dell’altrui stato d’animo, gli educatori accompagnano gli studenti a condividere le proprie riflessioni, stimolando il dialogo e il confronto con i compagni, per comprendere se in classe tutti si sentano a proprio agio e percepiscano un clima sereno e di reciproco rispetto. A volte, accade che qualche studente senta il bisogno di socializzare con i compagni le sue difficoltà, in quel caso l’equipe favorisce l’ascolto e condivide quanto emerso con il gruppo.

Le classi incontrate sono tante e la composizione delle torte o pizze, come suggerisce qualcuno verso l’ora di pranzo, è un caleidoscopio di colori e di fette dalle dimensioni diversissime, un grafico sempre diverso per ogni classe, un’altalena di emozioni variopinte, mai uguali. Dire come stanno i ragazzi in questo periodo non è facile e generalizzare non è possibile.

Nel grafico riportato sopra, le emozioni positive come gioia (17%) e felicità (17%) sono presenti nella classe in meno della metà del gruppo, il resto è colorato da tristezza (17%), ansia e preoccupazione (13%), rabbia (13%), paura (8%), noia (4%) che prontamente fanno nascere in educatori e insegnanti in ascolto alcune domande aperte: perché questi stati d’animo? Da che cosa sono generati? Quali i possibili riscontri tra questi vissuti e la situazione che stiamo affrontando?

LE PAROLE DELLE EMOZIONI

In ogni classe i ragazzi usano parole diverse per definire le loro emozioni, tanto che una stessa parola non sempre corrisponde alla medesima emozione per tutti: dolore, incertezza, perplessità, stranezza, solitudine, agitazione, sconforto, amore, serenità, divertimento. Quante di queste emozioni sono riconducibili ai vissuti della pandemia?

Gli educatori in classe cercano di comprendere gli stati d’animo che i ragazzi mostrano in quel momento, perché tutti possano partecipare e trovare posto senza esclusione, senza sentirsi estranei, diversi, incompresi, giudicati. Ciascuno sta nel proprio banco con il proprio carico nel cuore, con tanti pensieri nella mente, oppure con un chiodo fisso, con le farfalle nella pancia, con quel non so che non si riesce a dire, ma che porta anche a piangere silenziosamente…

I RAGAZZI VOGLIONO ESSERE ASCOLTATI

“Quello che possiamo raccontare di questi mesi di incontri a scuola, da settembre ad oggi – riferiscono gli educatori della Cooperativa Itaca -, è il forte bisogno dei ragazzi di dire e di essere ascoltati, forse un po’ più intenso degli scorsi anni. Emerge, infatti, che c’è meno bisogno di dedicare del tempo alla conoscenza tra gli educatori e la classe perché il clima diventi quello delle confidenze, e che ci sono meno studenti da riprendere perché disturbano o si distraggono, perché l’interesse è più alto. All’attività delle emozioni segue il racconto personale di ciascuno per spiegare meglio quello che prova.

Ho scritto paura per tutte le volte che sento delle notizie brutte al telegiornale e mi preoccupano, e tristezza perché da quando è cominciato il Covid certi amici mi parlano alle spalle e dopo mi scrivono su WhatsApp se sono triste… E poi ho paura che succeda qualcosa a mia nonna che si deve operare, ma essendo in questo periodo sono preoccupata…

NON SOLO COVID

Un ragazzo chiede: Posso parlare anche di una paura momentanea? E racconta del timore per il padre che lavora in rianimazione, del timore di perderlo a causa del suo lavoro, un timore passeggero ma totalizzante, di quelli che accompagnano anche durante le lezioni. Il bisogno di raccontarsi è forte e parlando di tante cose, anche d’altro rispetto al Covid-19, perché la vita comunque si fa spazio e l’energia della crescita è potente: Le emozioni che mi accompagnano in questo periodo sono il coraggio, perché affrontare le medie non è mica uno scherzo; il divertimento perché ci si diverte di più delle elementari; la felicità perché si cambia il corpo, ma soprattutto il cuore e il cervello.

Un altro ragazzo si rivolge alla classe: Si alzi in piedi chi è innamorato e tanti accolgono l’invito nella meraviglia generale. I primi innamoramenti, le nuove amicizie si fanno largo come sempre, anche se lo sfondo è drasticamente cambiato. Le questioni importanti nella vita di questi giovanissimi sono la solitudine o i genitori che si separano, e a questo si aggiungono le preoccupazioni legate alla pandemia, come la paura della morte dei prori cari, dei genitori, ma soprattutto dei nonni, il punto di riferimento per tanti pomeriggi. Oppure la paura di morire giovani, di morire nudi: una paura così strana che inizialmente, detta ad alta voce, fa scoppiare la classe in una risata; ma poi si torna in sé e la commozione prevale. Si parla maggiormente di perdita e di lutto, del dolore ancora vivo e inconsolabile.

LA DISTANZA FRENA LA CONOSCENZA

“Uno degli aspetti che ci ha maggiormente colpiti entrando in classe – proseguono gli educatori - è vedere ragazzi meno vivaci, meno affiatati, ancora in fase di conoscenza”. Come si fa a fare nuove amicizie in questo periodo, se non ci si può vedere fuori dalla scuola e fare cose assieme… “Per questo motivo sono importanti le attività educative che si realizzano in presenza, perchè diventano un’occasione in cui essere se stessi e conoscersi. Quando la paura più grande è quella che tutto possa cambiare nuovamente, dall’oggi al domani, ci si sente insicuri. È difficile fidarsi della situazione e immaginare quale sarà il domani”.

E così la commozione di un compagno si allarga presto ad altri: Erano anni che non piangevo, Non mi immaginavo che il mio compagno potesse soffrire così. Quando le emozioni esplodono con tale intensità, la presenza dell’adulto è fondamentale per accogliere, contenere, condividere, lasciare libertà di espressione, far sentire empatia, comprensione. Il ruolo dell’educatore, in un momento in cui il rapporto scuola-genitori è fragile, facilmente perturbabile, diventa necessario per dare nuova definizione alla fiducia reciproca.

IL PATTO SCUOLA-FAMIGLIA VA RIVISSUTO

Il rapporto con i genitori è stato messo a dura prova durante il lockdown, quando padri e madri si sono sentiti investire di un ruolo che non era il loro, quello di insegnante: A casa dovevo fare da maestra ai miei figli, allora adesso ti dico io come è meglio insegnare, confida una mamma. E, nell’incertezza, succede che ciascuno investa l’altro delle responsabilità (e mancanze) maggiori.

Il patto scuola-famiglia va ridefinito e rivissuto a fronte delle nuove necessità. “I genitori che abbiamo incrociato in alcuni incontri formativi dal titolo “Scuola bene comune” sono molto preoccupati che le restrizioni sociali come il distanziamento fisico, il non potersi scambiare il materiale scolastico, il non tenersi per mano, il non abbracciarsi possano, a lungo andare, diventare abitudine; sono comportamenti che poco si conciliano con i valori della collaborazione, dell’aiuto reciproco, della vicinanza emotiva con cui ogni genitore desidera crescere i figli”.

LA DAD E IL CALO DELLA MOTIVAZIONE

Il rischio è che la DAD si traduca in mera trasmissione di conoscenze, incentivando il ruolo passivo di chi è a casa. La voglia di apprendere e la proattività sono compromesse e la motivazione cala. Il senso dell’impegno non è un concetto astratto, ma si conosce attraverso il fare, il fare bene e in modo continuativo. Un ragazzo incontrato per strada dice: Ho iniziato le superiori quest’anno. Ho fatto il primo mese in presenza e… Sembrava potesse essere bello! Lo dice con uno sguardo e un’intonazione che raccontano molto altro. Vuoi mettere prendere l’autobus, entrare in un mondo fatto di nuove libertà, nuove scoperte? Lo dicono come se sapessero che alcune cose sono perse e non torneranno nello stesso modo: ricominciare tra un mese in presenza o direttamente in seconda superiore, non sarà la stessa cosa. Altri raccontano che ormai è una sfida a chi ha la media più bassa: 2.8 uno, 3.8 l’altro. Dicono che al rientro in presenza hanno già 7 giorni di sospensione da “scontare”, ma che più di tanto, stando così le cose, non gliene importa. Raccontano di molti ritardi e uscite senza permesso, che stando in DAD non immagineresti mai possano essere collezionati. Manca la parte umana, lo stare insieme tra pari… Addirittura mi manca vedere dal vivo gli insegnanti.

NON È FACILE FARE I COMPITI SULLO STESSO TAVOLO IN CUI SEGUI LE LEZIONI

E la leggerezza, la simpatia, sono sparite del tutto? Alcuni ragazzi, in una classe che ha dovuto sottoporsi al tampone, ci hanno tenuto a raccontare del video che diversi di loro si sono fatti, subito condiviso via WhatsApp nella chat di classe. Come è cambiato l’uso della tecnologia, lo strumento che fa sentire comunque vicini anche se distanti? I ragazzi e le ragazze dai 14 ai 17 anni incontrati per strada o al campetto (che, anche se non si può, frequentano almeno finchè la polizia locale non li invita ad andare a casa), dicono che sono stanchi della DAD: All’inizio sembrava tanto bello ma ora ci fa sentire soli, ci lascia una senzazione sospesa, incompiuta. Un ragazzo aggiunge: Non è mica facile fare i compiti sullo stesso tavolo in cui segui le lezioni!

QUELLA VOGLIA DI CONDIVIDERE I PENSIERI

Ognuno ha il suo pensiero e la sua opinione e tutti sono ben disposti a condividerli. Qualcuno parla del lavoro, del futuro e chiede consiglio, chiede agli educatori come si evolverà la situazione. Durante un laboratorio (realizzato online) rivolto agli studenti rappresentanti di classe di una classe prima di scuola secondaria di primo grado, alla domanda "Come state/come vi sentite?" le risposte sono state: Chiusa in gabbia - spaesato - in confusione - bene/si studia meglio - è più difficile fare tutto - ho perso le abitudini - sono positivo rispetto al rientro a scuola - Normale, non mi cambia la vita perchè non uscivo neanche prima - In tensione/confusione - ansia - stressato e nervoso (perchè non esco mai) - deluso per la chiusura della scuola – Curioso. E ancora: incertezza, tranquillo ma sulle spine, in disordine, pesante, scoraggiato, in confusione, sto bene, rinchiusa, stressata, in tensione, nervoso, deluso.

LE VIDEOCHIAMATE SONO L’UNICA SALVEZZA

I pomeriggi sono vuoti, liberi da qualsiasi impegno e così anche le attività degli educatori sono cambiate. “In alcuni casi è stato possibile mantenere delle piccole proposte in presenza, in altri la modalità online diventa l’unico strumento per mantenere i contatti. Ci si ritrova a progettare concorsi, a scrivere libri sul lockdown, giornalini, video, a sfornare dolci ognuno dalla propria cucina, a fare origami, a ragionare assieme sul metodo di studio e molto altro. Tutti nelle loro case, con le loro famiglie, ma senza amici vicino… Le videochiamate sono l’unica salvezza: si svolgono assieme gli esercizi, ci si interroga reciprocamente, si scambiano due chiacchiere, si mangia la merenda, si guarda addirittura un film...

LA PANDEMIA HA APERTO NUOVE STRADE

I giovani che abbiamo incontrato ci dicono che la pandemia non ha bloccato o sospeso le loro vite, sono state necessariamente trasformate le modalità di relazione con gli altri. Ma i pensieri, le amicizie, la condivisione, l’amore hanno trovato nuove strade. La spinta alla crescita è inarrestabile e noi adulti dobbiamo aiutarli a comprendersi più che comprenderli, ad ascoltarsi nel profondo, a riconoscere le proprie emozioni e sentimenti”.

Il ministro Speranza spieghi quali sono i principi di etica alla base del nuovo piano pandemico. È la richiesta che arriva in queste ore dalla Fish, la Federazione italiana superamento handicap.  

In particolare, a leggere le 140 pagine del documento, si percepiscono alcuni passaggi che andrebbero, perlomeno, chiariti meglio. Infatti, se da una parte si afferma che un quadro di etica è tra le fondamenta delle politiche di sanità pubblica e tali principi sono alla base della visione e della pianificazione che deve mirare a garantire risorse e protezioni giuste ed eque, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili; dall’altra, però, si afferma che «durante situazioni di crisi, i valori etici fondamentali consentono alcune azioni che non sarebbero accettabili in circostanze ordinarie». Nel documento viene altresì precisato: «ciò non significa, però, modificare i principi di riferimento, occorre, invece, bilanciarli in modo diverso. In condizioni di crisi cambiano le situazioni, non gli standard di etica».  

«Riteniamo come Fish particolarmente dolorose queste affermazioni e dunque chiediamo al Ministro di chiarirle meglio». «L’impatto della pandemia sulle nostre comunità ci ha obbligato e ci obbligherà a ripensare molte cose nella nostra vita e a rimodulare alcune priorità in una direzione che preveda innanzitutto la garanzia di una maggiore tutela della salute e della sicurezza dei cittadini tutti, ma ancor di più di coloro che sono più vulnerabili ed esposti ai rischi connessi alla condizione di salute, e tra questi vi sono senza dubbio le tante persone con disabilità», dichiara Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana superamento handicap (Fish).                            

Per questo, continua Falabella: «chiediamo senz’altro una maggiore attenzione alle Persone con disabilità e alle loro famiglie, ma soprattutto di sciogliere le ambiguità che la bozza del nuovo piano pandemico sembra contenere. Perché, c’è un altro passaggio contenuto nel documento che inquieta particolarmente. Cosa si intende quando si scrive: «i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio», si chiede il presidente della Fish: «per caso si sta ipotizzando una diversità di trattamento nell’accesso alle cure per le persone più vulnerabili?».

Nella teoria, il nuovo piano pandemico dice di ispirarsi ai principi di equità, solidarietà, fiducia.  Particolare attenzione si richiama al dovere di cura, ritenendolo un caposaldo della deontologia medica. Allo stesso tempo, però, «riteniamo ambiguo quando si riferisce che in caso di disparità tra risorse disponibili e necessità, si dovranno affrontare sfide assi rilevanti per l’allocazione delle risorse», conclude il presidente della Federazione nazionale che raggruppa la maggior parte delle associazioni italiane a tutela delle persone con disabilità: «Il ministro Speranza, dunque, è questo il nostro invito, spieghi con chiarezza quali sono realmente i principi di etica che ispirano il nuovo piano pandemico».

 

Durante il primo lockdown il 78% ha fermato o dimezzato la propria attività. Il 41% prevede una riduzione delle entrate per il 2020 superiore al 50%. Il Covid-19 sta colpendo duramente anche il Terzo Settore.

È quanto emerge dall'indagine, condotta da Italia Non Profit, su 1.378 enti. Per oltre la metà di associazioni, cooperative sociali, fondazioni, onlus o consorzi, la pandemia sta incidendo negativamente in particolare sulle attività istituzionali e sulle raccolte fondi. Il blocco delle attività istituzionali, cioè quelle rivolte ai cittadini, ha riguardato in maniera trasversale tutti i settori: il 30% degli intervistati ha dichiarato un blocco nella attività formative ed educative; il 28,4% ha dovuto sospendere le iniziative dedicate al tempo libero e alle attività culturali; il 18,7% ha dovuto bloccare l’assistenza alle persone.

A farne le spese non solo le persone, spesso fragili, a cui le attività sono rivolte. Ma anche i dipendenti di questi enti. Il 30% delle realtà che hanno risposto sostengono che dal 20 al 50% dei propri dipendenti rischiano il posto di lavoro. Per ora il 38,5% degli enti è ricorso alla cassa integrazione per fronteggiare la crisi. Gli effetti della pandemia incide anche sulle attività di raccolta fondi: infatti solo il 7% dei rispondenti dichiara una crescita delle entrate da raccolta fondi rispetto al 2019.

Per continuare ad operare gli enti hanno necessità di fondi, formazione specifica per la gestione di pandemie e supporto nell’utilizzo di strumenti digitali. Anche perché il 54,2% non ha risorse per finanziare una propria trasformazione digitale.

I dati completi dell'indagine sono consultabili sul portale “Non Profit_Philanthropy_Social Good Covid-19 Report 2020”, che racconta e illustra lo stato degli enti non profit italiani in relazione all’emergenza sanitaria e gli aiuti a supporto del Terzo Settore messi in campo da fondazioni ed enti filantropici. Il portale è un vero e proprio Data Hub, in costante aggiornamento, accessibile e gratuito che permette di comprendere attraverso dati, mappe e testimonianze quali sono le necessità delle organizzazioni non profit, di conoscere le azioni realizzate dalla filantropia a sostegno degli enti, e di ascoltare le visioni sul futuro del settore. Per tutto il 2021 verranno inoltre attivati tavoli permanenti di confronto tra enti, fondazioni ed enti filantropici per discutere del futuro, esprimere desiderata e progettare strategie.

 (Fonte: Redattore Sociale)

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