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Lunedì, 01 Marzo 2021

L'Amazzonia brasiliana sta affrontando una seconda ondata catastrofica di Covid-19. A Manaus, capitale dello stato di Amazonas, tutti i posti letto in terapia intensiva sono pieni e le liste di attesa dei pazienti gravi o critici non sono state smaltite nelle ultime settimane.

A gennaio le morti per Covid-19 sono state 2.552, cinque volte di più rispetto a dicembre (460 vittime) e poco sotto i 2.850 morti registrati nel picco della prima ondata nei mesi di aprile e maggio. La saturazione del sistema sanitario a Manaus comporta ritardi o perfino l'impossibilità di effettuare trasferimenti dei pazienti critici dagli ospedali periferici, costretti così ad adottare misure di emergenza per far fronte al numero crescente di malati.

"Il nostro piano A consisteva nel cercare di rallentare il flusso di pazienti critici, aumentando le cure intermedie per i casi moderati e gravi, ma quel piano adesso è fallito" dichiara Pierre Van Heddegem, coordinatore dell'emergenza Covid-19 di MSF in Brasile. "Ora siamo nel pieno del piano B: forniamo cure salvavita in strutture che non hanno un'unità di terapia intensiva e con la preoccupazione quotidiana di rimanere senza ossigeno. Questa seconda ondata di Covid-19 sta travolgendo tutto e tutti, stiamo facendo il possibile per superare ogni giorno. Abbiamo paura di non tenere il passo".

A Tefé, a pochi giorni di navigazione da Manaus, MSF sta aiutando l'ospedale regionale a diventare centro di riferimento per cure Covid-19, spostando gli altri reparti in edifici vicini, come una scuola. In circostanze normali, questo ospedale rurale trasferirebbe tutti i pazienti critici in ambulanza aerea a Manaus, ma con la maggior parte dei letti Covid-19 pieni deve trovare il modo di curare i pazienti critici in loco. Per ora la capacità del centro di trattamento Covid-19 è passata da 27 a 67 posti letto, superando ogni limite. Il team di MSF ha svolto sessioni di formazione ai medici e infermieri che si occupano di pazienti Covid-19 critici e con necessità di ossigeno, il cui apporto è una preoccupazione costante.

"A Tefé raschiamo il fondo ogni giorno" continua Van Heddegem di MSF. "Ci sono stati giorni in cui siamo arrivati molto vicini a una situazione disastrosa". Un nuovo generatore di ossigeno è stato appena installato dalle autorità, ma al ritmo di utilizzo attuale, anche il nuovo strumento potrebbe non fornire ossigeno a sufficienza per tutti i pazienti. MSF è in azione per importare con urgenza decine di concentratori di ossigeno per colmare parte delle lacune di Tefé e Manaus.

A Manaus, MSF supporta l'unità di emergenza José Rodrigues (UPA) che dovrebbe fornire solo un livello di assistenza intermedia, curando i pazienti che non necessitano di un ricovero ospedaliero. Ma come a Tefé, con i posti letto al completo nell'ospedale Covid-19 di Manaus, questo centro deve ora trovare il modo per curare anche i pazienti positivi più gravi. "L'unità d'emergenza era satura e mancavano dottori, infermieri e protocolli di terapia intensiva" afferma Fabio Biolchini Duarte, coordinatore di MSF a Manaus. "Inizialmente l'unità aveva 18 letti e 45 pazienti, praticamente era diventato un ospedale Covid-19. È una delle strutture sanitarie in cui sono morti diversi pazienti per mancanza di ossigeno".

Il personale medico e non medico che lavora in questa unità di emergenza e negli ospedali più grandi subisce un carico emotivo sempre maggiore vedendo morire pazienti ogni giorno. MSF fornisce supporto psicologico anche nell'ospedale più grande di Manaus, l'Hospital 28 de Agosto, dove un team medico aveva già fornito assistenza durante la prima ondata. "Gli operatori sono incredibilmente dediti ma sono anche esausti" afferma la psicologa di MSF Andréa Chagas. "Molti di loro non trovano pace nemmeno a casa poiché hanno parenti malati o hanno perso i propri cari. La velocità e l'intensità degli eventi non lasciano spazio per elaborare così tante emozioni".

Nello stato di Amazonas, MSF gestisce o supporta quasi 100 posti letto Covid-19, attività che assorbe la maggior parte delle capacità del team di emergenza, che porta comunque avanti alcune attività di prevenzione. Le équipe di promozione alla salute sono in azione per intervenire in punti strategici a Manaus, diffondendo linee guida per l'igiene, la distanza sociale e i test. L'obiettivo è garantire diagnosi rapide e follow-up per i pazienti positivi al Covid-19 per evitare l'aggravarsi delle loro condizioni.
MSF ha esortato con successo le autorità sanitarie di Tefé e di São Gabriel da Cachoeira a utilizzare i test antigenici rapidi e continua a sollecitare anche le autorità di Manaus e di altre aree colpite a fare meno uso dei test sierologici, generalmente più utilizzati in Brasile.

Un'équipe di MSF è in azione a São Gabriel da Cachoeira, dove la situazione sembra stabile ma è necessaria un'attenzione continua. Il team sta supportando il centro sanitario per la cura dei pazienti positivi al Covid-19 e gli educatori sanitari stanno fornendo linee guida su igiene e distanziamento sociale nei barracões, luoghi in cui alloggia la popolazione indigena quando si reca in città. Questo dovrebbe consentire il monitoraggio dell'infezione anche tra le popolazioni indigene.

Inoltre, le équipe di MSF si stanno preparando per una possibile ondata di Covid-19 a Boa Vista, la capitale del vicino stato di Roraima.

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp: "Credo per tutto il paese e, nello specifico dello sport, per tutti coloro che hanno a cuore le sorti e la sopravvivenza stessa di una grande infrastruttura sociale rappresentata dalle quasi centomila associazioni e società sportive presenti su tutto il territorio nazionale. Siamo stanchi di sentir parlare solo ed esclusivamente delle Olimpiadi e dell'eventuale sospensione del Coni. Esprimiamo il più alto rispetto verso il movimento olimpico, soprattutto alle atlete e agli atleti che sono chiamati a rappresentarlo ma si eviti di agitare costantemente il vessillo dell'autonomia come se fosse una presunta extraterritorialità verso tutto e tutti. Non si facciano passi per tornare al passato".

"Abbiamo avuto ripetute occasioni per apprezzare il cambiamento che c'è stato nell'assetto ordinamentale del sistema sportivo italiano - prosegue Manco - che ha determinato maggiore trasparenza, efficienza e soprattutto attenzione alla promozione sportiva. Non si vada nella direzione di una nuova società pubblica che aumenterebbe ancora di più i costi, lasciandone sempre meno a disposizione della promozione delle attività motorie e sportive. Se un ancoraggio ci deve essere, oggi più che mai, esso deve riguardare le indicazioni che le grandi agenzie europee e mondiali stanno offrendo sul terreno della promozione e prevenzione della salute, verso gli investimenti nella cultura motoria e del benessere che possa contribuire ad una società resiliente e sostenibile".

"Ovvero - conclude Manco - occorre garantire risorse per le attività che si svolgono sul territorio, per rigenerarlo, per migliorare la qualità della vita messa oggi in crisi dall'emergenza sanitaria ancora in atto. In sostanza, rendendo protagonista e garantendo la sussistenza ed il rilancio allo sport di prossimità, che è alla base di una buona e sana cittadinanza attiva. Gli strumenti ci sono, si riconoscano al Coni i dipendenti che già oggi utilizza e si chiuda una querelle che sta diventando stucchevole. Di fronte alla crisi di tantissime realtà sportive si eviti di continuare a guardare la pagliuzza rispetto ad una enorme trave che abbiamo davanti a tutti noi!"

L’impatto della pandemia da Covid‐19 sulla natalità imprenditoriale trova riflesso in una significativa diminuzione delle nuove iscrizioni di cooperative all’Albo delle società cooperative tenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico. Lo annunciano i centri studi diell'Osservatorio dell'Alleanza Cooperative Italiane.

 Dalle verifiche empiriche sulle cooperative con prima iscrizione nel 2020 all’Albo, rispetto a quelle di prima iscrizione nel 2019, emerge un generalizzato decremento della natalità cooperativa. Sulla base delle informazioni disponibili al 4 gennaio 2021 la riduzione degli enti iscritti si attesta, infatti, al -26,4% rispetto all’anno precedente (2.484 società nel 2020 contro le 3.376 del 2019).¹ Per quanto riguarda il profilo territoriale, nell’ultimo anno si segnala una riduzione delle nuove iscrizioni di cooperative su tutto il territorio nazionale.

La diminuzione più consistente si rileva al Centro, con il -36% rispetto all’anno precedente. Quella meno accentuata nelle Isole con il -18,2%. Nel Nord-Est il calo fa segnare il -19.% Di contro, al Nord-Ovest il decremento raggiunge il -32%. Infine, al Sud la diminuzione si attesta al -24,2%. Nel complesso il Mezzogiorno (Sud e Isole) si conferma l’area territoriale caratterizzata dalla più elevata natalità cooperativa. Oltre il 53,2% delle cooperative di prima iscrizione all’Albo Nazionale nel corso del 2020 è localizzata, infatti, nelle regioni del Mezzogiorno (l’anno precedente la quota di cooperative con sede legale nelle regioni meridionali si attestava al 50,2%).

In diciotto regioni su venti si segnala una variazione negativa delle iscrizioni all’Albo Nazionale nel 2020 rispetto all’anno precedente (solo il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige registrano una variazione positiva, che tuttavia in termini assoluti si traduce complessivamente solo in diciassette cooperative in più rispetto al 2019). Il calo più consistente si rileva in Valle d’Aosta (-58%), in Liguria (-43%), nel Lazio (-39%) e in Calabria (-39%).

Le città metropolitane si confermano sempre centrali nelle politiche di crescita del movimento cooperativo. Il 40,8% delle nuove iscritte nel 2020 fa riferimento, infatti, alle 14 città metropolitane istituite. Nel complesso, comunque, anche le città metropolitane hanno registrato una frenata delle nuove iscrizioni (pari al -26% rispetto al 2019, variazione in linea con il dato nazionale). Tra le città metropolitane più interessate dalla diminuzione delle nuove iscritte si segnala Roma con il -42,1%

Come stai, come ti senti, quali emozioni ti accompagnano maggiormente in questo periodo della tua vita? Sono solo alcune delle domande rivolte a 500 ragazze e ragazzi di 25 classi prime delle scuole secondarie di primo grado di 11 Comuni dell’area coneglianese. Codognè, Gaiarine, Godega di Sant’Urbano, Mareno di Piave, Orsago, San Fior, Santa Lucia di Piave, San Pietro di Feletto, San Vendemiano, Susegana e Vazzola sono alcuni dei 28 Comuni della Sinistra Piave dove è presente il servizio di Operativa di Comunità dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, all’interno del quale le equipe di educatori e educatrici della Cooperativa sociale Itaca, che gestisce l’OdC, stanno realizzando in questi giorni una serie di laboratori educativi in classe e in presenza. Entro maggio di quest’anno verranno coinvolte ulteriori 70 classi dalla prima alla terza media e 20 classi quarte e quinte delle scuole primarie, altri 1800 studenti per un numero complessivo di 2300 ragazzi nella fascia 9-14 anni.

Gli obiettivi dei laboratori sono articolati e mirano a sviluppare relazioni positive in classe, stimolare la conoscenza tra i ragazzi, favorire la comprensione delle dinamiche del gruppo. Le attività sono quanto più possibili interattive, nonostante le diverse limitazioni dettate dall’emergenza sanitaria da Covid-19, e il grafico riportato sotto rappresenta un esempio delle risposte date dagli studenti di una classe prima di Codognè relativamente allo stato d’animo del periodo.

TORTE O PIZZE

La realizzazione del grafico viene fatta al momento classe per classe e, grazie alla buona strumentazione di lavagne Lim e pc presenti in aula, consente a tutti di visualizzare le risposte del gruppo. A partire da questa prima attività, che promuove la consapevolezza del proprio e dell’altrui stato d’animo, gli educatori accompagnano gli studenti a condividere le proprie riflessioni, stimolando il dialogo e il confronto con i compagni, per comprendere se in classe tutti si sentano a proprio agio e percepiscano un clima sereno e di reciproco rispetto. A volte, accade che qualche studente senta il bisogno di socializzare con i compagni le sue difficoltà, in quel caso l’equipe favorisce l’ascolto e condivide quanto emerso con il gruppo.

Le classi incontrate sono tante e la composizione delle torte o pizze, come suggerisce qualcuno verso l’ora di pranzo, è un caleidoscopio di colori e di fette dalle dimensioni diversissime, un grafico sempre diverso per ogni classe, un’altalena di emozioni variopinte, mai uguali. Dire come stanno i ragazzi in questo periodo non è facile e generalizzare non è possibile.

Nel grafico riportato sopra, le emozioni positive come gioia (17%) e felicità (17%) sono presenti nella classe in meno della metà del gruppo, il resto è colorato da tristezza (17%), ansia e preoccupazione (13%), rabbia (13%), paura (8%), noia (4%) che prontamente fanno nascere in educatori e insegnanti in ascolto alcune domande aperte: perché questi stati d’animo? Da che cosa sono generati? Quali i possibili riscontri tra questi vissuti e la situazione che stiamo affrontando?

LE PAROLE DELLE EMOZIONI

In ogni classe i ragazzi usano parole diverse per definire le loro emozioni, tanto che una stessa parola non sempre corrisponde alla medesima emozione per tutti: dolore, incertezza, perplessità, stranezza, solitudine, agitazione, sconforto, amore, serenità, divertimento. Quante di queste emozioni sono riconducibili ai vissuti della pandemia?

Gli educatori in classe cercano di comprendere gli stati d’animo che i ragazzi mostrano in quel momento, perché tutti possano partecipare e trovare posto senza esclusione, senza sentirsi estranei, diversi, incompresi, giudicati. Ciascuno sta nel proprio banco con il proprio carico nel cuore, con tanti pensieri nella mente, oppure con un chiodo fisso, con le farfalle nella pancia, con quel non so che non si riesce a dire, ma che porta anche a piangere silenziosamente…

I RAGAZZI VOGLIONO ESSERE ASCOLTATI

“Quello che possiamo raccontare di questi mesi di incontri a scuola, da settembre ad oggi – riferiscono gli educatori della Cooperativa Itaca -, è il forte bisogno dei ragazzi di dire e di essere ascoltati, forse un po’ più intenso degli scorsi anni. Emerge, infatti, che c’è meno bisogno di dedicare del tempo alla conoscenza tra gli educatori e la classe perché il clima diventi quello delle confidenze, e che ci sono meno studenti da riprendere perché disturbano o si distraggono, perché l’interesse è più alto. All’attività delle emozioni segue il racconto personale di ciascuno per spiegare meglio quello che prova.

Ho scritto paura per tutte le volte che sento delle notizie brutte al telegiornale e mi preoccupano, e tristezza perché da quando è cominciato il Covid certi amici mi parlano alle spalle e dopo mi scrivono su WhatsApp se sono triste… E poi ho paura che succeda qualcosa a mia nonna che si deve operare, ma essendo in questo periodo sono preoccupata…

NON SOLO COVID

Un ragazzo chiede: Posso parlare anche di una paura momentanea? E racconta del timore per il padre che lavora in rianimazione, del timore di perderlo a causa del suo lavoro, un timore passeggero ma totalizzante, di quelli che accompagnano anche durante le lezioni. Il bisogno di raccontarsi è forte e parlando di tante cose, anche d’altro rispetto al Covid-19, perché la vita comunque si fa spazio e l’energia della crescita è potente: Le emozioni che mi accompagnano in questo periodo sono il coraggio, perché affrontare le medie non è mica uno scherzo; il divertimento perché ci si diverte di più delle elementari; la felicità perché si cambia il corpo, ma soprattutto il cuore e il cervello.

Un altro ragazzo si rivolge alla classe: Si alzi in piedi chi è innamorato e tanti accolgono l’invito nella meraviglia generale. I primi innamoramenti, le nuove amicizie si fanno largo come sempre, anche se lo sfondo è drasticamente cambiato. Le questioni importanti nella vita di questi giovanissimi sono la solitudine o i genitori che si separano, e a questo si aggiungono le preoccupazioni legate alla pandemia, come la paura della morte dei prori cari, dei genitori, ma soprattutto dei nonni, il punto di riferimento per tanti pomeriggi. Oppure la paura di morire giovani, di morire nudi: una paura così strana che inizialmente, detta ad alta voce, fa scoppiare la classe in una risata; ma poi si torna in sé e la commozione prevale. Si parla maggiormente di perdita e di lutto, del dolore ancora vivo e inconsolabile.

LA DISTANZA FRENA LA CONOSCENZA

“Uno degli aspetti che ci ha maggiormente colpiti entrando in classe – proseguono gli educatori - è vedere ragazzi meno vivaci, meno affiatati, ancora in fase di conoscenza”. Come si fa a fare nuove amicizie in questo periodo, se non ci si può vedere fuori dalla scuola e fare cose assieme… “Per questo motivo sono importanti le attività educative che si realizzano in presenza, perchè diventano un’occasione in cui essere se stessi e conoscersi. Quando la paura più grande è quella che tutto possa cambiare nuovamente, dall’oggi al domani, ci si sente insicuri. È difficile fidarsi della situazione e immaginare quale sarà il domani”.

E così la commozione di un compagno si allarga presto ad altri: Erano anni che non piangevo, Non mi immaginavo che il mio compagno potesse soffrire così. Quando le emozioni esplodono con tale intensità, la presenza dell’adulto è fondamentale per accogliere, contenere, condividere, lasciare libertà di espressione, far sentire empatia, comprensione. Il ruolo dell’educatore, in un momento in cui il rapporto scuola-genitori è fragile, facilmente perturbabile, diventa necessario per dare nuova definizione alla fiducia reciproca.

IL PATTO SCUOLA-FAMIGLIA VA RIVISSUTO

Il rapporto con i genitori è stato messo a dura prova durante il lockdown, quando padri e madri si sono sentiti investire di un ruolo che non era il loro, quello di insegnante: A casa dovevo fare da maestra ai miei figli, allora adesso ti dico io come è meglio insegnare, confida una mamma. E, nell’incertezza, succede che ciascuno investa l’altro delle responsabilità (e mancanze) maggiori.

Il patto scuola-famiglia va ridefinito e rivissuto a fronte delle nuove necessità. “I genitori che abbiamo incrociato in alcuni incontri formativi dal titolo “Scuola bene comune” sono molto preoccupati che le restrizioni sociali come il distanziamento fisico, il non potersi scambiare il materiale scolastico, il non tenersi per mano, il non abbracciarsi possano, a lungo andare, diventare abitudine; sono comportamenti che poco si conciliano con i valori della collaborazione, dell’aiuto reciproco, della vicinanza emotiva con cui ogni genitore desidera crescere i figli”.

LA DAD E IL CALO DELLA MOTIVAZIONE

Il rischio è che la DAD si traduca in mera trasmissione di conoscenze, incentivando il ruolo passivo di chi è a casa. La voglia di apprendere e la proattività sono compromesse e la motivazione cala. Il senso dell’impegno non è un concetto astratto, ma si conosce attraverso il fare, il fare bene e in modo continuativo. Un ragazzo incontrato per strada dice: Ho iniziato le superiori quest’anno. Ho fatto il primo mese in presenza e… Sembrava potesse essere bello! Lo dice con uno sguardo e un’intonazione che raccontano molto altro. Vuoi mettere prendere l’autobus, entrare in un mondo fatto di nuove libertà, nuove scoperte? Lo dicono come se sapessero che alcune cose sono perse e non torneranno nello stesso modo: ricominciare tra un mese in presenza o direttamente in seconda superiore, non sarà la stessa cosa. Altri raccontano che ormai è una sfida a chi ha la media più bassa: 2.8 uno, 3.8 l’altro. Dicono che al rientro in presenza hanno già 7 giorni di sospensione da “scontare”, ma che più di tanto, stando così le cose, non gliene importa. Raccontano di molti ritardi e uscite senza permesso, che stando in DAD non immagineresti mai possano essere collezionati. Manca la parte umana, lo stare insieme tra pari… Addirittura mi manca vedere dal vivo gli insegnanti.

NON È FACILE FARE I COMPITI SULLO STESSO TAVOLO IN CUI SEGUI LE LEZIONI

E la leggerezza, la simpatia, sono sparite del tutto? Alcuni ragazzi, in una classe che ha dovuto sottoporsi al tampone, ci hanno tenuto a raccontare del video che diversi di loro si sono fatti, subito condiviso via WhatsApp nella chat di classe. Come è cambiato l’uso della tecnologia, lo strumento che fa sentire comunque vicini anche se distanti? I ragazzi e le ragazze dai 14 ai 17 anni incontrati per strada o al campetto (che, anche se non si può, frequentano almeno finchè la polizia locale non li invita ad andare a casa), dicono che sono stanchi della DAD: All’inizio sembrava tanto bello ma ora ci fa sentire soli, ci lascia una senzazione sospesa, incompiuta. Un ragazzo aggiunge: Non è mica facile fare i compiti sullo stesso tavolo in cui segui le lezioni!

QUELLA VOGLIA DI CONDIVIDERE I PENSIERI

Ognuno ha il suo pensiero e la sua opinione e tutti sono ben disposti a condividerli. Qualcuno parla del lavoro, del futuro e chiede consiglio, chiede agli educatori come si evolverà la situazione. Durante un laboratorio (realizzato online) rivolto agli studenti rappresentanti di classe di una classe prima di scuola secondaria di primo grado, alla domanda "Come state/come vi sentite?" le risposte sono state: Chiusa in gabbia - spaesato - in confusione - bene/si studia meglio - è più difficile fare tutto - ho perso le abitudini - sono positivo rispetto al rientro a scuola - Normale, non mi cambia la vita perchè non uscivo neanche prima - In tensione/confusione - ansia - stressato e nervoso (perchè non esco mai) - deluso per la chiusura della scuola – Curioso. E ancora: incertezza, tranquillo ma sulle spine, in disordine, pesante, scoraggiato, in confusione, sto bene, rinchiusa, stressata, in tensione, nervoso, deluso.

LE VIDEOCHIAMATE SONO L’UNICA SALVEZZA

I pomeriggi sono vuoti, liberi da qualsiasi impegno e così anche le attività degli educatori sono cambiate. “In alcuni casi è stato possibile mantenere delle piccole proposte in presenza, in altri la modalità online diventa l’unico strumento per mantenere i contatti. Ci si ritrova a progettare concorsi, a scrivere libri sul lockdown, giornalini, video, a sfornare dolci ognuno dalla propria cucina, a fare origami, a ragionare assieme sul metodo di studio e molto altro. Tutti nelle loro case, con le loro famiglie, ma senza amici vicino… Le videochiamate sono l’unica salvezza: si svolgono assieme gli esercizi, ci si interroga reciprocamente, si scambiano due chiacchiere, si mangia la merenda, si guarda addirittura un film...

LA PANDEMIA HA APERTO NUOVE STRADE

I giovani che abbiamo incontrato ci dicono che la pandemia non ha bloccato o sospeso le loro vite, sono state necessariamente trasformate le modalità di relazione con gli altri. Ma i pensieri, le amicizie, la condivisione, l’amore hanno trovato nuove strade. La spinta alla crescita è inarrestabile e noi adulti dobbiamo aiutarli a comprendersi più che comprenderli, ad ascoltarsi nel profondo, a riconoscere le proprie emozioni e sentimenti”.

Il ministro Speranza spieghi quali sono i principi di etica alla base del nuovo piano pandemico. È la richiesta che arriva in queste ore dalla Fish, la Federazione italiana superamento handicap.  

In particolare, a leggere le 140 pagine del documento, si percepiscono alcuni passaggi che andrebbero, perlomeno, chiariti meglio. Infatti, se da una parte si afferma che un quadro di etica è tra le fondamenta delle politiche di sanità pubblica e tali principi sono alla base della visione e della pianificazione che deve mirare a garantire risorse e protezioni giuste ed eque, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili; dall’altra, però, si afferma che «durante situazioni di crisi, i valori etici fondamentali consentono alcune azioni che non sarebbero accettabili in circostanze ordinarie». Nel documento viene altresì precisato: «ciò non significa, però, modificare i principi di riferimento, occorre, invece, bilanciarli in modo diverso. In condizioni di crisi cambiano le situazioni, non gli standard di etica».  

«Riteniamo come Fish particolarmente dolorose queste affermazioni e dunque chiediamo al Ministro di chiarirle meglio». «L’impatto della pandemia sulle nostre comunità ci ha obbligato e ci obbligherà a ripensare molte cose nella nostra vita e a rimodulare alcune priorità in una direzione che preveda innanzitutto la garanzia di una maggiore tutela della salute e della sicurezza dei cittadini tutti, ma ancor di più di coloro che sono più vulnerabili ed esposti ai rischi connessi alla condizione di salute, e tra questi vi sono senza dubbio le tante persone con disabilità», dichiara Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana superamento handicap (Fish).                            

Per questo, continua Falabella: «chiediamo senz’altro una maggiore attenzione alle Persone con disabilità e alle loro famiglie, ma soprattutto di sciogliere le ambiguità che la bozza del nuovo piano pandemico sembra contenere. Perché, c’è un altro passaggio contenuto nel documento che inquieta particolarmente. Cosa si intende quando si scrive: «i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio», si chiede il presidente della Fish: «per caso si sta ipotizzando una diversità di trattamento nell’accesso alle cure per le persone più vulnerabili?».

Nella teoria, il nuovo piano pandemico dice di ispirarsi ai principi di equità, solidarietà, fiducia.  Particolare attenzione si richiama al dovere di cura, ritenendolo un caposaldo della deontologia medica. Allo stesso tempo, però, «riteniamo ambiguo quando si riferisce che in caso di disparità tra risorse disponibili e necessità, si dovranno affrontare sfide assi rilevanti per l’allocazione delle risorse», conclude il presidente della Federazione nazionale che raggruppa la maggior parte delle associazioni italiane a tutela delle persone con disabilità: «Il ministro Speranza, dunque, è questo il nostro invito, spieghi con chiarezza quali sono realmente i principi di etica che ispirano il nuovo piano pandemico».

 

Durante il primo lockdown il 78% ha fermato o dimezzato la propria attività. Il 41% prevede una riduzione delle entrate per il 2020 superiore al 50%. Il Covid-19 sta colpendo duramente anche il Terzo Settore.

È quanto emerge dall'indagine, condotta da Italia Non Profit, su 1.378 enti. Per oltre la metà di associazioni, cooperative sociali, fondazioni, onlus o consorzi, la pandemia sta incidendo negativamente in particolare sulle attività istituzionali e sulle raccolte fondi. Il blocco delle attività istituzionali, cioè quelle rivolte ai cittadini, ha riguardato in maniera trasversale tutti i settori: il 30% degli intervistati ha dichiarato un blocco nella attività formative ed educative; il 28,4% ha dovuto sospendere le iniziative dedicate al tempo libero e alle attività culturali; il 18,7% ha dovuto bloccare l’assistenza alle persone.

A farne le spese non solo le persone, spesso fragili, a cui le attività sono rivolte. Ma anche i dipendenti di questi enti. Il 30% delle realtà che hanno risposto sostengono che dal 20 al 50% dei propri dipendenti rischiano il posto di lavoro. Per ora il 38,5% degli enti è ricorso alla cassa integrazione per fronteggiare la crisi. Gli effetti della pandemia incide anche sulle attività di raccolta fondi: infatti solo il 7% dei rispondenti dichiara una crescita delle entrate da raccolta fondi rispetto al 2019.

Per continuare ad operare gli enti hanno necessità di fondi, formazione specifica per la gestione di pandemie e supporto nell’utilizzo di strumenti digitali. Anche perché il 54,2% non ha risorse per finanziare una propria trasformazione digitale.

I dati completi dell'indagine sono consultabili sul portale “Non Profit_Philanthropy_Social Good Covid-19 Report 2020”, che racconta e illustra lo stato degli enti non profit italiani in relazione all’emergenza sanitaria e gli aiuti a supporto del Terzo Settore messi in campo da fondazioni ed enti filantropici. Il portale è un vero e proprio Data Hub, in costante aggiornamento, accessibile e gratuito che permette di comprendere attraverso dati, mappe e testimonianze quali sono le necessità delle organizzazioni non profit, di conoscere le azioni realizzate dalla filantropia a sostegno degli enti, e di ascoltare le visioni sul futuro del settore. Per tutto il 2021 verranno inoltre attivati tavoli permanenti di confronto tra enti, fondazioni ed enti filantropici per discutere del futuro, esprimere desiderata e progettare strategie.

 (Fonte: Redattore Sociale)

In occasione della cerimonia di celebrazione della Giornata internazionale delle Persone con disabilità svoltasi ieri a Palazzo Chigi le due Federazioni delle Associazioni della disabilità hanno incontrato il Presidente del Consiglio Conte, la Ministra dell’Istruzione Azzolina e il Ministro dell’Università Manfredi. È stato consegnato al Governo un documento congiunto Fand e Fish che riassume le loro proposte e richieste sulle politiche future per le disabilità. Eccone una sintesi.

“Le politiche future per la disabilità: un nuovo welfare per non lasciare indietro nessuno”

La disabilità durante la pandemia e le basi per il rilancio dei diritti. I principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità costituiscono un manifesto ideale per le Federazioni FISH e FAND e per l’intera rete associativa che vi si riconosce e che individua nelle Federazioni le proprie voci unitarie nei confronti delle principali istituzioni del Paese. Ripartendo dalle riflessioni espresse in occasione degli incontri con il Governo, nonché con la stessa Presidenza del Consiglio negli ultimi mesi per la gestione dell’emergenza, FISH e FAND intendono ora rilanciare tale confronto riguardo alle future politiche per la disabilità e agli aspetti organizzativi e funzionali necessari alla loro realizzazione.

Il dilagare del virus Covid-19, oltre che mettere a dura prova in Italia il Sistema Sanitario Nazionale ed il Sistema di Protezione Sociale, ha fatto precipitare moltissime persone in uno stato di forte preoccupazione, resa ancor più grave dall’incertezza del prossimo futuro. Queste preoccupazioni sono ancora più forti tra le migliaia di persone con disabilità del nostro Paese, le cui condizioni di vita sono già ampiamente determinate da livelli di protezione e inclusione sociale non adeguatamente compiuti. Non possiamo nascondere che l’impatto della pandemia ci obbligherà a rimodulare alcune priorità, in una direzione che preveda innanzitutto la garanzia di una maggiore tutela della salute e della sicurezza di coloro che sono più vulnerabili ed esposti ai rischi connessi alla condizione di salute e tra questi vi sono le tante persone con disabilità.

L’attuale sistema dei servizi di welfare è vistosamente inadatto a dare risposte flessibili alle Persone con disabilità, visto che esso per anni è stato basato su servizi standardizzati non idonei nel fornire risposte personalizzate alle persone ed ai lori bisogni differenti, in base ai loro specifici contesti di vita e al loro progetto di autonomia e indipendenza. Occorre da subito investire su un’azione sociale che tenga conto:

  1. a) della necessaria lotta alla segregazione e del relativo supporto alla domiciliarità (Fondo per la Non Autosufficienza);
  2. b) del supporto ai caregiver familiari affinché possano operare all’interno di un sistema integrato di interventi e servizi di sostegno (e non sia lasciato solo con un mero contributo economico a gestire le complesse necessità della persona con disabilità);
  3. c) della necessità di ripensare la costruzione degli interventi, in un’ottica di percorsi di vita indipendente (Fondo per la Vita Indipendente);
  4. d) del bisogno di definizione di piani nazionali per avviare processi di de-istituzionalizzazione e di contrasto ad ogni forma di segregazione con sostegni alla vita autonoma, indipendente e alla domiciliarità. Sostegni necessari per garantire la scelta di dove, come e con chi vivere, anche in modo supportato, “durante e dopo di noi”.

In altre parole occorre una sostanziale riforma dell’attuale sistema di welfare, basato principalmente sul sistema di protezione, in favore di un nuovo modello basato sui Diritti umani, civili e sociali. Necessario, quindi, la definizione e l’adozione dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) sociali, anche tramite la ricomposizione complessiva della spesa occorrente in capo ad un capiente Fondo Nazionale, tale da rispondere al fabbisogno della generalità delle Persone con disabilità e non autosufficienti, la definizione di percorsi di concreta inclusione nel mondo del lavoro completando le riforme e interventi previsti dal Programma Governativo per l’attuazione dei diritti delle Persone con disabilità e prorogando, consolidando e strutturando gli istituti, le misure e le soluzioni sperimentate durante il periodo emergenziale atte a garantire l’effettività nell’accesso e mantenimento dell’occupazione, la garanzia del pieno godimento del diritto ai percorsi di inclusione scolastica. Non può, inoltre, venir meno il sostegno anche ai servizi semiresidenziali e residenziali, che rischia ormai in pochissimi mesi di crollare e di lasciare centinaia di migliaia di persone con disabilità, soprattutto grave e non autosufficiente, prive di protezione.

 In occasione del 3 dicembre – Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità la Fand (Federazione tra le Associazioni Nazionali dei disabili) e la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) si appellano al Presidente Conte affinchè venga ricordato che la Convenzione ONU sui diritti delle Persone con disabilità prevede non solo il coinvolgimento dei diretti interessati nelle decisioni che li riguardano, ma la considerazione della disabilità in ogni politica che riguardi tutti i Cittadini.

La Giornata del 3 dicembre vuole quindi essere una celebrazione condivisa sotto il segno di dare sempre più futura concretezza alla Convenzione Onu e all’inclusione delle Persone con disabilità. Per questi motivi le due Federazioni chiedono che il 3 dicembre sancisca inequivocabilmente una forte volontà politica e un assetto istituzionale chiaro, con un intervento di coordinamento e innovazione dell’ attuale normativa vigente.

Per queste ragioni il movimento delle Persone con disabilità e dei loro familiari chiede che il Presidente del Consiglio possa farsi garante delle modalità sin qui proposte, affinchè si possano affrontare le numerose emergenze che riguardano milioni di cittadini con disabilità del nostro Paese. Molte di loro sono peraltro in larga misura oggetto del secondo Programma d’azione biennale sulla disabilità, anch’esso deficitario fino ad oggi di regia e concretezza. Le organizzazioni di Persone con disabilità e loro familiari chiedono che il 3 dicembre sia l’occasione per celebrare un concreto ed efficace impegno e una presa in carico del Governo delle richieste sin qui avanzate, affinchè davvero le Persone con disabilità siano Cittadini di un Paese inclusivo. Non solo a parole, ma con i fatti e l’impegno di tutti.

 

Lo scorso 19 novembre si è svolto l’incontro tra i rappresentanti delle centrali cooperative e l’Assessore alla Sanità Luca Coletto, l’incontro è stato positivo ed ha permesso di iniziare a risolvere i problemi delle 300 cooperative sociali della regione che ogni giorno erogano servizi a 50.000 cittadini. Durante l'incontro, che ha messo al centro gli 8000 soci di cui 800 persone svantaggiate, la Regione Umbria ha presentato una proposta finalizzata all’applicazione dell’Art. 48 del decreto Cura Italia e dell’Art. 109 del Decreto Rilancio convertito in legge il 17 luglio 2020 annunciando la predisposizione di un apposito fondo volto a coprire gli extra costi sopportati dalle cooperative sociali per garantire la sicurezza dei lavoratori e dei fruitori dei servizi.

Queste proposte pur essendo distanti dalla totalità delle richieste , sono state accolte positivamente da Legacoopsociali, Federsolidarietà e AGCI Solidarietà che valutano in maniera favorevole la disponibilità al confronto dell’Assessore e l’impegno dimostrato a trovare delle soluzioni concrete.

La seconda questione affrontata è stata la garanzia della continuità dei servizi sociali, socio assistenziali e socio sanitari, rimodulandoli ove necessario. L’Art 89 del Decreto Rilancio ha stabilito che questi servizi sono da considerarsi servizi pubblici essenziali, anche se svolti in regime di concessione, accreditamento o mediante convenzione, in quanto volti a garantire il godimento di diritti della persona costituzionalmente tutelati e che le Regioni devono definire le modalità per garantire l'accesso e la continuità di tali servizi anche in situazione di emergenza. Su questo punto le centrali cooperative hanno evidenziato l’importanza della continuità e la necessità di adottare una linea di condotta uniforme in tutta la regione che, tutelando la salute degli operatori socio sanitari e degli utenti, garantisca l’apertura dei centri diurni.

“È stato un incontro positivo – hanno commentato i rappresentanti delle centrali cooperative – in cui abbiamo iniziato ad affrontare le problematicità della cooperazione sociale legate all’emergenza pandemica. Abbiamo condiviso con l’Assessore la necessità di dare continuità a questo confronto in modo da poter affrontare alcuni nodi strutturali come l’adeguamento delle tariffe, l’applicazione dell’art. 112 del codice degli appalti e l’adozione di una norma regione sugli appalti dei servizi di welfare”.

Ridefinire le liste di attesa con riduzione dei tempi e regolamentazione dei flussi all’interno degli ospedali; riorganizzare il rapporto di partnership tra pubblico e privato con il coinvolgimento di tutte le strutture disponibili del territorio nazionale; aumentare gli investimenti con adozione di nuove tecnologie per alzare gli standard di assistenza.

 Questi alcuni dei temi al centro del Virtual SIOT 2020, il Congresso della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT) in programma il 6 e il 7 novembre, che riunisce oltre 2000 partecipanti in tutta Italia tra specialisti, specializzandi e operatori del settore, con 110 faculty, 12 sessioni, 52 relazioni e 50 espositori. Il mondo dell’ortopedia italiana a confronto per fare il punto alla luce della situazione sanitaria nazionale che ha avuto e sta avendo conseguenze sulla gestione dell’assistenza medica ai pazienti ortopedici, alle prestazioni ambulatoriali e agli interventi chirurgici.

Nel corso del 2020, infatti, nella fase 1 della Pandemia da COVID-19 sono stati rinviati e riprogrammati in tutta Italia circa 35 mila interventi ortopedici, mentre le liste di attesa per assistenza ambulatoriale e chirurgica si sono allungate fino a sei mesi, con garanzia di intervento per i soli casi urgenti.

 “Le importanti limitazioni che tutti noi stiamo sperimentando – riferisce il prof. Francesco Falez, presidente SIOT - investono, in campo sanitario, anche l’assistenza ortopedica che non meno di altre ha risentito e risentirà delle restrizioni imposte dalla crisi sanitaria in corso. Restrizioni che tuttavia non ci impediscono di cogliere l’opportunità di ridefinire il percorso di assistenza attraverso nuove strategie di comunicazione, formazione ed aggiornamento, sviluppando percorsi di collaborazione con le aziende pubbliche e private di settore, con cui dovremo essere ancora più partner negli anni a venire. Questo significa ridisegnare il rapporto virtuoso tra pubblico e privato, sia in termini di strutture che di finanziamento, in modo di garantire al settore ortopedico l’impiego delle necessarie tecnologie e il raggiungimento di elevati standard di cura e assistenza”.   

Alla drastica riduzione dei posti letto nei reparti di ortopedia degli ospedali italiani a beneficio dei pazienti COVID, si aggiunge a tutt’oggi il rischio di disattendere la soglia delle 48 ore per trattamento dei pazienti fragili come previsto dai protocolli di intervento. Questo è dovuto alle possibili difficoltà dovute sia alla carenza di posti nelle terapie intensive, sia ad una più complicata gestione della fase post-operatoria.

“Siamo di fronte ad un nuovo scenario – afferma il dott. Alberto Momoli, Vice Presidente SIOT e Direttore della U.O.C. Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza -. L’invecchiamento della popolazione legato a una maggiore longevità rende prioritario ridefinire nuovi parametri nella definizione del paziente fratturato e definito fragile, attraverso un dialogo con le principali Società scientifiche coinvolte. Oggi una persona di ottant’anni è ancora in attività e necessita di una riabilitazione e di un recupero completo a seguito di un eventuale intervento. In questo scenario, con le terapie intensive occupate, un ritardo nell’assistenza del paziente fragile può verificarsi, e il rispetto della soglia delle 48 ore per il trattamento è uno degli aspetti più critici a cui siamo chiamati a rispondere noi ortopedici, soprattutto in una fase così complessa, migliorando il dialogo con i pazienti anziani per sottolineare quanto sia fondamentale un’attività fisica costante, da svolgere anche nelle proprie abitazioni, ma senza esagerazioni per evitare le complicanze dovute a una possibile frattura legate a una maggiore fragilità ossea”.

Altro argomento rilevante che sarà trattato durante il Virtual SIOT quello delle infezioni post operatorie: ogni anno in Italia si eseguono 200 mila interventi di protesi articolari, al 2% dei quali consegue un’infezione in caso di primo impianto, che sale all’8-10% nei casi di revisione. “Quello delle infezioni post operatorie è un dato in crescita – spiega il dott. Alberto Momoli - sia per il sempre più elevato numero di interventi che siamo in grado di realizzare, sia a causa del fenomeno della farmaco resistenza legato alla somministrazione di antibiotici. La SIOT ha emanato le proprie linee guida pubblicate sulla rivista della società, sposando quelle internazionali redatte in occasione della Consensus di Philadelphia del 2019. Nell’ambito di questo incontro virtuale, inoltre, promuoveremo un confronto tra le tutte le esperienze per una verifica dello stato di applicazione di questi protocolli”.

 

Contributi di natura economica e sociale, ma soprattutto un invito al dialogo costante per avviarsi verso una stagione di ricostruzione condivisa, basata su un cambiamento metodologico, con partnership pubblico/private che riguardino vari comparti produttivi.

L’Alleanza delle Cooperative della Campania, il Coordinamento regionale permanente tra Agci, Confcooperative e Legacoop, ha consegnato al Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca le sue proposte, rispondendo ad un invito del Governatore rivolto alle parti sociali. Il lavoro segue la linea di quello avviato a Roma dall’Alleanza delle Cooperative con il Governo centrale, al quale è stato fatto pervenire il Documento “L’impegno della cooperazione per il Paese”.  

“Il contributo che abbiamo presentato alla Regione Campania contiene una serie di misure economiche di interesse generale, alcune da concordare con il Governo centrale, altre di competenza del Governo regionale. Abbiamo chiesto, tra le altre cose, uno sfoltimento dei debiti della P.a. verso le imprese erogatrici dei servizi e la gratuità degli screening per i dipendenti delle aziende con più alto tasso di rischio contagio. Tra le proposte che guardano al futuro prossimo la possibilità di attingere alle risorse del Ricovery Plan per sostenere non i grandi player ma le migliaia di piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto produttivo e sociale della Campania. La nostra voce nasce dall’esperienza delle imprese cooperative impegnate nei servizi cosiddetti essenziali già durante il lockdown di marzo” fanno sapere Antonio Borea, Gian Luigi De Gregorio e Anna Ceprano, rispettivamente presidente e co-presidenti dell’Alleanza delle Cooperative in Campania.  

E concludono:  “Dai servizi sociali alla cultura, dall’agroalimentare alla scuola, abbiamo declinato le urgenze, che in questo momento sono di natura economica e di tenuta del sistema. Ma la prima urgenza è sanitaria e su questo abbiamo richiesto di rafforzare quanto più possibile l’assistenza domiciliare, invece trascurata, per evitare il congestionamento ospedaliero, di intensificare sul fronte Covid Hotel e di procedere con il potenziamento del personale medico ed infermieristico. Confidiamo in un confronto con il Governatore”.  

 

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