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Sabato, 14 Dicembre 2019

“Donne in prigione si raccontano”: questo il titolo del docu-film diretto da Jo Squillo (scritto con Giusy Versace e Francesca Carollo) all’interno della sezione femminile della casa Circondariale di San Vittore a Milano, che verrà presentato alla 76^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia giovedì 29 agosto presso l’Hotel Excelsior, al Lido di Venezia (alle ore 16 presso lo Spazio della Regione Veneto e alle ore 17,30 presso la Pegaso Lounge, in un incontro riservato a una platea di studenti).

Alla presentazione interverranno anche tre donne, attualmente detenute a San Vittore, che hanno partecipato alla realizzazione del documentario e che sono state scelte in considerazione del significato che ciò ha avuto nel loro percorso di recupero.  

Il documentario è stato realizzato in collaborazione con Auser Regionale Lombardia e fa parte di un progetto di solidarietà della onlus Wall of Dolls, promossa proprio da Jo Squillo contro la violenza sulle donne. “Cosa spinge una donna a commettere un reato? Questa è la domanda che mi ha fatto nascere l’idea del cortometraggio – dichiara Jo Squillo – e ho deciso di svilupparla dando un taglio assolutamente unico rispetto a ciò che è stato visto finora: sono state le detenute stesse a riprendersi e raccontarsi. Abbiamo infatti organizzato a San Vittore, nell’arco di tre mesi, un corso professionale per video-operatore che ha dato alle ragazze le competenze necessarie, che potranno spendere anche in un  futuro lavorativo. Abbiamo raccolto moltissimo materiale, oltre 8 ore di riprese, e a Venezia porteremo solo un estratto. Ho dato voce a una realtà di dignità, in cui la maggior parte delle donne ha un grande coraggio nel testimoniare la propria rinascita, anche attraverso il coro creato presso la sezione femminile da Auser Regionale Lombardia”.

Dal mese di marzo 2016 Auser Regionale Lombardia gestisce a San Vittore il coro gospel delle detenute, con la direzione artistica di Sara Bordoni e Matteo Magistrali; la canzone originale con cui si chiude il cortometraggio ha le parole toccanti di una giovane donna detenuta che proprio in carcere ha scoperto il proprio talento, mentre la musica porta la firma di Matteo Magistrali e l’arrangiamento è opera di Pippo Muciaccia.

La parola cantata è molto potente nel riconnettere ciascuna persona alle proprie emozioni e questo principio è risultato molto valido nel percorso affrontato da donne che hanno sicuramente infranto le regole, ma che hanno storie segnate da abusi fisici e psicologici che sono stati decisivi nel condurle alla devianza. L’espressività del canto richiede e permette di ritrovare la propria ricchezza interiore, per tornare ad attingere a una gamma di emozioni dimenticate o negate; la modalità corale, inoltre, potenzia la capacità relazionale, la fiducia nell’altro, la mutua responsabilità nel realizzare un obiettivo comune. Il coro è cresciuto molto velocemente in competenze e varietà di repertorio: ai brani gospel sono stati affiancati pezzi pop e jazz, con incursioni nel cantautorato per esplorare ancora più in profondità le emozioni. Per le ragazze, scoprirsi capaci di produrre bellezza è un passo verso il recupero di sé come essere umano che ha dignità e valore.   

“La missione di Auser è quella di dare valore alle persone a ogni età e in ogni condizione di fragilità – spiega Lella Brambilla, presidente di Auser Regionale Lombardia – e l’idea del coro delle detenute di San Vittore si inserisce in questo contesto, aiutando donne in difficoltà a ritrovare l’autostima e la forza di ricominciare. Auser Lombardia collabora efficacemente con Jo Squillo e con il suo progetto antiviolenza dal 2017, nello specifico l’idea del documentario è nata a seguito del concerto che Jo ha regalato a San Vittore il 7 marzo 2018 e la presentazione a Venezia nell’ambito della Mostra del Cinema ci permette davvero di dare un palcoscenico importante al nostro messaggio sociale”.     

Francesca Masini, funzionario giuridico-pedagogico della sezione femminile della Casa Circondariale di San Vittore, conferma l’importanza dell’arte e della creatività nel processo di riacquisizione del sé: “Sicuramente il coro è rilevante perché insegna alle detenute a stare insieme, a rispettare gli altri e a mettersi in discussione: è un apprendimento che si fa insieme. Il documentario è una tappa significativa per le donne impegnate in questo progetto con un ruolo attivo, perché ha permesso loro di raccontarsi mettendo in ordine la propria biografia e gli eventi devianti in essa contenuti. È inoltre molto motivante per queste donne sapere che c’è qualcuno fuori interessato ad ascoltare la loro storia, qualcuno che vuole capire e non solo giudicare. Dare un nome agli errori e assumersene la responsabilità è un passaggio fondamentale anche dal punto di vista della sicurezza sociale

 

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