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Mercoledì, 22 Settembre 2021

il 2020 è stato l’anno più catastrofico in tempi di pace, per le perdite di vite umane e per la recessione che ha colpito l’intero pianeta. sotto il profilo strettamente economico, il nostro paese ha registrato una caduta del pil dell’8,9%, doppia rispetto a quella media del pil mondiale (-4,4%). in numeri assoluti, significa che sono andati perduti 150 miliardi di pil, 108 miliardi di consumi, 16 miliardi di investimenti, 78 miliardi di esportazioni.

i dati sono contenuti nel report “un primo bilancio ad un anno dallo scoppio della pandemia”, elaborato nell'ambito del progetto monitorfase3 nato dalla collaborazione tra area studi legacoop e prometeia per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell'epidemia covid-19.

il blocco di molte attività economiche da marzo a maggio, determinato dai lockdown disposti per limitare le interazioni personali, ha prodotto, nel secondo trimestre 2020, un crollo del pil del 17,8% rispetto al quarto trimestre 2019. il forte rimbalzo registrato nel terzo trimestre (+15,9%) deponeva a favore della buona capacità di reazione dell’economia italiana e faceva ben sperare sulla prosecuzione della ripresa nei mesi successivi. ma la virulenza della seconda ondata della pandemia, risultata più grave delle attese nella sua capacità di mettere a nudo le fragilità dei sistemi sanitari e di prevenzione/tracciamento, insieme con l’emergere di varianti del virus, ha richiesto nuovi ed estesi lockdown, tuttora in vigore, che hanno nuovamente bloccato numerose attività.

c’è, però, una differenza sostanziale rispetto alla prima fase: ora le chiusure colpiscono solo le attività a più intensa interazione sociale, mentre lasciano operare tutte le altre: innanzitutto l’industria, le costruzioni, l’agricoltura, ma anche tanti comparti dei servizi.

gli effetti economici sono dunque più circoscritti: nel quarto trimestre 2020 il pil ha registrato una caduta “solo” dell’1.9% rispetto al trimestre precedente. una tendenza che pare destinata a dare timidi segnali di inversione nel primo trimestre del 2021, per il quale si stima una contrazione del pil dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

una recessione di tale portata si è ovviamente riverberata anche sull’occupazione. nonostante le misure attivate (si pensi solo alla cig allargata a tutte le categorie di dipendenti, che nei mesi di massimo lockdown ha coperto quasi 6 milioni di lavoratori “equivalenti”), a fine 2020 gli occupati sono 435mila in meno rispetto all’anno precedente, con perdite concentrate soprattutto tra i dipendenti a termine (-412mila), i lavoratori autonomi (-141mila), i giovani (-312mila) che non sono riusciti ad entrare nel mercato del lavoro e ai quali non è stato rinnovato un contratto a tempo determinato, le donne (-171mila) più presenti nei settori più direttamente colpiti. 

lo studio di prometeia e area studi legacoop mette poi in evidenza come la crisi abbia ampliato le disparità tra le famiglie e le imprese.

per quanto riguarda le famiglie, sono aumentate quelle in forte difficoltà, ma anche quelle con maggiori disponibilità liquide. a fronte di un reddito disponibile che si stima calato complessivamente di 30 miliardi, i risparmi delle famiglie sono cresciuti come mai in passato, raggiungendo i 131 miliardi (erano stati 71 nel 2019), con una propensione media al risparmio quasi raddoppiata (dall’8,2% del 2019 al 15,6% del 2020). effetto di una sostanziale stabilità di reddito per molti lavoratori (dipendenti pubblici, ma anche molti dell’industria e dei servizi) e di una compressione dei consumi prodotta dai lockdown (non si è andati in vacanza, al ristorante, al cinema, al teatro, si sono comprati meno indumenti lavorando in smart working).

analoga disuguaglianza si registra, in modo evidente, anche tra le imprese, per le profonde asimmetrie a livello settoriale, territoriale, nella capacità di accedere alle agevolazioni statali. la manifattura ha segnato, a prezzi costanti, un calo del valore aggiunto dell’11,5%, le costruzioni del 6,3% e i servizi dell’8%. in quest’ultimo settore, le performance peggiori sono state quelle delle attività commerciali, di alloggio, trasporto e magazzinaggio (-16%), delle attività artistiche, culturali e di intrattenimento (-14,5%), delle attività professionali, scientifiche e tecniche (-10,4%). in controtendenza (+ 2,0%) i servizi di informazione e comunicazione.

emblematico, poi, il fatto che motivi precauzionali e l’incertezza delle prospettive abbiano spinto le imprese ad aumentare il ricorso a prestiti, tenendo però i fondi acquisiti sui conti correnti. il quadro relativo a prestiti e depositi delle società non finanziarie evidenzia come, nel corso del 2020, al flusso dei prestiti (pari a 68 miliardi) corrisponda un aumento anche superiore dell’ammontare dei depositi (83 miliardi), mentre nel 2019 il flusso dei prestiti era negativo per 10,3 miliardi e i depositi assommavano a 32,5 miliardi.

“in tempo di bilanci, abbiamo voluto fare un bilancio complessivo e realistico dell’incredibile anno che abbiamo vissuto” – ha commentato mauro lusetti, presidente di legacoop – “da questa valutazione escono confermati nelle giuste proporzioni molti degli aspetti di questa crisi: l’impatto macroeconomico, che ha colpito il nostro paese più gravemente di altri; il duro colpo sul sistema produttivo, ma pieno di contraddizioni per le asimmetrie dovute alle misure di contenimento. e le asimmetrie sono evidenti pure dal punto di vista sociale, a discapito dei segmenti più fragili ed esposti della nostra comunità nazionale. dobbiamo però vedere il bicchiere mezzo pieno; che non significa sperare nella fortuna, ma prendere atto del fatto che dopo un anno, e con un bilancio in mano, abbiamo dei punti di riferimento importanti, e la “grande incertezza” che abbiamo più volte denunciato non deve più farci paura. questa inedita crisi ha reso evidente l’obbligo di ridurre le diseguaglianze e modernizzare il paese”.

alla gravità della situazione ha fatto riscontro un impegno senza precedenti delle politiche economiche, da quella monetaria della bce a quella di bilancio italiana, che ha varato misure espansive pari a 108 miliardi di euro, il 6,6% del pil. queste ultime hanno prodotto una crescita dell’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni dai 29 miliardi nel 2019 ai 156 miliardi nel 2020 (determinata per 108 miliardi dalle misure discrezionali di contrasto alla pandemia).

insomma, un bilancio drammatico frutto della peculiarità di questa crisi che, originando non da squilibri economici ma dalle limitazioni all’interazione sociale introdotte per fronteggiare la diffusione del virus, ha assunto caratteristiche diverse da tutte le crisi passate.

proprio per questo anche l’uscita da questa crisi potrà essere diversa. il presupposto è che il processo di vaccinazione possa proseguire il più speditamente possibile, anche per limitare la diffusione delle “varianti”, così che a partire dall’estate, complice anche la bella stagione, i limiti possano essere via via rimossi e in autunno l’attività economica possa avviarsi verso il ritorno a una “normalità” che difficilmente sarà la stessa di quella pre-crisi sotto molti aspetti, dalle abitudini di consumo, alle modalità di lavoro, alla necessità di riallocazione e riconversione di molte imprese e lavoratori.

in questa trasformazione sarà cruciale il modo in cui verranno spesi i fondi del ngeu. essi rappresentano un’occasione straordinaria perché il paese intraprenda quell’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, da molto tempo frenato da vincoli strutturali e da carenza di risorse.

Trovare nuovi clienti, fronteggiare il peso dei vincoli normativi, sopportare l’aumento dei costi, rispettare le normative anti-Covid. Sono queste le maggiori difficoltà affrontate dalle imprese italiane secondo quanto emerge da un sondaggio sulle loro dinamiche attuali, condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop, ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione insieme con il partner di ricerca IPSOS.

Il panel del sondaggio era composto da imprese unipersonali per il 56%, con dipendenti da 1 a 9 per il 31%, da 10 a 49 per il 10% e da 50 dipendenti in su per il 4%. Interpellati riguardo ai problemi più pressanti che stanno affrontando, gli imprenditori e i lavoratori autonomi hanno indicato al primo posto la difficoltà di trovare nuovi clienti (22%), seguita a pari merito dal peso dei vincoli normativi e dall’aumento dei costi di produzione o del lavoro (entrambi al 14%) e dall’operatività nel rispetto delle regole per la prevenzione del contagio da Covid 19 (13%).

Riguardo alle prospettive nel prossimo futuro, il 53% (con punte del 69% al Nord Est e al Centro Nord) ritiene che la situazione della propria impresa resterà negativa o peggiorerà (con un 5% che pensa di dover chiudere l’attività), mentre il 33% (con una punta del 50% nelle imprese con più di 50 dipendenti) nutre aspettative di segno positivo, prevedendo maggiore stabilità (il 15% indica un possibile miglioramento).

In caso di chiusura forzata della propria attività, il 45% cercherebbe un lavoro come dipendente (con punte del 56% nel Nord Est e nella fascia d’età 31-59 anni), il 38% (percentuale che sale al 67% nella classe dimensionale 10-49 dipendenti) aprirebbe una nuova attività (la metà nello stesso settore, l’altra in un settore diverso), mentre il 16% si ritirerebbe (il 34% negli over 50).

Quanto alle prospettive dell’occupazione, il 12% delle imprese pensa di ridurre il numero dei dipendenti (il 23% nelle imprese con 1-9 dipendenti), il 66% di mantenerlo invariato (l’85% nel Nord Est), il 6% di aumentarlo (il 22% nel Centro Sud). Il 16% preferisce non fare previsioni.

“L’impatto della pandemia sul sistema produttivo è stato fortemente differenziato e il proseguire dell’incertezza sanitaria -commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop- di certo non aiuta: si spiega così il pessimismo sull’immediato futuro di oltre la metà degli imprenditori, con un picco nelle zone più produttive del paese, le più colpite dai lockdown. In questo momento, però, occorre guardare il bicchiere mezzo pieno, per progettare la ricostruzione. Non solo i numeri, ma pure le opinioni ci confermano che sotto la cenere cova la brace, e le imprese italiane stanno resistendo pronte alla reazione, non appena sia possibile. Occorre sostenerle in questo momento difficile, e prevedere che i piani in fase di elaborazione valorizzino il pluralismo e la varietà delle imprese italiane e la loro capacità di adattarsi, innovare e intravvedere il futuro”.

Infine, un focus sullo smart working, con una comparazione sul ricorso a questa tipologia di prestazione lavorativa nel 2020 rispetto al 2019 e le previsioni per il 2021 rispetto al 2020.

Nel 2020, il 38% dichiara di averlo aumentato rispetto al 2019 (il 67% nelle imprese con oltre 50 dipendenti), il 53% di averlo mantenuto invariato (il 58% per gli under 30) e il 9% di averlo diminuito.

Riguardo alle previsioni per il 2021 rispetto al 2020, il 13% pensa di aumentare il ricorso allo smart working (18% nel Nord Ovest), il 73% di lasciarlo invariato (92% nel Nord Est) e il 14% di diminuirlo (il 22% nel Centro Sud).

 

Nel 2020 l’Italia registra dinamiche dei prestiti alle imprese specularmente opposte a quelle del PIL. Nell’anno da poco terminato, a fronte di un calo del PIL del 9,1%, i prestiti erogati alle imprese, per effetto delle misure di garanzia adottate (Decreto Legge 8 aprile 2020, n° 23, cosiddetto Decreto Liquidità, convertito nella Legge 5 giugno 2020 n. 40), sono infatti cresciuti di circa il 10% (per un flusso annuo attorno agli 80 miliardi), finanziando il fabbisogno di liquidità e consentendo anche un accumulo di depositi a scopi precauzionali. Più contenuta, invece, la crescita stimata dei prestiti alle famiglie (+2,2%, per un flusso annuo di 14 miliardi).

I dati sono contenuti nel report “Le condizioni finanziarie delle imprese italiane”, elaborato nell'ambito del progetto MonitorFase3 nato dalla collaborazione tra Prometeia e Area Studi Legacoop per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell'epidemia Covid-19.

L’aumentata domanda di prestiti ha trovato condizioni di offerta favorevoli per effetto di un costo di finanziamento molto contenuto per il settore bancario e un minore rischio percepito grazie alle garanzie.

La forte crescita dei prestiti spinta dalle misure di sostegno alla liquidità delle imprese è evidente in tutti i settori produttivi, ad eccezione di quelli legati al mercato immobiliare (costruzioni e attività immobiliari), probabilmente anche per effetto di operazioni di cessione di crediti deteriorati. I settori di attività che hanno aumentato la loro esposizione verso il sistema bancario sono gli stessi colpiti in modo più severo dalla crisi.

Al primo posto, in termini di incremento percentuale, figura il settore degli autoveicoli ed altri mezzi di trasporto, seguito dalle attività di servizi di alloggio e ristorazione, dalle industrie tessili, abbigliamento e articoli in pelle, dalle attività professionali, scientifiche e tecniche.

Il report Prometeia-Area Studi Legacoop mette poi in evidenza che l’aumento dei prestiti, oltre a coprire il fabbisogno di breve termine legato all’attività di impresa, contribuisce a formare un importante scudo di liquidità precauzionale depositato presso le banche. A fronte di un flusso complessivo di prestiti che, come detto, per il 2020 è stimato in 80 miliardi, si sarebbe registrato un flusso di depositi pari a circa 104 miliardi. Valori previsti in deciso rallentamento a partire già dall’anno in corso, quando i flussi dei prestiti sono stimati pari a circa 16 miliardi e quelli dei depositi a 14.

Il rapporto debiti finanziari delle imprese/PIL è in netto aumento nel 2020 (circa +78%), ma rimane inferiore ai valori sperimentati durante la crisi dei debiti sovrani, quando aveva superato l’80%.

La sostenibilità del debito sarà facilitata dai tassi di interesse che rimangono estremamente bassi e dalla ripresa dell’attività economica. Tuttavia, per le imprese appartenenti ai settori più direttamente colpiti dalla crisi, la sostenibilità del debito potrebbe costituire un fattore di difficoltà. Per questa ragione, viene sottolineato nel report, è importante che si continui a supportarle, sostenendo la loro liquidità.

“Queste analisi danno la misura dell'impatto della crisi sul sistema produttivo -commenta Mauro Lusetti, presidente di Legacoop- allo stesso tempo, però, hanno anche risvolti relativamente positivi. Confermano che di fronte a un drammatico urto, le condizioni favorevoli di questi anni e le politiche di emergenza hanno minimizzato il danno. Ora la durata della crisi è cruciale per capire quanto e come le imprese italiane riusciranno a resistere e reagire. Ma è altrettanto importante che oltre alle misure per evitare ogni rischio di credit crunch, si passi a impostare misure di medio e lungo periodo. La ricostruzione e il riavvio dello sviluppo italiano non saranno una corsa di velocità, ma una maratona: servono risorse, ma pure un ritmo costante e un orizzonte di programmazione lungo e strategico. Le cooperative italiane, come anche questo focus dimostra, pur avendo patito come tutti la crisi, negli anni scorsi hanno anche riequilibrato assetti patrimoniali e finanziari. Ci auguriamo che in una crisi così intensa ciò permetta di salvaguardare attività e lavoro, per noi il bene essenziale.”

Per quanto riguarda, nello specifico, le imprese cooperative aderenti, il report evidenzia come in quasi tutti i settori (esclusi i beni intermedi, il commercio e l’entertainement) il livello di indebitamento rispetto al patrimonio netto si sia ridotto negli ultimi anni e si collochi su livelli mediamente inferiori a quelli delle società di capitali. Si registra anche una contrazione della marginalità che, in diversi settori, ha portato ad un aumento dei tempi medi di pagamento del debito, ma ancora su livelli non critici.

 

 

L’impatto della pandemia da Covid‐19 sulla natalità imprenditoriale trova riflesso in una significativa diminuzione delle nuove iscrizioni di cooperative all’Albo delle società cooperative tenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico. Lo annunciano i centri studi diell'Osservatorio dell'Alleanza Cooperative Italiane.

 Dalle verifiche empiriche sulle cooperative con prima iscrizione nel 2020 all’Albo, rispetto a quelle di prima iscrizione nel 2019, emerge un generalizzato decremento della natalità cooperativa. Sulla base delle informazioni disponibili al 4 gennaio 2021 la riduzione degli enti iscritti si attesta, infatti, al -26,4% rispetto all’anno precedente (2.484 società nel 2020 contro le 3.376 del 2019).¹ Per quanto riguarda il profilo territoriale, nell’ultimo anno si segnala una riduzione delle nuove iscrizioni di cooperative su tutto il territorio nazionale.

La diminuzione più consistente si rileva al Centro, con il -36% rispetto all’anno precedente. Quella meno accentuata nelle Isole con il -18,2%. Nel Nord-Est il calo fa segnare il -19.% Di contro, al Nord-Ovest il decremento raggiunge il -32%. Infine, al Sud la diminuzione si attesta al -24,2%. Nel complesso il Mezzogiorno (Sud e Isole) si conferma l’area territoriale caratterizzata dalla più elevata natalità cooperativa. Oltre il 53,2% delle cooperative di prima iscrizione all’Albo Nazionale nel corso del 2020 è localizzata, infatti, nelle regioni del Mezzogiorno (l’anno precedente la quota di cooperative con sede legale nelle regioni meridionali si attestava al 50,2%).

In diciotto regioni su venti si segnala una variazione negativa delle iscrizioni all’Albo Nazionale nel 2020 rispetto all’anno precedente (solo il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige registrano una variazione positiva, che tuttavia in termini assoluti si traduce complessivamente solo in diciassette cooperative in più rispetto al 2019). Il calo più consistente si rileva in Valle d’Aosta (-58%), in Liguria (-43%), nel Lazio (-39%) e in Calabria (-39%).

Le città metropolitane si confermano sempre centrali nelle politiche di crescita del movimento cooperativo. Il 40,8% delle nuove iscritte nel 2020 fa riferimento, infatti, alle 14 città metropolitane istituite. Nel complesso, comunque, anche le città metropolitane hanno registrato una frenata delle nuove iscrizioni (pari al -26% rispetto al 2019, variazione in linea con il dato nazionale). Tra le città metropolitane più interessate dalla diminuzione delle nuove iscritte si segnala Roma con il -42,1%

“WORLD-MAKING. Per un nuovo protagonismo del TERZO PILASTRO” è il titolo della XX edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, Il tradizionale appuntamento promosso da AICCON che quest’anno ha rinnovato il format e diventa GDB2020 Digital Edition, un’edizione speciale, aperta a tutti e in diretta streaming, nata dalla volontà di replicare le riflessioni e le conversazioni che da oltre 20 anni promuovono pensiero e innovazione mettendo al centro il Terzo Pilastro.

Senza voler abbandonare il format classico dell’iniziativa, il dibattito si articolerà in 7 sessioni che si svolgeranno il 9 e 10 ottobre in diretta dal Palacongressi di Rimini. La XX edizione si è aperta con il keynote di Raghuram Rajan, professore di Finanza presso la Booth School of Business dell'Università di Chicago. Nel suo intervento il professore ha sottolineato come “All’interno della visione tradizionale della società liberale, che contempla mercati liberi e competitivi, così come nel settore pubblico, il rispetto dei contratti e la protezione dei diritti di proprietà sono gli unici due pilastri davvero necessari per il corretto funzionamento del sistema. Ma questa visione - che è stata la visione dominante in gran parte dei dibattiti del XX secolo - trascura l'importantissimo Terzo Pilastro, ossia la comunità e le diverse organizzazioni della società civile che, sia direttamente sia attraverso i meccanismi democratici, fanno in modo che mercato e Stato lavorino a beneficio della maggior parte della popolazione. La rivoluzione digitale ha sconvolto la comunità. Perché, in primo luogo, le attività economiche si sono disconnesse dalla comunità e quando l'attività economica si disconnette dalla comunità inizia la disgregazione sociale. La comunità, quindi, si è indebolita, è stata privata del potere ma anche frammentata, perché ciò che tiene insieme la comunità, buoni posti di lavoro, buone istituzioni locali, si sta frantumando a causa dell’allontanamento delle attività economiche dalla dimensione locale.  Ciò a cui assistiamo durante la pandemia è che la comunità locale è stata fondamentale nel riempire le falle che si sono generate. Dopo il COVID-19 abbiamo la possibilità di ricostruire la società non al di fuori della globalizzazione, anzi. È necessario che sia al suo interno affinché consenta a tutti di aumentare il proprio livello di benessere. E direi che ci sono molti modi in cui possiamo aiutare più persone a trarne vantaggio senza diminuire sostanzialmente il valore complessivo della globalizzazione. Ciò implica che il localismo è effettivamente necessario per salvare la globalizzazione e la cooperazione e per fare ciò è necessario ricostruire una leadership di comunità che può emergere più rapidamente se ci sono persone che sono impegnate, che hanno un lavoro, che sono tornate nelle comunità dopo gli studi. E dobbiamo fare in modo che questo accada più spesso. Il mercato deve essere in grado di estendersi attraverso la comunità per portarla nel mondo moderno. Ma anche lo Stato dovrebbe essere in grado di lavorare con la comunità e far rispettare le leggi contro la discriminazione nella comunità.”

La Sessione di Apertura dal titolo “Il Terzo Pilastro al centro. La prospettiva della Resilienza Trasformativa”, introdotta e coordinata Paolo Venturi, Direttore AICCON, ha visto la partecipazione di Stefano Zamagni, Università di Bologna; Luciano Floridi, Digital Ethics Lab, Università di Oxford e Enrico Giovannini, Portavoce ASVIS.

Nel suo intervento Stefano Zamagni ha evidenziato il protagonismo del Terzo settore: "Il Terzo settore deve far capire a tutti la dimensione espressiva del lavoro che si ha quando il lavoro è decente e fa fiorire la persona. Per farlo serve un management civile, serve creare buon lavoro.” “Il digitale è nato per metterci insieme e coordinarci, non per separarci” secondo Luciano Floridi “Questa società è sempre più fluente ed il paradosso del coordinamento della complessità oggi è più vivo che mai. In questo contesto il Terzo Settore arriva come soluzione.” In chiusura Enrico Giovannini ha sottolineato “come il terzo pilastro si contraddistingua per un utilizzo sistematico e consapevole degli indicatori non finanziari per mettere meglio in luce le peculiarità del suo funzionamento organizzativo”.

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