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Giovedì, 21 Febbraio 2019

"Pensare di affrontare una questione complessa come quella della giustizia penale con un demagogico 'chiudiamoli tutti in galera e buttiamo la chiave' significa non fare i conti con i tanti, gravi limiti del carcere e con un dato di fatto incontrovertibile: le misure alternative alla detenzione e i percorsi di accompagnamento all'uscita dal carcere – un detenuto su quattro, terminata la pena, non sa dove andare – producono un abbassamento della recidiva dal 70% a meno del 20%. Più carcere non significa più sicurezza, semmai il contrario. E la giustizia riparativa – un modello che mette al centro non solo l'autore del reato, ma anche la vittima e la comunità coinvolta nel reato – è un riferimento fondamentale per costruire nuove pratiche di giustizia che sappiano davvero farsi carico della sofferenza che i reati producono, abbassare la conflittualità sociale e prevenire nuovi illeciti".

Questo ha dichiarato Riccardo De Facci, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), aprendo oggi a Roma il convegno "Mediazione, riparazione e riconciliazione. La comunità di fronte alla sfida della giustizia riparativa", organizzato dal CNCA in collaborazione con il Coordinamento Italiano Case Alloggio/AIDS (CICA).

L'incontro è l'evento finale del progetto "La pena oltre il carcere", l'iniziativa finanziata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzata dal CNCA, in partenariato con CICA, che si è proposta di conoscere e sperimentare esperienze innovative nell'ambito delle pratiche di giustizia riparativa nelle organizzazioni associate ai due coordinamenti, al fine di favorire il recupero sociale di detenuti, ex detenuti e persone soggette a provvedimenti dell'autorità giudiziaria sia adulti sia minori.

Cambiare paradigma

La giustizia riparativa è "un paradigma che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo" (Howard Zehr). Si propone, quindi, l'obiettivo di ricostruire l'equilibrio spezzato tra la società, l'autore del reato e la vittima a causa proprio di una condotta illecita. L'autore del reato è supportato nella presa di coscienza dell'impatto provocato dall'azione illecita da lui compiuta sia nella vita della vittima sia nella società civile, ed è stimolato a porre rimedio alle conseguenze negative del suo comportamento; la vittima è aiutata a recuperare quella stabilità minata dalla sofferenza provocata dal reato; per quanto riguarda la società, si intende ripristinare la pace sociale, anche mediante il reinserimento dei condannati e il risarcimento dei danni subiti. Un approccio, dunque, molto diverso da quello tradizionale, che si preoccupa solo di punire il reo con il carcere e la vergogna.

"L'interesse per la giustizia riparativa", ha spiegato il presidente del CNCA, "non è certo casuale. Nell'ultimo decennio le nostre organizzazioni hanno incontrato sempre più la realtà del carcere, impegnandosi in percorsi di messa alla prova dei minorenni, ma anche per contenere i danni di leggi 'carcerogene' come la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull'immigrazione: nel 1990 i detenuti erano 36.300, nel 2018 ben 60mila, a cui vanno aggiunte le persone in misure alternative, lavoro di pubblica utilità, misure di sicurezza, sanzioni sostitutive e messa alla prova, che erano, al 30 novembre 2018, quasi altrettante (54.682); il 30% dei detenuti nelle carceri italiane è punito per violazione della legislazione sulle droghe contro il 15%della media europea (per i reati economico-finanziari sono nelle carceri italiane lo 0,4% dei detenuti contro una media europea dieci volte superiore; in Germania il numero di detenuti per reati in materia di droghe è pressoché pari a quello dei detenuti per reati economico-finanziari). 

Nello stesso periodo di tempo è scoppiata la questione carcere: un sovraffollamento talmente grave da determinare una sentenza di condanna del nostro paese da parte della Corte europea per i diritti umani. Un'onta che rischia di ripetersi presto: al 30 novembre 2018, si trovavano in carcere 60mila detenuti, 10mila in più rispetto ai posti disponibili. Le condizioni di vita nei penitenziari sono spesso insostenibili. Nel 2018 sono morte in carcere 148 persone. Di esse, ben 67 per suicidio. E nei penitenziari italiani sono rinchiuse 45 madri con 55 bambini, anch'essi, di fatto, detenuti."

"Dobbiamo cambiare paradigma", ha affermato De Facci. "Il carcere va inteso come extrema ratio. La giustizia riparativa è un approccio che non chiama in causa solo il livello giuridico, ma il contesto sociale e, dunque, il sistema delle politiche sociali senza il quale non è possibile realizzare percorsi efficaci per ridurre i reati e le cause che li generano. Noi pensiamo che le nostre comunità locali debbano imparare a 'riparare' piuttosto che a 'buttare via' ciò che si è rotto."

"L'aspetto culturale è cruciale", ha confermato Paolo Meli, presidente del CICA. "Le nostre comunità di accoglienza ospitano persone sieropositive e malate di Aids, alcune con problemi di carattere penale. Nel loro caso, allo stigma dell'Aids si unisce quello della detenzione. Ciò genera anche autostigma e ulteriore chiusura in sé con la conseguente rinuncia a investire in un futuro possibile e diverso. L'approccio della giustizia riparativa può aiutare ad affrontare questo triplo stigma che rischia di essere letale per gli individui e per la collettività, e per il quale sono necessarie anche azioni continuative di informazione, sensibilizzazione e formazione."

Proposte per far partire davvero la giustizia riparativa in Italia

 "La giustizia riparativa sta muovendo i primi passi nel nostro paese", ha notato ancora De Facci, "Il progetto 'La pena oltre il carcere' – a cui hanno dato un contributo determinante e assai competente sia la Direzione generale per l'esecuzione penale esterna e di messa alla prova sia il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia – è stato l'occasione per le nostre organizzazioni aderenti, per tanti operatori del terzo settore e delle istituzioni pubbliche coinvolti in diversi appuntamenti di scambio e conoscenza in questi mesi, di cominciare a ragionare insieme su questo approccio".

Un confronto da cui sono emerse diverse proposte per affermare la giustizia riparativa nel nostro paese:

riprendere la riflessione istituzionale aperta con gli Stati generali dell'esecuzione penale, che avevano dedicato un approfondimento specifico al tema della giustizia riparativa e della giustizia di comunità. È auspicabile che il Governo in carica, contrariamente ai segnali mandati finora, comprenda l'importanza di un tale lavoro e proceda nella stessa direzione; destinare finanziamenti adeguati per implementare interventi di giustizia riparativa e misure alternative al carcere. Al momento, gli stanziamenti sono del tutto insufficienti;costruire sui territori luoghi di collaborazione inter-istituzionale e con tutti i soggetti del terzo settore e della comunità locale interessati, spazi che siano in grado di coordinare l'attività dei diversi attori. Il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità ha realizzato una rete istituzionale di referenti regionali per la giustizia riparativa, che costituisce un primo passo nella giusta direzione; implementare iniziative di formazione – d'intesa con le strutture del Ministero della Giustizia competenti – per formare operatori in grado di svolgere in modo professionale il ruolo di mediatori-facilitatori dei processi di giustizia riparativa; nell'ambito della giustizia minorile è essenziale che accanto alla messa alla prova – una misura sperimentata con successo da 30 anni esatti – siano attivati percorsi più squisitamente connessi al modello della giustizia riparativa; nel campo della giustizia riferita agli adulti, va evitato che la messa alla prova – introdotta nell'ordinamento per i maggiorenni solo tre anni fa – sia utilizzata solo in una logica di riduzione delle presenze in carcere.

Un modello per valutare l'impatto sociale

 Il convegno è stato l'occasione anche per presentare il modello di valutazione dell'impatto sociale messo a punto dal CNCA in collaborazione con Luigi Corvo, docente di Imprenditoria sociale e innovazione presso il Dipartimento di Management e Giurisprudenza dell'Università Tor Vergata. 

Il modello è stato impiegato per valutare la ricaduta sociale degli interventi realizzati in favore di detenuti e persone soggette a provvedimenti dell'autorità giudiziaria dalle organizzazioni coinvolte nel progetto "La pena oltre il carcere". "È il contributo del CNCA al dibattito sul tema", ha spiegato De Facci. "Siamo convinti che l'impatto sociale non sia solo un elemento per esercitare funzioni di vigilanza, monitoraggio e controllo delle attività del terzo settore, come sembrerebbe in alcune prese di posizione, ma un elemento costitutivo della definizione di impresa sociale. E riteniamo che non sia importante solo cosa fai, ma anche chi sei e come fai le cose."  

"Per avere una giustizia giusta, capace di affrontare la solitudine della vittima e di responsabilizzare individui e comunità", ha concluso De Facci, "serve un grande investimento collettivo. Va fatto subito. Per non vedere ancora persone 'morire di carcere' e per smettere di attizzare una rabbia sociale che non fa bene alla vita democratica."

 

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