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Domenica, 19 Settembre 2021

La situazione di incertezza sui tempi e sulle modalità della ripresa economica, legata al persistere dell'emergenza sanitaria, trova conferma nelle preoccupazioni dei lavoratori dipendenti circa la possibilità di conservare il proprio posto di lavoro, la difficoltà di ritrovare una nuova occupazione in tempi ragionevoli e che mantenga invariate qualifica e retribuzione.

È quanto emerge dai risultati del primo report di #FragilItalia, l’osservatorio di AreaStudi Legacoop nato dalla collaborazione con IPSOS e Centro studi di Unioncamere Emilia-Romagna, che, attraverso lo strumento dell’indagine di opinione e del ricorso ai più recenti e affidabili dati disponibili, intende monitorare l’evoluzione dei principali fenomeni sociali ed economici che segnano questa fase della storia italiana.

Il 23% del campione del sondaggio ritiene probabile di perdere il posto di lavoro e il 18% che l’azienda in cui lavora sia costretta a chiudere. Rispetto al dato medio di chi teme di perdere il lavoro, le categorie che più avvertono questo rischio sono il ceto popolare (46%), gli under 30 (31%), le donne (27%). Parallelamente, a fronte del 18% che complessivamente lega questa probabilità alla chiusura della propria azienda, il ceto popolare registra un 43% e le regioni del Sud e insulari il 23%.

In caso di perdita del posto di lavoro o di chiusura dell’azienda, l’80% (89% di chi vive nel Nord Ovest, 88% nel Nord Est e nella fascia di età 31-50 anni) cercherebbe nuovamente lavoro come dipendente (il 47% nello stesso settore, il 32% in un settore diverso), mentre il 12% sarebbe propenso ad avviare un’attività imprenditoriale (17% per il ceto popolare, 16% nel Centro Nord) e il 9% si ritirerebbe.

I principali timori nella ricerca di una nuova occupazione risultano l’età avanzata (55%), il doversi accontentare di un contratto a termine o precario (44%), dover accettare uno stipendio più basso (39%), la contrazione del mercato del lavoro (34%), dover accettare un demansionamento (23%).

Caute le aspettative circa la possibilità di ritrovare un’occupazione che consenta di mantenere invariate qualifica e retribuzione. Il 61% ritiene probabile trovare un nuovo lavoro con una qualifica e uno stipendio più bassi (il 66% nel Nord Ovest e il 65% nel Ceto Medio Basso), il 54% con livelli invariati (70% tra gli Under 30, 60% al Centro Nord). È invece del 26% la percentuale di coloro che pensano di trovare un posto con livelli di qualifica e di stipendio più alti (40% per gli under 30).

Nell’ambito della rilevazione è stato anche effettuato un focus su chi, al momento attuale, è in cerca di occupazione. Risulta che il 57% ha perso l’occupazione dallo scoppio della pandemia (per il 39% lavoratori dipendenti, per il 18% lavoratori autonomi), mentre il 39% era inoccupato già prima del Covid. Lunghi i tempi necessari a trovare un nuovo lavoro: tra gli 8 e i 9 mesi in media. In dettaglio, il 44% sta cercando lavoro da più di un anno (72% per gli over 50, 55% per la fascia di età 31-50), il 29% da 3 mesi ad 1 anno (56% nel Centro Nord, 42% per gli Under 30), il 26% da meno di 1 mese a 3 mesi (45% per gli Under 30, 40% al Nord Est). In prospettiva, il 53% ritiene probabile trovare un lavoro entro la fine del 2021, il 30% entro 6 mesi, l’11% entro 3 mesi, il 3% entro 1 mese.

“Le cooperative italiane sono radicate nel territorio e, come molte piccole e medie imprese che costituiscono il nostro tessuto produttivo, vivono in simbiosi con le comunità che le circondano” – commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop nazionale – “durante questo anno di emergenza dove e quando possibile hanno continuato a operare in particolare nei settori essenziali per fornire assistenza e sanità, consumi e servizi ai cittadini. Abbiamo quindi avvertito con preoccupazione il crescere di una questione sociale connessa alle conseguenze economiche della crisi. Il Progetto FRAGILITALIA deriva proprio dalla volontà di tenere sotto osservazione la preoccupante faglia che si sta allargando fra le ormai tradizionali fratture che segnano l’Italia. La questione lavoro, in questo senso, è certamente la prima preoccupazione: donne, giovani, aree periferiche reali o metaforiche, profili meno garantiti o meno istruiti, su di loro è già ricaduto il colpo più pesante della crisi. Occorre provvedere perchè la parte più fragile del nostro paese non diventi sempre più fragile; e, anzi, sia aiutata a rialzarsi per contribuire alla ripresa”.

Il quadro è completato da un’analisi della variazione degli occupati in Italia, in relazione alla classificazione delle aree interne e della densità abitativa, nel periodo gennaio-settembre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, frutto di una elaborazione effettuata su dati Istat, Infocamere e Inps. A partire dal dato medio totale di una contrazione degli occupati pari al -2,0%, l’analisi evidenzia, in relazione alle aree interne, come le aree periferiche e ultraperiferiche registrino un calo maggiore (-3,6%), mentre le aree di polo e cintura e le aree intermedie si collocano sotto al dato medio, registrando cali, rispettivamente, dell’1,9% e dell’1,7%.

Rispetto alla densità abitativa, le aree scarsamente popolate registrano una contrazione dell’occupazione del 3,0%, a fronte di un -1,9% delle aree densamente popolate e di un -1,6% di quelle a densità intermedia.

 

Trovare nuovi clienti, fronteggiare il peso dei vincoli normativi, sopportare l’aumento dei costi, rispettare le normative anti-Covid. Sono queste le maggiori difficoltà affrontate dalle imprese italiane secondo quanto emerge da un sondaggio sulle loro dinamiche attuali, condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop, ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione insieme con il partner di ricerca IPSOS.

Il panel del sondaggio era composto da imprese unipersonali per il 56%, con dipendenti da 1 a 9 per il 31%, da 10 a 49 per il 10% e da 50 dipendenti in su per il 4%. Interpellati riguardo ai problemi più pressanti che stanno affrontando, gli imprenditori e i lavoratori autonomi hanno indicato al primo posto la difficoltà di trovare nuovi clienti (22%), seguita a pari merito dal peso dei vincoli normativi e dall’aumento dei costi di produzione o del lavoro (entrambi al 14%) e dall’operatività nel rispetto delle regole per la prevenzione del contagio da Covid 19 (13%).

Riguardo alle prospettive nel prossimo futuro, il 53% (con punte del 69% al Nord Est e al Centro Nord) ritiene che la situazione della propria impresa resterà negativa o peggiorerà (con un 5% che pensa di dover chiudere l’attività), mentre il 33% (con una punta del 50% nelle imprese con più di 50 dipendenti) nutre aspettative di segno positivo, prevedendo maggiore stabilità (il 15% indica un possibile miglioramento).

In caso di chiusura forzata della propria attività, il 45% cercherebbe un lavoro come dipendente (con punte del 56% nel Nord Est e nella fascia d’età 31-59 anni), il 38% (percentuale che sale al 67% nella classe dimensionale 10-49 dipendenti) aprirebbe una nuova attività (la metà nello stesso settore, l’altra in un settore diverso), mentre il 16% si ritirerebbe (il 34% negli over 50).

Quanto alle prospettive dell’occupazione, il 12% delle imprese pensa di ridurre il numero dei dipendenti (il 23% nelle imprese con 1-9 dipendenti), il 66% di mantenerlo invariato (l’85% nel Nord Est), il 6% di aumentarlo (il 22% nel Centro Sud). Il 16% preferisce non fare previsioni.

“L’impatto della pandemia sul sistema produttivo è stato fortemente differenziato e il proseguire dell’incertezza sanitaria -commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop- di certo non aiuta: si spiega così il pessimismo sull’immediato futuro di oltre la metà degli imprenditori, con un picco nelle zone più produttive del paese, le più colpite dai lockdown. In questo momento, però, occorre guardare il bicchiere mezzo pieno, per progettare la ricostruzione. Non solo i numeri, ma pure le opinioni ci confermano che sotto la cenere cova la brace, e le imprese italiane stanno resistendo pronte alla reazione, non appena sia possibile. Occorre sostenerle in questo momento difficile, e prevedere che i piani in fase di elaborazione valorizzino il pluralismo e la varietà delle imprese italiane e la loro capacità di adattarsi, innovare e intravvedere il futuro”.

Infine, un focus sullo smart working, con una comparazione sul ricorso a questa tipologia di prestazione lavorativa nel 2020 rispetto al 2019 e le previsioni per il 2021 rispetto al 2020.

Nel 2020, il 38% dichiara di averlo aumentato rispetto al 2019 (il 67% nelle imprese con oltre 50 dipendenti), il 53% di averlo mantenuto invariato (il 58% per gli under 30) e il 9% di averlo diminuito.

Riguardo alle previsioni per il 2021 rispetto al 2020, il 13% pensa di aumentare il ricorso allo smart working (18% nel Nord Ovest), il 73% di lasciarlo invariato (92% nel Nord Est) e il 14% di diminuirlo (il 22% nel Centro Sud).

 

La pandemia ha prodotto ferite profonde nelle vite di tutti e proietta ombre pesanti sulla percezione del futuro. Sette italiani su dieci pensano, infatti, sono pessimisti di fronte al 2021, pensano che il futuro non sarà in grado di segnare un miglioramento della situazione attuale e manifestano un forte bisogno di stabilità, sicurezza, giustizia sociale.

È quanto emerge da un sondaggio condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop, ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione insieme con il partner di ricerca IPSOS per osservare l’evolvere degli andamenti e delle percezioni dell’opinione pubblica italiana su alcuni fenomeni economici e sociali di interesse per la cooperazione.

Alla domanda se percepissero il futuro come molto, abbastanza, poco o per niente un miglioramento della situazione attuale, il 73% degli intervistati ha risposto in modo negativo (il 55% prevedendolo poco migliore del presente, il 18% per niente); positiva, invece, la risposta del restante 27% degli intervistati (con il 25% che prospetta un futuro abbastanza migliore del presente ed appena un 2% che lo attende molto migliore).

E se il futuro fa paura, assumono importanza centrale valori che rispondano al bisogno di costruirne uno di segno diverso. Al primo posto figura la stabilità (espressa dal 44% degli intervistati), seguita dalla sicurezza (38%), dalla giustizia sociale (32%), dalla serenità (31%) e dall’uguaglianza (26%).

“Dall’inizio dell’emergenza stiamo studiando le conseguenze economiche ma pure le ricadute sociali di questa crisi” -commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop- “le nostre cooperative sono profondamente radicate nei territori e nelle comunità, e sono un ricettore di sensibilità, opinioni, paure. Per questo ci diciamo preoccupati. Queste analisi ci confermano che, settimana dopo settimana, sta peggiorando il clima del Paese e gli italiani sentono venire meno il coraggio e la voglia di reagire costruttivamente a questa situazione. In parte è ragionevole che sia così, perché questa pandemia si protrae ovunque e francamente non se ne vede un’uscita a breve. Però è compito di tutti che alle difficoltà del momento non si sommino sfiducia e preoccupazioni che potrebbero essere attutite o diminuite affrontando correttamente i problemi. Quando ci indicano gli ostacoli e le attese per il futuro, infatti, gli italiani sono molto precisi nell’individuare fattori strutturali che con la crisi c’entrano ben poco, ma ne aggravano le conseguenze e le ricadute sui cittadini. Qui sta il punto: stabilità, sicurezza, lotta alle diseguaglianze, sono gli elementi essenziali per tendere ad una società più giusta. Ma soprattutto sono gli elementi necessari a ricostruire un clima di fiducia in cui valga la pena resistere e investire sul futuro. La priorità e la preoccupazione di tutti deve essere: dare fiducia al Paese”.

Interessante, infine, l’indicazione di quelli che vengono percepiti come i “nemici” del futuro. Ai primi cinque posti figurano la corruzione (indicata dal 61% degli intervistati), le tasse (49%), il dilettantismo politico (46%), le ricchezze concentrate in poche mani (45%), la burocrazia (43%). A chiudere la classifica sono la flessibilità lavorativa (8%) e il centralismo (5%).

 

 

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