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Mercoledì, 22 Settembre 2021

Legacoop Bologna esprime la propria soddisfazione per l'esito dell'asta per la vendita delle ex fonderie Lem di Alto Reno Terme,  che si è svolta ieri al Tribunale di Bologna, che ha visto l'aggiudicazione del compendio aziendale alla cooperativa Reno Fonderie, costituita da 18 lavoratori della società fallita.

Legacoop Bologna, insieme agli strumenti finanziari del sistema cooperativo, Coopfond e CFI, è stata e sarà al fianco dei "coraggiosi lavoratori protagonisti di questa iniziativa e auspica che venga raggiunto l'ambizioso obiettivo del rilancio di una attività che ha valore per il territorio e la filiera".

Legacoop Bologna esprime, inoltre, "l'auspicio che le istituzioni prestino attenzione e supporto allo sviluppo del progetto di rilancio di un presidio strategico del territorio, che attraverso investimenti volti all'innovazione ed alla sostenibilità dei processi produttivi mira a salvaguardare capacità produttiva  ed occupazione".

il 2020 è stato l’anno più catastrofico in tempi di pace, per le perdite di vite umane e per la recessione che ha colpito l’intero pianeta. sotto il profilo strettamente economico, il nostro paese ha registrato una caduta del pil dell’8,9%, doppia rispetto a quella media del pil mondiale (-4,4%). in numeri assoluti, significa che sono andati perduti 150 miliardi di pil, 108 miliardi di consumi, 16 miliardi di investimenti, 78 miliardi di esportazioni.

i dati sono contenuti nel report “un primo bilancio ad un anno dallo scoppio della pandemia”, elaborato nell'ambito del progetto monitorfase3 nato dalla collaborazione tra area studi legacoop e prometeia per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell'epidemia covid-19.

il blocco di molte attività economiche da marzo a maggio, determinato dai lockdown disposti per limitare le interazioni personali, ha prodotto, nel secondo trimestre 2020, un crollo del pil del 17,8% rispetto al quarto trimestre 2019. il forte rimbalzo registrato nel terzo trimestre (+15,9%) deponeva a favore della buona capacità di reazione dell’economia italiana e faceva ben sperare sulla prosecuzione della ripresa nei mesi successivi. ma la virulenza della seconda ondata della pandemia, risultata più grave delle attese nella sua capacità di mettere a nudo le fragilità dei sistemi sanitari e di prevenzione/tracciamento, insieme con l’emergere di varianti del virus, ha richiesto nuovi ed estesi lockdown, tuttora in vigore, che hanno nuovamente bloccato numerose attività.

c’è, però, una differenza sostanziale rispetto alla prima fase: ora le chiusure colpiscono solo le attività a più intensa interazione sociale, mentre lasciano operare tutte le altre: innanzitutto l’industria, le costruzioni, l’agricoltura, ma anche tanti comparti dei servizi.

gli effetti economici sono dunque più circoscritti: nel quarto trimestre 2020 il pil ha registrato una caduta “solo” dell’1.9% rispetto al trimestre precedente. una tendenza che pare destinata a dare timidi segnali di inversione nel primo trimestre del 2021, per il quale si stima una contrazione del pil dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

una recessione di tale portata si è ovviamente riverberata anche sull’occupazione. nonostante le misure attivate (si pensi solo alla cig allargata a tutte le categorie di dipendenti, che nei mesi di massimo lockdown ha coperto quasi 6 milioni di lavoratori “equivalenti”), a fine 2020 gli occupati sono 435mila in meno rispetto all’anno precedente, con perdite concentrate soprattutto tra i dipendenti a termine (-412mila), i lavoratori autonomi (-141mila), i giovani (-312mila) che non sono riusciti ad entrare nel mercato del lavoro e ai quali non è stato rinnovato un contratto a tempo determinato, le donne (-171mila) più presenti nei settori più direttamente colpiti. 

lo studio di prometeia e area studi legacoop mette poi in evidenza come la crisi abbia ampliato le disparità tra le famiglie e le imprese.

per quanto riguarda le famiglie, sono aumentate quelle in forte difficoltà, ma anche quelle con maggiori disponibilità liquide. a fronte di un reddito disponibile che si stima calato complessivamente di 30 miliardi, i risparmi delle famiglie sono cresciuti come mai in passato, raggiungendo i 131 miliardi (erano stati 71 nel 2019), con una propensione media al risparmio quasi raddoppiata (dall’8,2% del 2019 al 15,6% del 2020). effetto di una sostanziale stabilità di reddito per molti lavoratori (dipendenti pubblici, ma anche molti dell’industria e dei servizi) e di una compressione dei consumi prodotta dai lockdown (non si è andati in vacanza, al ristorante, al cinema, al teatro, si sono comprati meno indumenti lavorando in smart working).

analoga disuguaglianza si registra, in modo evidente, anche tra le imprese, per le profonde asimmetrie a livello settoriale, territoriale, nella capacità di accedere alle agevolazioni statali. la manifattura ha segnato, a prezzi costanti, un calo del valore aggiunto dell’11,5%, le costruzioni del 6,3% e i servizi dell’8%. in quest’ultimo settore, le performance peggiori sono state quelle delle attività commerciali, di alloggio, trasporto e magazzinaggio (-16%), delle attività artistiche, culturali e di intrattenimento (-14,5%), delle attività professionali, scientifiche e tecniche (-10,4%). in controtendenza (+ 2,0%) i servizi di informazione e comunicazione.

emblematico, poi, il fatto che motivi precauzionali e l’incertezza delle prospettive abbiano spinto le imprese ad aumentare il ricorso a prestiti, tenendo però i fondi acquisiti sui conti correnti. il quadro relativo a prestiti e depositi delle società non finanziarie evidenzia come, nel corso del 2020, al flusso dei prestiti (pari a 68 miliardi) corrisponda un aumento anche superiore dell’ammontare dei depositi (83 miliardi), mentre nel 2019 il flusso dei prestiti era negativo per 10,3 miliardi e i depositi assommavano a 32,5 miliardi.

“in tempo di bilanci, abbiamo voluto fare un bilancio complessivo e realistico dell’incredibile anno che abbiamo vissuto” – ha commentato mauro lusetti, presidente di legacoop – “da questa valutazione escono confermati nelle giuste proporzioni molti degli aspetti di questa crisi: l’impatto macroeconomico, che ha colpito il nostro paese più gravemente di altri; il duro colpo sul sistema produttivo, ma pieno di contraddizioni per le asimmetrie dovute alle misure di contenimento. e le asimmetrie sono evidenti pure dal punto di vista sociale, a discapito dei segmenti più fragili ed esposti della nostra comunità nazionale. dobbiamo però vedere il bicchiere mezzo pieno; che non significa sperare nella fortuna, ma prendere atto del fatto che dopo un anno, e con un bilancio in mano, abbiamo dei punti di riferimento importanti, e la “grande incertezza” che abbiamo più volte denunciato non deve più farci paura. questa inedita crisi ha reso evidente l’obbligo di ridurre le diseguaglianze e modernizzare il paese”.

alla gravità della situazione ha fatto riscontro un impegno senza precedenti delle politiche economiche, da quella monetaria della bce a quella di bilancio italiana, che ha varato misure espansive pari a 108 miliardi di euro, il 6,6% del pil. queste ultime hanno prodotto una crescita dell’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni dai 29 miliardi nel 2019 ai 156 miliardi nel 2020 (determinata per 108 miliardi dalle misure discrezionali di contrasto alla pandemia).

insomma, un bilancio drammatico frutto della peculiarità di questa crisi che, originando non da squilibri economici ma dalle limitazioni all’interazione sociale introdotte per fronteggiare la diffusione del virus, ha assunto caratteristiche diverse da tutte le crisi passate.

proprio per questo anche l’uscita da questa crisi potrà essere diversa. il presupposto è che il processo di vaccinazione possa proseguire il più speditamente possibile, anche per limitare la diffusione delle “varianti”, così che a partire dall’estate, complice anche la bella stagione, i limiti possano essere via via rimossi e in autunno l’attività economica possa avviarsi verso il ritorno a una “normalità” che difficilmente sarà la stessa di quella pre-crisi sotto molti aspetti, dalle abitudini di consumo, alle modalità di lavoro, alla necessità di riallocazione e riconversione di molte imprese e lavoratori.

in questa trasformazione sarà cruciale il modo in cui verranno spesi i fondi del ngeu. essi rappresentano un’occasione straordinaria perché il paese intraprenda quell’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, da molto tempo frenato da vincoli strutturali e da carenza di risorse.

La situazione di incertezza sui tempi e sulle modalità della ripresa economica, legata al persistere dell'emergenza sanitaria, trova conferma nelle preoccupazioni dei lavoratori dipendenti circa la possibilità di conservare il proprio posto di lavoro, la difficoltà di ritrovare una nuova occupazione in tempi ragionevoli e che mantenga invariate qualifica e retribuzione.

È quanto emerge dai risultati del primo report di #FragilItalia, l’osservatorio di AreaStudi Legacoop nato dalla collaborazione con IPSOS e Centro studi di Unioncamere Emilia-Romagna, che, attraverso lo strumento dell’indagine di opinione e del ricorso ai più recenti e affidabili dati disponibili, intende monitorare l’evoluzione dei principali fenomeni sociali ed economici che segnano questa fase della storia italiana.

Il 23% del campione del sondaggio ritiene probabile di perdere il posto di lavoro e il 18% che l’azienda in cui lavora sia costretta a chiudere. Rispetto al dato medio di chi teme di perdere il lavoro, le categorie che più avvertono questo rischio sono il ceto popolare (46%), gli under 30 (31%), le donne (27%). Parallelamente, a fronte del 18% che complessivamente lega questa probabilità alla chiusura della propria azienda, il ceto popolare registra un 43% e le regioni del Sud e insulari il 23%.

In caso di perdita del posto di lavoro o di chiusura dell’azienda, l’80% (89% di chi vive nel Nord Ovest, 88% nel Nord Est e nella fascia di età 31-50 anni) cercherebbe nuovamente lavoro come dipendente (il 47% nello stesso settore, il 32% in un settore diverso), mentre il 12% sarebbe propenso ad avviare un’attività imprenditoriale (17% per il ceto popolare, 16% nel Centro Nord) e il 9% si ritirerebbe.

I principali timori nella ricerca di una nuova occupazione risultano l’età avanzata (55%), il doversi accontentare di un contratto a termine o precario (44%), dover accettare uno stipendio più basso (39%), la contrazione del mercato del lavoro (34%), dover accettare un demansionamento (23%).

Caute le aspettative circa la possibilità di ritrovare un’occupazione che consenta di mantenere invariate qualifica e retribuzione. Il 61% ritiene probabile trovare un nuovo lavoro con una qualifica e uno stipendio più bassi (il 66% nel Nord Ovest e il 65% nel Ceto Medio Basso), il 54% con livelli invariati (70% tra gli Under 30, 60% al Centro Nord). È invece del 26% la percentuale di coloro che pensano di trovare un posto con livelli di qualifica e di stipendio più alti (40% per gli under 30).

Nell’ambito della rilevazione è stato anche effettuato un focus su chi, al momento attuale, è in cerca di occupazione. Risulta che il 57% ha perso l’occupazione dallo scoppio della pandemia (per il 39% lavoratori dipendenti, per il 18% lavoratori autonomi), mentre il 39% era inoccupato già prima del Covid. Lunghi i tempi necessari a trovare un nuovo lavoro: tra gli 8 e i 9 mesi in media. In dettaglio, il 44% sta cercando lavoro da più di un anno (72% per gli over 50, 55% per la fascia di età 31-50), il 29% da 3 mesi ad 1 anno (56% nel Centro Nord, 42% per gli Under 30), il 26% da meno di 1 mese a 3 mesi (45% per gli Under 30, 40% al Nord Est). In prospettiva, il 53% ritiene probabile trovare un lavoro entro la fine del 2021, il 30% entro 6 mesi, l’11% entro 3 mesi, il 3% entro 1 mese.

“Le cooperative italiane sono radicate nel territorio e, come molte piccole e medie imprese che costituiscono il nostro tessuto produttivo, vivono in simbiosi con le comunità che le circondano” – commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop nazionale – “durante questo anno di emergenza dove e quando possibile hanno continuato a operare in particolare nei settori essenziali per fornire assistenza e sanità, consumi e servizi ai cittadini. Abbiamo quindi avvertito con preoccupazione il crescere di una questione sociale connessa alle conseguenze economiche della crisi. Il Progetto FRAGILITALIA deriva proprio dalla volontà di tenere sotto osservazione la preoccupante faglia che si sta allargando fra le ormai tradizionali fratture che segnano l’Italia. La questione lavoro, in questo senso, è certamente la prima preoccupazione: donne, giovani, aree periferiche reali o metaforiche, profili meno garantiti o meno istruiti, su di loro è già ricaduto il colpo più pesante della crisi. Occorre provvedere perchè la parte più fragile del nostro paese non diventi sempre più fragile; e, anzi, sia aiutata a rialzarsi per contribuire alla ripresa”.

Il quadro è completato da un’analisi della variazione degli occupati in Italia, in relazione alla classificazione delle aree interne e della densità abitativa, nel periodo gennaio-settembre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, frutto di una elaborazione effettuata su dati Istat, Infocamere e Inps. A partire dal dato medio totale di una contrazione degli occupati pari al -2,0%, l’analisi evidenzia, in relazione alle aree interne, come le aree periferiche e ultraperiferiche registrino un calo maggiore (-3,6%), mentre le aree di polo e cintura e le aree intermedie si collocano sotto al dato medio, registrando cali, rispettivamente, dell’1,9% e dell’1,7%.

Rispetto alla densità abitativa, le aree scarsamente popolate registrano una contrazione dell’occupazione del 3,0%, a fronte di un -1,9% delle aree densamente popolate e di un -1,6% di quelle a densità intermedia.

 

Dopo molti anni di assenza di una politica abitativa strutturale, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza riconosce al tema dell’housing sociale e della rigenerazione urbana un ruolo centrale, peraltro richiamato da una Risoluzione recente del Parlamento europeo, ma vi sono alcuni aspetti relativi agli obiettivi e strumenti del piano che meritano ulteriori approfondimenti e modifiche.

A dirlo è stata Rossana Zaccaria, Presidente di Legacoop Abitanti, nel corso dell’audizione sul PNRR presso la Commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni del Senato.

Il primo tema sottolineato dalla presidente di Legacoop Abitanti è quello delle risorse per garantire un’offerta di casa a canoni calmierati per i soggetti socialmente più vulnerabili. “Un obiettivo -ha detto-  che, pur in una logica di mix di risorse pubbliche e private può essere raggiunto solo prevedendo una quota di risorse a fondo perduto, che possano fungere da moltiplicatore di risorse private. Non si può prescindere da forme di agevolazione pubblica rappresentate da leve urbanistiche, fiscali e finanziarie. Occorre, quindi, una nuova politica sociale nazionale per la casa che riconosca la specificità dei diversi territori e mercati e ne sostenga l’inclusione”. A tale proposito, Zaccaria ha ricordato la proposta della cooperazione di abitanti: un programma edilizio, in aree e interventi di Rigenerazione Urbana, per la locazione a lungo termine, con l’obiettivo di realizzare 10.000 alloggi (da 60 mq., costo stimato 150mila euro ciascuno, coperti per 130mila euro con mutuo bancario e 20mila con quota di autofinanziamento privato), prevedendo un contributo pubblico di 5.000 Euro annui ad alloggio per tutta la durata del mutuo per abbatterne la rata ed un canone di locazione mensile di 320 Euro (al netto di oneri fiscali e di gestione). Una proposta che metterebbe in moto investimenti privati di circa 1,5 miliardi e nuova occupazione per circa 35.000 addetti.

Ricordando che il PNRR fa riferimento diretto all’importanza della co-progettazione tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore, Zaccaria ha detto di ritenere “essenziale che gli operatori che promuovono offerta di alloggio sociale, tra cui le cooperative di abitanti, siano esplicitamente ricompresi tra i soggetti coinvolti nella co-progettazione e nell’attuazione dei programmi”.

La Presidente di Legacoop Abitanti ha inoltre proposto, in chiave di transizione ecologica, l’equiparazione delle cooperative di abitanti a proprietà indivisa agli ex IACP per l’utilizzo del superbonus 110%, in considerazione della medesima destinazione sociale del patrimonio abitativo.

Infine, rispetto alla rigenerazione urbana e del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, ricordando che la cooperazione di abitanti ha condotto esperienze di successo, con un mix di risorse pubbliche e di cofinanziamento cooperativo, che hanno consentito di mantenere la proprietà pubblica del patrimonio abitativo integrando competenze e risorse, Zaccaria ha proposto di replicare questa modalità utilizzando le risorse del Next Generation EU per nuovi progetti.

Trovare nuovi clienti, fronteggiare il peso dei vincoli normativi, sopportare l’aumento dei costi, rispettare le normative anti-Covid. Sono queste le maggiori difficoltà affrontate dalle imprese italiane secondo quanto emerge da un sondaggio sulle loro dinamiche attuali, condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop, ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione insieme con il partner di ricerca IPSOS.

Il panel del sondaggio era composto da imprese unipersonali per il 56%, con dipendenti da 1 a 9 per il 31%, da 10 a 49 per il 10% e da 50 dipendenti in su per il 4%. Interpellati riguardo ai problemi più pressanti che stanno affrontando, gli imprenditori e i lavoratori autonomi hanno indicato al primo posto la difficoltà di trovare nuovi clienti (22%), seguita a pari merito dal peso dei vincoli normativi e dall’aumento dei costi di produzione o del lavoro (entrambi al 14%) e dall’operatività nel rispetto delle regole per la prevenzione del contagio da Covid 19 (13%).

Riguardo alle prospettive nel prossimo futuro, il 53% (con punte del 69% al Nord Est e al Centro Nord) ritiene che la situazione della propria impresa resterà negativa o peggiorerà (con un 5% che pensa di dover chiudere l’attività), mentre il 33% (con una punta del 50% nelle imprese con più di 50 dipendenti) nutre aspettative di segno positivo, prevedendo maggiore stabilità (il 15% indica un possibile miglioramento).

In caso di chiusura forzata della propria attività, il 45% cercherebbe un lavoro come dipendente (con punte del 56% nel Nord Est e nella fascia d’età 31-59 anni), il 38% (percentuale che sale al 67% nella classe dimensionale 10-49 dipendenti) aprirebbe una nuova attività (la metà nello stesso settore, l’altra in un settore diverso), mentre il 16% si ritirerebbe (il 34% negli over 50).

Quanto alle prospettive dell’occupazione, il 12% delle imprese pensa di ridurre il numero dei dipendenti (il 23% nelle imprese con 1-9 dipendenti), il 66% di mantenerlo invariato (l’85% nel Nord Est), il 6% di aumentarlo (il 22% nel Centro Sud). Il 16% preferisce non fare previsioni.

“L’impatto della pandemia sul sistema produttivo è stato fortemente differenziato e il proseguire dell’incertezza sanitaria -commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop- di certo non aiuta: si spiega così il pessimismo sull’immediato futuro di oltre la metà degli imprenditori, con un picco nelle zone più produttive del paese, le più colpite dai lockdown. In questo momento, però, occorre guardare il bicchiere mezzo pieno, per progettare la ricostruzione. Non solo i numeri, ma pure le opinioni ci confermano che sotto la cenere cova la brace, e le imprese italiane stanno resistendo pronte alla reazione, non appena sia possibile. Occorre sostenerle in questo momento difficile, e prevedere che i piani in fase di elaborazione valorizzino il pluralismo e la varietà delle imprese italiane e la loro capacità di adattarsi, innovare e intravvedere il futuro”.

Infine, un focus sullo smart working, con una comparazione sul ricorso a questa tipologia di prestazione lavorativa nel 2020 rispetto al 2019 e le previsioni per il 2021 rispetto al 2020.

Nel 2020, il 38% dichiara di averlo aumentato rispetto al 2019 (il 67% nelle imprese con oltre 50 dipendenti), il 53% di averlo mantenuto invariato (il 58% per gli under 30) e il 9% di averlo diminuito.

Riguardo alle previsioni per il 2021 rispetto al 2020, il 13% pensa di aumentare il ricorso allo smart working (18% nel Nord Ovest), il 73% di lasciarlo invariato (92% nel Nord Est) e il 14% di diminuirlo (il 22% nel Centro Sud).

 

L'Agenzia Italiana della Cooperazione allo Sviluppo (AICS) ha ufficializzato in queste ore l'iscrizione di Haliéus nel registro delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) e altri soggetti senza finalità di lucro che possono realizzare iniziative di cooperazione internazionale con il sostegno dell'Agenzia, ai sensi dell’art. 26 della Legge n. 125/2014. 

“Nel corso degli anni Haliéus ha operato principalmente attraverso i programmi europei  - dichiara la direttrice Francesca Ottolenghi - ma oggi l'iscrizione al registro presso l'AICS ci consentirà di ampliare la nostra operatività ed amplificare le progettualità che ci caratterizzano a beneficio della cooperazione tra cooperative a livello internazionale”.
 
Haliéus, struttura di sistema di Legacoop per la cooperazione internazionale allo sviluppo, contribuisce allo sviluppo sostenibile a livello internazionale attraverso la promozione del modello di impresa cooperativa come strumento di empowerment degli individui e delle comunità, valorizzano l’esperienza e l’expertise delle imprese cooperative associate a Legacoop nei diversi settori economici.

Anche sulla scia di questo nuovo riconoscimento, Haliéus e le strutture associate, stanno ora programmando nuove progettualità ed iniziative tese a rafforzare l'impegno delle imprese cooperative nella cooperazione internazionale allo sviluppo. Impegno dimostrato dalle molte progettualità che Haliéus e Legacoop hanno recentemente censito nella Piattaforma dedicata alle iniziative di International Cooperative Development https://ddp.halieus.it/.

Nel 2020 l’Italia registra dinamiche dei prestiti alle imprese specularmente opposte a quelle del PIL. Nell’anno da poco terminato, a fronte di un calo del PIL del 9,1%, i prestiti erogati alle imprese, per effetto delle misure di garanzia adottate (Decreto Legge 8 aprile 2020, n° 23, cosiddetto Decreto Liquidità, convertito nella Legge 5 giugno 2020 n. 40), sono infatti cresciuti di circa il 10% (per un flusso annuo attorno agli 80 miliardi), finanziando il fabbisogno di liquidità e consentendo anche un accumulo di depositi a scopi precauzionali. Più contenuta, invece, la crescita stimata dei prestiti alle famiglie (+2,2%, per un flusso annuo di 14 miliardi).

I dati sono contenuti nel report “Le condizioni finanziarie delle imprese italiane”, elaborato nell'ambito del progetto MonitorFase3 nato dalla collaborazione tra Prometeia e Area Studi Legacoop per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell'epidemia Covid-19.

L’aumentata domanda di prestiti ha trovato condizioni di offerta favorevoli per effetto di un costo di finanziamento molto contenuto per il settore bancario e un minore rischio percepito grazie alle garanzie.

La forte crescita dei prestiti spinta dalle misure di sostegno alla liquidità delle imprese è evidente in tutti i settori produttivi, ad eccezione di quelli legati al mercato immobiliare (costruzioni e attività immobiliari), probabilmente anche per effetto di operazioni di cessione di crediti deteriorati. I settori di attività che hanno aumentato la loro esposizione verso il sistema bancario sono gli stessi colpiti in modo più severo dalla crisi.

Al primo posto, in termini di incremento percentuale, figura il settore degli autoveicoli ed altri mezzi di trasporto, seguito dalle attività di servizi di alloggio e ristorazione, dalle industrie tessili, abbigliamento e articoli in pelle, dalle attività professionali, scientifiche e tecniche.

Il report Prometeia-Area Studi Legacoop mette poi in evidenza che l’aumento dei prestiti, oltre a coprire il fabbisogno di breve termine legato all’attività di impresa, contribuisce a formare un importante scudo di liquidità precauzionale depositato presso le banche. A fronte di un flusso complessivo di prestiti che, come detto, per il 2020 è stimato in 80 miliardi, si sarebbe registrato un flusso di depositi pari a circa 104 miliardi. Valori previsti in deciso rallentamento a partire già dall’anno in corso, quando i flussi dei prestiti sono stimati pari a circa 16 miliardi e quelli dei depositi a 14.

Il rapporto debiti finanziari delle imprese/PIL è in netto aumento nel 2020 (circa +78%), ma rimane inferiore ai valori sperimentati durante la crisi dei debiti sovrani, quando aveva superato l’80%.

La sostenibilità del debito sarà facilitata dai tassi di interesse che rimangono estremamente bassi e dalla ripresa dell’attività economica. Tuttavia, per le imprese appartenenti ai settori più direttamente colpiti dalla crisi, la sostenibilità del debito potrebbe costituire un fattore di difficoltà. Per questa ragione, viene sottolineato nel report, è importante che si continui a supportarle, sostenendo la loro liquidità.

“Queste analisi danno la misura dell'impatto della crisi sul sistema produttivo -commenta Mauro Lusetti, presidente di Legacoop- allo stesso tempo, però, hanno anche risvolti relativamente positivi. Confermano che di fronte a un drammatico urto, le condizioni favorevoli di questi anni e le politiche di emergenza hanno minimizzato il danno. Ora la durata della crisi è cruciale per capire quanto e come le imprese italiane riusciranno a resistere e reagire. Ma è altrettanto importante che oltre alle misure per evitare ogni rischio di credit crunch, si passi a impostare misure di medio e lungo periodo. La ricostruzione e il riavvio dello sviluppo italiano non saranno una corsa di velocità, ma una maratona: servono risorse, ma pure un ritmo costante e un orizzonte di programmazione lungo e strategico. Le cooperative italiane, come anche questo focus dimostra, pur avendo patito come tutti la crisi, negli anni scorsi hanno anche riequilibrato assetti patrimoniali e finanziari. Ci auguriamo che in una crisi così intensa ciò permetta di salvaguardare attività e lavoro, per noi il bene essenziale.”

Per quanto riguarda, nello specifico, le imprese cooperative aderenti, il report evidenzia come in quasi tutti i settori (esclusi i beni intermedi, il commercio e l’entertainement) il livello di indebitamento rispetto al patrimonio netto si sia ridotto negli ultimi anni e si collochi su livelli mediamente inferiori a quelli delle società di capitali. Si registra anche una contrazione della marginalità che, in diversi settori, ha portato ad un aumento dei tempi medi di pagamento del debito, ma ancora su livelli non critici.

 

 

La pandemia ha prodotto ferite profonde nelle vite di tutti e proietta ombre pesanti sulla percezione del futuro. Sette italiani su dieci pensano, infatti, sono pessimisti di fronte al 2021, pensano che il futuro non sarà in grado di segnare un miglioramento della situazione attuale e manifestano un forte bisogno di stabilità, sicurezza, giustizia sociale.

È quanto emerge da un sondaggio condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop, ideato e realizzato dall’AreaStudi dell’associazione insieme con il partner di ricerca IPSOS per osservare l’evolvere degli andamenti e delle percezioni dell’opinione pubblica italiana su alcuni fenomeni economici e sociali di interesse per la cooperazione.

Alla domanda se percepissero il futuro come molto, abbastanza, poco o per niente un miglioramento della situazione attuale, il 73% degli intervistati ha risposto in modo negativo (il 55% prevedendolo poco migliore del presente, il 18% per niente); positiva, invece, la risposta del restante 27% degli intervistati (con il 25% che prospetta un futuro abbastanza migliore del presente ed appena un 2% che lo attende molto migliore).

E se il futuro fa paura, assumono importanza centrale valori che rispondano al bisogno di costruirne uno di segno diverso. Al primo posto figura la stabilità (espressa dal 44% degli intervistati), seguita dalla sicurezza (38%), dalla giustizia sociale (32%), dalla serenità (31%) e dall’uguaglianza (26%).

“Dall’inizio dell’emergenza stiamo studiando le conseguenze economiche ma pure le ricadute sociali di questa crisi” -commenta Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop- “le nostre cooperative sono profondamente radicate nei territori e nelle comunità, e sono un ricettore di sensibilità, opinioni, paure. Per questo ci diciamo preoccupati. Queste analisi ci confermano che, settimana dopo settimana, sta peggiorando il clima del Paese e gli italiani sentono venire meno il coraggio e la voglia di reagire costruttivamente a questa situazione. In parte è ragionevole che sia così, perché questa pandemia si protrae ovunque e francamente non se ne vede un’uscita a breve. Però è compito di tutti che alle difficoltà del momento non si sommino sfiducia e preoccupazioni che potrebbero essere attutite o diminuite affrontando correttamente i problemi. Quando ci indicano gli ostacoli e le attese per il futuro, infatti, gli italiani sono molto precisi nell’individuare fattori strutturali che con la crisi c’entrano ben poco, ma ne aggravano le conseguenze e le ricadute sui cittadini. Qui sta il punto: stabilità, sicurezza, lotta alle diseguaglianze, sono gli elementi essenziali per tendere ad una società più giusta. Ma soprattutto sono gli elementi necessari a ricostruire un clima di fiducia in cui valga la pena resistere e investire sul futuro. La priorità e la preoccupazione di tutti deve essere: dare fiducia al Paese”.

Interessante, infine, l’indicazione di quelli che vengono percepiti come i “nemici” del futuro. Ai primi cinque posti figurano la corruzione (indicata dal 61% degli intervistati), le tasse (49%), il dilettantismo politico (46%), le ricchezze concentrate in poche mani (45%), la burocrazia (43%). A chiudere la classifica sono la flessibilità lavorativa (8%) e il centralismo (5%).

 

 

Arriva sulle nostre tavole un piatto antibatterico “unico al mondo” capace di respingere il 99,9 percento di batteri. Un piatto totalmente made in Umbria, made in Città di Castello, made in Ceramiche NOI. Questa è la nuova innovazione tecnologica presentata dalla cooperativa Ceramiche Noi che ha già depositato il brevetto di invenzione presso il Ministero dello sviluppo Economico.

Prodotti similari fino ad ora erano sviluppati a freddo sui piatti che nel tempo perdono la loro efficacia, ma è la prima volta che si testa una marchiatura a caldo che trasmette alla stoviglia la particolarità a vita.

La cooperativa composta da 11 operai di Ex-Ceramisia di Città di Castello che uniti in cooperativa e grazie al supporto di Legacoop Umbria hanno fondato Ceramiche Noi recuperando l'azienda pronta alla delocalizzazione, nel periodo del lockdown con il calo degli ordinativi ha deciso di puntare sulla Ricerca e Sviluppo con un prodotto estremamente utile in ogni campo di applicazione: dal semplice consumatore privato, alla grande catena di distribuzione globale, alla boutique-shop, passando per gli hotel e le filiere navali .

“Siamo orgogliosi e fieri – afferma Matteo Ragnacci di Legacoop Produzione e Servizi Umbria – di aver contribuito alla nascita e alla crescita di questa azienda. Una cooperativa che non smette mai di stupirci e che siamo sicuri farà ancora parlare di se in futuro”.

 Grazie anche alla collaborazione Universitaria e del partner GEMICA è stata ottenuta una certificazione di Laboratorio, e con i test è stato possibile accertare che il “PiattoAntibatterico” per le sue particolari proprietà, per il suo diverso ed unico processo produttivo è unico nel suo genere.

Altra grande caratteristica è che le sue proprietà antibatteriche non alterano in alcun modo l'aspetto del piatto, con una patina micro-puntinata bianca impercettibile all'occhio umano.

“Il deposito di questo brevetto – dice Lorenzo responsabile commerciale dell'azienda- è per NOI motivo di grande orgoglio, non è solo un traguardo ma un nuovo punto di partenza, un trampolino di rilancio verso un mondo del lavoro incerto ed insidioso, questo obbiettivo raggiunto è l'emblema del nostro io, siamo nati da una sfida in cui nessuno credeva, oggi guardando quella sfida ci facciamo coraggio più che mai e andiamo avanti, Sempre”. Un piatto sostanzialmente “ecologico” che tutti posso utilizzare, rivolto soprattutto a settori dove la monoporzione la fa da padrona con conseguente aumento di rifiuti e imballaggi che grazie a questa straordinaria invenzione potrebbero essere superati.

Un risparmio considerevole per le aziende che così non saranno soggette alla plastix tax e una boccata d'ossigeno per l'ambiente dato che ogni anno una famiglia consuma 250 kg di plastica in media. Prodotti simili, ma non uguali, venivano fino ad ora utilizzati nella ceramica dei servizi igienici, ma adesso potranno essere usati non solo su qualsiasi oggetto da tavola liscio (piatti, pirofile, bicchieri, vassoi), ma anche sulla, particolarità unica al mondo, “decalcomania” cioè sui piatti decorati.

Vicinanza è stata espressa dalle istituzioni che comunque hanno seguito negli anni l'evolversi della vicenda di questi workers buyout: “E’ davvero una notizia straordinaria di resilienza - ha affermato Luciano Bacchetta Sindaco di Città di Castello - speranza e grande ingegno. Marco Brozzi e tutti i soci lavoratori ora più che mai con questo brevetto di utilità estrema sono il simbolo dell’Italia che lavora e che supera problemi e situazioni come il COVID e tutto quello che questa pandemia ha generato negativamente anche sull’economia ed occupazione. Bravi ragazzi la vostra e’ una famiglia sempre al lavoro di cui essere orgogliosi e non a caso abita qui in umbria ed in altotevere terra di grandi tradizioni imprenditoriali e artigianali di qualità”, e’ quanto dichiarato dal sindaco Luciano Bacchetta oggi nel corso di una breve visita in azienda per complimentarsi con il titolare e tutti i dipendenti e toccare con mano il piatto che “farà il giro delle tavole in Italia in europa ed in tutto il mondo”

La storia

Agli operai di Ceramisia di Città di Castello era stata comunicata la delocalizzazione in Armenia ad agosto 2019. Dopo i primi attimi di sconforto, messi si fronte alla possibilità di perdere il lavoro hanno deciso di investire nel proprio futuro e nel futuro del territorio. Si sono uniti in cooperativa ed hanno fondato Ceramica Noi, investendo 180 mila euro, acquistando i macchinari utilizzati dalla vecchia proprietà e affittando il capannone.

“Tutti per uno un sogno per tutti “ recita lo slogan impresso sulla pelle con un tatuaggio dei dipendenti che adesso acquista un significato maggiore, diventando il tratto distintivo di chi ce l'ha fatta.

E così hanno riconquistato i vecchi clienti, per il 90 percento negli Stati Uniti, riuscendo a non fermare la produzione e ripartendo con la produzione. L’esperienza di Ceramica Noi  indica una strada percorribile da tante altre imprese in crisi che anziché cessare l’attività possono essere salvate dai lavoratori in forma cooperativa.

 

 

 

La solidarietà ha un Cuorecooperativo. Un cuore sempre attivo durante i giorni di questa difficile emergenza sanitaria, espressione dei valori e dei princìpi cooperativi. Un cuore che può essere sostenuto in occasione delle festività natalizie. Legacoop Marche lancia un’azione di solidarietà con una campagna di informazione e di promozione delle cooperative, dei loro prodotti e servizi che sono caratterizzati dalla cura dei luoghi e delle persone.

“Nella straordinaria e delicata situazione che sta duramente colpendo le nostre comunità a causa del coronavirus – afferma il presidente di Legacoop Marche, Gianfranco Alleruzzo -, la cooperazione ha continuato a svolgere un ruolo importante di coesione sociale e di interprete del bene comune”.

Sono state tante le imprese cooperative, dice Alleruzzo, “i cooperatori e le cooperatrici impegnate durante il lockdown nelle attività essenziali: nella cura e nell’assistenza socio sanitaria, nella produzione e distribuzione dei prodotti agroalimentari, lungo la catena della distribuzione ai cittadini, nei servizi e nel credito, nei trasporti e nella sanificazione e continuano ad esserlo anche ora, contribuendo con passione e tenacia a sostenere le comunità e i territori, anche quelli più marginali”.

La cooperazione, che si fonda su valori e princìpi che cercano di responsabilizzare e sostenere le persone e le comunità tenendo vivo lo scambio mutualistico, “non si è mai tirata indietro in questi mesi garantendo una presenza costante e spesso rassicurante”. Per questo, Legacoop Marche invita a sostenere il lavoro delle cooperative attive nella regione, a comprare i prodotti e ad usufruire dei servizi di qualità, con un’azione di solidarietà. Un invito rivolto ai cooperatori ed esteso a tutti i consumatori, “ad abbracciare il cuore cooperativo”.

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