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Domenica, 11 Aprile 2021

Da due mesi una nuova ondata di Covid-19 sta travolgendo la Cisgiordania, aggiungendo ulteriore pressione a un sistema sanitario già fragile. Oltre 20.000 pazienti sono in trattamento e lo staff medico sta lottando per fornire cure adeguate a un crescente numero di persone. Sia il governo israeliano che le autorità palestinesi, come assoluta priorità, devono immediatamente aumentare gli sforzi per rallentare la diffusione del Covid-19 e delle sue varianti, osserva Medici Senza Frontiere (MSF) che chiede maggiori sforzi per la prevenzione e la gestione dei casi.

"Abbiamo raggiunto il più alto numero di casi dall'inizio della pandemia" dichiara il dott. Juan Pablo Nahuel Sanchez di MSF, che lavora in terapia intensiva a Hebron. "Attualmente all'ospedale di Dura a Hebron, unica struttura per pazienti Covid-19 nel sud della Cisgiordania, abbiamo 71 persone ricoverate, di cui 27 in terapia intensiva. L'ospedale sta operando oltre le sue capacità. Non ci sono spazi, letti o personale a sufficienza per aiutare tutti pazienti in condizioni critiche e le persone stanno morendo".

Hebron è uno dei governatorati più colpiti in Cisgiordania. MSF è in azione per supportare l'ospedale formando il personale, curando i pazienti, sensibilizzando le comunità locali sul Covid-19 per ridurre la diffusione del virus. "La percentuale di giovani positivi al Covid-19 è aumentata notevolmente. Un terzo dei pazienti ricoverati all'ospedale di Dura ha tra i 25 e i 64 anni, mentre prima la maggior parte dei pazienti aveva più di 64 anni" aggiunge il dott. Sanchez di MSF.

Secondo il Ministero della salute palestinese, circa il 75% dei casi in Cisgiordania sono causati dalla variante inglese B117, ritenuta più contagiosa di circa il 50% rispetto ai ceppi precedenti. Gli studi rivelano che con il 40-60% in più di probabilità, questa variante può portare a forme gravi di Covid-19, che richiedono terapie con ossigeno e ventilazione, con un maggiore rischio di morte. Si devono intensificare anche i test per capire quanto siano diffuse le varianti.

Anche a Nablus, nel nord della Cisgiordania, la situazione è preoccupante. L'ospedale Palestinian Red Crescent Society (PRCS) è saturo e sta trasformando l'unità per le cure respiratorie in un reparto Covid-19. "Stiamo facendo del nostro meglio per salvare tutti" dice Marius Sanciuc, infermiere di MSF in azione nella terapia intensiva dell'ospedale PRCS. "La più grande sfida è che il personale ospedaliero ha un'esperienza limitata nella cura di pazienti gravi o positivi al Covid-19". Anche procedure apparentemente semplici con il Covid si complicano. "Non è facile girare un paziente con flebo e intubato. Servono almeno cinque persone ma non è impossibile".

A Gaza, a febbraio il numero di pazienti positivi è diminuito, per poi risalire a marzo. Il sistema sanitario di Gaza è già paralizzato da decenni di occupazione israeliana e da un prolungato blocco economico. Il team di MSF che lavora nella Striscia è molto preoccupato per una possibile nuova ondata. Mentre il Covid-19 continua a diffondersi in Cisgiordania e Gaza, i palestinesi non sono protetti.

"Siamo molto preoccupati per la lenta distribuzione dei vaccini" dice Ely Sok, capomissione di MSF nei Territori palestinesi. "Da un lato, la grande disponibilità di dosi in Israele consente al governo israeliano di andare verso l'immunità di gregge, senza dare alcun contributo significativo all'avanzamento delle vaccinazioni nei Territori palestinesi. Dall'altro, è stato difficile avere un quadro chiaro della disponibilità e della strategia vaccinale delle autorità sanitarie palestinesi. Nel frattempo, i sanitari in prima linea e le categorie più vulnerabili in Palestina non sono neanche lontanamente protetti dalla malattia". Alla metà di marzo, meno del 2% dei palestinesi sono stati vaccinati in Cisgiordania e a Gaza, un numero allarmante alla luce della terza ondata della pandemia.

"Cinquant'anni di umanità": sono le parole che riassumono la storia di Medici Senza Frontiere (MSF), organizzazione medico-umanitaria che nel 2021 festeggia il cinquantesimo anno dalla nascita. E sono le stesse che muovono ogni giorno oltre 65.000 operatori umanitari MSF impegnati a portare cure mediche e aiuto incondizionato nelle emergenze di oltre 80 paesi. A raccontarlo, la campagna di sensibilizzazione che da oggi e per tutto l'anno ricorderà i momenti storici e le sfide ancora aperte.

 Fondata a Parigi il 22 dicembre 1971, da medici e giornalisti reduci da brucianti esperienze umanitarie in Biafra e Bangladesh, MSF ha inaugurato un nuovo stile dell'intervento d'emergenza, che unisce l'azione medica indipendente all'impegno della testimonianza. Diventata un'organizzazione internazionale negli anni Ottanta, MSF è intervenuta nelle grandi emergenze di mezzo secolo, più o meno note o dimenticate: il genocidio in Ruanda, lo Tsunami in Indonesia, il terremoto ad Haiti, ma anche le guerre in Afghanistan, Siria e Yemen, l'epidemia di Ebola, le rotte globali della migrazione, le tante crisi permanenti dove migliaia di persone non hanno accesso alle cure.

 "Da cinquant'anni la nostra azione è in continua evoluzione: team d'urgenza per rispondere alle epidemie, ospedali gonfiabili o sotterranei sulle linee del fronte, cliniche mobili nei villaggi remoti, ma anche telemedicina, innovazione scientifica, salute ambientale" dichiara la dr.ssa Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di MSF. "A non essere mai cambiati sono i nostri principi di imparzialità, neutralità e indipendenza, che continuano a guidare la nostra azione e identità: persone che aiutano persone, indipendentemente da chi siano e dove si trovino".

Nel 1999 MSF riceve il Premio Nobel per la Pace "in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico realizzato in vari continenti" e per onorare lo staff medico dell'organizzazione impegnato a curare decine di milioni di persone in tutto il mondo. "Non siamo sicuri che le parole possono salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide" diceva il dott. James Orbinski, allora presidente internazionale di MSF, ritirando il Nobel.

A seguito di questo riconoscimento, MSF lancia la Campagna per l'Accesso ai Farmaci essenziali che attraverso battaglie legali e mobilitazioni della società civile, ha contribuito a rendere accessibili le cure per malattie come HIV/AIDS, Epatite C, Tubercolosi farmaco-resistente. Oggi la sfida è il Covid-19.

Negli anni, MSF ha costruito un'imponente macchina logistica e un pool di oltre 65.000 operatori, di cui l'80% è staff nazionale reclutato e formato nei paesi. Sono chirurghi, anestesisti, infettivologi, infermieri, ostetrici, psicologi, ma anche logisti, ingegneri, esperti di acqua e igiene, amministrativi, e tutto ciò che serve per garantire l'azione medica. Alla base della sua capacità di azione c'è l'indipendenza economica, che consente a MSF di agire esclusivamente in base ai bisogni medici, senza considerare alcuna altra agenda.

 "Cinquant'anni sono un traguardo importante che, come organizzazione indipendente, abbiamo potuto raggiungere grazie a tutte le persone che sostengono la nostra azione" conclude la Lodesani di MSF. "Al centro del nostro lavoro c'è l'energia dei nostri pazienti, la gioia di ogni guarigione. Dedicheremo il nostro anniversario alle crisi ancora in corso e alle popolazioni dimenticate, lontane dai riflettori e spesso difficili da raggiungere, a cui con l'aiuto di tutti, oltre gli ostacoli e l'indifferenza, continueremo a portare le nostre cure".

 Proprio sul concetto di "andare oltre" si basa la campagna per i 50 anni di MSF, che attraverso il logo in trasparenza dell'organizzazione invita il pubblico a non dimenticare chi è lontano dai nostri occhi e sta lottando per continuare a vivere. Per tutto l'anno, iniziative speciali, podcast, mostre, eventi online e sul territorio accenderanno la luce sulle emergenze e le crisi dimenticate e coinvolgeranno le persone in una riflessione collettiva sull'azione umanitaria per guardare – insieme – al futuro e rispondere alle nuove sfide che ci attendono. Tutti i dettagli su www.msf.it/50anni.

MSF in azione

MSF è un'organizzazione medico umanitaria internazionale indipendente che fornisce soccorso medico a popolazioni la cui sopravvivenza è minacciata da conflitti armati, violenze, epidemie, disastri naturali o esclusione dell'assistenza sanitaria.

 Oggi MSF è in azione in oltre 80 paesi dove gestisce o supporta ospedali e centri nutrizionali, contrasta epidemie di morbillo, Ebola e Covid-19, garantisce parti sicuri nelle emergenze, fornisce cure mediche lungo le rotte della migrazione, offre supporto alle vittime di traumi. Ogni giorno i team di MSF si impegnano ad abbattere le barriere che, a livello globale, limitano l'accesso alle cure per le persone più povere e vulnerabili.

Dalla fine degli anni Novanta MSF è attiva anche in Italia, in particolare per fornire assistenza medica e psicologica alla popolazione migrante sul territorio, lavorando agli sbarchi, in centri di accoglienza e insediamenti informali, in collaborazione con le autorità sanitarie italiane. Da marzo 2020 ha supportato la risposta italiana alla pandemia di Covid-19, negli ospedali lombardi, tra i medici di base sul territorio, in comunità vulnerabili come strutture per anziani, carceri, centri di accoglienza e insediamenti informali.

 MSF opera solo grazie al sostegno di donatori individuali, aziende e fondazioni, che garantisce l'indipendenza della nostra azione. Il 100% dei fondi raccolti da MSF in Italia proviene da donazioni private.

Appoggiare la proposta di India e Sudafrica per la sospensione temporanea dei brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta al Covid-19 per tutta la durata della pandemia. È la richiesta di Medici Senza Frontiere (MSF) a tutti i paesi, compresa l'Italia, che ancora si oppongono a questa iniziativa su cui è chiamata ad esprimersi il 10 e 11 marzo l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

In Italia, MSF lancia un nuovo appello al premier Mario Draghi (testo integrale in fondo al comunicato), insieme alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) e un nutrito gruppo di medici ed esperti di salute pubblica, tra cui Silvio Garattini, Presidente Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. "Garantire l'accesso ai vaccini in tutto il mondo non è solo una questione di equità, ma anche di salute pubblica globale. Il governo italiano garantisca la tutela della salute al di sopra di ogni protezione della proprietà intellettuale" si legge nell'appello che verrà presentato al webinar "Chi ha bisogno di un vaccino?", l'11 marzo dalle 15 alle 16 (diretta live QUI), moderato da Riccardo Iacona.

"Dopo un anno di pandemia e oltre due milioni e mezzo di morti, alcuni governi continuano ad ignorare che la sospensione dei monopoli possa contribuire a un più ampio accesso a cure, vaccini e test diagnostici" dice la dott.ssa Claudia Lodesani, presidente di MSF. "Superare temporaneamente i monopoli conferiti dai brevetti lascerebbe ai governi di tutti i paesi, compresa l'Italia, la possibilità di un più ampio accesso alle cure".

La prima fase della campagna vaccinale in corso ha escluso di fatto la maggior parte dei paesi a medio e basso reddito: il 75% dei vaccini è stato somministrato in soli 10 paesi del mondo, mentre molti paesi non hanno ricevuto una sola dose. Con la sospensione dei brevetti e degli altri diritti di proprietà intellettuale, molti paesi del mondo, con competenze e tecnologia per produrre localmente vaccini contro il Covid-19, potrebbero aumentare la produzione e rendere così più rapida la loro somministrazione.

La proposta di India e Sudafrica rappresenterebbe una soluzione agile e globale di cui i governi potrebbero disporre per semplificare alcuni passaggi nella produzione dei vaccini e consentire a più aziende di produrre, senza dipendere esclusivamente dalla volontà delle imprese farmaceutiche di concedere una licenza su base volontaria.

Nei giorni scorsi il presidente internazionale di MSF, il dott. Christos Christou, ha scritto ai capi di stato dei paesi ricchi, tra cui l'Italia, chiedendo di non bloccare la sospensione dei brevetti per garantire una vera risposta globale alla pandemia. Gran parte dei paesi ostruzionisti tra cui l'UE, Stati Uniti, Australia, Brasile, Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera e Regno Unito, si sono assicurati la maggior parte dei vaccini disponibili, prenotando dosi per un numero superiore rispetto alla loro popolazione. Dall'altra parte, la proposta lanciata da India e Sudafrica nell'ottobre 2020 è oggi co-sponsorizzata da 58 governi e sostenuta da circa 100 paesi.

"Anche l'Italia potrebbe trarre beneficio da questa iniziativa" recita l'appello di medici ed esperti con MSF (testo integrale in fondo al comunicato). "Il nostro paese potrebbe produrre vaccini contro il Covid-19 autorizzati dalle agenzie regolatorie anche nella prospettiva di ulteriori cicli di vaccinazione negli anni a venire. Senza considerare la possibilità di esportazione verso paesi senza alcuna capacità produttiva". Con la diffusione di nuove e più contagiose varianti, l'accesso universale a vaccini e tecnologie è l'unica soluzione possibile per fermare la pandemia. Per questo è fondamentale più che mai garantire la distribuzione tempestiva di strumenti medici in quantità sufficienti, specialmente per gli operatori sanitari in prima linea. Se non aumenterà il numero di produttori globali, i paesi a basso e medio reddito rimarranno in una posizione svantaggiata, con gravi conseguenze sulla risposta globale alla pandemia.

Ad oggi, la proposta di sospensione è sostenuta da centinaia di organizzazioni della società civile in tutto il mondo ed è stata accolta con favore da numerose organizzazioni internazionali tra cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il Programma delle Nazioni Unite per l'HIV e l'AIDS (UNAIDS), la Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDi), South Centre, Unitaid e Third World Network. Recentemente, oltre 115 membri del Parlamento Europeo hanno sollecitato la Commissione Europea e il Consiglio Europeo a non opporsi alla proposta di sospensione dei brevetti.

Medici Senza Frontiere (MSF) esprime tristezza e profonda preoccupazione per lo stato di insicurezza in cui versa la popolazione del campo per sfollati di Al-Hol, nel nord-est della Siria, per i due terzi composta da bambini. La notte del 24 febbraio, un membro dell'équipe di MSF è stato ucciso nella tenda in cui viveva.

"Durante la notte del 24 febbraio il nostro collega si trovava con la sua famiglia quando sono stati uccisi" dichiara Will Turner, responsabile dell'emergenza di MSF per la Siria. "Stiamo cercando di capire meglio la situazione e le circostanze sulla loro morte. MSF sta fornendo supporto alla famiglia in questo momento difficile e porgiamo le nostre più sincere condoglianze ai familiari e agli amici del nostro collega".

Tre giorni dopo, la sera del 27 febbraio, sette persone sono rimaste uccise, tra cui la figlia di un altro membro dello staff di MSF, in un incendio accidentale scoppiato durante un matrimonio. Le fiamme, divampate in una tenda a causa del rovesciamento di una stufa, si sono velocemente propagate nelle tende vicine. Almeno 30 i feriti, tra cui tre operatori MSF, la maggior parte portati negli ospedali della città di Al-Hassakeh per essere curati.

"Voglio solo sapere dove si trova mio figlio" ha detto uno dei membri dello staff di MSF in cura ad Al-Hassakeh, che non è stato in grado di ottenere informazioni sugli altri membri della famiglia. "Tutto quello a cui riesco a pensare ora è solo la mia famiglia".

 Da due anni ormai le condizioni di sicurezza presso il campo di Al Hol sono inaccettabili. Quest'anno la situazione si è ulteriormente deteriorata: da gennaio sono oltre 30 le persone uccise, la maggior parte vittime di colpi di arma da fuoco.A causa del peggioramento della situazione ad Al-Hol, MSF è stata costretta a sospendere temporaneamente le sue attività di sensibilizzazione all'interno del campo, compresa la fornitura di cure mediche e alcune attività legate all'approvvigionamento dell'acqua e al miglioramento dell'igiene.

I recenti tragici incidenti evidenziano la condizione di insicurezza che vivono i residenti del campo, sotto il controllo delle autorità locali che impediscono alla maggior parte degli abitanti di uscire dal campo.

"Le persone vengono uccise con una frequenza brutale, spesso nelle tende in cui vivono" continua Turner di MSF. "Molti bambini restano senza nessuno che possa prendersi cura di loro. Le autorità hanno la responsabilità di fornire sicurezza e protezione. Questo è un ambiente tutt'altro che sicuro e certamente non è un posto adatto per far crescere i bambini. È un incubo che deve finire".

MSF invita la comunità internazionale e i paesi con cittadini presenti nel campo di Al-Hol a trovare soluzioni a lungo termine che rispettino le volontà delle persone e siano conformi al diritto internazionale e umanitario.

Medici Senza Frontiere (MSF) interviene nella risposta all'epidemia di Ebola nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo nord-orientale, attraverso un intervento mobile a beneficio dei pazienti, delle loro famiglie e delle comunità che vivono nell'area colpita. Si tratta della dodicesima epidemia di Ebola nel paese. 

"Stiamo supportando l'ospedale di Matanda, nel distretto sanitario di Vungi, e il centro sanitario del distretto di Muchanga, potenziando il triage, l'individuazione precoce, la diagnosi e l'accettazione alle cure delle persone potenzialmente colpite da Ebola. Forniremo trattamenti efficaci per aumentare le possibilità di sopravvivenza e ridurre le sofferenze causate dal virus" dichiara Homam Shahhoud, coordinatore della risposta medica di MSF nel Nord Kivu.

"Lavoriamo con le comunità per identificare i contatti dei pazienti confermati e proteggerli con strumenti appropriati, in base al loro livello di esposizione al rischio di infezione. Se necessario forniremo i mezzi per l'isolamento e per ricevere supporto medico immediato in caso di sintomi. Supporteremo anche le strutture sanitarie esistenti nella zona di Katwa e in altre aree colpite dall'epidemia per rafforzare la prevenzione e il controllo delle infezioni e limitare la diffusione di questo virus mortale" aggiunge Shahhoud di MSF.

L'importanza del coinvolgimento delle comunità

La sfiducia e la resistenza delle comunità sono state spesso indicate come il principale ostacolo nella lotta contro l'Ebola. MSF ha sviluppato un approccio basato sulla comunità e incentrato sul dialogo con i pazienti e le loro famiglie, oltre che sul supporto alle persone colpite dalla malattia.

"Dobbiamo assicurarci che le persone abbiano i mezzi per proteggersi e farsi curare. Il nostro intervento sarà flessibile e centrato sui bisogni dei pazienti: interverremo nei distretti sanitari che hanno bisogno di aiuto, coordinandoci con le autorità locali e altri partner" conclude Shahhoud di MSF.

A due mesi dalla prima vaccinazione in un paese ricco, è partita ieri la prima spedizione di vaccini contro il Covid-19 tramite il programma COVAX, un'iniziativa internazionale dell''Organizzazione Mondiale della Sanità, in collaborazione con Gavi, per accelerare lo sviluppo e la produzione di vaccini e garantire un accesso giusto ed equo a tutti i paesi del mondo.

In Ghana sono arrivate 600.000 dosi (pari all'1% della popolazione), ma ad oggi il 75% dei vaccini è stato somministrato in soli 10 paesi del mondo, mentre oltre 130 non hanno ancora ricevuto alcuna fornitura.

Silvia Mancini, esperta di salute pubblica di MSF, sottolinea: "la prima spedizione tramite COVAX rappresenta un passo importante per molti paesi che non hanno ancora ricevuto una singola dose di vaccino contro il Covid-19 e hanno bisogno di questo strumento salvavita per proteggere la propria popolazione. Resta comunque un primo passo insufficiente e tardivo: per colmare questa pericolosa disuguaglianza che può compromettere la lotta alla pandemia, c'è bisogno di un massiccio invio di dosi in molti altri paesi. Ancora oggi il 75% delle dosi di vaccino sono state somministrate in soli 10 paesi del mondo, mentre altri 130 paesi non hanno ricevuto una singola dose.  Dall'inizio della pandemia, la corsa sfrenata dei governi ricchi ad accaparrarsi la scarsa offerta globale di vaccini ha lasciato molti paesi senza alcuna fornitura, rendendo ancora più evidente le disuguaglianze e gli squilibri esistenti tra il Nord e il Sud del mondo, rischio costante di tensione e fonte possibile di reintroduzione del virus".

Medici Senza Frontiere (MSF) chiede ai paesi che hanno firmato accordi bilaterali con le imprese farmaceutiche "di condividere le loro dosi così da vaccinare gli operatori sanitari in prima linea e le persone ad alto rischio nei paesi in via di sviluppo prima di quelle a basso rischio dei paesi ricchi. I governi devono sollecitare le case farmaceutiche a lavorare immediatamente con il programma COVAX perché sia garantita una fornitura sufficiente di vaccini Covid-19 a prezzi accessibili destinati a proteggere i gruppi prioritari nei paesi a medio e basso reddito".

"L'evidente squilibrio che si sta consumando intorno all'accesso ai vaccini Covid-19 è la prova tangibile di un sistema di ricerca farmaceutica e accesso all'innovazione che a più riprese si è dimostrato fallimentare, a tutto discapito della capacità globale di fermare la pandemia. Se vogliamo evitare questa deplorevole situazione in futuro, abbiamo bisogno di un sostanziale cambiamento nel modo in cui i prodotti farmaceutici vengono sviluppati e resi accessibili in tutto il mondo", conclude Mancini.

La nuova e più contagiosa variante di Covid-19 si sta diffondendo nei paesi dell'Africa meridionale. In Mozambico, Eswatini e Malawi gli operatori sanitari stanno lottando per curare un sempre maggior numero di pazienti con scarse prospettive di poter ricevere una dose di vaccino. Medici Senza Frontiere (MSF) chiede che i vaccini Covid-19 siano distribuiti equamente, proteggendo prima di tutto gli operatori sanitari in prima linea e le persone più a rischio in tutti i paesi, inclusi quelli dell'Africa.

"Siamo indignati per l'ingiusta distribuzione dei vaccini contro il Covid-19 nel mondo" afferma la dr.ssa Stella Egidi, responsabile medico di MSF. "Mentre in molti paesi ricchi le vaccinazioni sono iniziate circa due mesi fa, paesi come Eswatini, Malawi e Mozambico, in estrema difficoltà, non hanno ricevuto una singola dose per proteggere le persone più a rischio, nemmeno per il personale sanitario in prima linea".

In Eswatini, paese con 1,1 milione di abitanti, si registrano 200 nuovi casi ogni giorno, i decessi sono quasi quadruplicati rispetto alla prima ondata e gli operatori sanitari affermano che oggi i pazienti sono in condizioni più gravi. Con strutture sanitarie sature, le équipe di MSF hanno allestito reparti in dei tendoni presso il centro sanitario di Nhlangano e coinvolto altri medici e infermieri per trattare i pazienti positivi al Covid-19 in condizioni critiche.

In Mozambico, attualmente, il numero di casi è sette volte superiore rispetto al picco dei casi della prima ondata. "Gli operatori sanitari si stanno ammalando e chi ancora lavora è esausto" afferma Natalia Tamayo Antabak, capomissione di MSF. A Maputo, nei centri di trattamento Covid-19 del governo, i team di MSF sono in azione per implementare misure di prevenzione e controllo volte a ridurre i contagi tra il personale sanitario.

In Malawi, i casi sono aumentati esponenzialmente a gennaio, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni. Il Queen Elizabeth Central Hospital, la struttura principale che offre cure Covid-19 a Blantyre, è quasi al completo per i pazienti che necessitano di ossigeno. MSF ha inviato personale ed è pronta ad aprire un altro reparto con 40 posti letto per i pazienti positivi. "La priorità, in questo momento, è proteggere gli operatori sanitari in prima linea" afferma Marion Pechayre, capomissione MSF in Malawi. "Se il Malawi avesse 40.000 dosi di vaccino, potremmo almeno iniziare a vaccinare il personale sanitario nelle aree critiche del paese. Se ciò non avverrà, la situazione sarà presto insostenibile". Finora 1.298 operatori sanitari in prima linea sono risultati positivi e nove sono morti nel paese.

"La popolazione dei paesi più poveri è l'ultima ad avere accesso a questo vaccino fondamentale" continua la dr.ssa Egidi di MSF. "C'è un urgente bisogno di vaccini nei paesi dell'Africa meridionale, che sono in seria difficoltà per la rapida diffusione della nuova variante e hanno sistemi sanitari al collasso". Mentre Mozambico, Swaziland e Malawi non hanno vaccini, i paesi ricchi li accumulano per vaccinare non solo le categorie prioritarie.

"Sarebbe iniquo se alcuni paesi iniziassero a vaccinare la popolazione a basso rischio mentre molti paesi in Africa non hanno ancora vaccinato gli operatori sanitari in prima linea" conclude la dr.ssa Egidi di MSF. "La stessa OMS ci ricorda come senza un accesso equo al vaccino la pandemia non solo si prolungherà, ma metterà a rischio ancora più vite. Esortiamo i governi che si sono assicurati più dosi del necessario a metterle a disposizione affinché altri paesi possano iniziare le vaccinazioni. Questa è un'emergenza globale che, se davvero vogliamo controllare, richiede uno spirito di solidarietà globale".

"MSF chiede ai produttori di vaccini di garantire la priorità ai paesi con urgente bisogno di proteggere il proprio personale sanitario. MSF è pronta a fornire supporto logistico ai paesi ad alta priorità a cui è stato negato l'accesso al vaccino Pfizer/BioNTech tramite COVAX a causa della loro limitata capacità di gestione della catena del freddo" afferma Isabelle Defourny, direttore delle operazioni di MSF.

 

Alla vigilia del quarto anniversario della firma del Memorandum d'intesa con la Libia, Amnesty International ha denunciato che nel paese nordafricano si susseguono arresti arbitrari, torture, rapimenti e violenze ai danni di rifugiati e migranti con la complicità e nel silenzio delle istituzioni italiane.

Nel corso del 2020, 11.265 rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia. Quasi tutti sono stati immediatamente trasferiti nei centri di detenzione ufficiali o in altri luoghi di cattività, dove sono stati trattenuti arbitrariamente e per lunghi periodi di tempo ed esposti al rischio di subire torture e maltrattamenti.

In alcuni casi, documentati da un rapporto pubblicato da Amnesty International nel settembre 2020, persone intercettate in mare e riportate in Libia sono state trasferite in centri semi-clandestini, come la famigerata Fabbrica del tabacco di Tripoli, prima che se ne perdessero completamente le tracce.

Sono oltre 50.000 i rifugiati e i migranti intercettati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in Libia a partire dalla firma del Memorandum d'intesa, all'insegna del quale il governo italiano ha offerto abbondante sostegno alla Libia, in particolare mediante motovedette, formazione alla guardia costiera e assistenza nella dichiarazione di una zona di ricerca e soccorso (SAR) libica e nel coordinamento delle operazioni in mare.

Come più volte ricordato da Amnesty International, “l'Italia ha fornito la propria assistenza senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze per le persone – donne, uomini e bambini – riportate in Libia e rinchiuse nei centri di detenzione o scomparse nel nulla. Pur di ridurre il numero degli approdi irregolari in Italia, le autorità italiane si sono rese complici degli abominevoli crimini di diritto internazionale commessi nei centri di detenzione, che potevano essere ampiamente previsti. Anche quando sono in libertà, i rifugiati e i migranti intrappolati in Libia restano a rischio costante di uccisioni, rapimenti, rapine, violenze e sfruttamento da parte di milizie armate o bande criminali che godono della più completa impunità”.

L’allarme delle Ong

Il bilancio, a quattro anni dall'accordo Italia-Libia sul contenimento dei flussi migratori, è sempre più desolante e riflette il fallimento della politica italiana ed europea, che continua a stanziare fondi pubblici col solo obiettivo di bloccare gli arrivi nel nostro paese, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare. Senza disegnare nessuna soluzione di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l'Italia e l'Europa.

 È l'allarme diffuso oggi da ASGI, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e Sea-Watch, che rilanciano un appello urgente al Parlamento, per un'immediata revoca degli accordi bilaterali e il ripristino di attività istituzionali di Ricerca e Soccorso nel Mediterraneo centrale.

 "Dalla firma dell'accordo, l'Italia, in totale continuità con l'approccio europeo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ha speso la cifra record di 785 milioni euro per bloccare  i  flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee. – affermano le organizzazioni firmatarie dell'appello - Una buona parte di quei soldi - più di 210 milioni di euro – sono stati spesi direttamente nel paese, ma purtroppo non hanno fatto altro che contribuire a destabilizzarlo ulteriormente e spinto i trafficanti di persone a convertire il business del contrabbando e della tratta di esseri umani, in industria della detenzione. La Libia non può essere considerata un luogo sicuro dove portare le persone intercettate in mare, bensì un paese in cui violenza e brutalità rappresentano la quotidianità per migliaia di migranti e rifugiati".

 Libia: tutt'altro che porto sicuro

 Come riconosciuto dalle istituzioni internazionali ed europee, comprese le Nazioni Unite e la Commissione europea, la Libia non può in alcun modo essere considerata un luogo sicuro dove far sbarcare le persone soccorse in mare: sia perché è un Paese instabile, dove non possono essere garantiti i diritti fondamentali, sia perché migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti al rischio di sfruttamento, violenza e tortura e altre gravi e ben documentate violazioni dei diritti umani. Eppure, continua ad aumentare il contributo italiano ed europeo alla Guardia Costiera libica, che negli ultimi 4 anni ha intercettato e riportato forzatamente nel Paese almeno 50 mila persone, 12 mila solo nel 2020.

Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove la popolazione oscilla tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, meno noti sono i numeri dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono persino peggiori. La detenzione arbitraria è però solo una piccola parte del devastante ciclo di violenza, in cui sono intrappolati migliaia di migranti e rifugiati in Libia. Uccisioni, rapimenti, maltrattamenti a scopo di estorsione sono minacce quotidiane, che continuano a spingere le persone alle pericolose traversate in mare, in assenza di modi più sicuri per cercare protezione in Europa.

Obiettivo raggiunto: nessun soccorso nel Mediterraneo centrale

Dal 2017 - denunciano ancora le 6 organizzazioni - sono stati spesi 540 milioni di euro dall'Italia, solo per finanziare missioni navali nel Mediterraneo, il cui scopo principale non era quello di soccorrere le persone. Nello stesso periodo, secondo i dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), quasi 6.500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa attraverso il Mediterraneo centrale, mentre tutti i governi italiani che si sono succeduti hanno ostacolato l'attività delle navi umanitarie, senza fornire alternative alla loro presenza in mare. Persino le recenti modifiche della normativa in materia di immigrazione non hanno di fatto eliminato il principio di criminalizzazione dei soccorsi in mare, che era stato introdotto dal secondo Decreto Sicurezza.

Nel corso del 2020, l'Italia ha bloccato inoltre sei navi umanitarie con fermi amministrativi basati su accuse pretestuose, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso e ignorando, allo stesso tempo, le segnalazioni di imbarcazioni in pericolo. Contribuendo così alle 780 morti e al respingimento di circa 12.000 persone, documentate durante il corso dell'anno dall'OIM.

Infatti, la risposta delle istituzioni Ue alla crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale si limita alle operazioni di monitoraggio aereo di Frontex, EUNAVFORMED Sophia e, ora, Irini, che di fatto contribuiscono spesso alla facilitazione dei respingimenti verso la Libia. Intanto le operazioni di monitoraggio aereo civile, seppur discontinue e anch'esse ostacolate, nel 2020 hanno avvistato quasi 5.000 persone in pericolo in mare in 82 casi, testimoniando continui episodi di mancata o ritardata assistenza da parte delle autorità.

Dall'Italia, nessuna notizia sulla dichiarata modifica dell'accordo

Infine, pur di fronte al tragico fallimento dell'accordo da anni sotto gli occhi dell'opinione pubblica - sottolineano le organizzazioni - nulla si è più saputo rispetto alla proposta libica di modifica del Memorandum, annunciata il 26 giugno 2020 e che a detta del Ministro degli Esteri Luigi di Maio andava "nella direzione della volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani".

Né tantomeno sono stati resi noti gli esiti della riunione del 2 luglio 2020 del Comitato interministeriale italo-libico, o se ci siano stati nuovi incontri, e neppure a quali eventuali esiti finali sia giunto il negoziato che avrebbe dovuto portare un deciso cambio di rotta nei contenuti dell'accordo.

L'appello al Parlamento

Tenendo conto dell'attuale crisi politica, le organizzazioni chiedono quindi al Parlamento di istituire una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo e di presentare un testo che impegni il Governo a: “interrompere l'accordo Italia-Libia, subordinando qualsiasi futuro accordo bilaterale alla transizione politica della crisi libica, nonché alle necessarie riforme del sistema giuridico che eliminino la detenzione arbitraria e prevedano adeguate misure di assistenza e protezione per migranti e rifugiati; dare l'indirizzo a non rinnovare le missioni militari in Libia, chiedendo con forza la chiusura dei centri di detenzione nel paese nord-africano; promuovere, in sede europea, l'approvazione di un piano di evacuazione dalla Libia delle persone più vulnerabili e a rischio di subire violenze, maltrattamenti e gravi abusi; dare mandato per l'istituzione di una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare; promuovere, in sede europea, l'approvazione di un meccanismo automatico per lo sbarco immediato e la successiva redistribuzione delle persone in arrivo sulle coste meridionali europee, sulla base del principio di condivisione delle responsabilità tra stati membri su asilo e immigrazione; promuovere la revoca dell'area di ricerca e soccorso libica, poiché solo finalizzata all'intercettazione e al respingimento illegale delle persone in Libia; riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie nella salvaguardia della vita umana in mare, mettendo fine alla loro criminalizzazione e liberando le loro navi ancora sotto fermo”.

 

 

Team di Medici Senza Frontiere (MSF) sono in azione per fornire cure mediche alle persone più colpite dal conflitto nel Tigré, in Etiopia settentrionale. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite a seguito dei combattimenti scoppiati a inizio novembre: circa 58.000 si sono rifugiati in Sudan, dove MSF offre cure e assistenza al confine, mentre molte altre sono sfollate in città o aree remote dell'Etiopia, a volte intrappolate in zone di conflitto.

Nelle aree del Tigrè accessibili alle équipe di MSF, decine di migliaia di sfollati vivono in edifici abbandonati o in cantieri in costruzione a ovest e nord-ovest delle città di Shire, Dansha e Humera o nelle aree orientali e meridionali della regione. Queste persone hanno accesso limitato a cibo, acqua pulita, riparo e cure mediche. Ai team di MSF, attivi nel Tigrè dalla metà di dicembre, è stato riferito che molti si sono nascosti sulle montagne e in aree rurali della regione.

In alcuni luoghi non c'è elettricità, acqua corrente, rete telefonica e le banche sono chiuse. Molte persone hanno paura di ritornare a casa per motivi di sicurezza e spesso non hanno modo di contattare i parenti o di acquistare beni essenziali per la famiglia. Alcuni ospitano parenti sfollati provenienti da altre aree della regione, nonostante comporti difficoltà maggiori.

Il conflitto è scoppiato nel periodo del raccolto in una regione in cui la produzione era già stata fortemente danneggiata dalle locuste del deserto, peggiorando ancora di più la situazione. Prima dell'inizio dei combattimenti, circa un milione di persone già dipendeva dagli aiuti umanitari. Sebbene le organizzazioni umanitarie e le autorità locali stiano distribuendo cibo in alcune aree, la distribuzione non riesce a raggiungere tutti.

Nel Tigrè meridionale, le équipe di MSF gestiscono cliniche mobili e hanno riavviato alcuni servizi nei centri sanitari nelle città di Hiwane e Adi Keyih, insieme al personale del Ministero della salute. Tra il 18 dicembre e il 3 gennaio, i team di MSF a Hiwane e Adi Keyih hanno fornito 1.498 visite mediche. 

Nel Tigrè orientale, MSF supporta l'ospedale di Adigrat, la seconda città della regione. All'arrivo dei team di MSF, il 19 dicembre, l'ospedale, che serve una popolazione di oltre un milione di abitanti, aveva parzialmente smesso di funzionare. Data l'urgenza della situazione, MSF ha inviato bombole di ossigeno e cibo per i pazienti e chi si prende cura di loro da Mekele, 120 chilometri più a sud, e trasferito i pazienti all'ospedale principale della zona di Afder. Dal 23 dicembre, le équipe mediche di MSF gestiscono il pronto soccorso, l'area medica e i reparti di chirurgia, pediatria e maternità. Il supporto è allargato anche alle cure ambulatoriali ai bambini sotto i cinque anni: dal 24 dicembre al 10 gennaio sono stati 760 i pazienti arrivati al pronto soccorso. 

Nel Tigrè centrale, nell'estremo nord delle città di Adwa, Axum e Shire, le équipe di MSF forniscono ad alcuni degli sfollati cure mediche di base e supportano le strutture sanitarie che non hanno forniture essenziali come farmaci, ossigeno e cibo per i pazienti. MSF stima che tra i tre e i quattro milioni di persone nel Tigrè centrale non abbiano accesso a cure mediche di base. 

Nelle città nord-occidentali di Mai Kadra e Humera, MSF ha fornito supporto ad alcuni centri sanitari e ha aiutato fino a 2.000 sfollati interni fornendo cure mediche, acqua, prodotti igienico-sanitari e costruendo latrine di emergenza. 

Prima del conflitto, la popolazione nel Tigrè era di circa 5,5 milioni, inclusi oltre 100.000 sfollati interni e 96.000 rifugiati che erano già dipendenti dagli aiuti umanitari. Oltre alle sue attività nel Tigrè, da novembre le équipe di MSF hanno fornito cure mediche a migliaia di sfollati al confine della regione dell'Amhara. I team MSF hanno anche supportato diverse strutture sanitarie con forniture mediche ed erogato formazione in ambito nutrizionale e sulla gestione delle emergenze, al personale del Ministero della Salute e stanno rispondendo ai bisogni dei rifugiati etiopi oltre confine in Sudan. 

Continuano gli scontri nella Repubblica Centrafricana (RCA), ormai quotidiani dopo le elezioni dello scorso 27 dicembre. Ieri la coalizione dei gruppi armati ha attaccato e preso il controllo di Bangassou, città nel sud-est del paese situata al confine con la Repubblica Democratica del Congo (RDC). I team di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno curato d'urgenza 12 persone nell'ospedale regionale, mentre sono oltre 110 i feriti assistiti dal 21 dicembre a oggi in diverse città.

Emmanuel Lampaert, capomissione di MSF in RCA: "Nella giornata di ieri, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno trasferito e curato d'urgenza 12 feriti presso il Bangassou Regional University Hospital (HRUB), struttura sanitaria che supportiamo dal 2014. Nei giorni precedenti all'attacco, migliaia di persone sono fuggite dalla città e hanno attraversato il fiume Mbomou per cercare rifugio a Ndu, nella vicina RDC dove anche qui MSF supporta il centro di salute locale. I team di MSF sono in azione per dare maggiore sostegno al centro di salute con più personale, farmaci e stanno lavorando per rafforzare ulteriormente il supporto medico alla popolazione sfollata”.

“L'attacco a Bangassou – continua Lampaert - non è un caso isolato nella RCA, colpita da una forte insicurezza a causa delle elezioni dello scorso 27 dicembre che si sono svolte in un clima di grande tensione. Il 28 dicembre sono rimaste uccise diverse persone durante un attacco ad un autobus a Grimari, vicino Bambari. Tra loro anche un operatore di MSF, non in servizio durante l'attacco. Nonostante alcune attività siano state ridotte o sospese per la sicurezza dei pazienti e del nostro staff, la maggior parte dei servizi forniti da MSF nel paese resta attiva. Dal 21 dicembre, i nostri team hanno curato più di 110 feriti a Bossangoa, Bangui, Bangassou, Bambari e Batangafo”.

“In un paese in uno stato di emergenza medica cronica, il peggioramento delle condizioni di sicurezza rende ancor più difficile, per migliaia di persone, l'accesso già limitato alle cure mediche essenziali. MSF esorta tutti gli attori coinvolti nel conflitto armato a non ostacolare il lavoro degli operatori sanitari per garantire cure mediche tempestive, a rispettare il dovere di proteggere i civili e gli operatori umanitari e a non colpire le strutture sanitarie, le ambulanze, il personale medico-sanitario e i pazienti", conclude il capomissione Msf.

 

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