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Venerdì, 14 Dicembre 2018

Amnesty International ha chiesto alle autorità libiche, europee e panamensi di assicurare che gli almeno 79 migranti e rifugiati a bordo di un mercantile fermo nel porto di Misurata non siano costretti a sbarcare per essere portati in un centro di detenzione libico dove rischierebbero di subire torture e ulteriori violenze. 

L'8 novembre il mercantile "Nivin", battente bandiera panamense, ha soccorso nel Mediterraneo centrale un gruppo di migranti e rifugiati, tra cui dei bambini, che cercava di raggiungere le coste europee. Secondo quanto appreso da Amnesty International, in questa operazione sono state coinvolte le autorità marittime di Italia e Malta. Il "Nivin" ha fatto rotta verso la Libia, in evidente violazione del diritto internazionale, dato che quello non può essere considerato un paese sicuro dove effettuare lo sbarco. 

"Le proteste a bordo del mercantile, ora ancorato nella rada di Misurata, dà una chiara indicazione delle condizioni terribili dei centri di detenzione libici per migranti e rifugiati, in cui torture, stupri, pestaggi, estorsioni e ulteriori violenze sono all'ordine del giorno", ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. 

"È davvero ora che le autorità libiche pongano fine alla brutale prassi di porre illegalmente in detenzione migranti e rifugiati. Nessuno dovrebbe essere respinto in Libia per essere sottoposto a condizioni di prigionia inumane e alla tortura", ha aggiunto Morayef. 

Come la maggior parte dei migranti e dei rifugiati che passano attraverso la Libia, le persone a bordo del "Nivin" hanno raccontato ad Amnesty International di aver subito trattamenti orribili, tra cui estorsioni, torture e obbligo di lavori forzati, così come documentato in passato dall'organizzazione per i diritti umani. Una di loro ha riferito di essere stato già trattenuto in otto diversi centri di detenzione e che preferirebbe morire piuttosto che tornarvi. 

Quattordici persone che il 15 novembre hanno accettato di lasciare la nave (portando con sé un neonato di quattro mesi), sono stati trasferiti in un centro di detenzione. 

La vicenda del mercantile "Nivin" si svolge proprio mentre dai centri di detenzione libici arrivano notizie di rifugiati e migranti che minacciano di suicidarsi, come ha tentato di fare un giovane eritreo alcuni giorni fa, o lo fanno, come un somalo che si è dato fuoco. 

"Impossibilitati a tornare nel loro paese per il timore di subire persecuzioni e con assai scarse possibilità di essere reinsediati in un paese terzo, per la maggior parte dei rifugiati e dei richiedenti trattenuti nei centri di detenzione libici l'unica opzione è quella di rimanervi all'interno, col rischio di subire gravi violenze", ha commentato Morayef. 

"L'Europa non può più ignorare le catastrofiche conseguenze delle politiche che ha adottato per fermare le partenze attraverso il Mediterraneo. Le proteste in atto a bordo del mercantile devono suonare come una sveglia per i governi europei e per la comunità internazionale nel suo complesso: la Libia non è un paese sicuro per i migranti e i rifugiati", ha sottolineato Morayef. 

"Sulla base del diritto internazionale, nessuno dovrebbe essere respinto verso un paese in cui la sua vita sia a rischio. I governi europei e quello di Panama devono, insieme alle autorità libiche, trovare una soluzione per le persone a bordo per assicurare che queste non vengano trattenute a tempo indeterminato nei centri di detenzione libici dove la tortura è la regola", ha proseguito Morayef. 

"La comunità internazionale, inoltre, dovrebbe fare di più per aumentare il numero dei reinsediamenti offerti ai rifugiati, incrementare le opportunità d'accesso per i richiedenti asilo e mettere a disposizione rotte alternative per salvare le migliaia di persone lasciate abbandonate a sé stesse in Libia e che non vedono una via d'uscita per porre fine alla loro sofferenza", ha aggiunto Morayef. 

Amnesty International sollecita poi le autorità libiche ad accelerare l'apertura del centro dell'Alto commissario Onu per i rifugiati, che consentirebbe l'uscita dai centri di detenzione libici di un migliaio di rifugiati e richiedenti asilo. 

All'inizio di questa settimana, Amnesty International ha denunciato che migliaia di migranti e rifugiati continuano a essere intrappolati, in condizioni aberranti e senza

In un rapporto pubblicato oggi, all'indomani dello scandalo suscitato dalle immagini relative alla compravendita dei migranti in Libia, Amnesty International ha accusato i governi europei di essere consapevolmente complici nelle torture e nelle violenze ai danni di decine di migliaia di rifugiati e migranti, detenuti in condizioni agghiaccianti nel paese nordafricano. 

Il rapporto, intitolato "Libia: un oscuro intreccio di collusione", descrive come i governi europei, per impedire le partenze dal paese, stiano attivamente sostenendo un sofisticato sistema di violenza e sfruttamento dei rifugiati e dei migranti da parte della Guardia costiera libica, delle autorità addette ai detenuti e dei trafficanti. 

"Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti spesso in combutta per ottenere vantaggi economici. Decine di migliaia di persone sono imprigionate a tempo indeterminato in centri di detenzione sovraffollati e sottoposte a violenze ed abusi sistematici", ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l'Europa.  "I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono attivamente le autorità libiche nell'impedire le partenze e trattenere le persone in Libia. Dunque, sono complici di tali crimini", ha aggiunto Dalhuisen. 

La politica di contenimento 

Dalla fine del 2016 gli stati membri dell'Unione europea e soprattutto l'Italia hanno attuato una serie di misure destinate a sigillare la rotta migratoria attraverso la Libia e da qui nel Mediterraneo centrale, con scarsa attenzione alle conseguenze per le persone intrappolate all'interno dei confini della Libia, dove regna l'anarchia. 

La cooperazione coi vari attori libici si è sviluppata lungo tre assi: la fornitura di supporto e assistenza tecnica al Dipartimento per il contrasto all'immigrazione illegale (DCIM), l'autorità libica che gestisce i centri di detenzione al cui interno rifugiati e migranti sono trattenuti arbitrariamente e a tempo indeterminato e regolarmente sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani, compresa la tortura;  la fornitura di addestramento, equipaggiamento (navi incluse) e altre forme di assistenza alla Guardia costiera libica per metterla in grado di intercettare le persone in mare;  la stipula di accordi con autorità locali, leader tribali e gruppi armati per incoraggiarli a fermare il traffico di esseri umani e a incrementare i controlli alla frontiera meridionale della Libia. 

Detenzione, estorsione e sfruttamento 

La presenza, nella legislazione libica, del reato d'ingresso irregolare, unita all'assenza di norme o centri per la protezione dei richiedenti asilo e delle vittime del traffico di esseri umani, fa sì che la detenzione di massa, arbitraria e a tempo indeterminato sia il principale mezzo di controllo dell'immigrazione in Libia. 
I rifugiati e i migranti intercettati in mare dalla Guardia costiera libica vengono trasferiti nei centri di detenzione gestiti dal DCIM dove subiscono trattamenti orribili. In questi luoghi sovraffollati e insalubri si trovano attualmente fino a 20.000 persone. 

Rifugiati e migranti intervistati da Amnesty International hanno riferito dei trattamenti subiti o di cui sono stati testimoni: detenzione arbitraria, tortura, lavori forzati, estorsione, uccisioni illegali che chiamano in causa autorità, trafficanti, gruppi armati e milizie. 

Decine di rifugiati e migranti hanno descritto il devastante ciclo di sfruttamento in cui colludono le guardie carcerarie, i trafficanti e la Guardia costiera. Le guardie torturano per estorcere danaro e, quando lo ricevono, lasciano andare le vittime o le passano ai trafficanti. Costoro organizzano la partenza, col consenso della Guardia costiera libica. A indicare che un'imbarcazione è oggetto di accordi tra trafficanti e Guardia costiera, lo scafo viene contrassegnato in modo che non venga fermato. A volte la Guardia costiera scorta tali imbarcazioni fino alle acque internazionali. 

Se non è dato sapere quanti funzionari della Guardia costiera libica collaborino coi trafficanti, è evidente che nel corso del 2016 e del 2017 questo organismo ha incrementato la sua operatività grazie al sostegno ricevuto dagli stati dell'Unione europea. Di conseguenza, è aumentato il numero delle operazioni in cui rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare e riportati sulla terraferma libica. 

Nel 2017, finora, la Guardia costiera libica ha intercettato 19.452 persone, che sono state riportate sulla terraferma e trasferite in centri di detenzione dove la tortura è la regola.  Un uomo del Gambia, detenuto per tre mesi, ha raccontato della fame e delle percosse in un particolare centro di detenzione: "Mi picchiavano con un tubo di gomma perché volevano i soldi per rilasciarmi. Telefonavano ai miei a casa mentre mi picchiavano, per costringerli a mandare i soldi". 

Dopo che la famiglia ha pagato il riscatto, l'uomo è stato messo su un'automobile diretta a Tripoli. L'autista ha chiesto ulteriori soldi: "Diceva che fino a quando non avessi pagato avrei dovuto rimanere con lui, oppure mi avrebbe venduto".  "Per migliorare subito le sorti dei rifugiati e dei migranti nei centri gestiti dal DCIM, le autorità libiche dovrebbero riconoscere ufficialmente il mandato dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite sui rifugiati, firmare la Convenzione Onu sullo status di rifugiati e adottare una legge sull'asilo. Dovrebbero inoltre annullare l'applicazione della detenzione automatica dei rifugiati e dei migranti, che è esattamente il contesto nel quale avvengono le peggiori violenze", ha commentato Dalhuisen. 

La Guardia costiera libica mette a rischio vite umane e intimidisce le Ong 

Funzionari della Guardia costiera libica operano notoriamente in collusione con le reti dei trafficanti e ricorrono a violenze e minacce contro rifugiati e migranti che si trovano su imbarcazioni alla deriva.  Immagini filmate, fotografie e documenti esaminati da Amnesty International mostrano una nave donata dall'Italia nell'aprile 2017, la Ras Jadir, protagonista di un'operazione sconsiderata che nel novembre 2017 ha causato l'annegamento di un numero imprecisato di persone.   

Ignorando i più elementari protocolli, la Ras Jadir ha avvicinato un gommone in avaria a circa 30 miglia nautiche dalle coste libiche. Non ha lanciato in acqua gli scafi semirigidi di salvataggio per facilitare i soccorsi, costringendo i naufraghi ad arrampicarsi sugli alti bordi della nave, col risultato che molti sono finiti in acqua.  La Sea-Watch 3, una nave di una Ong che era nelle vicinanze, si è diretta verso la zona mettendo in azione gli scafi di salvataggio. Come mostrano le immagini, a quel punto il personale a bordo della Ras Jadir ha iniziato a lanciare oggetti costringendo gli scafi ad allontanarsi. Altre immagini mostrano persone già a bordo della Ras Jadir venir colpite con una corda ed altre gettarsi in mare per cercare di raggiungere gli scafi della Sea-Watch 3. 

Anche se azioni sconsiderate e pericolose della Guardia costiera libica erano state documentate già in precedenza, questa pare essere stata la prima volta in cui in un'operazione del genere è stata utilizzata una nave fornita da un governo europeo.  "Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l'esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva", ha sottolineato Dalhuisen. 

"I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia in materia d'immigrazione e consentire l'ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati. Essi devono insistere che le autorità libiche pongano fine all'arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività all'Alto commissariato Onu per i rifugiati", ha concluso Dalhuisen. 


La Ras Jadir è stata donata dall'Italia alle autorità libiche in due cerimonie: la prima nel porto di Gaeta il 21 aprile 2017 e la seconda in quello di Abu Sittah il 15 maggio. La nave risulta ben in evidenza nelle immagini filmate dei due eventi, cui ha preso parte il ministro dell'Interno italiano Marco Minniti.  Alla fine del settembre 2017 l'Organizzazione internazionale delle migrazioni aveva identificato 416.556 migranti presenti in Libia, oltre il 60 per cento dei quali proveniente dai paesi dell'Africa subsahariana, il 32 per cento da altri paesi nordafricani e circa il 7 per cento dall'Asia e dal Medio Oriente. 

Secondo dati forniti dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, alla data del 1° dicembre 2017 44.306 persone presenti in Libia erano ufficialmente registrate come rifugiati o richiedenti asilo. Il numero effettivo è senza dubbio assai più alto. 

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