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Lunedì, 10 Dicembre 2018

Associazione a delinquere per chi salva vite in mare, secondo la Procura di Catania. La guida alpina che rischia 5 anni di carcere perché ha salvato la vita a una donna incinta e al suo bambini in grembo al confine con la Francia. Le norme di alcuni comuni contro i poveri e i senza dimora, come quello di Genova. Cosa è diventato il nostro Paese? Un luogo dove la legge è separata dalla giustizia e, soprattutto, dall’umanità.

Da un anno, dopo l’approvazione del decreto Minniti, si assiste a un crescendo di dispositivi che vedono attori istituzionali, politici e giudiziari che vanno in questa direzione. Uno dei principali protagonisti è il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. Ad analizzare i meccanismi di separazione è un lungo articolo di Alessandro Simoni, professore di Sistemi giuridici comparati, Università di Firenze, sul portale “questione giustizia” di Magistratura Democratica: “Pochissimi tra i magistrati, in particolare quelli più giovani, si sono mai trovati, per scelta o costrizione, a esporre il proprio corpo a offese e fatiche paragonabili a quelle dei migranti che affrontano la traversata del mediterraneo. Così è, e non potrebbe essere altrimenti. Basta guardarsi attorno. Chi scrive insegna in una facoltà di giurisprudenza, dove il passaggio nelle aule universitarie segue senza soluzione di continuità al protettivo ambiente famigliare”.

E aggiunge: “Ci rimane però la difficoltà di capire come, nel rileggere l’atto con cui disponeva il sequestro dell’imbarcazione, il magistrato non sia stato toccato dal dubbio circa il contrasto tra la propria valutazione preparata seduto di fronte al computer e quella compiuta dall’operatore seduto sul bordo del gommone di fronte alla chiglia della motovedetta della Guardia Costiera Libica. Escludendo ogni intento discriminatorio nel magistrato, l’unica chiave di lettura è proprio quella dell’impossibilità di rappresentarsi la debolezza dei corpi dei migranti in un contesto di salvataggio in mare. Un salvataggio che riguarda, ricordiamo, non i corpi sino a quel momento ben alimentati e curati dei passeggeri della Costa Concordia, ma quelli di “passeggeri” che sono all’ultima tappa di viaggi che per i nostri parametri di vita ipersicuritari sarebbero, al di fuori delle carte giudiziarie, una somma infinita di situazioni di «rischio di grave danno alla persona»”.

Siamo di fronte al rispetto di dispositivi legislativi che continuano a non essere messi in discussione come la Bossi-Fini. E diventa ancora più complicato dopo il voto del 4 marzo con l’affermazione elettorale a forza di governo di un partito xenofobo come la Lega di Salvini. Se il cuore del problema per la Procura di Catania è non aver lasciato alle autorità libiche i 218 migranti salvati, la questione sorvolata da Zuccaro risiede nel contestatissimo Memorandum firmato con la Libia un anno fa dal nostro governo e oggi portato alla Consulta dai giuristi dell’Asgi per “conflitto su attribuzione di poteri”. Lo ricorda anche il Centro Astalli: “sulla base di testimonianze dei rifugiati che accogliamo e di cui certifichiamo le torture e le violenze subite nei centri di detenzione libici, la Libia non può essere considerata in alcun modo un paese sicuro. Come denunciano le Nazioni Unite e le principali ong umanitarie, le condizioni nel Paese sono tali da rendere inaccettabile la soluzione di affidare alla guardia costiera libica, che in varie occasioni si è tra l’altro resa responsabile di abusi, i migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo”.

La scelta

Tra legge e giustizia, tra formale sicurezza e umanità cosa fare? Scegliere. Lo dicono tante associazioni e ieri lo ha ribadito anche Giusi Nicolini, ex sindaco di Lampedusa, che in un tweet scrive: “Se salvare vite in mare (e rifiutarsi di consegnare i naufraghi a libici che non riconoscono la sacralità dei diritti umani) è reato, devo andare a costituirmi”.

Hanno fatto una scelta anche le associazioni come Campagna LasciateCIEntrare, Rete antirazzista catanese e associazione Thomas Sankara Napoli che sono andate fino in fondo per chiedere giustizia sul furto di soldi e averi verso i rifugiati salvati dalla nave militare Chimera nel 2013. E hanno trovato un avvocato, Liana Nesta, e un tribunale militare che hanno affermato il diritto di quelle persone derubate nella notte in cui hanno rischiato la vita portando alla condanna di alcuni militari italiani. 

A dare un segnale forte è stato anche il Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) che ha deciso di aprire una nuova area di azione nell’ambito di “Mediterranean Hope (MH) – Programma rifugiati e migranti della FCEI”, sostenendo associazioni impegnate in questo intervento umanitario e partecipando a missioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. “Nel prendere questa decisione – spiega il presidente della FCEI, pastore Luca Maria Negro, –  la Federazione delle chiese evangeliche in Italia ribadisce che il soccorso in acque internazionali a profughi che scappano in condizioni disperate da persecuzioni, violenze e torture non è un reato ma, al contrario, un dovere morale che, per noi cristiani, ha anche profonde motivazioni bibliche e teologiche”.

La decisione fa seguito alla positiva esperienza realizzata da operatori di MH con la Ong Proactiva che, con la sua nave “Open Arms”, all’inizio di marzo ha consentito il  salvataggio di oltre 200 persone. In riferimento al successivo sequestro della “Open Arms” da parte della magistratura, il presidente della FCEI esprime solidarietà a chi “ha il coraggio di impegnarsi nelle attività di ricerca e soccorso in mare nel nome del diritto alla vita e della protezione dei profughi in condizioni di grave vulnerabilità”, e al tempo stesso dichiara la sua fiducia nel fatto che “Proactiva potrà dimostrare di avere operato esclusivamente per finalità umanitarie e nel perimetro delle norme del diritto internazionale del mare”.

È il tempo delle scelte. Qualsiasi sia il sistema di potere una legge può separarsi dall’applicazione di basilari norme di giustizia. È accaduto solo 80 anni fa con le leggi razziali, leggi appunto, che ebbero forza nel silenzio complice dei troppi.

 

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