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Sabato, 20 Aprile 2019

In Bangladesh, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno effettuato un milione di consultazioni mediche per i rifugiati Rohingya e le comunità locali nel distretto di Cox’s Bazar, tra agosto 2017 e dicembre 2018. Sono oltre 700.000 i Rohingya fuggiti dalle violenze in Myanmar che hanno trovato rifugio in Bangladesh, dove si sono uniti ai tanti che avevano già abbandonato il Paese in precedenza. Oggi circa un milione di rifugiati Rohingya vive in campi e insediamenti di fortuna, in condizioni estremamente precarie e senza alcuna certezza per il futuro.  

Nell’area, MSF fornisce cure mediche, assistenza psicologica e vaccinazioni grazie al lavoro di oltre 2.000 operatori e oltre 1.000 volontari in 4 ospedali, 5 strutture mediche di base, 8 punti sanitari e un centro di risposta alle epidemie allestiti da MSF. Ma molte emergenze rimangono, dai rischi di epidemie alle difficoltà di fornire cure materno-infantili.

“Siamo riusciti a raggiungere 1 milione di viste grazie alla fiducia che la comunità Rohingya ha riposto nei medici e infermieri di MSF. Meno quantificabili, ma altrettanto fondamentali, sono anche la promozione della salute, la prevenzione primaria e la gestione dell'igiene, attività fondamentali che miglioriamo la qualità della vita nei campi in termini di salute pubblica e dignità individuale” dichiara Giulia Maistrelli, ostetrica di MSF, appena tornata dal Bangladesh dopo una missione di 9 mesi. 

Ancora oggi i Rohingya restano confinati nei campi e la maggior parte della popolazione di rifugiati ha scarso accesso all'acqua pulita, alle latrine, all'istruzione, alle opportunità di lavoro e all'assistenza sanitaria. Uno studio retrospettivo sulla mortalità condotto da MSF a dicembre 2017 ha rivelato che almeno 6.700 Rohingya sono stati uccisi in Myanmar nel primo mese dopo lo scoppio delle violenze, tra loro 730 bambini al di sotto dei 5 anni. 

La testimonianza

“Le scarse condizioni igieniche in cui i rifugiati Rohingya sono costretti a vivere sono la causa principale delle patologie che abbiamo curato. Quasi il 9% delle visite effettuate (92.766) ha riguardato casi di diarrea acquosa acuta, in maggioranza per bambini al di sotto dei 5 anni, che sono particolarmente vulnerabili a questa condizione e possono morirne se non vengono curati. Se i casi più gravi richiedono il ricovero in ospedale, la maggior parte dei pazienti può tornare a casa dopo un trattamento di re-idratazione”. Parla  Jessica Patti, coordinatrice dello staff medico di MSF a Cox’s Bazar 

“La diarrea è legata al sovraffollamento e alle precarie condizioni di vita nei campi. Spesso i rifugiati vivono in piccoli ripari temporanei di plastica e bambù, insieme a molti membri della loro famiglia. L’accesso all’acqua potabile e la disponibilità di latrine pulite sono fattori chiave per prevenire la diarrea, così come le attività di promozione della salute volte a migliorare le pratiche igieniche di base”. 

Nonostante le campagne di vaccinazione, il rischio di epidemie rimane. “Nei primi mesi dell’emergenza – continua Patty - le organizzazioni mediche e il Ministero della Salute del Bangladesh hanno affrontato diverse epidemie, segno della bassa copertura vaccinale e del limitato accesso dei rifugiati Rohingya alle vaccinazioni di routine nello Stato di Rakhine, in Myanmar. Da agosto 2017, le équipe di MSF hanno curato 6.547 persone colpite da difterite e 4.885 casi di morbillo. Pur rappresentando solo l’1% del totale delle nostre visite, la risposta immediata alle epidemie è stata fondamentale per fermarne la diffusione. Da allora, abbiamo anche condotto numerose campagne di vaccinazione per difterite, morbillo e colera”. 

Con un futuro così incerto, l’assistenza psicologica diventa cruciale. “La maggior parte dei Rohingya ha vissuto esperienze traumatiche. Molti hanno subito o assistito a violenze, o hanno perso familiari e amici. Molti vorrebbero tornare a casa, ma sanno che non sarà possibile e si sentono senza speranza. Fin dall’inizio delle nostre attività, l’assistenza psicologica è stata una priorità. A oggi le consultazioni psicologiche rappresentano il 4,7% (49.401) delle nostre visite totali”, aggiunge Patty. 

Malattie croniche e cure materne restano ancora parzialmente scoperte. “Le malattie croniche, come il diabete e l’ipertensione, sono piuttosto comuni tra i nostri pazienti, soprattutto quelli più anziani. Ma queste malattie non trovano un’adeguata risposta. Quando riceviamo pazienti con malattie croniche, li stabilizziamo e li indirizziamo ad altre organizzazioni mediche che forniscono trattamenti a lungo termine. Tra i bambini, c’è un’alta prevalenza di talassemia, una malattia congenita difficile da curare che richiede trasfusioni di sangue”. 

Da una situazione di emergenza ad una crisi prolungata. “All’inizio della nostra risposta di emergenza, abbiamo trattato persone per ferite dovute alle violenze in Myanmar e le cure mediche più richieste erano quella di base. Oggi, gli episodi di violenza di cui curiamo le conseguenze avvengono principalmente nelle comunità o all’interno del nucleo familiare. I bisogni principali riguardano assistenza medica secondaria, compresa la cura di malattie non trasmissibili. Come all’inizio dell’emergenza, anche se adesso per ragioni diverse, le violenze sessuali restano un aspetto cruciale da affrontare. Sono ancora tante le donne che arrivano presso le nostre strutture con infezioni contratte sessualmente e non curate per lungo tempo”, conclude Patty. 

La presenza continua di MSF nel distretto di Cox’s Bazar sta anche portando “ad un incremento nel numero delle visite mediche tra i membri della comunità locale, soprattutto nelle strutture mediche che non sono localizzate all’interno dei campi”. 

 

 

 

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