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Martedì, 07 Aprile 2020

Riceviamo e pubblichiamo

 

“I malati in genere, e i malati psichici in particolare, rappresentano i modo peculiare ciò che noi, nel nostro mondo fondato sul progresso e sulla capacità di imporsi, di mostrare la propria potenza, cerchiamo di espellere dalla nostra coscienza” ( Hageenmaier).

Le persone psichicamente sofferenti non necessitano solo di esperti o terapeuti ultra specializzati. Hanno bisogno in realtà del loro prossimo e di una comunità di persone che diano loro la possibilità di sentirsi ne più e ne meno che esseri umani tra altri esseri umani. È solo una comunità che sa prendersi cura delle proprie differenze senza espellerle o emarginarle, l’orizzonte possibile perché la persona malata ritrovi la propria dimensione integrale e la sua dignità, otre ogni pregiudizio. Una comunità che include e che accoglie e fa sentire “pensate” ogni persona insieme alle sue fragilità.

Tale necessità è oggi confortata anche progressi della ricerca psicobiologica che evidenziano come la complessità dell’interazione tra fattori sociali e biologici sono alla base della genesi dei disturbi mentali e che il confine tra ciò che è biologico e ciò che è sociale è sempre più labile. Tutto questo non può non avere una ricaduta anche sull’organizzazione dei servizi, previsti e ancora non completamente attuati, dalla legge 180. In particolare per quanto attiene il riconoscimento e gestione precoce della sofferenza psichica, soprattutto negli adolescenti, la presenza nelle scuole e nei luoghi di lavoro, ma anche per promuovere la salute mentale e favorire l’inclusione dei soggetti fragili. 

La malattia mentale dovremmo poterla incontrare soprattutto fuori dalle istituzioni, non solo quelle psichiatriche ma ogni istituzione la cui funzione è quella di etichettare, fissare ruoli rigidi. Occorre incontrarla sul proprio territorio lì dove la sofferenza emerge, coinvolgendo reti sociali e risorse che la stessa comunità contiene in sé. È solo nella comunità che la persona vulnerabile può riaffermare la propria identità di persona e non “malato” o “paziente psichiatrico”, è nella comunità che può realizzarsi il pieno riconoscimento della persona anche in una situazione di cura in cui la vulnerabilità sembra giustificare la perdita di autonomia e libertà. Solo in una comunità consapevole e critica si può essere accettati e accolti senza pregiudizi superando la discriminazione e l’isolamento del sofferente psichico. 

Un grande lavoro e un processo da generare, per creare e ricreare un territorio finalmente  “felice”, che accoglie le persone con problematiche psichiche, puntando e investendo sulle loro capacità dando loro credito.

Nel cuore di Napoli, in uno dei suoi quartieri più popolosi e difficili, che si è aperta una sfida significativa, dove associazioni, sofferenti psichici e le loro famiglie, il Centro di Salute Mentale del Centro Storico, il forum sulla salute mentale di Napoli, provano ad aprire un percorso di quartiere. Una sfida impegnativa e immensa, che nasce dalla critica ai limiti di una psichiatria solo prescrittiva, fatta di ambulatori e di SPDC, avulsa sostanzialmente dalla comunità in cui opera.  

Qui in un contesto di profondo disagio sociale spesso animato da faide di camorra, vi è un centro culturale di grandissimo valore, nato da una reazione civile ad un omicidio di Camorra, quello della sedicenne Annalisa Durante. Una biblioteca lì dove una volta vi era un cinema fatiscente. una presenza di una trentina di associazioni, la rete di Forcella, e la voglia concreta di rispondere con la le armi della cultura alla violenza e alla cultura della morte.

Ed è da qui che parte oggi la nostra scommessa, la liberazione delle persone con problemi psichici restituendo loro l’autonomia, non può non essere parte di una sfida più grande, la liberazione di un quartiere simbolo della criminalità.

Martedì 17 dicembre la prima tappa di un lungo percorso che prevede l’avvio di attività riabilitative e integrative aperte al quartiere, una festa di comunità a porte aperte, promossa dal CSM e dall’Associazione Annalisa Durante, presenti cittadini del quartiere, utenti dei servizi, le famiglie, le associazioni e le istituzioni sanitarie. Una festa come un gesto simbolico per esprimere sul piano anche artistico e musicale la necessità di sentirci “pensati” e parte di una comunità. Ed è stata questa straordinaria e peculiare presenza di tutti i protagonisti intorno alla Salute Mentale a far emergere come sia oggi più che mai necessario un nuovo patto tra tutti gli attori, ognuno con il suo privilegiato vertice di osservazione, per promuovere un nuovo e radicale percorso nella città metropolitana di Napoli.      

Giuseppe Auriemma, psichiatra – Unità operativa salute mentale 31 di Napoli

 

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