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Domenica, 18 Novembre 2018

Amnesty International ha sollecitato le autorità del Bangladesh e di Myanmar a sospendere immediatamente il programma di rimpatri dei rifugiati rohingya nello stato di Rakhine. Una prima serie di rientri organizzati potrebbe prendere il via già il 15 novembre, in attuazione dell'accordo raggiunto il 30 ottobre tra i due paesi per iniziare i rimpatri di alcuni degli oltre 720.000 rifugiati rohingya fuggiti in Bangladesh dall'agosto 2017. 

"Si tratta di un piano sconsiderato che mette vite a rischio. Donne, uomini e bambini verrebbero ricacciati nelle mani delle forze armate di Myanmar, privi di garanzie sulla loro protezione, a vivere fianco a fianco con coloro che bruciarono le loro case e alle cui pallottole scamparono", ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l'Asia orientale e sudorientale. 

Sulla base dell'accordo del 30 ottobre, 485 famiglie rohingya per un totale di 2260 persone sono "valutate" dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) come possibili soggetti dei primi rimpatri. L'annuncio ha diffuso la paura nei campi che ospitano i rifugiati. Questi non sono stati consultati e non è chiaro se le 2260 persone abbiamo dato il consenso affinché i loro nomi fossero inseriti nella lista dei rimpatriandi. 

La settimana scorsa un rohingya ha tentato il suicidio dopo aver appreso che la sua famiglia era stata inclusa nella lista. Altri, temendo di subire lo stesso destino, si sono nascosti o stanno pensando a trasferirsi altrove, via mare, in viaggi che potrebbero essere pericolosi.  "Questa mancanza di trasparenza è allarmante. Una popolazione già traumatizzata dalla campagna di morte dell'esercito di Myanmar è ora terrorizzata da cosa le riserverà il futuro, e dove la porterà", ha commentato Bequelin. 

"Il rimpatrio in questo momento non può avvenire in condizioni di sicurezza né di dignità e costituirebbe una violazione degli obblighi di diritto internazionale del Bangladesh. Nessun governo donatore dovrebbe appoggiare un programma di rimpatri che minaccia la vita e la libertà dei rohingya", ha sottolineato Bequelin.  Il rimpatrio forzato dei rifugiati viola il principio di "non respingimento", un divieto assoluto previsto dai trattati internazionali e dal diritto consuetudinario per far sì che una persona non sia fatta tornare in un territorio dove la sua vita potrebbe essere in pericolo o potrebbe subire altre gravi violazioni dei diritti umani. 

"Il Bangladesh ha generosamente accolto i rohingya dando loro rifugio. A prescindere da qualsiasi programma di rimpatri, il mondo chiede alle autorità del paese di continuare a tenere aperte le frontiere a coloro che fuggono dai crimini contro l'umanità che vengono tuttora commessi in Myanmar", ha aggiunto Bequelin. 

Il governo del Bangladesh ha dichiarato che acconsentirà al rimpatrio dei soli rifugiati di cui l'Unhcr ha accertato il genuino desiderio di tornare in Myanmar. 
"Ogni rohingya che abbia espresso tale desiderio ha il diritto di farlo e l'Unhcr ha un ruolo fondamentale nel verificarlo. Ma perché la loro volontà sia autentica, i rohingya necessitano di avere a disposizione delle alternative, tra cui quelle di rimanere in Bangladesh o di essere reinsediati in un paese terzo", ha commentato Bequelin. 

Nello stato di Rakhine, intanto, poco è cambiato per far sì che i rimpatri avvengano in condizioni di dignità e sicurezza. Centinaia di migliaia di rohingya continuano a sottostare a un sistema di apartheid, confinati in squallidi campi e villaggi. Non possono muoversi liberamente e incontrano gravi ostacoli all'accesso alle scuole e agli ospedali. Le forze di sicurezza devono ancora essere chiamate a rispondere delle atrocità commesse nei loro confronti.  "Nello stato di Rakhine, i crimini contro l'umanità vanno ancora avanti. Rimpatriare rifugiati in un luogo in cui i loro diritti saranno regolarmente violati e dove le loro vite saranno costantemente in pericolo è inaccettabile e incomprensibile", ha sottolineato Bequelin. 

Le autorità di Myanmar proseguono a imporre gravi restrizioni all'accesso nel nord dello stato di Rakhine. Solo una manciata di agenzie delle Nazioni Unite e di organizzazioni internazionali è in grado di operare nella zona e i giornalisti indipendenti possono entrarvi solo nell'ambito di visite controllate strettamente da funzionari del governo. 

"Dal punto di vista dell'informazione, oggi lo stato di Rakhine è un buco nero. Senza un monitoraggio internazionale, sarà estremamente difficile verificare la situazione di chiunque rientrerà nella zona", ha precisato Bequelin.  "I rohingya che ancora vivono nello stato di Rakhine hanno bisogno urgente di protezione. Se le autorità di Myanmar intendono seriamente creare le condizioni per ritorni sicuri, volontari e in condizioni di dignità, devono permettere agli operatori umanitari e agli osservatori sui diritti umani di avere pieno accesso alla zona", ha concluso Bequelin. 

Si aprirà venerdì 16 novembre alle 16 nella Sala Camera del Centro della Fotografia di Torino (via delle Rosine 18) il XVI Congresso di Arcigay, l'appuntamento con cui la più importante associazione lgbti italiana rinnova le proprie cariche sociali e i propri indirizzi politici.

Durante la giornata di apertura di venerdì, aperta al pubblico, si terranno le relazioni di fine mandato del presidente nazionale uscente, Flavio Romani, e del segretario nazionale uscente, Gabriele Piazzoni. Inoltre, verranno a portare il loro saluto numerosi rappresentanti delle istituzioni e del mondo associativo, a partire dalla sindaca di Torino, Chiara Appendino, e dall'onorevole Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle pari Opportunità. Interverranno anche Fabrizio Petri, ministro plenipotenziario Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e presidente Cidu – Comitato interministeriale per i diritti umani,  Marco Giusta, assessore alla Pari Opportunità del Comune di Torino, Monica Cerutti, assessora regionale del Piemonte, l'on. Laura Boldrini, di Liberi e Uguali, Silvia Manzi, neosegretaria dei Radicali Italiani, Sergio Lo Giudice. responsabile del dipartimento diritti civili del Partito Democratico, Marco Grimaldi, consigliere regionale di Sinistra Italiana, Francesca Druetti, rappresentante di Possibile, Francesca Chiavacci, presidente di Arci, e i portavoce di numerose associazioni lgbti  e sigle sindacali.

Dopo la giornata inaugurale, sabato 17 e domenica 18 novembre il congresso si sposterà rispettivamente all'Open 011 (Corso venezia 11) e all'Environment Park (via Livorno 60) dove i delegati e le delegati si riuniranno per discutere gli ordini del giorno prodotti nei congressi territoriali.

Il Congresso sarà composto in tutto da 157 delegati e delegate, rappresentativi di 56 comitati territoriali sparsi su tutto il territorio nazionale. Nella giornata di domenica si giungerà infine al voto delle mozioni congressuali e della nuova dirigenza: a confrontarsi saranno la mozione "Il nostro orgoglio a voce alta" che candida Daniela Tomasino, 47enne di Palermo, alla carica di presidente nazionale e Alberto Nicolini, 40enne di Reggio Emilia, alla  carica di segretario nazionale, e la mozione "Liberazione senza confini" che candida Luciano Lopopolo, 44enne di Bisceglie (Ba), alla carica di presidente nazionale e l'uscente Gabriele Piazzoni, 34enne di Crema, al rinnovo nella carica di segretario nazionale

L’occupazione al Sud è a trazione cooperativa: «Sono 232mila gli occupati nelle cooperative del Mezzogiorno. Tra il 2012 e il 2016 gli occupati nelle cooperative nel Mezzogiorno sono cresciuti del +9,8% (oltre 20.000 persone), mentre sono scesi dello 0,7% nel totale delle imprese delle regioni meridionali.

Senza l’apporto delle cooperative i livelli di disoccupazione sarebbero stati ancora più drammatici. La performance è stata inoltre molto più brillante rispetto al dato nazionale del movimento cooperativo nello stesso periodo (+4%)». È quanto emerge dai dati elaborati dal Centro Studi Alleanza Cooperative Italiane e resi noti dal presidente Maurizio Gardini e dai copresidenti Mauro Lusetti e Brenno Begani in occasione della I Biennale della Cooperazione in svolgimento a Bari.

Sud a vocazione sociale e agroalimentare: «Le cooperative sociali sono il settore più performante nell’occupazione, mentre l’agricolo è quello con maggiore natalità di imprese, ben 7 nuove cooperative agricole su 10, costituite in Italia negli ultimi 5 anni, sono nate nel Mezzogiorno. Oltre ai settori tradizionali sono attive nell’ambito del biologico, delle agrienergie, degli agriturismo e nelle attività di coltivazione di spezie e piante aromatiche, farmaceutiche e prodotti per erboristerie».

Donne e giovani trovano nelle cooperative il loro ascensore sociale: è attiva al Sud più di 1 cooperativa a guida femminile su 2 (il 51,5% delle cooperative attive). «Tra il 2012 e il 2017 il numero di cooperative attive femminili è aumentato in tutte le regioni meridionali con un +12,8%, contro il +9,2% della media nazionale. Al tempo stesso il Mezzogiorno conserva, anche se in calo, il primato per numero di cooperative di giovani. Sono 4.081 e rappresentano il 56,7% di tutte le cooperative di “under 35” attive in Italia».

La sfida è crescere per competere: «La microdimensione delle cooperative del Mezzogiorno non aiuta a competere sui mercati. Quasi 9 cooperative su 10 (l’89% delle cooperative del Mezzogiorno) hanno un fatturato inferiore al milione di Euro (contro il 79% nazionale). Il 55% delle cooperative del Mezzogiorno ha un patrimonio netto inferiore a 10mila Euro (contro il 47% nazionale). Il 46,9% delle cooperative del Mezzogiorno ha un capitale investito inferiore a 100mila Euro (contro il 39% nazionale). Il 79% delle cooperative del Mezzogiorno conta meno di 10 dipendenti (contro il 71% nazionale)».

Info: http://www.biennale.coop

 

Stimolare le persone anziane per fare in modo che non trascurino le diverse occasioni di socialità del quotidiano e manifestino richieste di supporto, inducendo la comunità a costruire ponti tra uomini e donne.

È questo l'obiettivo dell'incontro dal titolo "End loneliness", organizzato dalla Cooperativa Sociale Labirinto, il Centro diurno servizi integrati per Alzheimer e demenze Margherita, con il patrocinio del Comune di Fano Assessorato Politiche sociali, con la collaborazione della Nazionale Italiana Cantanti e la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, che si terrà giovedì 15 novembre alle ore 16:30, nella sala di rappresentanza della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, in via Montevecchio 114, in occasione della Giornata nazionale contro la solitudine della persona anziana.

Dopo i saluti istituzionali, il programma prevede i seguenti interventi: Paolo Belli, cantante, in La musica: efficace farmaco contro la solitudine, Donatella Pagliacci, docente di filosofica morale, Università di Macerata, in Narrare la solitudine, per uno sguardo e un ascolto dell'altro, Fulvio De Nigris, direttore Casa Dei Risvegli Luca De Nigris di Bologna, in La solitudine genera l'innovazione, buone pratiche di cura.

Al termine degli interventi programmati si aprirà il dialogo con il pubblico, moderato da Fabiola Pacassoni, coordinatrice del centro diurno Margherita. 

In Senato arriva la questione Rogoredo. A Milano c'è una grande area che si chiama Porto di Mare, 34 ettari abbandonati da molti anni che il Comune di Milano insieme a Italia Nostra hanno risistemato e trasformato in un parco. Restano 2 ettari, il tristemente noto boschetto di Rogoredo, una realtà che nasconde due piazze di spaccio riferimento per tutta la Lombardia.

“Uno spettacolo inaccettabile. Per consentire il risanamento di quest'ultima parte e mettere a disposizione dei cittadini l'intero parco di Rogoredo, l'amministrazione comunale e noi con lei, abbiamo chiesto al ministro dell'Interno di mettere a disposizione le forze dell'ordine necessarie a smantellare lo spaccio di droga in quella zona. Il ministro dell'Interno si era anche impegnato a garantire un presidio Polfer nella vicina stazione, per controllare meglio il territorio. Insistiamo perché Salvini intervenga per 'chiudere' la piazza dello spaccio a Rogoredo".

Lo ha detto nell'Aula del Senato il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente del gruppo del Pd eletto a Milano e che recentemente aveva fatto un sopralluogo proprio al "bosco della droga" di Rogoredo.

"Al di là dei proclami - prosegue Mirabelli -  il ministro dell'Interno deve garantire sicurezza e tranquillità ai cittadini di Rogoredo. L'intervento delle forze dell'ordine è necessario per smantellare il traffico di droga a Rogoredo e dare la possibilità al Comune di riqualificare l'area".

 

Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato le proprie attività nell’ospedale generale di Sinuni, la città più popolata del distretto di Sinjar, in Iraq, per rispondere all’urgente bisogno di servizi medici di secondo livello per migliaia di persone fuggite dai combattimenti che ora stanno rientrando nell’area. Il progetto, in collaborazione con il Direttorato della Salute iracheno, fornisce in particolare servizi di maternità, pediatria e pronto soccorso, che a causa della devastazione nell’area erano ormai praticamente assenti.

Per chi vive nel distretto di Sinjar, accedere a cure mediche di qualità è stato incredibilmente difficile da quando la regione è passata sotto il controllo del gruppo dello Stato Islamico, nel 2014, e ha poi subito l’offensiva militare per la riconquista. L’ospedale di Sinuni è l’unico attualmente funzionante in tutto il distretto, dopo che quello di Sinjar è stato distrutto nei combattimenti.

È qui che lavora anche Murad, traduttore medico per MSF all’ospedale, che nel tempo libero diventa clown per i piccoli pazienti ricoverati (video): “Il mio obiettivo è far ridere almeno tre bambini al giorno. Facendo il calcolo, in un mese potrebbero essere 60, in due mesi 120. Se lo facessi per un anno, avrei fatto sorridere moltissime persone. Cerco di aiutarli con le mie semplici cose.”

MSF supporta l’Ospedale generale di Sinuni da luglio 2018, quando ha riabilitato il servizio di pronto soccorso, che include l’unica maternità dotata di sala operatoria in tutta l’area e un servizio di ambulanza che supporta il 90 per cento dei trasferimenti di pazienti da Sinjar alle strutture di altre regioni. Entro fine anno, MSF inizierà a offrire servizi di salute mentale, per la grande richiesta di consulenze psicologiche e trattamenti psichiatrici e farmacologici per disturbi mentali post-traumatici.

“L’accesso alle cure a Sinjar è stato seriamente compromesso da gravi danni alle strutture mediche, dallo sfollamento del personale medico e dalla costante insicurezza” spiega Priscillah Gitahi, responsabile medico di MSF a Sinuni. “Ma da quando abbiamo riaperto la maternità, il numero di pazienti sta aumentando e oggi assistiamo una media di 25 parti a settimana.”

Dalla fine dell’offensiva militare, nel novembre 2015, le persone stanno rientrando a casa lentamente, perché case e infrastrutture sono distrutte e l’accesso alle cure e alla scuola è molto limitato. Oggi nel distretto vivono quasi 100.000 persone – principalmente membri delle comunità di Yazidi – ma prima della crisi vi abitava una popolazione multi-etnica di 400.000 persone.

MSF lavora in Iraq dal 1991, con uno staff che conta oltre 1,500 operatori umanitari. MSF offre cure mediche primarie e secondarie, tra cui assistenza pre e neonatale, trattamenti per le malattie croniche, chirurgia e riabilitazione per feriti di guerra, servizi per la salute mentale e attività di educazione alla salute. Attualmente lavoriamo nei governatorati di Erbil, Diyala, Ninewa, Kirkuk, Anbar e a Baghdad.

Per sostenere le attività mediche nei contesti di guerra, MSF ha lanciato la campagna di raccolta fondi “Cure nel cuore dei conflitti”: fino al 30 novembre si possono donare 2 euro con SMS da rete mobile, 5 o 10 euro con chiamata da rete fissa al numero 45598 oppure online sul sito www.msf.it/conflitti. Tutti i dettagli sul sito dell’iniziativa.

 

 

 

 

Con un tavolo coperto da una tovaglia e due sedie di plastica, così gli occupanti dell'ex fabbrica di Penicillina a via Tiburtina, nel quartiere di San Basilio a Roma, hanno accolto i giornalisti nella conferenza stampa di stamattina, svoltasi nello stabile.

"Siamo contenti della vostra presenza, molti non sanno cosa succede e come viviamo qui dentro- spiegano gli abitanti della struttura- la nostra vita è fatta di sofferenza, dalla mattina alla sera. Viviamo in mezzo ai topi e alla spazzatura, senza l'elettricità. Siamo poveri e non abbiamo niente da darvi per ospitarvi, ma abbiamo tantissimo nei nostri cuori. Chiediamo aiuto a tutti, non solo agli italiani. Noi fuggiamo da guerre, da tirannie, abbiamo vissuto vite dure, tenuto in mano pistole a 14 anni. Siamo scappati per trovare una libertà, che però ci viene negata anche qui".

La conferenza è stata indetta per spiegare ai cittadini e alle istituzioni la realtà dell'ex fabbrica, in cui hanno trovato alloggio circa 500 persone, tra stranieri e italiani che vivono in povertà."Noi non siamo criminali", gridano forte gli abitanti dell'ex Penicillina, parlando un po' in italiano e un po' in inglese. 

"Noi siamo essere umani, siamo venuti dall’Africa, abbiamo avuto una buona educazione dai nostri genitori, e non siamo felici di vivere qui. Perdonateci per tutto ciò che abbiamo fatto, volontariamente e involontariamente. Non siamo venuti qui per fare del male, ma per costruire il nostro futuro. Vogliamo dare una mano ai nostri fratelli in Africa per eliminare questi viaggi della speranza. Se avremo possibilità di fare le cose qui, andremo a investire le nostre conoscenze direttamente in Africa, per poter dare i mezzi per far sì che i nostri fratelli si trovino il futuro da soli", aggiungono.

"Fateci uscire da qui, ma con una certezza, non buttati nelle strade, in altri centri occupati o nei centri di accoglienza. Questo spazio deve essere requisito dal comune, rendiamolo uno spazio sociale, aperto ai bambini e ai disabili", chiedono i ragazzi che vivono nella struttura, preoccupati anche per l'imminente arrivo della stagione fredda: "Sta arrivando l'inverno, non lasciateci in mezzo alla strada al gelo, senza sapere dove andare. Abbiamo talenti, vogliamo una casa, degli spazi pubblici. Per questo chiediamo un incontro con il comune, la prefettura e la Regione Lazio, per stabilire il nostro futuro".

Tutte diverse le storie di coloro che vivono nello stabile: c'è chi una casa ce l'aveva e poi non è più stato in grado di sostenerne le spese, chi arriva dall'Africa e non ha più avuto il rinnovo del permesso di soggiorno, visto che il più delle volte la richiesta viene negata se non si ha una residenza, generando un circolo vizioso per cui senza casa non si ha lavoro, e senza lavoro non si ha diritto ad avere i documenti. 

Intervenuto anche il dott. Andrea Turchi, che ha effettuato degli studi nella ex Fabbrica, e che ha sollevato le sue preoccupazioni in merito alle condizioni in cui gli abitanti vivono: "Qui dentro c'è di tutto, bottiglie di acido solforico, amianto, magazzini chimici in cui non sappiamo che tipo di sostanze sono state lasciate. All'interno della Capitale non ci può esistere una pericolosità ambientale di tale portata. Serve un risanamento immediato, anche se una bonifica è una cosa costosissima. Quando all'ex direttore tecnico della fabbrica chiesi come bonificare il luogo mi rispose ‘con la dinamite’, si tratta di ricominciare da zero, ma una società civile ha il dovere di ricominciare".

 

Dal 23 al 25 novembre, a Genova, presso il Palazzo Ducale (piazza Matteotti 9), si terrà “Dialoghi eretici”, la prima festa della rivista MicroMega. Filosofi, scienziati, giornalisti, scrittori si alterneranno in una serie di dialoghi incentrati su tutti quei temi che da sempre hanno caratterizzato la vita della rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais facendone un punto di riferimento del confronto culturale nel nostro paese.

Si comincia venerdì 23 alle ore 18 con una lectio del magistrato Roberto Scarpinato dal titolo “Chi ha paura della giustizia? Combattere le mafie e la corruzione si può”, per proseguire in serata, alle ore 21, con il dibattito su luci e ombre del #metoo tra la psicoanalista Simona Argentieri, la giornalista e scrittrice Giulia Blasi e la giornalista e redattrice di MicroMega Cinzia Sciuto.

Sabato 24, alle ore 16 il fisico Guido Tonelli (scopritore del bosone di Higgs), presentato dal filosofo della scienza Telmo Pievani, terrà la lectio dal titolo “Oltre il Bosone: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Alle 18 Maurizio Ferraris e Paolo Flores d’Arcais dialogheranno sul “Futuro della filosofia”, mentre alle 21 il giurista Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, presentato da Pierfranco Pellizzetti, terrà una conferenza su “A chi appartiene la tua vita? L’eutanasia come diritto umano”.

Domenica 25, alle ore 12, Sveva Casati Modignani e Telmo Pievani – presentati da Paolo Flores d’Arcais – dialogheranno su “L’amore romantico e l’amore biologico”; alle 16 le scrittrici Valeria Parrella ed Elena Stancanelli si confronteranno a partire dal tema “Antigone, prendersi cura dei corpi”.

La Festa di MicroMega si concluderà alle 18 con il dialogo tra Paolo Flores d’Arcais e il teologo Vito Mancuso su “L’evoluzione darwiniana e/o Dio”.

 

 

C’è un dato significativo che emerge dalla ricerca presentata durante il convegno “Le nuove vie della seta: da raccolta differenziata a integrazione sociale” organizzato da Comieco (Consorzio Nazionale per il Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica) nell’ambito di Ecomondo, la fiera internazionale sulla green e circular economy: delle 250 cooperative sociali italiane abilitate a svolgere il servizio di raccolta differenziata della carta, soltanto 35 sono realmente operative sui territori, di cui 32 al nord (oltre il 90%).

È evidente che esiste un potenziale inespresso che potrebbe essere messo al servizio delle amministrazioni pubbliche per far fronte a emergenze contingenti quali la raccolta dei rifiuti e l’integrazione sociale. Le cooperative sono portatrici infatti di un valore aggiunto che è quello di impiegare, con specifici percorsi di integrazione, la cosiddetta categoria dei lavoratori svantaggiati.

A presentare i dati della ricerca i membri della Rete 14 Luglio, guidati dalla Cooperativa Arcobaleno di Torino che nel capoluogo piemontese si occupa di raccolta della carta con il progetto Cartesio, nato negli anni Novanta con la collaborazione di Comieco: primo esperimento di gestione della raccolta differenziata di carta e cartone che ha coinvolto una cooperativa sociale. La Rete 14 Luglio riunisce attualmente 22 imprese sociali, di cui 18 cooperative e 4 consorzi, che operano in sette diverse regioni nel settore ambientale e generano un fatturato di circa 70 milioni di euro impiegando oltre 2650 persone.

Stando ai dati forniti dalle Camere di Commercio e dall’Albo Smaltitori, oltre a quelli provenienti dai questionari inviati alle 270 realtà coinvolte nello studio, le 35 cooperative che attualmente svolgono servizio di raccolta differenziata impiegano oltre 660 lavoratori, consentono di raccogliere 170mila tonnellate tra carta e cartone, servono quasi 4 milioni di abitanti (circa 6000 abitanti a lavoratore) e generano un fatturato di 26,4 milioni di euro. Esitono in Italia, distribuite su tutto il territorio nazionale, 215 cooperative sociali dotate delle autorizzazioni e dei requisiti che le rendono idonee al servizio della raccolta differenziata della carta ma che, di fatto, non sono sfruttate per svariati motivi. Lo studio evidenzia che se queste 215 cooperative diventassero operative, si potrebbe garantire un servizio di raccolta a favore di 24,2 milioni di abitanti, cioè quasi la metà della popolazione italiana, e dare lavoro a più di 4.000 addetti.

“La condivisione di questo studio – spiega Tito Ammirati, capofila della Rete 14 Luglio e Presidente della Cooperativa Arcobaleno di Torino – ci permette di sensibilizzare le pubbliche amministrazioni e i decisori politici sul fatto che è giunto il momento di cambiare i criteri di scelta per l’affidamento delle gare d’appalto, privilegiare  l’offerta economica più vantaggosa a scapito del massimo ribasso. Oggi più che mai, per rispondere alle esigenze della società vanno premiate quelle realtà che, pur “generando profitto”, hanno una ricaduta sociale in termini di integrazione, sviluppo e opportunità per la comunità. La cooperazione deve tenere alta l’asticella della legalità e della giustizia, consapevoli che esse rappresentano la via esclusiva per costruire il modello di sviluppo che noi cooperatori abbiamo sempre inseguito”.

“L’attività delle cooperative sociali può senza dubbio aggiungere valore sociale al valore economico-ambientale garantito da un’adeguata raccolta differenziata di carta e cartone; e su questo fronte l’Italia sta già ottenendo buoni risultati con più di 3 milioni di tonnellate di materiale raccolto e oltre 110 milioni di euro di corrispettivi erogati ai Comuni nel 2017 – commenta Roberto Di Molfetta, responsabile dell’area Riciclo e Recupero di Comieco  – Il potenziale di raccolta è ancora molto alto, soprattutto al Sud: si stima che le tonnellate di carta e cartone in più potenzialmente intercettabili sul territorio nazionale sono quasi un milione. La cooperazione sociale può dunque costituire una leva importante per lo sviluppo della raccolta differenziata, aumentando i ricavi e riducendo i costi di smaltimento”.

 

 

 

 

In risposta alle crescenti ostilità tra Israele e i gruppi armati palestinesi a Gaza durante la scorsa notte, Saleh Higazi, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International, ha dichiarato: "L'allarmante escalation di violenza che ha avuto luogo a Gaza durante la notte solleva il timore che possa esserci un aumento drastico nel numero di civili uccisi. Secondo il diritto internazionale umanitario, tutte le parti in conflitto hanno il chiaro obbligo di proteggere la vita dei civili coinvolti nelle ostilità".

Secondo quanto riporta Amnesty, due civili palestinesi sono stati uccisi e 20 feriti, compresi cinque bambini, in attacchi aerei israeliani iniziati la scorsa notte. Un civile palestinese della Cisgiordania è stato ucciso in Israele e altri 70 sono rimasti feriti a seguito di un lancio di razzi da parte di gruppi armati palestinesi.

"Effettuare attacchi aerei contro edifici in aree densamente popolate mette in pericolo la vita dei civili- ha aggiunto Saleh Higazi- le forze israeliane devono astenersi dal compiere attacchi indiscriminati e fare tutto ciò che è in loro potere per garantire che le vite dei civili vengano risparmiate e che non ci siano danni alle case, ai servizi e alle infrastrutture civili. Prendere deliberatamente di mira oggetti civili e la distruzione estesa e ingiustificata di proprietà, sono crimini di guerra. Nella sua storia, Israele ha commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario a Gaza, compresi crimini di guerra, con impunità e ha mostrato una sorprendentemente bassa considerazione per le vite dei palestinesi. Anche i gruppi armati palestinesi, incluso Hamas, devono smettere di lanciare missili indiscriminatamente, e di attaccare direttamente civili e oggetti civili. Queste sono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e costituiscono crimini di guerra".

Preoccupazione e angoscia da parte di Amnesty, allarmata per una degenerazione degli scontri in un conflitto armato a pieno regime: "Gaza è già sull'orlo di una catastrofe umanitaria, causata dal blocco brutale e illegale di 11 anni, e dalla devastazione provocata ingiustamente da tre precedenti conflitti armati. Un altro conflitto armato rischia di accelerare il completo collasso di Gaza; l'ONU ha già dichiarato che Gaza potrebbe diventare invivibile entro il 2020".

"La comunità internazionale deve usare la propria influenza per spingere tutte le parti a rispettare le leggi della guerra e smettere di mettere in pericolo le vite dei civili a Gaza e in Israele. Dovrebbe chiarire a tutte le parti che i perpetratori di crimini di guerra saranno consegnati alla giustizia. Il richiamo alla responsabilità rimane il solo mezzo per impedire che i crimini commessi nel passato vengano ripetuti", ha concluso Higazi.

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