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Giovedì, 02 Aprile 2020

“Scoraggiare l’utilizzo diffuso della mascherina chirurgica è errato e contribuisce a generare confusione nell’opinione pubblica che, oggi più di ieri, ha bisogno di essere rassicurata attraverso corrette informazioni e indicazioni univoche sugli accorgimenti da adottare per impedire il contagio e contrastare la diffusione del Covid-19. Il fatto che le mascherine siano difficilmente reperibili e che le scorte limitate siano correttamente destinate ai medici e agli infermieri che operano nel contesto sanitario non ci autorizza a sottovalutare il ruolo di barriera che, a tutti gli effetti, la mascherina chirurgica ricopre, soprattutto dopo le evidenze provenienti dalla Cina e dai Paesi limitrofi. Ovviamente chi è positivo per Covid-19 deve rimanere isolato fintantoché il tampone non si sia negativizzato e non può assolutamente uscire neanche con la mascherina. In chi sta bene, e per ragioni di stretta necessità deve uscire di casa anche se per pochi minuti, invece, la mascherina chirurgica è fondamentale per prevenire la potenziale trasmissione asintomatica o presintomatica1, 2”.

Così Susanna Esposito, Presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie e i Disordini Immunologici (WAidid) e Professore Ordinario di Pediatria all’Università di Parma.

Una funzione protettiva, dunque quella della mascherina chirurgica, che può essere dimostrata dalla natura stessa del nuovo coronavirus: alcuni pazienti affetti da Covid-19, infatti, possono presentare sintomi lievi o essere persino asintomatici contagiando, seppur inconsapevolmente, le persone con cui vengono a contatto. Sono, infatti, le goccioline emesse durante la respirazione - parlando, tossendo o starnutendo - il veicolo principale di trasmissione. Oggi sappiamo che la distanza minima da mantenere per impedire il contagio è di almeno 1 metro. Ma l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive i Disordini Immunologici (WAidid) fa notare come alcune goccioline del respiro possano essere più grandi di 5 micron (cosiddette droplets), trasmettendo il virus fino a 1,5-2 metri dalla persona che le emette. Dal momento che non sempre è possibile rispettare questa ampia distanza, e considerato che Covid-19 persiste per alcune ore sulle superfici, a rivelarsi di primaria importanza è proprio la mascherina che garantisce la propria efficacia per un tempo massimo di 4 ore. Una volta utilizzata, dovrà essere rimossa seguendo opportuni accorgimenti (mai toccare la parte anteriore della mascherina e sfilarla accuratamente dagli elastici) e gettarla immediatamente in un cestino coperto. Subito dopo igienizzare le mani.

“Attualmente l'OMS raccomanda l’utilizzo della mascherina in presenza di sintomi respiratori o se ci si sta prendendo cura di una persona con sintomi. Ma non basta – evidenzia la Professoressa Susanna Esposito -. È opportuno ricordare come il nuovo SARS-CoV-2 possa essere trasmesso da 1 a 2 giorni prima della manifestazione dei sintomi. Dunque, se la comunità tutta, medici e operatori sanitari in prima linea ma non solo, indossasse la mascherina coprendo naso e bocca, la propagazione del virus incontrerebbe di certo un importante ostacolo, come indicato dalle autorità sanitarie di Hong-Kong.3 L'OMS ha chiesto un aumento del 40% nella produzione di dispositivi di protezione, comprese le mascherine, per proteggere medici e personale sanitario e il limite a raccomandarne l’utilizzo non può essere la difficoltà di approvvigionamento. Le autorità sanitarie – conclude la Presidente WAidid - dovrebbero comunque essere in grado di garantirle almeno a quella parte più fragile della popolazione (over 65, persone con pneumopatie, cardiopatie, diabete e immunodepresse) maggiormente a rischio di complicanze gravi da Covid-19. Sarebbe, inoltre, opportuno formulare raccomandazioni ufficiali e una comunicazione appropriata sull'uso delle mascherine come quelle già fornite per altre misure preventive, come l'igiene delle mani. Pensando al futuro e alla ‘nuova normalità’, è assolutamente necessario considerare che le mascherine chirurgiche dovranno fare parte del nostro guardaroba quotidiano”.

Data la difficoltà attuale nel reperire mascherine, l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) raccomanda di scegliere la giusta tipologia a seconda delle attività che si svolgono e di alcune specifiche necessità:

Mascherina chirurgica: deve essere utilizzata da tutta la popolazione

Nello specifico, quando si ha necessità di uscire di casa per fare la spesa, andare in farmacia, per situazioni di emergenza e per recarsi a lavoro laddove non fosse possibile operare da remoto (personale di uffici aperti al pubblico, forze dell’ordine, alimentari e farmacie)

FFP3: necessaria per gli operatori sanitari che operano in aree di degenza con “procedure o setting a rischio di generazione di aerosol”4. L’aerosol è quello generato da pazienti COVID-19 durante intubazione, tracheotomia e ventilazione forzata.

FFP2 con valvola di esalazione: necessaria per i Soccorritori e il personale del Triage perché a contatto con persone potenzialmente contagiate. La valvola è di supporto a chi è costretto ad  utilizzarla  a  lungo tempo in  presenza  di  pazienti  potenzialmente malati

FFP2 senza valvola: adatta a proteggere Medici di Medicina Generale e Guardia Medica.

In alternativa, potranno utilizzare quella con valvola, ma si consiglia di porvi sopra una mascherina  chirurgica così da limitare la diffusione della propria esalazione dalla valvola. Deve essere inoltre indossata dalle Forze dell’Ordine in caso di emergenza e ausilio ai Soccorritori 

 Per gli addetti all’Ospedale, infermieri e/o gli stessi medici, quando non in reparto, si raccomanda di  utilizzare  la  mascherina chirurgica  per contrastare al massimo la diffusione del contagio.

L’uso delle mascherine deve essere sempre combinato con altre azioni di prevenzione, come il lavaggio frequente delle mani, il non toccarsi occhi, naso e bocca e il distanziamento sociale. Va, infatti, ricordato che nessuna misura da sola può fornire una protezione completa nei confronti delle infezioni, ma soltanto una serie di azioni è in grado di contrastare il contagio.

ASGI, Legal Team Italia, Campagna LasciateCIEntrare, CILD, Progetto Diritti, Clinica Legale Immigrazione Università di Roma 3 e Antigone hanno scritto ai Giudici di Pace che, quotidianamente chiamati a convalidare o prorogare la misura del trattenimento amministrativo degli stranieri in attesa di espulsione o di respingimento differito, nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani, rivestono - oggi più che mai - un ruolo primario e fondamentale nella tutela dei diritti umani.

“Il giudice – ricordano le associazioni - è vincolato, per legge, a verificare sia  la possibilità concreta di esecuzione dell'allontanamento dello straniero sia quella relativa alla altrettanto concreta possibilità che lo Stato di destinazione riaccolga lo straniero. In mancanza di queste verifiche il giudice viene meno al suo obbligo di garante della privazione della libertà personale cui è obbligato ai sensi dell'art. 13 della Costituzione repubblicana, cui ha prestato giuramento”. 

Inoltre le associazioni segnalano che oggi agli uffici dei Giudici di Pace continuano a pervenire richieste per convalidare e prorogare le detenzioni di cittadini stranieri, con l'effetto di imporre concentrazioni di persone, pericolose per la salvaguardia del diritto alla salute e alla vita sia degli stessi stranieri che del personale che nei centri di detenzione lavora.

I Giudici di pace sono quotidianamente chiamati a convalidare o prorogare la misura del trattenimento amministrativo degli stranieri in attesa di espulsione o di respingimento differito, nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani. 

L'attuale drammatica pandemia riguarda anche gli stranieri, posto che il virus non guarda in faccia nessuno e non fa distinzioni sulla base della nazionalità, della razza, del colore della pelle o del possesso del passaporto, e nemmeno del permesso di soggiorno.

Il distanziamento sociale è il mantra che quotidianamente ci viene ripetuto, perché è l'unico modo per tentare di contenere il virus, unitamente all'imperativo categorico: state a casa. Divieti di assembramenti e riunioni, anche rigidissime limitazioni ad accedere agli uffici giudiziari e lavoro da remoto sono le ferree regole cui dobbiamo attenerci, in ossequio al nessun si muova.

Tuttavia, in questo contesto, continuano a pervenire ai loro uffici richieste di convalidare misure di trattenimento o di prorogare quelle già in atto con l'effetto di imporre concentrazioni di persone promiscue e pericolose per la salvaguardia del diritto alla salute e alla vita sia degli  stranieri che del personale che nei centri, a vario titolo, lavora. “Peraltro, in questa situazione di emergenza l'Amministrazione non è in grado nemmeno di assicurare e dimostrare che quella persona - il cui trattenimento Voi siete chiamati a legittimare - sia davvero, concretamente, accompagnabile coattivamente nel Paese di destinazione nei prossimi trenta giorni, perché molte frontiere sono chiuse, i voli sono cancellati, gli Stati extraeuropei non accolgono persone provenienti dal secondo Paese al mondo per contagi”.

“E dunque: a cosa serve convalidare, prorogare, trattenere? E, soprattutto, è legittimo farlo nelle attuali condizioni? Perché il Giudice è il garante della legittimità. Ed allora è al diritto positivo che conviene prestare attenzione”.

La lettera

Il trattenimento amministrativo non è una sanzione, né penale né amministrativa, pur essendo misura restrittiva della libertà personale, si configura come un incidente di esecuzione previsto dalla legge al fine esclusivo di garantire l'efficacia dell'esecuzione dei provvedimenti ablativi adottati nei confronti di cittadini dei Paesi non appartenenti all'Unione europea. 

E' inequivoco, in tal senso, l'art. 15, §1, della Direttiva 115/2008/CE: "Salvo che nel caso concreto possano essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive [ le misure alternative di cui all'art. 14, co.1 bis, TUI] gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un Paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l'allontanamento ... il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all'espletamento diligente delle modalità di rimpatrio". La stessa norma, al §4, prescrive che "quando risulta che non esiste  più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento ... il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata".

Nel diritto interno, di recepimento del diritto unionale, l'art. 14, co. 1, d.lgs. 286/98 prescrive che "lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario" alla rimozione degli ostacoli che si frappongono all'esecuzione di espulsioni e respingimenti, e, analogamente alla citata previsione della Direttiva 115/2008/CE, il comma 5 bis dello stesso art. 14 prescrive che il questore impartisce l'ordine di allontanamento entro sette giorni anche quando "dalle circostanze concrete non emerga più alcuna prospettiva ragionevole che l'allontanamento possa essere eseguito e che lo straniero possa essere riaccolto dallo Stato di origine o di provenienza".

E' altresì noto che - secondo la costante giurisprudenza della Suprema Corte - al giudice della convalida ( e della proroga) del trattenimento è inibita la valutazione della legittimità dell'atto presupposto (espulsione o respingimento, salvi i casi di manifesta illegittimità), egli deve però verificare esistenza e validità dell'espulsione e, per quanto rileva in questa sede, "la sussistenza dei requisiti previsti dall'art. 13 e dal presente articolo 14".

Consegue che la verifica della sussistenza sia della prospettiva ragionevole di possibilità concreta di esecuzione dell'allontanamento dello straniero che quella relativa alla altrettanto concreta possibilità che lo Stato di destinazione riaccolga lo straniero, costituiscono l'oggetto dei procedimenti di convalida e proroga dei trattenimenti. Il giudice è pertanto vincolato, per legge, ad effettuare entrambe queste verifiche. Diversamente opinando, e concretamente operando, il giudice viene meno al suo obbligo di garante della privazione della libertà personale cui è obbligato ai sensi dell'art. 13 della Costituzione repubblicana, cui ha prestato giuramento.

In applicazione dei citati principi, la concessione della convalida del trattenimento o la sua proroga debbono essere subordinati all'accertamento rigoroso, caso per caso e nel contraddittorio tra le parti, della effettiva concreta e ragionevole possibilità di procedere al rimpatrio in tempi brevi ivi compresa la verifica della disponibilità dello Stato di destinazione a riaccogliere lo straniero: il che presuppone l'apertura delle frontiere di detto Stato e l'esistenza attuale di voli, di linea o charter. In difetto di tali condizioni, se l'indisponibilità del vettore fosse indeterminata nel tempo, verrebbe concretamente meno il rapporto di stretta funzionalità tra la misura del trattenimento e l'effettivo rimpatrio, peraltro per cause indipendenti dalla volontà dello straniero.

 Inoltre, se è vero che le condizioni di vita nel CPR e la possibilità di dare piena attuazione alle eccezionali misure disposte a tutela della salute degli ospiti e dei lavoratori non rientrano nelle competenze del giudice della convalida o della proroga previste espressamente dal TU immigrazione, è però altrettanto vero che - per costante giurisprudenza della Cassazione - l'udienza di convalida del trattenimento costituisce la sedes in cui valutare la legittimità della omessa applicazione delle misure alternative di cui all'art. 14, co. 1 bis, TU Imm., posto che, secondo i giudici di legittimità, queste non attengono alla legittimità del decreto espulsivo, ma solamente alla fase della sua esecuzione.

Orbene, posto che il diritto alla salute è tutelato dalla Repubblica come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività (art. 32, co. 1, Cost.), nell'attuale eccezionale emergenza sanitaria, pare doveroso verificare la possibilità di ricorso alle misura alternative, tenendo anche conto che il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, il 26 marzo 2020 ha dichiarato:

"Invito tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa a riesaminare la situazione dei richiedenti asilo respinti e dei migranti irregolari trattenuti nei centri di detenzioni e a rilasciarli nella massima misura possibile.

Di fronte alla pandemia globale di Covid-19, molti Stati membri hanno dovuto sospendere i rimpatri forzati di persone non più autorizzate a rimanere nei loro territori, compresi i cosiddetti ritorni di Dublino, e non è chiaro quando questi possano essere ripresi. In base alla legge sui diritti umani, la detenzione per immigrazione ai fini di tali rimpatri può essere lecita solo se è fattibile che il rimpatrio possa effettivamente aver luogo. Questa prospettiva non è allo stato praticabile. Inoltre, le strutture di detenzione per immigrati offrono generalmente scarse opportunità di distanziamento sociale e altre misure di protezione contro l'infezione da Covid-19 per i migranti e il personale che vi opera.

Molti Stati membri hanno provveduto a rilasciare i migranti trattenuti, tra cui Belgio, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, quest'ultimo ha appena annunciato un riesame della situazione di tutti coloro che si trovano in detenzione per immigrazione. È ora importante che questo processo continui e che altri Stati membri seguano l'esempio. Il rilascio del più vulnerabile dovrebbe essere prioritario. Dal momento che la detenzione per immigrazione di minori, non accompagnati o con le loro famiglie, non è mai nel loro interesse, dovrebbero essere rilasciati immediatamente. Le autorità degli Stati membri dovrebbero inoltre astenersi dal dare nuovi ordini di trattenimento a persone che è improbabile che vengano rimosse nel prossimo futuro.

Gli Stati membri dovrebbero inoltre garantire che coloro che sono stati rilasciati dalla detenzione abbiano un accesso adeguato all'alloggio e ai servizi di base, compresa l'assistenza sanitaria. Ciò è necessario per salvaguardare la loro dignità e anche per proteggere la salute pubblica negli Stati membri. Il rilascio di detenuti immigrati è solo una misura che gli Stati membri possono prendere durante la pandemia di Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della libertà in generale, così come quelli dei richiedenti asilo e dei migranti.".

 

Infine, si vuole richiamare l'attenzione sul fatto che le sollecitazioni fin qui esposte debbono essere oggetto di attenta valutazione non solo in fase di udienze di convalida e proroga del trattenimento, ma anche in sede di riesame. 

L'istituto del riesame del trattenimento - previsto espressamente all'art. 15, §3, Direttiva 2008/115/CE - non è stato trasposto nel diritto interno e, forse per questo, trova scarsa applicazione nella giurisprudenza domestica, specie dei giudici di pace.

E' però importante sottolineare che, secondo la giurisprudenza della CGUE, tale strumento di tutela è self executing (sent. 28.4.2011, El Dridi c. Italia) perché incondizionato e sufficientemente preciso tale da non richiedere ulteriori elementi specifici per l'applicazione diretta negli Stati membri. Peraltro, anche la Suprema Corte, con ordinanza 29.9.2017, n. 22932, ha stabilito l'ammissibilità della domanda giudiziale di riesame del trattenimento tramite il procedimento camerale di cui agli artt. 737 e ss. c.p.c.

Trattasi, all'evidenza, di uno strumento particolarmente confacente con l'attuale situazione di pandemia perché consente al trattenuto di adire il giudice al fine di sottoporre elementi nuovi, non oggetto di valutazione precedente (in sede di convalida o di proroga), inerenti le sue condizioni di salute ovvero la valutazione attuale dell'esistenza di reali possibilità di rimpatrio e di accoglienza da parte del Paese di destinazione.

 

Rassegniamo pertanto tali osservazioni all'attenzione dei Giudici di pace, nella consapevolezza che -oggi più che mai- rivestono un ruolo primario e fondamentale nella tutela dei diritti umani.

 

Con 137 voti a favore 53 contrari e zero astenuti, il parlamento ungherese ha approvato una nuova legge che autorizza l'Esecutivo a governare, ai sensi dello stato d'emergenza, attraverso decreti, senza alcuna supervisione efficace, senza una chiara data di chiusura  e senza revisioni periodiche.

"Questa legge istituisce uno stato d'emergenza privo di controlli e a tempo indeterminato e dà al governo di Viktor Orbán via libera per limitare i diritti umani. Non è questo il modo di affrontare la crisi posta dalla pandemia di Covid-19", ha dichiarato David Vig, direttore di Amnesty International Ungheria.

"Abbiamo bisogno di forti garanzie in grado di assicurare che ogni misura limitativa dei diritti adottata sulla base dello stato d'emergenza sarà strettamente necessaria e proporzionale per proteggere la salute pubblica. Questa nuova legge conferisce al governo il potere illimitato di andare avanti a forza di decreti in nome della pandemia", ha aggiunto Vig.

"Durante i suoi anni come primo ministro, Orbán ha presieduto a un arretramento dei diritti umani, ha aizzato l'ostilità nei confronti di gruppi marginalizzati e ha cercato di ridurre al silenzio le voci critiche. Autorizzarlo a governare per decreti significherà con ogni probabilità proseguire lungo quella strada", ha concluso Vig.

Il progetto di legge era stato già criticato dal Consiglio d'Europa, dal Parlamento europeo, dall'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dall'International Press Institute.

La nuova legge prevede da un lato l'autorizzazione all'Esecutivo a governare attraverso decreti, senza una data di scadenza e senza alcuna clausola tale da consentire al parlamento di esercitare un controllo effettivo.

Dall'altro, introduce due nuovi reati incompatibili con le norme e gli standard del diritto internazionale dei diritti umani: chiunque diffonda informazioni false o distorte che interferiscano con "l'efficace protezione" della popolazione o crei in essa "allarme e agitazione" potrà subire una condanna fino a cinque anni di carcere. Inoltre, chiunque interferisca nell'esecuzione di ordini di quarantena o di isolamento potrà essere a sua volta punito con cinque anni di carcere, che diventeranno otto se quell'interferenza sia causa di morte.

Medici Senza Frontiere (MSF) chiede che non siano depositati brevetti su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta alla pandemia di Covid-19. L'organizzazione medico-umanitaria esorta in particolare i governi a prepararsi a sospendere i brevetti, adottando misure alternative, quali il controllo dei prezzi, al fine di garantire la disponibilità e la riduzione del costo dei prodotti, oltre che il salvataggio del maggior numero di vite umane.

Il Canada, il Cile, l'Ecuador e la Germania hanno già preso provvedimenti emettendo una licenza obbligatoria per i farmaci, i vaccini e altri strumenti medici destinati al trattamento del Covid-19. Allo stesso modo, il governo israeliano ha rilasciato una licenza obbligatoria per i brevetti esistenti su un farmaco in corso di valutazione per il Covid-19.

A seguito di intense critiche da parte dei gruppi della società civile e di MSF, la casa farmaceutica Gilead ha appena rinunciato alla designazione speciale di "farmaco orfano" per il suo antivirale remdesivir, farmaco potenziale per il Covid-19, che le avrebbe consentito in via esclusiva di ricavare esorbitanti profitti dalla vendita di questo prodotto. Ciononostante, in attesa dei risultati preliminari degli studi clinici sul remdesivir per il trattamento di Covid-19 attesi per aprile, Gilead non si è ancora impegnata a non applicare i brevetti a livello globale.

"Gilead deve impegnarsi a non far valere o rivendicare i propri brevetti e altri diritti esclusivi speculando su questa pandemia" afferma Dana Gill, policy advisor per la Campagna sull'Accesso ai Farmaci di MSF negli Stati Uniti. "Gilead si sta preparando a pretendere tutto ciò che vuole per il remdesivir durante questa crisi sanitaria globale, e per gli anni a venire. Questo è ancora più intollerabile se si considera l'importante investimento dei contribuenti e di risorse pubbliche nella ricerca e sviluppo del remdesivir".

MSF è estremamente preoccupata per l'accesso a eventuali farmaci, test e vaccini destinati al trattamento del Covid-19, nei luoghi in cui lavora e in altri paesi colpiti da questa pandemia, e sollecita i governi a prepararsi rilasciando licenze obbligatorie in deroga ai brevetti su questi prodotti farmaceutici. La rimozione dei brevetti e di altri ostacoli è fondamentale per garantire che vi siano sufficienti fornitori a produrre e vendere questi prodotti a prezzi accessibili e in regime di libera concorrenza.

"Sappiamo cosa significhi non essere in grado di trattare i pazienti perché un farmaco necessario è troppo costoso o semplicemente non disponibile" dichiara il dr. Márcio da Fonseca, esperto di malattie infettive per la Campagna sull'Accesso ai Farmaci di MSF. "Nei paesi in cui le società farmaceutiche applicano i brevetti, esortiamo i governi ad utilizzare le deroghe previste dalla legislazione internazionale sulla proprietà intellettuale per scavalcare questi monopoli in modo che possano garantire la fornitura di farmaci a prezzi accessibili e salvare più vite".

Il produttore americano di test diagnostici Cepheid è un altro esempio di come si può fare profitto speculando durante una pandemia. L'azienda ha appena ricevuto un'autorizzazione rilasciata dalla FDA per l'uso di un test rapido Covid-19 (Xpert Xpress SARS-CoV-2) che fornisce risultati in soli 45 minuti, utilizzando apparecchiature diagnostiche già esistenti, abitualmente adoperate per la tubercolosi (TB), l'HIV e altre malattie.

Cepheid ha appena annunciato che farà pagare 19,80 dollari per ogni singolo test nei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi più poveri al mondo, dove le persone vivono con meno di due dollari al giorno. L'esperienza di MSF e altre evidenze provenienti dalla ricerca sul test della Cepheid per la TB (che utilizza una cartuccia diagnostica distribuita a 10 dollari nei paesi in via di sviluppo), dimostrano che il costo di ogni cartuccia, inclusi produzione, spese generali e altre accessorie corrisponde a soli 3 dollari, e quindi ogni test potrebbe essere venduto, con un margine di profitto, a 5 dollari.

"Considerata la portata di questa pandemia, non è certo il momento di testare il prezzo più elevato che il mercato è disponibile a sostenere" afferma Stijn Deborggraeve, responsabile per la diagnostica della Campagna sull'Accesso ai Farmaci di MSF. "Ora sappiamo quanto è importante la diagnosi in questa pandemia, quindi i test devono essere resi accessibili a tutti i paesi".

MSF sottolinea che prezzi elevati e monopoli comporteranno il razionamento di medicinali, test e vaccini, e che ciò contribuirà solo a prolungare questa pandemia. "Le aziende produttrici di prodotti farmaceutici e strumenti diagnostici costituiscono parte del problema invece di fornire la soluzione.  Persino in una pandemia globali di proporzioni inaudite mostrano posizioni e scelte non condivisibili" commenta Gill di MSF. "Ci rivolgiamo pertanto ai governi affinché esercitino il loro potere esecutivo per rendere i farmaci, gli strumenti diagnostici e i vaccini sul Covid accessibili a tutti i Paesi e le popolazioni colpite".

 

 

Un grande e sentito “grazie” a tutti gli edicolanti d’Italia: lo inviano le cooperative di giornalisti associate a Legacoop Culturmedia, non solo quelle dei quotidiani e dei periodici cartacei, ma anche del mondo dell’informazione radiofonica, delle agenzie e del web.

La campagna multimediale prevede una pagina pubblicitaria e uno spot di 20 secondi. È pianificata su una ventina di testate cartacee e web, su una cinquantina di radio del territorio nazionale e in alcune realtà della grande distribuzione cooperativa, che hanno concesso l’utilizzo del proprio circuito “in store”.

Fra le testate cooperative che partecipano figurano Il Manifesto, il Corriere Romagna, l'agenzia di stampa Area, La Voce di Mantova, la Romagna Cooperativa, Estense.com, la Provincia di Civitavecchia, Luna Nuova, Abc Milano, ilReporter.it, Sprint e Sport, Lo Spunk, Ravennanotizie.it, il network Romagnanotizie, Salto.bz, SettesereQui e Sabato Sera.
 
Il messaggio fa parte dell’iniziativa di comunicazione nazionale #lacooperazionenonsiferma, lanciata da Legacoop per rimarcare i principi mutualistici nell’emergenza. La creatività è stata realizzata internamente da coop Bacchilega e ufficio comunicazione Legacoop Romagna.

«In questi giorni gli edicolanti sono rimasti aperti. Con questo servizio essenziale hanno assicurato che la lunga filiera dell’informazione plurale, dai produttori ai cittadini, non si spegnesse nonostante la crisi. Un ringraziamento anche alle Poste che stanno continuando ad assicurare i servizi di consegna in abbonamento», dice la presidente di Legacoop Culturmedia nazionale, Giovanna Barni.  

«Il nostro pensiero – aggiunge il coordinatore del gruppo di lavoro Mediacoop, Luca Pavarotti – va a una parte indispensabile della filiera, che come le cooperative di giornalisti è impegnata per garantire un’informazione corretta e puntuale, contro ogni tipo di fake news».

 

“È indispensabile aiutare le imprese sane a non finire inesorabilmente nella rete della criminalità che è già pronta ad investire, ci risulta la stia già facendo, immettendo nel mercato ingenti disponibilità finanziarie per controllare tramite l’usura, e poi acquisire di fatto e legalmente, interi comparti economici e produttivi”.

A lanciare l’allarme è SOS Impresa – Rete per la Legalità, in un documento in cui illustra e le proposte operative a sostegno delle Pmi e delle famiglie a rischio usura in questo particolare momento di emergenza sanitaria, economica e sociale.

“I soldi di cui dispongono le consorterie mafiose in tutta Italia – si legge nel documento - rischiano di arrivare prima dello Stato e rendere, oltre che tardivo ed inutile, addirittura dannoso un successivo intervento pubblico a sostegno di queste imprese nel frattempo diventate imprese mafiose o pesantemente infiltrate dalle organizzazioni mafiose. È, quindi, a nostro avviso indispensabile ed urgentissimo intervenire con forza a sostenere le imprese a rischio anche attraverso adeguate immissioni di liquidità e alleggerimenti tributari e normativi tali da respingere le sirene criminali che ti offrono oggi il minimo per prendersi poi tutto”.

“Al sistema economico più sano e produttivo del Paese è ben chiaro il rischio che corre aderendo alle lusinghe delle mafie, ma deve essere messo in condizione di respingerle. Accanto all’intervento nei confronti delle piccole e medie imprese, appare urgente intervenire anche a favore delle famiglie, anche quelle che finora si sono sostenute con l’economia irregolare e precaria, che gli ha garantito il minimo della sussistenza quotidiana e che oggi non hanno più la possibilità di realizzare”.

Tra le proposte operative avanzate dalle associazioni antiracket e antiusura aderenti a “SOS IMPRESA Rete per la Legalità”, interventi “semplici, leggeri e soprattutto velocissimi a favore delle imprese più esposte ai già menzionati rischi: la sospensione dalla segnalazione in Centrale Rischi per le PMI fino al 31 dicembre 2020, la sospensione DURC ed erogazione contributi anche a imprese con DURC non in regola fino al 31 dicembre 2021, la liquidazione immediata dei crediti tributari sia a livello nazionale che locale. Possibile intervenire subito anche nel settore del credito alle famiglie, attraverso i fondi di rotazione destinati alla solidarietà antiracket e antiusura

“La nostra rete associativa – conclude la nota - è immediatamente disponibile a confermare il proprio impegno per la liberta delle imprese dai condizionamenti mafiosi delle imprese, per la prevenzione del racket e dell’usura per le famiglie e per le imprese e per la solidarietà a chi denuncia estortori e usurai collaborando efficacemente con le forze dell’ordine e la magistratura. Rispondiamo, quindi, all’invito del premier Conte dicendo noi ci siamo, siamo qui e siamo pronti a collaborare”.

 

 

Costruire subito un sostegno immediato al reddito delle persone e delle famiglie per contrastare l'impoverimento e mantenere la coesione sociale e democratica del Paese. Dalla collaborazione tra il Forum Disuguaglianze e Diversità (ForumDD) e l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), assieme a Cristiano Gori, docente di politica sociale all'Università di Trento, nasce una proposta per integrare il Decreto "Cura Italia" e fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19.

È il contributo che due alleanze di organizzazioni della società, impiegando le conoscenze e il sentire dei propri associati, danno alle Autorità in un momento grave del paese al fine di completare il lavoro avviato con il Decreto "Cura Italia".

Nell'immediato servono due cose: impedire l'impoverimento delle persone e l'acuirsi delle già elevate disuguaglianze; evitare il collasso produttivo, anche del sistema diffuso di micro-imprenditorialità. La proposta mira a completare in queste due direzioni l'impianto del Decreto, tenendo conto dell'attuale situazione sociale e occupazionale. Lo fa con due proposte di rapida attuazione: l'introduzione del "Sostegno di Emergenza per il Lavoro Autonomo" (SEA) e del "Reddito di Cittadinanza per l'Emergenza" (REM). Il SEA e il REM sono misure temporanee ed eccezionali, la cui durata è uniformata a quella delle prestazioni straordinarie per il lavoro dipendente introdotte in seguito al diffondersi della pandemia. Se le Autorità raccogliessero questo contributo, potrebbero dargli corpo, utilizzando le competenze e i dati di cui dispongono.    

Il SEA mira a sostituire il bonus una tantum di 600 euro per gli autonomi al fine di sostenere il reddito e tutelare il lavoro. L'importo della misura non è fisso, ma cambia in base alle diverse situazioni: poiché l'obiettivo è di sostenere soprattutto chi è in grave difficoltà, l'ammontare del contributo viene determinato in modo progressivo a seconda delle condizioni economiche del nucleo familiare del lavoratore autonomo. Il SEA punta, inoltre, a mantenere la capacità produttiva del lavoro per cui il suo valore è anche parametrato alla perdita di guadagno (in proporzione al proprio volume abituale di attività), così da supportare in misura maggiore chi subisce più danni.

Il REM utilizza i dispositivi del Reddito di Cittadinanza, che viene esteso ai nuovi richiedenti per la durata del periodo di emergenza. L'obiettivo è costruire subito una diga contro l'impoverimento, raggiungendo tutta la popolazione in condizione di necessità e che non beneficia di altre prestazioni di welfare. Il vantaggio di questa misura (sulla quale, nel periodo di crisi, convergerebbero le nuove domande di Reddito di Cittadinanza) è che rimodula uno strumento già esistente e prevede, per velocizzarne l'attuazione: la riduzione della documentazione necessaria, la semplificazione delle procedure, l'informazione automatica degli aventi diritto, la modifica dei vincoli legati al patrimonio mobiliare e immobiliare, l'allentamento temporaneo delle sanzioni legate alla condizione di lavoro irregolare.

La proposta si basa su quattro principi: "Nessuno resti indietro", affinché il pacchetto di azioni raggiunga chiunque venga colpito dalla crisi; "Risposte a misura delle persone" perché è necessario diversificare gli interventi in base alle differenti, e specifiche, esigenze. Il riconoscimento delle condizioni deve costituire l'unico criterio che giustifica risposte differenti evitando trattamenti preferenziali; "La semplicità è la prima strada per sostenere subito chi è in difficoltà", per mettere in campo prestazioni che siano agevoli da attuare, comunicare e ricevere, come insegna l'esperienza internazionale; "Cominciare oggi a costruire il welfare di domani": le azioni realizzate nell'immediato devono rappresentare il miglior punto di partenza per quelle che sarà necessario predisporre in seguito.

La raccolta firme di adesione, iniziata con il documento "Nessuno resti indietro per colpa del coronavirus" (che ha raggiunto circa 1000 adesioni) continua sulle proposte congiunte del ForumDD e di ASviS.

“Nelle cooperative sociali sono a rischio 200mila occupati per l’impossibilità di continuare a svolgere servizi socio-sanitari, sociali ed educativi: per questo abbiamo scritto al Presidente del Consiglio, segnalando la necessità di integrare quanto già previsto nell’art.48 del DL Cura Italia con una norma che obblighi le pubbliche amministrazioni ad erogare in continuità le quantità previste dagli accordi vigenti e già appostate nei bilanci anche in regime di sospensione o chiusura delle attività per attività alternative, che peraltro le cooperative stanno già facendo”.

Ad affermarlo è stato Mauro Lusetti, Presidente di Legacoop, nel corso dell’intervista rilasciata questa mattina a Sportello Italia, l’approfondimento economico del GR1 RAI.

“I Comuni - ha chiarito Lusetti - hanno appostato nei loro bilanci risorse importanti per la gestione di questi servizi che le cooperative non possono più erogare per la sospensione disposta dal Cura Italia, con effetti pesantissimi sia per i 6 milioni di famiglie che ne usufruiscono sia per i lavoratori delle cooperative; noi chiediamo che queste risorse vengano comunque utilizzate, chiarendo che siamo disponibili a ritarare e ricalibrare i servizi per i contratti già in essere che hanno per oggetto attività sociosanitarie, sociali ed educative, ricalibrandole e modificandole in base alle attuali esigenze e modalità di erogazione sempre nella massima sicurezza di utenza e lavoratori.

“La chiusura dei servizi -ha aggiunto il Presidente di Legacoop- non elimina i bisogni delle persone che ora vivono situazioni di grave disagio, in particolare i bambini e gli anziani. Per questo crediamo che sia necessaria una risposta urgente da parte delle amministrazioni”.

La cooperazione serra le fila e fa sistema, ancora una volta reinventandosi e innovando. E, sentendosi parte della risposta nazionale all’emergenza Coronavirus, dà vita a una rete che già oggi vede dodici cooperative del sistema Legacoop impegnate insieme nella produzione di mascherine di protezione igienico-facciali. Cinque delle imprese – per lo più cooperative sociali – sono del Veneto, territorio da cui parte l’idea stessa del progetto: sono la coop veronese Quid (la capofila, impresa che coniuga moda, sostenibilità e inclusione sociale), la padovana Giotto (nota realtà presente in carcere anche con un laboratorio tessile), le rodigine Porto Alegre e Di tutti i colori (entrambe gestiscono un laboratorio di sartoria in cui lavorano persone richiedenti asilo e rifugiati), e ancora Centro Moda Polesano, l’ultimo workers buy out nato in Veneto (coop costituita a fine 2018 da ex lavoratrici di un’impresa in crisi).

L’iniziativa – che vede come capofila insieme alla veronese Quid la cooperativa CSC di San Cesario sul Panaro (Modena) – è sostenuta con un finanziamento di 100mila euro da Coopfond, il Fondo di promozione di Legacoop, ed è supportata da Legacoop Produzione e Servizi.

Il progetto coniuga e declina alcuni dei valori prioritari del mondo cooperativo: la mutualità, la collaborazione tra cooperative, l’attenzione alla comunità. «Ancora una volta la cooperazione trae ispirazione dal proprio dna generativo e mette in campo tutta la propria capacità di resilienza e di innovazione» sottolinea Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto, che aggiunge: «Si tratta di una vera e propria operazione temporanea di conversione della produzione, coordinata dalla nostra associazione e nata in risposta all’appello unitario delle cooperative per quella che è diventata ormai un’emergenza nell’emergenza, nonché un fattore di criticità nel contrasto al propagarsi dell’epidemia: la grave carenza di mascherine. Dispositivi fondamentali, oltre che per l’ambito strettamente ospedaliero e sanitario, anche per tutti quei servizi essenziali di pubblica utilità (da quelli sociosanitari ai servizi di pulizie e la sanificazione, ma pure della logistica e dei trasporti, fino all’agroalimentare) che vedono impegnate numerose nostre cooperative e che si vuole continuare a garantire».

La mascherina prodotta dalle rete di coop è in tessuto di cotone, sottoposta a trattamenti antigoccia e antimicrobici, riutilizzabile fino a 100 volte dopo lavaggio e disinfezione, dunque anche sostenibile. Oggi se ne possono confezionare circa 25mila al giorno (oltre il 50 per cento della produzione avviene in Veneto), ma la previsione è almeno di raddoppiarne la quantità grazie all’aggregazione di ulteriori cooperative. Un primo stock di 400mila pezzi è ora in produzione e inizierà ad essere distribuito già dai prossimi giorni.

Per la realizzazione delle mascherine, le cooperative hanno condiviso un tutorial di “formazione a distanza” predisposto dalla stessa cooperativa sociale Quid: «Siamo particolarmente orgogliosi di essere parte di questo progetto di valore condiviso, in cui diverse cooperative sono coinvolte in un bel lavoro di coordinamento e relazione» dice soddisfatta la presidente Anna Fiscale.

Lo ripetono da quando è iniziata l'emergenza coronavirus: oltre alla "prima linea" degli ospedali esiste anche il fronte delle strutture e dei servizi socio sanitari: dalla case di riposo alle comunità per famiglie o persone in difficoltà, dai servizi domiciliari ai centri diurni. Migliaia di persone fragili, che hanno bisogno di aiuto e di essere protette. Così come chi ci lavora, tanto che ormai il 30% dei dipendenti delle cooperative sociali è ormai contagiato.

Appelli alla Regione Lombardia, al Governo e anche ai Comuni, rimasti inascoltati. Con conseguenze pesanti. "Questa volta gli innocenti non sono bambini, ma persone anziane con disabilità. Ma muoiono lo stesso, a centinaia. Tanti a casa a loro, molti di più nelle residenze socio-sanitarie regionali -scrive in un appello denuncia il Forum del Terso settore della Lombardia insieme ad altre sigle e associazioni delle realtà non profit-. Sono le persone con disabilità e fragilità, soprattutto anziane ma non solo, a cui in queste settimane è stata negata ogni forma elementare di difesa dal Covid19 e che ora stanno pagando con la vita questa negligenza".

"A queste persone, infatti, una volta contratta la malattia, viene negato l’accesso ai pronto soccorso e agli ospedali, lasciandole morire nei loro letti -è la denuncia pesantissima del terzo settore lombardo-. Muoiono nelle case o nei servizi residenziali, senza poter avere accesso a tutte le cure a cui vengono invece sottoposte le persone che riescono ad essere ricoverate. Viene attuato così, in modo silenzioso, quanto già previsto dalle 'linee guida' degli anestesisti italiani: di fronte alla carenza di posti letto in terapia intensiva viene data la precedenza alle persone giovani e senz’altre patologie rispetto a quelle anziane con patologie pregresse".

"Le persone che li assistono, si tratti di parenti o di operatori sociosanitari, rimangono ancora sprovvisti delle mascherine e dei dispositivi di protezione necessari per evitare di contagiare e di essere contagiati. Anche nella distribuzione “pubblica” dei dispositivi di protezione individuali, infatti, sono state privilegiate, sinora, le strutture sanitarie rispetto a quelle sociosanitarie".

"Sono persone che muoiono nel silenzio: spesso non rientrano neanche nel conteggio dei 'decessi per Covid19' perché a loro è stato negato anche il diritto alla diagnosi, prima ancora che al trattamento e alla cura, come già alcuni sindaci stanno denunciando. Persone che, si dice, 'sarebbero morte lo stesso' e che invece, lo sappiamo e lo dicono anche le statistiche, se curate in modo adeguato avrebbero potuto continuare a vivere chi per uno, chi per due, chi per dieci o vent’anni".

"Non vi è nulla di naturale in questa scelta crudele di sacrificare le persone più fragili, illudendosi così di salvare quelle più forti. Con le loro vite stiamo sacrificando anche la nostra dignità, la dignità di ognuno di noi. Per alcuni, per molti di loro, siamo ancora in tempo a cambiare rotta. Facciamolo!"

"Forniamo subito agli enti gestori tutti i presidi di protezione, i medici, i farmaci necessari per garantire diagnosi e cure tempestive. Permettiamo alle persone con disabilità di qualunque età di poter accedere, almeno in condizioni di parità rispetto al resto della popolazione, alle terapie intensive quando utile e necessario. Non neghiamo a nessuno la speranza e la possibilità di poter guarire e vivere".

L'appello denuncia è firmato da Forum Terzo Settore Lombardia, Ledha, Uneba Lombardia, Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia ed è sottoscritta anche da Acli Lombardia, Aism Lombardia, Ancescao Lombardia, Anffas Lombardia, Anteas Lombardia, Arci Lombardia, Arlea, Associazione Banco Alimentare Lombardia, Auser Lombardia, Cnca Lombardia, Ceal, Federazione, Regionale Lombarda Società San Vincenzo de’ Paoli, Movimento Apostolico Ciechi Milano, Movimento Apostolico Ciechi Varese, Uildm Comitato Lombardo.

(Fonte: Redattore Sociale/dp)

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