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Mercoledì, 20 Gennaio 2021

Nei suoi discorsi, messaggi audio e tweet il presidente Trump continua a rifiutare il risultato elettorale e incita i suoi sostenitori. Il risultato è che il 6 gennaio migliaia di essi hanno dato l'assalto alla sede del Congresso Usa.
 
"Il rifiuto del presidente Trump di facilitare il trasferimento pacifico dei poteri pone i diritti umani, la sicurezza pubblica e lo stato di diritto in grave pericolo. L'abbraccio del presidente ai gruppi suprematisti bianchi ed estremisti ha alimentato ulteriormente il caos e la violenza. Tutte le autorità statunitensi devono rispettare, proteggere e attuare i diritti umani, compreso quello di essere liberi dalla violenza, dalle intimidazioni e dal razzismo", ha dichiarato Bob Goodfellow, direttore generale ad interim di Amnesty International Usa.
 
"Amnesty International lavora per un mondo in cui tutti coloro che hanno posizioni di potere rispettino la legge, osservino i loro obblighi sui diritti umani e siano chiamati a rispondere quando non lo fanno. In tutto il mondo, siano testimoni degli eventi drammatici che si verificano quando autorità di governo diffondono false informazioni e incitano alla violenza razzista e politica per restare al potere. Il mondo, compresi i nostri dieci milioni di iscritti e sostenitori, osserva cosa sta accadendo", ha aggiunto Goodfellow.
 
"È il momento di ammettere la realtà. Il presidente Trump ha ripetutamente incoraggiato i suoi sostenitori ai disordini e alla violenza. Questo è il comportamento di un istigatore, non di un leader. Tutte le autorità pubbliche degli Usa devono condannare le parole del presidente", ha commentato Goodfellow.
 
Amnesty International Usa sta monitorando la situazione ed è profondamente preoccupata per quanto sta accadendo nel paese. L'organizzazione per i diritti umani chiede al presidente di raffreddare e non surriscaldare il clima di paura, di incertezza e di disordini e di assicurare che lui e il suo staff diffonderanno solo informazioni credibili e affidabili, contrasteranno quelle false e fuorvianti e impediranno e condanneranno attacchi e intimidazioni.

Continuano gli scontri nella Repubblica Centrafricana (RCA), ormai quotidiani dopo le elezioni dello scorso 27 dicembre. Ieri la coalizione dei gruppi armati ha attaccato e preso il controllo di Bangassou, città nel sud-est del paese situata al confine con la Repubblica Democratica del Congo (RDC). I team di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno curato d'urgenza 12 persone nell'ospedale regionale, mentre sono oltre 110 i feriti assistiti dal 21 dicembre a oggi in diverse città.

Emmanuel Lampaert, capomissione di MSF in RCA: "Nella giornata di ieri, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno trasferito e curato d'urgenza 12 feriti presso il Bangassou Regional University Hospital (HRUB), struttura sanitaria che supportiamo dal 2014. Nei giorni precedenti all'attacco, migliaia di persone sono fuggite dalla città e hanno attraversato il fiume Mbomou per cercare rifugio a Ndu, nella vicina RDC dove anche qui MSF supporta il centro di salute locale. I team di MSF sono in azione per dare maggiore sostegno al centro di salute con più personale, farmaci e stanno lavorando per rafforzare ulteriormente il supporto medico alla popolazione sfollata”.

“L'attacco a Bangassou – continua Lampaert - non è un caso isolato nella RCA, colpita da una forte insicurezza a causa delle elezioni dello scorso 27 dicembre che si sono svolte in un clima di grande tensione. Il 28 dicembre sono rimaste uccise diverse persone durante un attacco ad un autobus a Grimari, vicino Bambari. Tra loro anche un operatore di MSF, non in servizio durante l'attacco. Nonostante alcune attività siano state ridotte o sospese per la sicurezza dei pazienti e del nostro staff, la maggior parte dei servizi forniti da MSF nel paese resta attiva. Dal 21 dicembre, i nostri team hanno curato più di 110 feriti a Bossangoa, Bangui, Bangassou, Bambari e Batangafo”.

“In un paese in uno stato di emergenza medica cronica, il peggioramento delle condizioni di sicurezza rende ancor più difficile, per migliaia di persone, l'accesso già limitato alle cure mediche essenziali. MSF esorta tutti gli attori coinvolti nel conflitto armato a non ostacolare il lavoro degli operatori sanitari per garantire cure mediche tempestive, a rispettare il dovere di proteggere i civili e gli operatori umanitari e a non colpire le strutture sanitarie, le ambulanze, il personale medico-sanitario e i pazienti", conclude il capomissione Msf.

 

"Il 2020 delle carceri italiane è stato inevitabilmente segnato dallo scoppio della pandemia di Covid-19, che ha cambiato il volto anche di questi luoghi, chiudendoli ancor di più al mondo esterno, allontanando dagli istituti volontari, famigliari, personale scolastico e lasciando ai detenuti un in più di pena rispetto a quella che stanno scontando e di cui, a pandemia finita, non si potrà che tenere conto". Esordisce così Patrizio Gonnella, nel consueto punto di fine anno di Antigone.
Al 2020 il sistema penitenziario si era presentato con numeri in aumento per quanto riguarda i detenuti presenti. Quando a fine febbraio la pandemia è esplosa nel paese, nelle prigioni italiane le persone recluse erano oltre 61.000, a fronte di 50.000 posti regolamentari, anche se quelli disponibili erano e sono circa 3.000 in meno. Il tasso di affollamento ufficiale era superiore al 120%.

"L'impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale edi evitare assembramenti, due cose impossibili da fare nelle nostre carceri. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo hanno interessato decine di istituti in tutto il paese", ricorda ancora Gonnella.

Durante quelle proteste quattordici detenuti morirono nelle carceri di Modena e Rieti e alcuni episodi di presunte violenze si verificarono nei giorni successivi in altri istituti. In alcuni casi Antigone ha presentato degli esposti alle competenti Procure, cosa che da molti anni fa parte del lavoro di contezioso portato avanti dall'Associazione. Nell'arco di poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è diminuito in maniera importante (circa 8.000 unità in meno), merito soprattutto del lavoro della magistratura di sorveglianza, che ha utilizzato in maniera ampia tutti i propri poteri per permettere al maggior numero di detenuti di scontare l'ultima parte della pena alla detenzione domiciliare.

"Tuttavia, alla fine della prima ondata, anche queste politiche deflattive hanno subito un arresto e, nonostante ci fossero ancora 6.000 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari, il loro numero nei mesi estivi, anche se in maniera contenuta, è addirittura ricominciato a crescere" sottolinea ancora il presidente di Antigone. "Così, allo scoppio della seconda ondata, le carceri erano ancora in una situazione di sovraffollamento e con una carenza di spazi che permettessero di prevenire il contagio". A fine novembre i detenuti e le detenute erano 54.638.

La nota positiva di questo periodo sta nel largo utilizzo della tecnologia per le videochiamate. "Per anni - ricorda Patrizio Gonnella - abbiamo chiesto che le carceri fossero dotate di tablet e telefonini con programmi per le videochiamate che potessero consentire di mantenere un rapporto più stretto con i propri famigliari. Ci siamo sempre sentiti rispondere che c'erano questioni di sicurezza che ostacolavano questa dotazione. Tuttavia, in pochi giorni, dopo la chiusura dei colloqui in tutte le carceri del paese sono arrivati questi dispositivi e, a tutti i detenuti, sono state concesse chiamate extra rispetto ai 10 minuti a settimana previsti dall'ordinamento penitenziario. L'augurio - sottolinea il presidente di Antigone - è che finita la pandemia su questo terreno non si torni indietro". Un anno difficile come questo non poteva che avere un effetto negativo anche sui suicidi. Secondo il dossier "morire di carcere", curato da Ristretti orizzonti, nel 2020 sono stati 56.

I NUMERI DEI CONTAGI

Durante la prima ondata i positivi al Covid-19 nelle carceri erano arrivati ad un picco massimo di circa 160 detenuti nei primi giorni di maggio, mantenendosi, da metà aprile, sempre oltre le 100 unità. I morti erano stati 4. Ben diverso quello che è avvenuto nella seconda ondata, quando i detenuti positivi sono arrivati ad essere più di 1.000, con diversi istituti dove si sono registrati veri e propri focolai, con decine di reclusi risultati positivi: Terni, Sulmona, Tolmezzo, Busto Arsizio e diversi altri. I detenuti deceduti a causa del Covid-19 durante questa ondata autunnale sono stati 7.

IL RECOVERY FUND PER UN NUOVO SISTEMA PENITENZIARIO

Dal Recovery Fund dovrebbero arrivare all'Italia oltre 200 miliardi di euro. Una parte andranno alla Giustizia e al sistema penitenziario per essere spesi. "Con questi fondi sarà importante investire per innovare un sistema che ha bisogno di modernizzazione, creatività e investimenti nel campo delle risorse umane" dichiara Patrizio Gonnella. "Quello che serve è investire nelle misure alternative, più economiche e più utili nell'abbattere la recidiva rispetto al carcere. Si devono ristrutturare le carceri esistenti, potenziando le infrastrutture tecnologiche per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video-colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi. Bisogna investire nel capitale umano, assumendo più personale civile - direttori, educatori, mediatori, psicologi - ed equiparando il loro trattamento economico a quello di chi porta la divisa. Insomma - conclude il presidente di Antigone - quello che serve è un nuovo sistema penitenziario".

 

In occasione della giornata internazionale dei migranti ASGI lancia l'allarme sulle attività di respingimento messe in pratica da Frontex e ne chiede l'immediata interruzione. 

A seguito delle accuse mosse nei confronti dell'Agenzia da un'inchiesta condotta da diversi giornalisti, che “dimostrava la complicità di Frontex in una serie di episodi di respingimento verso la Turchia nel mare Egeo, diversi europarlamentari hanno richiesto le dimissioni del direttore Fabrice Leggeri il quale - in audizione presso la Commissione LIBE il 1 dicembre - ha negato qualsiasi coinvolgimento dell'agenzia e del suo personale negli episodi di respingimento”. 

Eppure la pratica illegale di violenti respingimenti di migranti che si sono verificati per molti mesi alle frontiere esterne dell'UE - in piena impunità è dettagliatamente descritta nelle 1500 pagine del Libro nero sui respingimenti collettivi, reso noto oggi e compilato da una Rete di monitoraggio presente alle frontiere.

In una nota di approfondimento ASGI cerca di delineare “il controverso ruolo di Frontex e il regime di impunità nel quale gravita l'Agenzia evidenziando i principali punti critici presenti nel mandato di Frontex e nel suo operato: un rischio elevato di violazioni dei diritti fondamentali particolarmente evidenti nell'ambito della sorveglianza della frontiera marittima; l'opacità circa il concreto funzionamento delle operazioni di Frontex; la scarsa trasparenza in merito ai mezzi utilizzati e soprattutto in merito alla catena di comando delle operazioni alle frontiere europee con una conseguente allarmante tentativo di deresponsabilizzazione dei funzionari europei operanti nell'agenzia di frontiera”.

A fronte di quanto emerso dalle inchieste giornalistiche e dalla successiva audizione, ASGI richiede: “l'interruzione immediata da parte di Frontex di qualunque attività di respingimento alle frontiere marittime; l'interruzione da parte di Frontex di qualsiasi forma di complicità operativa con le autorità dei Paesi Membri e dei Paesi Terzi che attuano violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri, quali ad esempio respingimenti collettivi; la messa in atto da parte di Frontex e delle istituzioni UE di meccanismi giurisdizionali effettivi, indipendenti ed efficaci al fine di permettere di contestare le violazioni dei diritti fondamentali da parte dell'Agenzia e del suo personale”.

In attesa che vengano attivati meccanismi efficaci di controllo e accountability, ASGI chiede “la cessazione di qualunque attività di Frontex, che si è dimostrata – ancora una volta – complice di gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle persone in movimento”. 

 

Con l'arrivo dell'inverno si aggravano le condizioni di oltre due milioni di persone nella Siria nord-occidentale. Chi vive nei campi dovrà sopportare gelo, strade fangose e pioggia nelle tende e per molti non sarà il primo inverno passato in queste condizioni.

Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) sono in azione per distribuire "kit invernali" con vestiti pesanti, cerate, materassi e coperte a circa 14.000 famiglie che vivono in più di 70 campi sfollati della regione per migliorare le loro condizioni di vita durante l'inverno.

Inoltre quest'anno la pandemia di Covid-19, che continua ad avere un forte impatto nella regione con oltre 17.000 casi registrati finora, rappresenta un'ulteriore preoccupazione. "Questo inverno sarà ancora più difficile per medici e infermieri distinguere i sintomi di un raffreddore da quelli del Covid-19" dice Chen Lim, coordinatore medico di MSF in Siria nord-occidentale. "Ci saranno ulteriori difficoltà in una situazione già critica nel nord ovest della Siria".

Negli ultimi anni la Siria nord-occidentale ha visto diverse ondate di persone in fuga, l'ultima all'inizio di quest'anno, quando i conflitti nella regione hanno spinto circa un milione di persone a spostarsi alla ricerca di un luogo sicuro.

"Qui le condizioni di vita sono drammatiche specialmente in inverno. La tenda non ci ripara dal freddo e dall'acqua" dice Chahine Ziadeh, abitante del campo di Fan Al-Shemali nel governatorato di Idlib. Chahine è fuggito dalla sua città nel 2016 a causa dei bombardamenti e da allora ha vissuto in diversi campi della regione prima di arrivare a Fan Al-Shemali, due anni fa.

Quando piove, le strade del campo si trasformano in fiumi di fango e diventa difficile spostarsi a piedi o in motocicletta per andare al lavoro, dal medico o per fare la spesa. Inoltre, le strade allagate e fangose non aiutano gli operatori umanitari a raggiungere il campo. "Stiamo distribuendo questi beni per proteggere le famiglie dalla pioggia poiché molte tende sono usurate" dichiara Abdulrahman, logista MSF. "Siamo preoccupati per questo inverno perché negli ultimi due anni ci sono state spaventose alluvioni nei campi".

I team di MSF stanno ripristinando 2.275 tende in sei campi a ovest di Idlib, installando pavimentazioni all'interno e intorno alle tende per migliorare l'isolamento termico e costruendo barriere di mattoni per evitare allagamenti. In questo modo MSF spera che si possa prevenire l'aumento delle malattie stagionali oltre a migliorare le condizioni di vita delle persone. "Anche se il nostro intervento non è prettamente medico, è difficile definire cosa sia medico e cosa non lo sia in una situazione di conflitto prolungato con persone che vivono in condizioni estreme come in Siria" sottolinea Chen Lim, coordinatore medico di MSF in Siria nord-occidentale. "Non possiamo ignorare le loro condizioni di vita e le conseguenze sulla loro salute".

Ogni inverno, le équipe mediche di MSF registrano in questi campi sovraffollati un aumento di malattie respiratorie, problemi legati a intossicazione da fumo, ustioni, malattie trasmesse dall'acqua e congelamenti. Per rinforzare le attività di prevenzione, MSF è in azione con operatori di promozione alla salute nei campi per sensibilizzare gli abitanti sulle malattie invernali più comuni, capire le loro necessità mediche e le loro difficoltà quotidiane e informarli sui servizi offerti dalle cliniche mobili di MSF.

Una recente analisi condotta da uno dei team di promozione alla salute di MSF in diversi campi rivela che per quasi il 70% dei 116 intervistati questo inverno non sarà il primo trascorso in un campo. Quasi tutti i partecipanti temono che la loro famiglia, specialmente i bambini, si ammalino nei prossimi mesi invernali.

Il Tavolo Asilo esprime profonda preoccupazione sui contenuti della proposta avanzata dalla Commissione UE il 23.09.2020 di adottare un "Patto per le migrazioni e l'asilo", che considera allarmante sia per le misure che riguardano la dimensione esterna delle politiche migratorie della UE, che per quelle di politica interna.

Per ciò che attiene alla "dimensione esterna", la proposta di Patto propone “l'adozione di misure estremamente dure volte a contrastare i flussi migratori verso l'Unione, a rafforzare la cooperazione tra i Paesi Ue e con Paesi terzi per attuare i rimpatri, nonché a rinforzare ulteriormente il controllo delle frontiere esterne dell'Unione anche attraverso Frontex”.

Nel Patto si afferma di volere aiutare i Paesi terzi a gestire la migrazione irregolare e a rafforzare i loro "sistemi di asilo ed accoglienza", ma quel che emerge “è soltanto la volontà di sostenere tali Paesi perché blocchino le persone transitanti verso l'Europa”. Anche gli interventi di cooperazione internazionale “rischiano di essere orientati solo verso gli Stati che collaborano con le politiche migratorie della UE, stravolgendone senso e finalità”.

“Come si possa garantire a tutte le persone così bloccate in Paesi terzi l'accesso a una protezione legale effettiva, dando loro una prospettiva di vita che non sia il confinamento in campi profughi, è questione del tutto ignorata, così come è rinviata ad una discussione futura l'attuazione di percorsi legali di accesso alla UE per motivi di protezione”, si chiede il Tavolo Asilo.

Inoltre, non si prevede nulla rispetto alla gestione comune degli ingressi per lavoro/ricerca lavoro, studio e formazione, a parte una minima apertura verso azioni che possono "attirare talenti". Manca dunque una politica generale della UE, che orienti i comportamenti dei singoli stati.

Sulla "dimensione interna", il Patto prevede la formale abrogazione del Regolamento di Dublino, ma in realtà vengono confermati i criteri in vigore, tra cui quello della competenza all'esame della domanda da parte del primo Paese di ingresso, particolarmente penalizzante per il nostro paese. La redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri resta sostanzialmente volontaria. Ma l'aspetto “più irricevibile” del testo riguarda la proposta di adozione di una "procedura di frontiera fluida" da applicarsi a "tutti i cittadini di paesi terzi che attraversano senza autorizzazione" e in ogni caso ai richiedenti "provenienti da paesi con bassi tassi di riconoscimento".

Si tratta di procedure accelerate, con garanzie ridottissime, che “trasformerebbero l'Italia e gli altri paesi di primo ingresso in giganteschi hotspot, con i richiedenti asilo collocati in strutture sorvegliate e senza interazioni con l'esterno”. Per coloro la cui domanda è stata respinta si applicherebbe la "procedura unionale di rimpatrio alla frontiera". Gli Stati possono divenire responsabili, in termini logistici e finanziari, del rimpatrio di cittadini stranieri che si trovano in altri Paesi UE e se entro otto mesi il rimpatrio non è effettuato (si va dunque verso una nuova dilatazione dei tempi di trattenimento) allora lo stato "sponsor" deve prendere in carico i migranti trasferendoli nel suo territorio.

Si delinea così una nuova, “inaccettabile nozione” di "solidarietà" che assomiglia a una sorta di permanente mercato tra gli Stati dell'Unione nel quale accettare quote di richiedenti asilo oppure pagare per non averne, o ancora pagare i rimpatri di coloro che sono presenti in altri Stati sono azioni tutte liberamente disponibili. Queste misure sollevano serie preoccupazioni relative al rispetto dei diritti fondamentali e possono portare a gravi violazioni che coinvolgerebbero anche i minorenni, accompagnati e non.

Il Tavolo Asilo chiede al Governo che in occasione del Consiglio Europeo del 14 dicembre “l'Italia dichiari la propria volontà di discostarsi nettamente dall'attuale impostazione del Patto nella direzione di una riforma legislativa del sistema di asilo e immigrazione UE ancorata al rispetto dei valori fondamentali dell'Unione quale spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia”.

Nel Tavolo Asilo nazionale fanno parte A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Amnesty International Italia, ASGI, ARCI,  Caritas Italiana, Centro Astalli, CNCA, Comunità Papa Giovanni XXIII, Emergency, Europasilo, Focus - Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Intersos, Legambiente, Medecins du Monde Missione Italia,  MSF, Oxfam Italia, Refugees Welcome Italia,  Senza Confine, SIMM

Durante il primo lockdown il 78% ha fermato o dimezzato la propria attività. Il 41% prevede una riduzione delle entrate per il 2020 superiore al 50%. Il Covid-19 sta colpendo duramente anche il Terzo Settore.

È quanto emerge dall'indagine, condotta da Italia Non Profit, su 1.378 enti. Per oltre la metà di associazioni, cooperative sociali, fondazioni, onlus o consorzi, la pandemia sta incidendo negativamente in particolare sulle attività istituzionali e sulle raccolte fondi. Il blocco delle attività istituzionali, cioè quelle rivolte ai cittadini, ha riguardato in maniera trasversale tutti i settori: il 30% degli intervistati ha dichiarato un blocco nella attività formative ed educative; il 28,4% ha dovuto sospendere le iniziative dedicate al tempo libero e alle attività culturali; il 18,7% ha dovuto bloccare l’assistenza alle persone.

A farne le spese non solo le persone, spesso fragili, a cui le attività sono rivolte. Ma anche i dipendenti di questi enti. Il 30% delle realtà che hanno risposto sostengono che dal 20 al 50% dei propri dipendenti rischiano il posto di lavoro. Per ora il 38,5% degli enti è ricorso alla cassa integrazione per fronteggiare la crisi. Gli effetti della pandemia incide anche sulle attività di raccolta fondi: infatti solo il 7% dei rispondenti dichiara una crescita delle entrate da raccolta fondi rispetto al 2019.

Per continuare ad operare gli enti hanno necessità di fondi, formazione specifica per la gestione di pandemie e supporto nell’utilizzo di strumenti digitali. Anche perché il 54,2% non ha risorse per finanziare una propria trasformazione digitale.

I dati completi dell'indagine sono consultabili sul portale “Non Profit_Philanthropy_Social Good Covid-19 Report 2020”, che racconta e illustra lo stato degli enti non profit italiani in relazione all’emergenza sanitaria e gli aiuti a supporto del Terzo Settore messi in campo da fondazioni ed enti filantropici. Il portale è un vero e proprio Data Hub, in costante aggiornamento, accessibile e gratuito che permette di comprendere attraverso dati, mappe e testimonianze quali sono le necessità delle organizzazioni non profit, di conoscere le azioni realizzate dalla filantropia a sostegno degli enti, e di ascoltare le visioni sul futuro del settore. Per tutto il 2021 verranno inoltre attivati tavoli permanenti di confronto tra enti, fondazioni ed enti filantropici per discutere del futuro, esprimere desiderata e progettare strategie.

 (Fonte: Redattore Sociale)

Una nuova ondata di combattimenti colpisce lo Yemen, con un pesante bilancio tra civili uccisi e feriti. A sud del Porto di Hudaydah sul Mar Rosso, una delle aree più intense del conflitto, l'ospedale traumatologico di Medici Senza Frontiere (MSF) a Mocha ha trattato da ottobre 122 feriti di guerra, nelle ultime settimane soprattutto donne e bambini. Sabato mattina a Taiz il campo da calcio dell'Al Ahly Football Club è stato colpito da una granata che ha ucciso un allenatore e suo figlio, mentre due bambini con meno di 10 anni sono rimasti feriti e sono stati portati al pronto soccorso traumatologico di MSF presso l'ospedale Al Thawrah.

Le equipe di MSF nelle ultime settimane stanno assistendo a un notevole aumento di civili che necessitano di interventi chirurgici per ferite di guerra. "Nel nostro centro traumatologico di Mocha curiamo tutti coloro che hanno bisogno di interventi chirurgici d'emergenza: feriti di guerra, vittime di incidenti stradali, donne incinte che necessitano di un parto d'urgenza" dichiara Raphael Veicht, capomissione MSF. "Ma quando ad arrivare sono quasi solo civili con terribili ferite da arma da fuoco, si sollevano seri interrogativi. Ciò che vediamo nel nostro piccolo ospedale è allarmante e atroce. Uccidere e ferire civili in un conflitto non è solo una grave violazione del diritto umanitario internazionale, ma è molto di più: tra i nostri pazienti ci sono bambini, donne incinte, madri in allattamento, gli operai di una fabbrica di imbottigliamento del latte colpita da un bombardamento – non c'è niente che possa giustificare tutto questo".

Il 29 novembre è arrivata all'ospedale di MSF una donna le cui gambe erano state amputate da un intervento salvavita d'urgenza che richiedeva una chirurgia correttiva. Ha raccontato che era in una delle abitazioni del villaggio di Al Qazah, nel distretto di Ad Durayhimi, con altre donne e bambini per comprare dei vestiti. Non sa esattamente cosa è accaduto ma c'è stata un'esplosione - suo padre le ha poi detto che si è trattato di un bombardamento – e si è risvegliata all'ospedale di MSF. La casa era fatta di canne e foglie di palma e per questo non li ha protetti. La donna ha elencato i parenti rimasti uccisi nell'attacco: "Quattro donne: mia zia, mia cognata, due cugine. Cinque bambini: mio nipote, due cugini e due figli di altri cugini".

Tra le persone colpite in questo attacco, l'ospedale MSF di Mocha ha curato un altro paziente e ha stabilizzato le condizioni di un bambino di 11 mesi che doveva essere immediatamente trasferito in ambulanza all'ospedale di Aden. Il bambino è morto prima di arrivare. Il 24 novembre, l'ospedale di Mocha ha ricevuto sette civili rimasti feriti durante un'esplosione avvenuta sul ciglio della strada mentre tornavano da un matrimonio. Cinque persone sono morte, tra cui un bambino.

Il 25 novembre, due bambini sono stati portati all'ospedale di MSF dopo aver giocato con un ordigno inesploso trovato per strada, con gravi ferite addominali e trauma toracico. Il 3 dicembre, MSF ha ricoverato sei persone rimaste ferite durante un bombardamento che ha colpito una fabbrica di imbottigliamento del latte a Hudaydah – i pazienti hanno detto che almeno dieci dei loro colleghi sono morti.

In un'area diversa, a Taiz, il campo da calcio colpito è un centro sportivo noto e lontano dalle linee del fronte, si trova fronte all'ospedale pediatrico supportato da MSF e all'Al Amal Cancer Hospital ma non è la prima volta che gli abitanti dell'area assistono ad attacchi simili: "Gli impianti sportivi sono forse uno dei pochi luoghi rimasti in grado di offrire ai civili di Taiz, in particolare ai bambini, momenti di felicità in un periodo così difficile, una delle uniche cose che ci fanno ancora sentire esseri umani che meritano di godere della vita nonostante quello che sta accadendo in città" ha raccontato a MSF un uomo di Taiz.

L'aumento del numero di pazienti con ferite da arma da fuoco all'ospedale di MSF a Mocha conferma che il governatorato meridionale di Hudaydah è una delle zone più colpite dal conflitto in tutto lo Yemen. Centinaia di famiglie sono costrette a fuggire dalle loro case e, a causa dell'aumento delle aree a rischio di bombardamenti e attacchi, l'assistenza sanitaria e la distribuzione di cibo sono sempre più limitate proprio nel momento in cui sono più necessarie.

"Che siano mirati o indiscriminati, questi attacchi violano tutte le regole della guerra" dichiara Veicht di MSF. "Anzi, di più: le persone uccise e mutilate sono civili, persone che cercano semplicemente di sopravvivere o di essere buone madri, padri, fratelli o sorelle. Tutto questo deve finire".

La pandemia di Covid-19 non si ferma, ma neanche i nostri operatori. Ogni giorno 104 uomini e donne affrontano la malattia e i suoi pericoli nelle 13 strutture gestite dalla Cooperativa Il Cerchio di Spoleto oppure a domicilio, assistendo quasi mille persone. Tutti i giorni siamo a contatto con i più fragili, con gli anelli deboli della nostra comunità. Il lavoro prosegue in maniera regolare, gli operatori della Cooperativa affrontano il proprio dovere con dedizione ma anche - è comprensibile - con paura, soprattutto per le proprie famiglie. Ma sulla paura prevale, ogni giorno, quel senso di responsabilità e di comunità che, da sempre, contraddistingue chi svolge questo lavoro non come un mestiere, ma come spirito di servizio.

Anziani, disabili, minori e soggetti in situazione di difficoltà possono contare sui nostri servizi, che non sono mai stati interrotti neanche per un solo giorno dall’inizio della pandemia. I nostri 104 operatori ogni giorno portano sollievo, assistenza e cure a chi, nella nostra comunità, è meno fortunato di noi.

Il tutto a fronte di una spesa supplementare di oltre 100 mila euro, necessaria per i presidi sanitari divenuti fondamentali per lavorare in piena pandemia. A partire dalla scorsa primavera, infatti, la spesa per l’acquisto di mascherine, camici, copriscarpe, visiere e vari dispositivi di protezione individuale ammonta a circa 2 mila e 300 euro a settimana.

"Durante questa seconda ondata, inoltre, non abbiamo dovuto fronteggiare solamente la paura del contagio: il Covid-19 è entrato nelle nostre strutture, tra i nostri assistiti e operatori. A maggior ragione, quindi, abbiamo aumentato i nostri sforzi implementando i dispositivi di sicurezza, formando personale, organizzando nuovi servizi e riorganizzando i vecchi, tentando di combattere con tutte le nostre forze questo spaventoso virus", scrive la cooperativa.

"La sicurezza degli utenti, dei nostri operatori, delle loro famiglie e quindi della comunità stessa è la nostra priorità. Ma come otto mesi fa, anche oggi abbiamo bisogno di aiuto: è per questo che abbiamo messo in campo una seconda raccolta fondi per l’acquisto di DPI. In queste settimane abbiamo inviato una richiesta di aiuto a banche, fondazioni, associazioni ed aziende certi che, come successo durante la prima ondata, riceveremo una buona risposta", prosegue la nota.

"Ringraziamo fin d’ora chi deciderà di aiutarci e tutti coloro che lo hanno già fatto: Fondazione CaRiSpo, Fondazione Fendi, Istituzione Cesare e Mina Micheli, Banco Desio, Associazione mogli medici italiani, Rotary club Spoleto, l’azienda agricola San Giuseppe di Giorgio Pizzi, Meccanotecnica Umbra, Carrozzeria Piacenti, azienda Fabiana Filippi, Banca Intesa e la Senatrice Emma Pavanelli. È anche grazie a loro che possiamo continuare a svolgere il nostro lavoro in totale sicurezza", conclude la coop sociale.

 

 

Le Finali "Live from Everywhere" dell'11^ edizione del Premio Musica contro le mafie si svolgeranno Domenica 20 Dicembre dalle ore 16. Il Premio giunge alle Fasi Live che quest'anno saranno realizzate tra virtuale e reale, nella modalità che sta sempre più diventando cifra stilistica dell'organizzazione. La direzione artistica ha tramutato le difficoltà in nuovi stimoli che hanno portato alla rielaborazione dell'evento in un nuovo format web-tv, con la conduzione dell'inviato de Le Iene - Ismaele La Vardera.

Lo scenario che ospiterà l'evento sarà nel cuore pulsante della città antica di Cosenza, il Teatro Comunale Alfonso Rendano, l'unico teatro di tradizione della Calabria con una storia prestigiosa e che ha attraversato il tempo segnando una traccia indelebile nel tessuto culturale dell'intera regione.

"A prescindere dall'emergenza sanitaria - dichiara il Presidente Gennaro de Rosa - questa edizione segna un cambiamento nel percorso della manifestazione, sia presente che futuro. Tutto progredisce e il periodo che stiamo vivendo ha solo accelerato la mutazione di un concept che sin dalla sua nascita ha sempre dimostrato di sapersi rinnovare.  Non abbiamo però mai perso l'obiettivo principale che è quello della diffusione di buone idee e buone prassi insieme alla promozione di giovani talenti musicali. Tutto il mondo dell'arte e della cultura sta vivendo uno dei momenti più complessi della storia dal secondo dopoguerra - continua de Rosa - le conseguenze più dure le stanno affrontando quegli artisti che vivono grazie ai live nei club. E' proprio per questo motivo che abbiamo deciso, nella finale, di puntare tutta l'attenzione su di loro".

Gli ospiti di questa undicesima edizioni sono molteplici ed ognuno apporterà la propria esperienza a partire dal conduttore Ismaele La Vardera de Le Iene; che conferma una collaborazione oramai consolidata.

Un momento importante delle fasi finali sarà vissuto con Don Luigi Ciotti Fondatore e Presidente di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), presidente onorario di "Musica contro le mafie" secondo il quale alimentare il cambiamento etico, sociale e culturale è necessario per spezzare alla radice i fenomeni mafiosi e ogni forma d'ingiustizia, illegalità e malaffare.

Giudici ed ospiti grandi artisti del panorama nazionale, punto di riferimento per tanti giovani musicisti: il produttore e bassista dei Litfiba e dei C.S.I. Gianni Maroccolo, il cantautore Dario Brunori dell'omonima ditta Brunori SAS, Erica Mou e Gabriella Martinelli, tra le più interessanti cantautrici del panorama italiano.

La diretta streaming di domenica 20 dicembre, oltre che dalla pagina Facebook ufficiale di Musica contro le mafie, sarà visibile in cross posting anche attraverso le piattaforme social dei partner della 11^ edizione:  dall'Associazione Libera a Casa Sanremo a Tuttorock a Rockit, al fine di creare un network da oltre 1milione e mezzo di followers. L'iniziativa gode anche del supporto di Radio Popolare Network.

I 10 Finalisti in gara - selezionati tra oltre 700 iscritti - oltre ad essere valutati dai "giudici on streaming" in studio saranno votati da una giuria social, una commissione artistica interna all'associazione e da una importantissima "Giuria Generation Z", una novità assoluta che avrà il compito di dare un'ulteriore punto di vista critico in quanto formata da giovanissime musiciste che hanno già un importante percorso artistico. La giuria è composta da: Giovanna Camastra (Semifinalista Sanremo Young), Noemi Bruno (Premio Critica Mia Martini, Finalista Musicultura), Bianca Provenzano (Finalista All Togheter Now, Next Generation 2019), Giulia Aloia (Premio Gianni Ravera, dal 2019 lavora in USA con Royal Caribbean come Broadway Performer e Lead Vocalist).

Questi i Finalisti e i titoli dei brani della 11^ Edizione del Premio Musica contro le mafie: 

Davide Ambrogio con "A San Michele" da Roma
Cobram con "Rivoluzione" da Torino
Emanuele Conte con "Ridono" da Povegliano (TV)
Lucio Leoni con "Francesca" da Roma
Joseph Foll con "Sbadiglio" da Mondragone (CE)
Daniele De Gregori con "Prima gli Italiani" da Roma
Donix con "Siriana" da Napoli
Marte con "Fiesta" da Genova
De Almeida con "Rosalia" da Palermo
Alessandra Chiarello con "My Gun is my voice" da Rende (CS).

 

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