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Domenica, 07 Marzo 2021

La partecipazione al progetto di ricerca DIMICOME (Diversity Management e Integrazione. Competenze dei migranti nel mercato del lavoro), realizzato da  Fondazione ISMU e co-finanziato dal  Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI), ha permesso a Cooperativa Animazione Valdocco e Pietra Alta Servizi la nomina tra le 18 buone prassi piemontesi di Diversity Management, raccolte nel repertorio diffuso da ISMU Milano.

Il percorso ha preso vita grazie all’intervento di Roberta Tumiatti che, fin dall’inizio, ha riconosciuto l’importanza degli obiettivi promossi dall’iniziativa e la loro aderenza con quelli delle cooperative: favorire l’integrazione economica dei migranti tramite la valorizzazione delle loro peculiarità e competenze – in particolare quelle sviluppate grazie al percorso migratorio e alla condizione di doppia appartenenza – e massimizzare il loro impatto positivo sulla competitività aziendale.

Per fare ciò, DIMICOME ha individuato oltre 60 aziende che sono solite realizzare una molteplicità di interventi, quali, a esempio, pratiche di Diversity Management, formazione, sostegno all’auto-imprenditorialità, accompagnamento nella ricerca attiva di lavoro, tirocini, programmi di welfare aziendale, progetti per promuovere la cultura dell’inclusione e del dialogo interculturale nelle comunità di riferimento.

Tra queste, per il territorio regionale piemontese, sono state identificate anche Cooperativa Animazione Valdocco e Pietra Alta Servizi.

A Cooperativa Animazione Valdocco sono state riconosciute la gestione, dal 2015, di servizi di accoglienza di primo e secondo livello a favore di cittadini stranieri richiedenti e/o titolari di protezione internazionale su tutto il territorio piemontese; la possibilità di fare un‘esperienza di tirocinio formativo all’interno dei servizi che la cooperativa gestisce oppure presso aziende e organizzazioni esterne, soprattutto nell’area della ristorazione, dove sono coinvolte altre cooperative di tipo B (ad esempio per la trasformazione degli alimenti) e, non ultime, le misure e le strategie di responsabilità sociale adottate ogni anno, senza escludere il suo inserimento nella Vetrina delle aziende responsabili di CSR Piemonte e il suo accreditamento come centro servizi per il lavoro, grazie al quale, si adopera per inserire le persone in percorsi di formazione e tirocini professionalizzanti.

Infine, per quanto riguarda le azioni/iniziative fondamentali di diversity management a favore dei migranti, è stata sottolineata la strategia di apertura verso le diversità riguardanti il genere, l’etnia e la disabilità. La cooperativa, infatti, svolge azioni di valorizzazione della diversità, mettendo al centro della propria mission la cura della persona senza discriminazione. Per quel che concerne le attività rivolte ai migranti e ai profughi, lavora con competenze transculturali e gestisce le diversità culturali ed etniche che si riscontrano quando si ha a che fare con  persone che provengono da diverse zone del mondo: Nigeria, Costa D’Avorio, Mali, Ghana, Gabon, Camerun, Sierra Leone, Senegal e Guinea, Egitto, Marocco, territori palestinesi, Armenia, Georgia, Sud America, Venezuela e Perù. L’attenzione,  la cura e il rispetto della persona, a prescindere dall’etnia, dal genere, dall’età, costituiscono il fulcro dell’attività stessa della cooperativa.

Per la realtà di Pietra Alta Servizi, invece, è stato importante evidenziare le opportunità di accoglienza integrata e di assistenza offerte a favore di cittadini stranieri richiedenti e/o titolari di protezione internazionale nei territori delle Province di Torino, Biella e Cuneo; la messa a disposizione di un servizio di etnopsichiatria e psicologia transculturale, Centro Migranti “Marco Cavallo”, dedicato a tutte le persone che si trovano a vivere difficoltà particolari e situazioni di vulnerabilità e, per quel che concerne l’inserimento lavorativo,  è stato confermato l’impegno ad attivare collaborazioni esterne ed esperienze di tirocinio formativo per gli utenti. Non sono passate inosservate le misure e le strategie di responsabilità sociale e l’annua redazione di un bilancio sociale, così come l’attività di accoglienza perché svolta a partire dall’ascolto e dall’attenzione ai bisogni dell’utenza. Gli immigrati non-UE sono generalmente vulnerabili perché portatori di esperienze complicate, di traumi legati al viaggio, alla prigionia o allo sfruttamento lavorativo in Libia, vittime di abusi fisici e non. Per conoscerne i bisogni, vengono organizzati colloqui strutturati e momenti non formali volti a far sentire le persone il più possibile a loro agio e a consentire loro di far conoscere le proprie esperienze e competenze.

Un esempio sono i percorsi che uniscono la narrazione alla cucina o alla danza. In questi servizi, circa la metà dei lavoratori è straniera e, per questo, le figure professionali coinvolte sono varie: mediatori interculturali, operatori socio sanitari e operatori alla pari, ma anche persone con ruoli dirigenziali e di responsabilità. Gli operatori alla pari sono persone che provengono da percorsi simili a quelli degli utenti, che hanno già fatto, quindi, un percorso di accoglienza e di inserimento e che risultano figure fondamentali per facilitare l’empatia e la creazione di una relazione di fiducia. Ciononostante, la costituzione di team multidisciplinari rappresenta un valore aggiunto alla qualità del lavoro della Cooperativa.

Infine, nel contesto di azioni/iniziative fondamentali di diversity management a favore dei migranti, è stata degna di nota la sua strategia di apertura verso le diversità riguardanti il genere, l’etnia e la disabilità e la valorizzazione delle stesse. La Società lavora con persone provenienti da etnie e culture differenti prevalentemente  dall’area subsahariana (Nigeria, Costa D’Avorio, Mali, Ghana, Gabon, Camerun, Sierra Leone, Senegal e Guinea), ma anche dal Magreb, dall’Egitto dai territori Palestinesi, dall’Armenia, Georgia, e Sud America (Venezuela e Perù).

 

Per maggiori informazioni:

https://www.ismu.org/regione-progetto-dimicome/#1567517660337-672cd99f-0729

 

Le attività economiche connesse al mercato delle sostanze psicoattive illegali sono stimate intorno ai 15,8 miliardi di euro, di cui quasi il 40% attribuibile al consumo dei derivati della cannabis e circa il 31% all'utilizzo di cocaina.

Lo spiega la relaziona parlamentare annuale 2020 sulle droghe pubblicata sul sito del Dipartimento antidroga di Palazzo Chigi.

Le operazioni

Le operazioni antidroga condotte nel 2019 dalle Forze di Polizia sono state 25.876; oltre la metà rivolte al contrasto del traffico della cannabis, e un terzo a quello di cocaina. Sono state sequestrate quasi 55 tonnellate di sostanze stupefacenti, per l’82% riguardanti i prodotti della cannabis. Il 23% delle sostanze stupefacenti è stato sequestrato in acque internazionali.

 Nel 2019, rispetto all’anno precedente, la percentuale media di principio attivo rilevata nei campioni analizzati, è rimasta stabile per cocaina e marijuana, risulta diminuita per eroina, crack e amfetamina, e in aumento, invece, per hashish, metamfetamina ed ecstasy. Nel primo semestre del 2019, relativamente ai prezzi per traffico, si osserva una riduzione per eroina e cocaina, mentre aumenta quello di marijuana, hashish, ecstasy, amfetamine, metamfetamine e LSD.

Il prezzo al mercato dello spaccio risulta diminuito per cocaina e amfetamine, mentre è aumentato quello relativo a hashish, eroina bianca, ecstasy metamfetamine e LSD. Sono state individuate 32 nuove sostanze (NPS), 19 delle quali sconosciute in tutta Europa. La maggior parte appartenente alle categorie dei catinoni sintetici.

Signora cocaina: un boom

Le operazioni antidroga di esclusiva rilevanza penale condotte nel 2019 dalle Forze di Polizia sono state 25.876, il 3,4% delle quali svolte nelle aree frontaliere (878 operazioni e 4 in acque internazionali). Oltre la metà delle operazioni antidroga sono state rivolte al contrasto del traffico della cannabis e derivati e un terzo a quello di cocaina, mostrando per queste ultime un aumento rispetto al biennio precedente.

Le operazioni di polizia condotte nel 2019 per contrastare il mercato della cocaina sono state 8.481, il 34,7% e il 31,2% delle quali svolte rispettivamente nelle regioni dell’Italia centrale e nord-occidentale, in particolare Lazio e Lombardia. Le operazioni condotte hanno portato al sequestro di complessivi 8.269,54 kg di cocaina, per l’80,6% intercettato negli ambiti delle regioni Liguria, Calabria e Toscana (39,7%, 26,8% e 14,1% rispettivamente).

Rapportato al numero di abitanti di 15-74 anni, in Liguria e in Calabria si raggiungono quasi 300 kg e 150 Kg/procapite rispettivamente, contro una media nazionale pari a poco meno di 20 Kg per residente 15-74enne.

Per leggere la relazione completa vai su questo link

"Mettiamoci in gioco", la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d'azzardo ritiene che la priorità da perseguire nel "riordino" del settore azzardo sia una significativa riduzione dell'offerta del gioco nel nostro paese. La pandemia di Covid-19 ha riportato al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica e della politica la salute delle persone come bene primario non comprimibile. Tutti i servizi che hanno in carico persone con disturbo da gioco d'azzardo hanno constatato che la chiusura delle sale giochi durante il lockdown ha avuto effetti positivi sulle persone che giocano, riducendo i comportamenti compulsivi e favorendo la vita relazionale ed affettiva.

Mettiamoci in gioco ritiene "indispensabile rivedere il sistema delle concessioni, ma dichiara la propria contrarietà all'ipotesi di prorogare le attuali concessioni per un triennio. L'occasione offerta dal Recovery Fund permette allo stato di intervenire senza il ricatto delle entrate fiscali da preservare a ogni costo".

La campagna esprime, poi, "la propria netta contrarietà" all'ipotesi avanzata dall'Agenzia dogane e monopoli di far partecipare Regioni e Comuni alla distribuzione delle entrate fiscali dell'azzardo. I Monopoli, da una parte, dichiarano che ogni potestà legislativa in materia di azzardo è dello Stato, togliendo di fatto ai sindaci la possibilità di regolamentare la presenza del gioco nel proprio territorio, "dall'altra, propongono a Regioni ed enti locali – la gran parte dei quali in condizioni di bilancio tutt'altro che floride – di accaparrarsi una fetta della torta sempre più grande assicurata dall'azzardo. Appare evidente la strumentalità della proposta e l'assoluto disinteresse per le problematiche di salute di un settore arrivato lo scorso anno a oltre 110 miliardi di euro di fatturato".

Mettiamoci in gioco ritiene che "vada finalmente elaborata – coinvolgendo tutti gli attori interessati, compresi i soggetti della società civile – una riforma complessiva del settore che, fuori dalle strumentalizzazioni di concessionari e gestori, si ponga l'obiettivo della tutela della salute pubblica, di definire e implementare misure concrete ed efficaci di prevenzione di una patologia – il disturbo da gioco d'azzardo – che colpisce un numero altissimo di persone nel nostro paese, di tutela dei soggetti più fragili e dei lavoratori del settore, per i quali vanno attivati tutti gli strumenti a disposizione per la salvaguardia dell'occupazione".

Aderiscono alla campagna Mettiamoci in gioco: Acli, Ada, Adusbef, Ali per Giocare, Anci, Anteas, Arci, Associazione Orthos, Auser, Aupi, Avviso Pubblico, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Cnca, Conagga, Confsal, Ctg, Federazione Scs-Cnos/Salesiani per il sociale, Federconsumatori, FeDerSerD, Fict, Fitel, Fp Cgil, Gruppo Abele, InterCear, Ital Uil, Lega Consumatori, Libera, Missionari Comboniani, Scuola delle Buone Pratiche/Legautonomie-Terre di mezzo, Shaker-pensieri senza dimora, Uil, Uil Pensionati, Uisp.

La gestione di un'epidemia, soprattutto quando si prospetta di lunga durata e con un andamento ciclico di potenziali successive ondate, richiede una risposta capillare e integrata che coinvolga tutte le componenti della società, dalle autorità sanitarie alla popolazione, e un approccio basato essenzialmente sulla prevenzione. Lo osserva Medici Senza Frontiere (MSF), che da marzo sta supportando le autorità sanitarie italiane in alcune regioni e le cui équipe internazionali sono al lavoro per contrastare la pandemia in oltre 70 paesi.

Sulla base della propria esperienza nella gestione di epidemie complesse e nella lotta al Covid-19 in ambito ospedaliero, strutture per anziani, istituti penitenziari e comunità vulnerabili, MSF condivide in un'ottica di collaborazione e riflessione cinque raccomandazioni per contribuire a orientare interventi adeguati all'evolversi dell'epidemia.

"Lo abbiamo affermato mesi fa e lo ribadiamo oggi: la risposta a un'epidemia di queste proporzioni non può confidare unicamente sulle strutture ospedaliere – pur cruciali nella gestione dei casi più severi – ma deve fondarsi su una solida e capillare rete territoriale, su una maggiore integrazione dei servizi del territorio e tra questi ultimi e le strutture ospedaliere, ed evitare che la difformità di politiche e disposizioni regionali vanifichino lo sforzo del Sistema Sanitario Nazionale" dichiara la dott.ssa Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di MSF, che ha coordinato l'intervento di MSF per il coronavirus in Italia.

"Nonostante la seconda ondata fosse attesa e largamente prevedibile, l'esperienza acquisita nei primi mesi non è stata sufficientemente messa a frutto, soprattutto nel correggere criticità che, già evidenti nella prima fase, sono ancora più cruciali nell'attuale picco epidemico: insufficiente pianificazione, carenza di personale sanitario, difficoltà ad assicurare un sistema dettagliato di raccolta dati per una sorveglianza accurata in grado di restituire le diverse dimensioni del contagio e dell'esposizione al rischio" conclude la dott.ssa Lodesani di MSF.

Le cinque raccomandazioni di MSF

1) Puntare sulla medicina del territorio per evitare la saturazione degli ospedali

La prima ondata ci ha insegnato che i casi che giungono agli ospedali non sono che la punta di un iceberg la cui base si estende largamente all'interno della comunità, spesso in maniera invisibile, e per questo tanto più difficile da combattere. Se è vero che il monitoraggio del tasso di occupazione delle terapie intensive resta un indicatore fondamentale per adattare la risposta all'emergenza nel breve periodo, è solo attraverso il capillare coinvolgimento della popolazione e degli attori sociali, attraverso un'adeguata informazione ed educazione sanitaria, che si riuscirà a organizzare una efficace strategia di risposta sul lungo periodo. È attraverso la protezione delle comunità più vulnerabili e soprattutto il rafforzamento della capacità di rispondere adeguatamente al livello più precoce di assistenza, quello territoriale, che si può pensare di mitigare l'impatto dell'epidemia sul sistema sanitario. Serve essere coraggiosi e creativi nell'investire risorse su un sistema territoriale che negli anni è stato indebolito; servono più medici di base adeguatamente formati e supportati, a cui venga restituito un ruolo chiave nella salute pubblica; serve scommettere sull'aggiornamento e l'introduzione di tecnologie favorendo l'uso della telemedicina e di strumenti specifici come per esempio l'ecografo portatile, che in molte occasioni, inclusi i progetti MSF in Italia, hanno dimostrato essere strumenti chiave per garantire un buon livello di assistenza a domicilio e da remoto, riducendo l'esposizione per il personale sanitario ed evitando di affollare le strutture ospedaliere.

2) Adeguate risorse per test e contact tracing

Sappiamo ormai quanto il tracciamento dei contatti sia fondamentale per un adeguato controllo di focolai epidemici. Tuttavia, perché sia efficace, deve poter contare sulla necessaria disponibilità di risorse, in termini sia di strumenti diagnostici che di personale.  La disponibilità di test antigenici rapidi, nel quadro di ben definiti percorsi diagnostici che ne circoscrivano chiaramente i limiti di utilizzo, può rappresentare un ulteriore aiuto al tracciamento. La capacità dei laboratori accreditati per l'esecuzione del test molecolare su tampone deve essere adeguata alle evidenti e crescenti necessità. Il personale impiegato nelle attività di tracciamento deve essere aumentato, senza necessariamente impiegare personale altamente specializzato necessario altrove: anche profili diversi come i veterinari e personale sanitario in formazione come gli studenti di medicina che possono essere coinvolti in queste attività previa adeguata formazione. È inoltre necessario potenziare le risorse per effettuare test a domicilio per tutte le persone che hanno difficoltà ad accedere alle strutture sanitarie, per ragioni logistiche, condizioni di invalidità o marginalità.  

3) Corretta informazione e responsabilità individuale

Tutti, nessuno escluso, hanno delle responsabilità di fronte alla pandemia. Come sanitari, dobbiamo evitare errori di comunicazione, confusione e incoerenza nel dare informazioni alla popolazione. Allo stesso tempo ciascuno di noi, come cittadini, deve essere mosso da un senso di responsabilità collettiva che deve ricordarci che l'interesse della comunità è ciò che garantisce il benessere di tutti. Il rispetto delle norme di prevenzione comunitaria, così come di eventuali situazioni di quarantena, deve essere scrupoloso. Le lunghe file ai drive in sono spesso causate da richieste improprie di persone che, pur non rientrando nei criteri di coloro che dovrebbero accedere al test, vengono prese dal panico e sono erroneamente orientate verso un servizio che deve invece focalizzarsi sul chiaro obiettivo di identificare le persone più a rischio di essere contagiose, minimizzando lo spreco di risorse. Ancora una volta, la medicina di comunità e il sistema territoriale giocano un ruolo cruciale sulla corretta informazione e sul rispetto dei corretti protocolli di testing. Bisogna inoltre lavorare sulla formazione e responsabilizzazione delle comunità, rafforzando la rete dei servizi e favorendo la conoscenza su come limitare il diffondersi dell'epidemia e cosa fare in presenza di casi sospetti. Le attività di educazione sanitaria svolte da MSF in comunità vulnerabili, carceri e in contesti ad alta marginalizzazione sociale hanno dato importanti risultati.

4) Non dimenticare i più vulnerabili

Le comunità più vulnerabili, come strutture per anziani, carceri, dormitori, centri di accoglienza, occupazioni abitative o insediamenti informali, necessitano di specifica attenzione e chiare procedure per l'alto rischio di una rapida diffusione interna e moltiplicazione esterna della catena di contagio. La prevenzione e la gestione di focolai epidemici in comunità chiuse non può essere improvvisata, né lasciata all'iniziativa e alla buona volontà dei singoli enti gestori, ma deve essere adeguatamente pianificata e coordinata dalle autorità sanitarie sulla base di chiare direttive ministeriali, coinvolgendo le comunità e garantendo l'intervento dei servizi sociali in situazioni particolarmente critiche che hanno impatto sull'accesso alla salute (come l'assenza di residenza, di reddito e una nutrizione inadeguata).

5) Farmaci e vaccino Covid-19: giochiamo d'anticipo prima che sia troppo tardi

 Una volta che farmaci e vaccini contro il Covid-19 saranno introdotti sul mercato sarà fondamentale garantirne l'accesso equo e sostenibile contemplando, se necessario, anche il ricorso alle clausole di salvaguardia previste dagli accordi internazionali sulle proprietà intellettuali. L'uso governativo di licenze obbligatorie deve essere promosso ed è indispensabile includere sin da ora nei diversi tavoli negoziali anche i Paesi a medio e basso reddito, per favorire una ricerca che tenga conto delle istanze dei sistemi sanitari più fragili. Una strategia realistica di contenimento ed eventualmente di eradicazione del Covid-19 prevede che il vaccino venga reso disponibile a tutti i paesi del mondo, inclusi i più poveri e che vengano realizzate delle efficaci campagne di vaccinazione. Obiettivo che oggi appare quanto mai distante e logisticamente complesso. L'accessibilità universale al vaccino contro il Covid-19 non è solo una questione di equità ma è una questione di salute pubblica, e la precondizione necessaria perché si inneschi il fenomeno dell'immunità di gregge, utile a scongiurare ondate epidemiche successive. La probabilità che il virus possa circolare liberamente è inversamente proporzionale al numero delle persone vaccinate, e in un mondo globalizzato e interconnesso sappiamo quanto sia cruciale. Immaginare di rimanere protetti dal proprio sistema sanitario e al sicuro dentro le proprie frontiere, oggi non è più concepibile: i virus valicano confini e la tutela della salute di tutti dipende dal modo in cui si organizzeranno le risposte globalmente.

L'azione di MSF contro il Covid-19 in Italia

Dall'inizio dell'epidemia MSF si è messa a disposizione delle autorità sanitarie italiane e durante la prima ondata ha supportato le strutture ospedaliere di Lodi, Codogno e Sant'Angelo Lodigiano - con interventi e formazioni in ospedale e sul territorio, incluso un progetto di rafforzamento della presa in carico domiciliare con monitoraggio da remoto - oltre 40 strutture per anziani nelle Marche, numerose carceri in Lombardia, Piemonte e Liguria, insediamenti informali e occupazioni abitative a Roma, sbarchi e centri di accoglienza in Sicilia, oltre che diverse realtà del terzo settore attraverso specifiche formazioni sulle misure di controllo dell'epidemia.

Oggi MSF è attiva in particolare a Roma e Palermo, dove in collaborazione con le autorità sanitarie locali ha promosso la creazione di comitati d'igiene e sorveglianza sanitaria all'interno di insediamenti informali e centri di accoglienza, che possano monitorare la presenza di casi sospetti di Covid–19, allertare le autorità e agire come pronto intervento sia nell'isolamento temporaneo dei potenziali casi, sia nella disinfezione di eventuali spazi contaminati. Questo sistema di monitoraggio e segnalazione precoce e tempestiva, basato sul coinvolgimento diretto delle stesse comunità che intende proteggere, si sta dimostrando efficace, in questa fase di incremento dei contagi, da un lato nel proteggere comunità con difficoltà di accesso all'assistenza sanitaria, dall'altro nel contribuire a rinforzare le misure per il contenimento dell'epidemia.

MSF continua inoltre la propria attività di monitoraggio sul territorio nazionale e resta disponibile a condividere le proprie competenze e le lezioni apprese con le autorità sanitarie e con i principali attori della risposta all'epidemia.

Prende il via la partnership tra “South Working – Lavorare dal SUD” e la Fondazione CON IL SUD. Grazie al sostegno della Fondazione, il progetto entra nella fase operativa. L’Associazione è impegnata nello studio dello smart working localizzato in una sede diversa da quella del datore di lavoro, in particolare dal Sud Italia e dalle aree interne, valutandone i pro e contro per formulare delle proposte di policy in questo campo finalizzate alla riduzione del divario economico, sociale e territoriale nel Paese.

South Working ha creato un movimento di opinione sul tema, dando un nome al fenomeno e creando una rete fra tutti i soggetti interessati: lavoratori, aziende ed enti pubblici. Sta classificando gli spazi per il lavoro agile presenti sul territorio italiano come coworking, bar attrezzati, biblioteche, o librerie, per permettere ai South Worker di lavorare da un luogo adeguato e di socialità.

Le novità e i dettagli operativi verranno illustrati il 12 novembre, alle ore 18:00, in diretta Facebook sulla pagina della Fondazione CON IL SUD. Nell’occasione verrà avviata la campagna di adesioni e presentato il progetto della piattaforma che metterà in rete i “South Worker” e i lavoratori desiderosi di diventarlo.

All’incontro interverranno: Elena Militello, Presidente e fondatrice di South Working – Lavorare dal Sud; Mario Mirabile, Vicepresidente e co-fondatore di South Working – Lavorare dal Sud; Domenico De Masi, Professore emerito di Sociologia del lavoro, Università “Sapienza” di Roma; Giorgio Righetti, Direttore generale di ACRI eCarlo Borgomeo, Presidente della Fondazione CON IL SUD

Nata lo scorso luglio dalla collaborazione di un gruppo di giovani professionisti, manager, accademici, per lo più provenienti dalle regioni del Sud e accomunati dall’essere stati costretti ad abbandonare i luoghi di origine e gli affetti per poter seguire le proprie ambizioni professionali, l’associazione “South Working – Lavorare dal Sud” conta già 7.500 persone iscritte sulla pagina Facebook, con un pubblico raggiunto di più di 30.000 persone ogni mese; circa 2.400 si sono iscritte alla comunità peer-to-peer su Facebook per la condivisione di esperienze; circa 2.000 hanno già risposto a un questionario esplorativo per i lavoratori dal quale è emerso che l’80% ha tra i 25 e i 40 anni, possiede elevati titoli di studio, principalmente nei settori di Ingegneria, Economia e Giurisprudenza, e ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato nel 63% dei casi.

“Al netto degli indubbi vantaggi per i lavoratori interessati, South Working rappresenta, dal nostro punto di vista una straordinaria opportunità per lo sviluppo del nostro Sud – sottolinea Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD. Da sempre sosteniamo che lo sviluppo del mezzogiorno ha una precondizione irrinunciabile: un forte capitale sociale. Il rientro al Sud di giovani talenti, con le loro competenze e la voglia di disegnare il proprio futuro in quei territori, costituisce una formidabile leva di sviluppo. Per questo motivo la Fondazione CON IL SUD ha deciso di accompagnare e sostenere questa esperienza: pensiamo che una soluzione imposta dall'emergenza, possa diventare una modalità strutturale di lavoro a distanza. E possa in un futuro diventare un elemento di attrazione anche per giovani talenti non meridionali.

“Fin da subito, il progetto ha catalizzato una forte attenzione - osserva Elena Militello, presidente e fondatrice dell’Associazione -. Credo sia il segnale di una necessità diffusa e della convinzione condivisa che poter lavorare da dove si desidera, in particolare dalle regioni del Sud e dalle aree interne, possa aiutare i lavoratori ma anche i territori. Lo dimostra nostra la rete di volontari, che ogni giorno diventa più capillare. Il sostegno della Fondazione CON IL SUD, che ringraziamo per la fiducia, ci permetterà di strutturarci come associazione, di poter assumere delle risorse e, allo stesso tempo di creare una piattaforma online che possa mettere in rete i lavoratori dalle loro sedi di destinazione. Siamo in tanti. Il prossimo passo sarà ‘contarci’. È questo il senso della campagna di adesioni e sostegno rivolta ai lavoratori già South Worker, a coloro che sono interessati a diventarlo e a chiunque desideri sostenere il movimento, con l’attivazione di un contatore sul sito web southworking.org”.

Oltre alla diffusione del movimento di opinione, South Working ha attivato un Osservatorio sul tema, attraverso l’organizzazione e la partecipazione a incontri e ricerche. Il Rapporto SVIMEZ 2020, per esempio, includerà un Focus dedicato al South Working. L’associazione ha inoltre lanciato una mappatura dei coworking esistenti in Italia, intesi come presidi di comunità.

La diretta sarà su www.facebook.com/fondazioneconilsud.

Ridefinire le liste di attesa con riduzione dei tempi e regolamentazione dei flussi all’interno degli ospedali; riorganizzare il rapporto di partnership tra pubblico e privato con il coinvolgimento di tutte le strutture disponibili del territorio nazionale; aumentare gli investimenti con adozione di nuove tecnologie per alzare gli standard di assistenza.

 Questi alcuni dei temi al centro del Virtual SIOT 2020, il Congresso della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT) in programma il 6 e il 7 novembre, che riunisce oltre 2000 partecipanti in tutta Italia tra specialisti, specializzandi e operatori del settore, con 110 faculty, 12 sessioni, 52 relazioni e 50 espositori. Il mondo dell’ortopedia italiana a confronto per fare il punto alla luce della situazione sanitaria nazionale che ha avuto e sta avendo conseguenze sulla gestione dell’assistenza medica ai pazienti ortopedici, alle prestazioni ambulatoriali e agli interventi chirurgici.

Nel corso del 2020, infatti, nella fase 1 della Pandemia da COVID-19 sono stati rinviati e riprogrammati in tutta Italia circa 35 mila interventi ortopedici, mentre le liste di attesa per assistenza ambulatoriale e chirurgica si sono allungate fino a sei mesi, con garanzia di intervento per i soli casi urgenti.

 “Le importanti limitazioni che tutti noi stiamo sperimentando – riferisce il prof. Francesco Falez, presidente SIOT - investono, in campo sanitario, anche l’assistenza ortopedica che non meno di altre ha risentito e risentirà delle restrizioni imposte dalla crisi sanitaria in corso. Restrizioni che tuttavia non ci impediscono di cogliere l’opportunità di ridefinire il percorso di assistenza attraverso nuove strategie di comunicazione, formazione ed aggiornamento, sviluppando percorsi di collaborazione con le aziende pubbliche e private di settore, con cui dovremo essere ancora più partner negli anni a venire. Questo significa ridisegnare il rapporto virtuoso tra pubblico e privato, sia in termini di strutture che di finanziamento, in modo di garantire al settore ortopedico l’impiego delle necessarie tecnologie e il raggiungimento di elevati standard di cura e assistenza”.   

Alla drastica riduzione dei posti letto nei reparti di ortopedia degli ospedali italiani a beneficio dei pazienti COVID, si aggiunge a tutt’oggi il rischio di disattendere la soglia delle 48 ore per trattamento dei pazienti fragili come previsto dai protocolli di intervento. Questo è dovuto alle possibili difficoltà dovute sia alla carenza di posti nelle terapie intensive, sia ad una più complicata gestione della fase post-operatoria.

“Siamo di fronte ad un nuovo scenario – afferma il dott. Alberto Momoli, Vice Presidente SIOT e Direttore della U.O.C. Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza -. L’invecchiamento della popolazione legato a una maggiore longevità rende prioritario ridefinire nuovi parametri nella definizione del paziente fratturato e definito fragile, attraverso un dialogo con le principali Società scientifiche coinvolte. Oggi una persona di ottant’anni è ancora in attività e necessita di una riabilitazione e di un recupero completo a seguito di un eventuale intervento. In questo scenario, con le terapie intensive occupate, un ritardo nell’assistenza del paziente fragile può verificarsi, e il rispetto della soglia delle 48 ore per il trattamento è uno degli aspetti più critici a cui siamo chiamati a rispondere noi ortopedici, soprattutto in una fase così complessa, migliorando il dialogo con i pazienti anziani per sottolineare quanto sia fondamentale un’attività fisica costante, da svolgere anche nelle proprie abitazioni, ma senza esagerazioni per evitare le complicanze dovute a una possibile frattura legate a una maggiore fragilità ossea”.

Altro argomento rilevante che sarà trattato durante il Virtual SIOT quello delle infezioni post operatorie: ogni anno in Italia si eseguono 200 mila interventi di protesi articolari, al 2% dei quali consegue un’infezione in caso di primo impianto, che sale all’8-10% nei casi di revisione. “Quello delle infezioni post operatorie è un dato in crescita – spiega il dott. Alberto Momoli - sia per il sempre più elevato numero di interventi che siamo in grado di realizzare, sia a causa del fenomeno della farmaco resistenza legato alla somministrazione di antibiotici. La SIOT ha emanato le proprie linee guida pubblicate sulla rivista della società, sposando quelle internazionali redatte in occasione della Consensus di Philadelphia del 2019. Nell’ambito di questo incontro virtuale, inoltre, promuoveremo un confronto tra le tutte le esperienze per una verifica dello stato di applicazione di questi protocolli”.

 

“La FISH rileva con favore l’attenzione riservata alle persone con disabilità e alle loro famiglie nel DPCM approvato nel tentativo di arginare la recrudescenza del Covid. Non sono sfuggiti alla nostra analisi uno specifico articolo dedicato alla disabilità e il recepimento – per quanto possibile – delle istanze della nostra Federazione in materia di inclusione scolastica.”

Così si esprime Vincenzo Falabella dopo la lettura del testo ufficiale del DPCM presentato ieri dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

“Solo l’ormai consolidato rapporto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con i diversi Ministeri coinvolti ci consente di esprimere considerazioni e caldeggiare ulteriori interventi di maggiore efficacia per le persone con disabilità e le loro famiglie”, prosegue Vincenzo Falabella.

Il timore è che si ripetano situazioni di isolamento e di solitudine che la FISH ha rilevato durante la prima fase a marzo scorso quando molte famiglie si sono trovate ad affrontare da sole tutto il carico assistenziale derivante dalla chiusura di scuole e centri diurni: “Chiediamo senz’altro una maggiore attenzione al sostegno domiciliare a questi nuclei familiari, in particolare in quelle regioni in cui il lockdown è più stringente: attivare supporti, aumentare i sostegni in modo che le famiglie e le persone non rimangano sole. I servizi territoriali in questo svolgono un ruolo insostituibile.”

Ma la FISH richiama anche l’attenzione sull’inclusione scolastica, in particolare nelle scuole secondarie dove la frequenza in presenza è compressa e limitata a casi eccezionali. Le indicazioni espresse nel DPCM dovrebbero essere più stringenti nella direzione di garantire sempre, sentite le famiglie, la frequenza in presenza evitando la DAD per gli alunni e le alunne con disabilità. “Sul punto chiederemo un ulteriore intervento alla Ministra Azzolina con la quale è ben strutturato un rapporto di confronto e ascolto.”

Rimane aperta ed emergenziale anche la situazione dei lavoratori fragili e dei lavoratori con familiari con disabilità, per i quali il DPCM non prevede ulteriori tutele che invece FISH ritiene rilevanti in particolare nelle regioni in cui il lockdown è più severo: “Forse il DPCM non è lo strumento normativo più adeguato per questo genere di interventi, ma la necessità esiste ed è assai rilevante. Non crediamo sia sufficiente il cosiddetto Congedo Covid limitato peraltro alla eventuale quarantena scolastica e per i minori di 14 anni. Molti sono i lavoratori a rischio di marginalità e senza tutele di fronte alle rinnovate emergenze. Ci vuole più coraggio e maggiore decisione”, conclude Vincenzo Falabella.

 

 

Continua il viaggio intorno al mondo con i webinar che raccontano l’economia cooperativa attraverso il lavoro di Around the World.coop e i commenti di  Euricse. “Coop cinema” è una serie di eventi online da ottobre a dicembre che prevedono la proiezione di una selezione di documentari prodotti da Sara Vicari e Andrea Mancori, seguiti dalle riflessioni dei nostri ricercatori su temi chiavi come i modelli cooperative, la governance, il futuro del lavoro e lo sviluppo locale.

Dopo il successo del primo episodio della serie, mercoledì 18 novembre alle 17 ci sarà il secondo appuntamento, intitolato “Empowering communities”. Proietteremo due documentari dedicati all’associazione “Casa di Alice” di Castel Volturno in Campania e alla Kooperatywa Dobrze di Varsavia in Polonia. Accanto ai membri di Around the World e ai loro sostenitori interverrà il ricecatore Euricse Jacopo Sforzi, per discutere con i partecipanti i temi chiave dell’economia cooperativa.

Per ricevere il link Zoom dell’evento, registratevi qui. Sarà comunque possibile seguire il webinar in diretta Facebook sulla pagina di Euricse.

aroundtheworld.coop è un progetto ideato e sviluppato da Andrea e Sara, una coppia sposata che ha deciso di mettere insieme le proprie passioni e abilità e intraprendere un’esperienza di vita elettrizzante: viaggiare per il mondo per un anno, documentando diversi tipi di cooperative in tutti i continenti. In particolare, il progetto è stato possibile anche grazie alla partnership con l’Alleanza Cooperativa Internazionale (International Cooperative Alliance) ed i suoi uffici regionali. 

 

 

Dieci città unite – attraverso un viaggio virtuale dal nord al sud del Paese – su tutto il territorio nazionale con un obiettivo comune: favorire e sostenere l’infanzia e le loro famiglie in un momento storico difficile come quello che stiamo vivendo.

È questo il senso del progetto «Ip Ip Urrà Metodi e Strategie Informali per Mettere l'Infanzia Prima», selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile che vede come capofila l’associazione Chi rom e chi no,  nell’ambito del Bando Un Passo Avanti dell’Impresa sociale Con i Bambini - Fondo di contrasto alla povertà minorile, presentato sulla piattaforma zoom e, in collegamento dal centro culturale e gastronomico Chikù di Scampia (Napoli) - con una conferenza stampa moderata dal giornalista Giuseppe Manzo, a cui dopo i saluti dell'assessore alla scuola del Comune di Napoli Annamaria Palmieri e dell’assessore alle politiche sociali dell’VIII Municipalità Gerardo Avallone, sono intervenuti il vicepresidente dell’impresa sociale Con i Bambini Marco Rossi Doria, la presidente di Chi rom e chi no Barbara Pierro, la vicepresidente della Fondazione Compagnia di San Paolo Claudia Mandrile, la direttrice della Fondazione Zancan Cinzia Canali, la dirigente scolastica dell’istituto comprensivo Eugenio Montale di Scampia Paola Carnevale, la direttrice del Centro Sinapsi dell’Università Federico II di Napoli Maura Striano.

Il progetto, che avrà una durata di 40 mesi, vede coinvolte 10 regioni e 23 partner. Dalla Val Seriana a Messina, passando per Firenze, Moncalieri, Roma, Lamezia Terme e Lecce: Cooperativa Sociale Il Cantiere (Albino, Val Seriana), Coop L'Abbaino, Consorzio Mestieri Toscana (Firenze), Coop. Soc. Mignanego (Genova), Ass. Comunità Progetto Sud (Lamezia Terme), Ass. Fermenti lattici (Lecce), EcoS-Med coop. soc. (Messina), La Kumpania-Chi rom e chi no (Napoli) Libera Compagnia di Arti & Mestieri Sociali  (Pioltello), Associazione 21 luglio (Roma), Coop. Soc. Educazione Progetto (Torino), Fondazione Zancan, Università Federico II centro Sinapsi e tante scuole sparse lungo lo stivale. Nel corso della presentazione sono stati illustrati gli obiettivi di progetto, le azioni e la sfida educativa di comunità che insieme i diversi partner vogliono affrontare con l'intento di costruire una Task Force Kids più che mai necessaria in questo momento di particolare precarietà che potrebbe avere un impatto molto forte sui bambini e la loro crescita sociale, oltre che al loro grado di istruzione.

«Il progetto “festeggia” la famiglia e la comunità come primi e fondamentali fattori protettivi per il benessere dei bambini, in particolare quelli più piccoli e fragili - dichiara Barbara Pierro, presidente dell’associazione capofila Chi rom chi no - è un’esortazione all’infanzia in un momento storico particolarmente complesso in cui la distanza dall’altro viene rappresentata come elemento necessario per sentirsi in sicurezza, per questo rafforza antiteticamente  l’importanza di creare spazi in cui i bambini possano attivare e nutrire aspirazioni e desideri». Obiettivi sono «mettere al centro la persona, i bambini perché abbiano al loro fianco adulti consapevoli, con cui sviluppare processi di formazione e di riprogettazione professionale, di crescita, di partecipazione e reciproca solidarietà tra le famiglie. Ip Ip Urrà vuole inoltre coinvolgere quanti tra adulti e bambini non sono raggiunti dai servizi, dai circuiti educativi, perché chiusi nei rioni e nelle periferie delle nostre città con strumenti semplici e in qualche modo inediti come il gioco nei luoghi informali e la cultura dello stare insieme. Ancora vuole sviluppare e mettere a sistema un’azione di partecipazione mutualistica chiamata cultura del sospeso, che a Napoli è ben nota».

«La povertà educativa non è semplicemente un “problema”, è il problema base di qualunque democrazia - afferma Francesca Puglisi, sottosegretaria di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali - È dalla povertà educativa che nascono e si acuiscono le ingiustizie sociali, che aumentano i flussi migratori, che si consolidano le diseguaglianze di genere, che si aggrava la disoccupazione di persone senza istruzione e senza competenze. In questo periodo di pandemia mondiale, è chiaro che il rischio di povertà educativa si allarga, in particolare nelle fasce sociali più fragili e nei territori più difficili. Ecco perché il progetto “Ip Ip Urrà” è importante e trova il mio plauso: mettere al centro la cura dei più piccoli, attraverso un incrocio di idee, collaborazione e attività di associazioni, genitori, enti pubblici, fondazioni, è fondamentale e ci insegna che se oggi dobbiamo forzatamente rinunciare o limitare mobilità e iniziative, non possiamo mai rinunciare a costruire un futuro migliore».

Per Marco Rossi Doria, vicepresidente di Con i Bambini «questo è un momento particolarmente difficile per milioni di bambini e ragazzi in tutto il mondo e i fondi che abbiamo voluto dedicare a questo, come ad altri progetti, sono proprio per contrastare la povertà educativa minorile. Molti vivono tra povertà relativa e povertà assoluta, è una grande questione nazionale. Lo sviluppo educativo territoriale - ha aggiunto - è la prima missione di Con i Bambini, che interviene nelle zone più deboli del Paese. L’alleanza tra donne, maestre e mamme, ha consentito in questo momento il mantenimento del rapporto educativo tra casa e scuola e noi siamo attenti alla ricaduta di questi progetti anzitutto sui bambini e sui ragazzi, poi sui loro genitori. Stiamo costruendo modelli replicabili, monitorati, operativi che ci fanno essere in una posizione di avanguardia nel dialogo con le istituzioni».

Cinzia Canali della Fondazione Zancan ha ribadito come «Ip Ip Urrà  parta dall’esperienza “sul campo” dei 10 progetti e dai risultati ottenuti nei diversi territori potenziando alcune strategie, tra cui l’informalità dell’offerta, il coinvolgimento di soggetti inediti e il concorso al risultato, la comunità educante». «Questi sono temi cari alla Fondazione Compagnia di San Paolo - ha sottolineato Claudia Mandrile - che sin dal 2014 ha lanciato tra le sue azioni quella di dare rilevanza all’azione corale per alimentare una comunità di pratiche da replicare, come sta avvenendo con Ip Ip Urrà». Mentre l’assessore alla scuola del Comune di Napoli Annamaria Palmieri ha posto l’accento «sull’importanza di rilanciare progetti come questo mettendosi in rete da nord a sud, specie in una fase delicata come questa dove la povertà educativa è materiale e psicologica e come enti locali dobbiamo assolutamente riallacciarci a queste esperienze».

Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. www.conibambini.org.

 

 

Riconfermato il Cda e approvato all’unanimità il bilancio 2019 del Consorzio di cooperative sociali Sisifo. L’azienda siciliana, presente in tutto il territorio nazionale e specializzata nei servizi socio-sanitari, ha riunito nei giorni scorsi i soci e gli stakeholders per presentare, nel contempo, il bilancio Sociale 2019, giunto alla sua settima edizione.

La riunione, per la prima volta svoltasi a distanza, in modalità “smart”, ha ribadito anche quest’anno l’importanza della redazione del Bilancio Sociale, diventato ormai obbligatorio per tutte le aziende, e che ha permesso al Consorzio, negli anni scorsi, di aggiudicarsi ben tre menzioni speciali con Airces e due premi da parte di Consumer Lab e di Airces, per essersi attestata tra le 40 migliori imprese su 570 esaminate sul tutto il territorio nazionale. Sempre in tema di premi, Sisifo, è tra le aziende premiate, personalmente dal Premier Giuseppe Conte, nella quinta edizione di Welfare Index PMI per il primo posto tra le imprese del Terzo Settore su oltre quattromila partecipanti. I neo eletti sono Mimmo Arena, Santo Mancuso, Cono Galipò, Patrizia Patanè e Paola Trovato per il cda; Alessandro sciortino, Massimiliano Buffa e Antonio Ronsivalle per il collegio sindacale.

In termini numerici il Consorzio Sisifo, che occupa quasi mille lavoratori, ha registrato quest’anno un valore della produzione pari a 24.024.553 milioni di euro, con un risultato di esercizio (utile) di 427.383 mila euro, un patrimonio netto di 11.693.123 milioni di euro. Il fatturato complessivo, compreso quello delle società partecipate, ha superato i 32 milioni di euro.

 Sono proprio le cure domiciliari sanitarie, espletate dal Consorzio, che fanno registrare quest’anno un aumento di fatturato nel servizio di ADI ( assistenza domiciliare integrata) svolto per conto dell’ASP di Messina e di Agrigento, oltre all’attività del servizio di cure domiciliari palliative in favore dei pazienti dell’ASP di Messina, in accreditamento con il servizio sanitario regionale.

“Sempre su Agrigento – ha spiegato il presidente Mimmo Arena nella sua relazione - c’è da registrare un buon incremento di fatturato sulle attività del servizio di Assistenza Domiciliare ai pazienti oncologici in fase terminale che necessitano di cure palliative. Anche a Palermo si rileva una buona crescita di Sisifo nel servizio di ADI svolto per conto dell’ASP di Palermo”.

Il Consorzio Sisifo è consolidato anche a Caltanissetta, ed è proprio la gestione dei servizi di cure domiciliari che ha permesso di raggiungere alti livelli qualitativi nel campo dei servizi socio-sanitari domiciliari, creando uno staff di figure professionali qualificate con competenze ed esperienza sempre più consolidate di medici, oncologi, infermieri, fisioterapisti, logopedisti, terapisti della riabilitazione, assistenti sociali, psicologi Oss e Osa, per i quali si è puntato molto alla formazione permanente ed al relativo aggiornamento e all’implementazione delle attrezzature e delle tecnologie portatili (elettrocardiografi, emogas analisi, ecografi portatili per impianto catetari, PICC e Midline e Tablet, etc…).

“Per quanto riguarda – ha continuato il presidente - i servizi residenziali il Consorzio gestisce anche la RSA di S. Piero Patti, per conto dell’Asp di Messina. Sisifo detiene, inoltre, il 100 per cento di quote di partecipazione della Villa San Francesco srl, gestore della Casa di Cura Villa San Francesco di Catania, appena ristrutturata e accreditata con il servizio sanitario della Regione Sicilia, inclusa nell’elenco delle strutture istituzionalmente accreditate quale presidio autonomo di “Day-Surgery e chirurgia ambulatoriale.”. Tra le altre partecipazioni, Sisifo è anche proprietaria del 100 per cento delle quote della SSR spa di Messina, Società Sanitaria di Riabilitazione, fiore all’occhiello dell’azienda, che si occupa di servizi di riabilitazione ambulatoriale e domiciliare su tutta la provincia messinese ed è accreditata con l’ASP di Messina, con la gestione di otto ambulatori.

“Il Consorzio – aggiunge il vice presidente Santo Mancuso - continua a mantenere la partecipazione del 10 per cento della società AICARE srl di Ancona, un market-place innovativo e avanzato di servizi socio sanitari, focalizzato su servizi non ospedalieri per la terza età e la telemedicina e l’adesione alla Fondazione Easy Care di Reggio Emilia”. Consorzio Sisifo fa parte della Rete Italiana Benessere e Salute RIBES promossa da Banca Prossima, oggi Intesa San Paolo, con l’adesione delle venti realtà più rappresentative della cooperazione italiana. Per il 2019, infine, sono state  confermate per i dipendenti iniziative di welfare aziendale attraverso il marchio “Pronto Serenità” ed il suo portale BeWelfare, oltre al fondo per la sanità integrativa e che vengono riconosciuti a tutti i lavoratori a tempo indeterminato attraverso un Piano di Sanità Integrativa.

“Nel corso del 2019 abbiamo mantenuto le convenzioni di tirocinio con le Università – ha concluso il Presidente - sono state riconosciute da Sisifo due borse di studio per giovani ricercatori laureati in psicologia, grazie all’accordo raggiunto tra l’Università degli studi di Messina e il Consorzio. I futuri impegni ci comporteranno nuove sfide da affrontare con nuove progettualità da realizzare, per il quale si sta portando avanti un piano di sviluppo coinvolgendo tutte le diciotto cooperative consorziate per ricevere un contributo di idee, ma anche di messa a disposizione di professionalità utili per migliorare la mission del Consorzio.”

I numeri

Sono state più di 828 mila le prestazioni erogate; oltre 20 mila le persone assistite; 797 le risorse umane formate e 265 le ore di formazione prestate.

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