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Giovedì, 02 Aprile 2020

Dopo circa un anno di assenza dalla scena romana, la Scoppiati diversamente band della Cooperativa H-Anno Zero torna sul palco del Caffè Letterario di Roma per presentare l’ultimo singolo intitolato CENERE, realizzato assieme ad Alice Clarini. La cantautrice romana, reduce dal conferimento del Premio Repubblica.it ritirato all’ultima edizione del Premio F. De Andrè 2019, collabora al progetto della band da circa un anno, arricchendolo con il suo repertorio musicale ed interpretando quello della band, per offrire all’ascoltatore un’esperienza musicale davvero avvolgente.

Nel corso della serata sarà presentato il videoclip del brano CENERE, interpretato da Diana Notari ed Emiliano Chioffi, che propone un’occasione di riflessione sulla tematica della violenza di genere. L’evento è realizzato dalla Società Cooperativa Sociale H-Anno Zero Onlus di Roma, che da oltre 37 anni interviene nell’ambito dell’assistenza alle persone svantaggiate, in particolare disabili, e promuove attività e rassegne volte alla sensibilizzazione sull’inclusione e l’integrazione sociale di tutti gli esseri umani.

La data dell’evento non è un caso. La Giornata internazionale dei diritti della donna ricorda sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in tutte le parti del mondo.

Per rafforzare questi argomenti sarà ospite della serata Rosalba Taddeini, Responsabile dell’osservatorio nazionale per la violenza contro le donne con disabilità, esperta di violenza di genere per donne con multiple discriminazioni e referente dello sportello donne con disabilità in uscita dalla violenza. Rosalba, dal 2000, svolge attività di ricerca, selezione, progettazione e coordinamento presso Differenza Donna. L’Associazione nasce a Roma nel 1989 con l’obiettivo di far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere.

Nel corso della serata interverrà anche Concetta Petruzza, Responsabile di Officine Buone Roma. Questa Onlus propone, da oltre 5 anni, un nuovo modo di fare volontariato, realizzando format che permettono ai giovani di portare il loro talento in ospedale e nei luoghi di fragilità (Hospice, Case di cura). Ad oggi opera in 20 città su 45 ospedali, con un bacino di circa 1000 volontari.

Appuntamento quindi per domenica 8 marzo a partire dalle ore 20 presso il Caffé Letterario (Via Ostiense, 95 – Roma).

Sport popolare, la società polisportiva dilettantistica del Consorzio Parsifal e della Cooperativa sociale Trascoop, ha ottenuto l'affiliazione alla Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali (Fisdir). Un traguardo che apre scenari importanti per i bambini e i ragazzi che ogni giorno si allenano nelle discipline natatorie presso la piscina comunale di Alatri. Il prossimo passo infatti è quello di avviare il settore agonistico per dargli la possibilità di confrontarsi con i coetanei.

«Il nuoto è la specialità più formativa per bambini e ragazzi. Riescono ad apprendere alla grande, si ottengono risultati stupefacenti. Non solo sul piano sportivo, ma anche per quanto riguarda l'inclusione. Lavoriamo con 15 ragazzi in gruppi misti comprendenti uno o due diversamente abili. È bellissimo vedere il rapporto che si instaura tra coetanei», afferma Daniele Sistopaoli, direttore della società e istruttore Fisdir.

Lo sport può essere occasione di inclusione e al tempo stesso di realizzazione personale: «Per monitorare i progressi dei ragazzi – prosegue Sistopaoli –, confrontiamo i risultati del test d'ingresso sulle capacità con quelli in itinere svolti nel corso dell'anno. Quello che notiamo è un netto miglioramento nelle capacità coordinative e in quelle condizionali. Dunque, oltre ai progressi motori, i giovani sono protagonisti di un incremento della propria autostima».

Il nuoto come strumento di inclusione sociale e crescita personale, questa la mission di Sport popolare. Nella piscina di Alatri viene data l'opportunità ai ragazzi con deficit intellettivo e relazionali di esprimere tutto il loro potenziale e, perché no, sognare una medaglia.


 

Il Sindaco di Bologna Virginio Merola, insieme all’Assessore alla cultura, Matteo Lepore, e al Direttore Generale del Comune, Valerio Montalto, ha incontrato a Palazzo d’Accursio Cgil, Cisl e Uil e le associazioni delle imprese cooperative che operano nei contratti di appalto nell’ambito dei servizi educativi, scolastici e culturali del Comune.

Il Sindaco ha ritenuto che le conseguenze dell’ordinanza del Ministero della Salute e della Regione Emilia-Romagna su questi servizi non debbano ricadere sul salario delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati in tali appalti.

Pertanto, nel rispetto dei singoli contratti, il Comune di Bologna chiederà una riprogrammazione dei servizi non resi nei giorni di chiusura a seguito dell’ordinanza regionale in modo da impegnare proficuamente il personale coinvolto in modo da poter garantire l’invarianza salariale.

Inoltre il Sindaco ha comunicato che le famiglie dei bambini iscritti nei nidi comunali, all’interno della retta mensile, non pagheranno le giornate di chiusura. “Il Comune di Bologna non intende realizzare risparmi nel proprio bilancio e reinveste le risorse tutelando così le famiglie e i lavoratori – afferma il Sindaco Virginio Merola -. Ho ritenuto giusto condividere queste decisioni con i sindacati e le imprese cooperative del nostro territorio. Guardiamo avanti confidando che si possano al più presto effettuare scelte nella direzione del ritorno alla piena normalità”.

Le organizzazioni sindacali “prendono atto positivamente della decisione dell’Amministrazione comunale e auspicano che le modalità di tutela del lavoro possano essere estese a tutta l’area metropolitana”.

“Abbiamo preso positivamente atto della decisione del Comune di Bologna – afferma l’Alleanza delle Cooperative Italiane – valutandola come primo passo positivo verso la presa in carico delle pesanti ricadute negative sulle cooperative sociali e culturali del blocco delle attività determinato dall’emergenza. Auspichiamo l’estensione delle stesse misure agli altri Comuni della Città metropolitana e raccomandiamo il massimo coordinamento con le cooperative per la riprogrammazione delle attività”.

 

 

 

 

 

"Accogliamo con favore la notizia della rapida calendarizzazione del pdl sull'omotransfobia, che approderà alla Camera, dopo aver concluso il suo passaggio in Commissione Giustizia, il prossimo 30 marzo": lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.

"I tempi serrati – prosegue Piazzoni - come ha detto il relatore, l'onorevole Alessandro Zan, sono un segnale di ampio sostegno alla norma e in quanto tale lo cogliamo con ottimismo. Con altrettanto ottimismo auspichiamo che venga presto reso pubblico un testo base, che sia la sintesi tra i diversi testi depositati, valorizzati negli aspetti più efficaci e progrediti. E che sia anche base di dibattito pubblico, aperto ai miglioramenti che l'aula saprà far emergere, selezionati non sulla base del posizionamento ideologico o della contrattazione delle parti, ma nell'ottica di approvare la legge che meglio corrisponda ai bisogni di contrasto e prevenzione legati al fenomeno dell'omotransfobia”.

Questa legge è attesa da moltissimi anni e “ha già visto in passato diverse false partenze: il passato, allora,  ci serva da lezione e investa tutti e tutte della responsabilità di portare all'approvazione un testo adeguato e corrispondente alle aspettative che le persone lgbti, che dell'omotransfobia sono bersaglio ogni giorno, hanno da molto tempo", conclude Piazzoni.

 

 

 

Il Pescara Calcio è il vincitore della seconda edizione del premio "Sport e diritti umani", promosso da Amnesty International Italia e Sport4Society. La giuria, presieduta da Riccardo Cucchi (voce storica del programma radiofonico "Tutto il calcio minuto per minuto"), ha deciso a maggioranza di premiare il Pescara Calcio con questa motivazione:

"Per il coraggio di esprimere, con le parole e con i fatti, un messaggio profondo contro ogni discriminazione, contro il razzismo e contro la violenza, non solo nel mondo del calcio, valorizzando i principi dello sport che si fondano sulla lealtà e sul rispetto dell'avversario. Un messaggio che ricorre anche all'ironia e al sorriso in un ambito, quello del web, spesso strumentalizzato dai seminatori di odio".

La giuria ha voluto menzionare anche altre candidature che hanno ottenuto voti, quali il calciatore Giorgio Chiellini e le squadre FC Internazionale e AS Roma. "Siamo contenti per la qualità e la quantità delle candidature ricevute attraverso segnalazioni sul sito del premio e desideriamo manifestare il più grande apprezzamento anche nei confronti delle tante realtà del mondo non professionistico che quotidianamente s'impegnano contro la discriminazione", ha dichiarato Umberto Musumeci, presidente di Sport4Society.

"L'azione svolta dal Pescara Calcio contro la discriminazione è stata di stimolo a ulteriori iniziative, basti pensare ai provvedimenti adottati dalla squadra del Cagliari nei confronti di alcuni tifosi: un'ulteriore conferma di quanto lo sport può fare in favore dei diritti umani e per il contrasto all'odio", ha affermato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

La cerimonia di consegna del premio "Sport e diritti umani" 2020 avrà luogo a Pescara, in data e con modalità da definire con la società vincitrice e che saranno presto rese note.

Il premio "Sport e diritti umani" viene assegnato da una giuria specializzata a un/una atleta, società od organizzazione sportiva che per una sua scelta di vita, per un atto o un gesto simbolico o concreto di grande significato, un'idea creativa sportivamente e socialmente utile o qualsiasi altra iniziativa in favore dei diritti umani, abbia espresso una visione che merita il riconoscimento e la segnalazione all'opinione pubblica.

La prima edizione del premio, nel 2019, ha visto vincitore Pietro Aradori, capitano della nazionale di basket e giocatore della Fortitudo Bologna. La giuria presieduta da Riccardo Cucchi è composta anche da Vittorio Di Trapani (Segretario generale UsigRai), Angelo Mangiante (Sky Sport), Jacopo Tognon (docente di Diritto dello sport all'università di Padova), Luca Corsolini (vicepresidente di Sport4society) e Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International Italia).

Il 29 febbraio è stata celebrata la tredicesima Giornata internazionale delle Malattie Rare coordinata da EURORDIS, la rete europea che rappresenta più di 800 associazioni di malattie rare.   

Le malattie rare, in gran parte, sono croniche, gravi e invalidanti. E possono essere letali, con tassi di mortalità che vanno dal 5 al 30%. Secondo la rete Orphanet Italia, nel nostro Paese i malati rari sono circa 2 milioni: nel 70% dei casi si tratta di pazienti in età pediatrica. Le parole chiave dell’edizione di quest’anno saranno equità, pari opportunità e valorizzazione del potenziale. Intorno a questi temi si svilupperanno nel mondo le attività di sensibilizzazione.

Focus sul ruolo della donna, nella scienza, nella ricerca e nell’universo familiare e sociale delle malattie rare. Le attività di informazione e sensibilizzazione vedono in prima linea Marina Melone, direttore del Centro Interuniversitario di Ricerca in Neuroscienze, professore di Neurologia dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate  – Clinica Neurologica II e Centro Malattie Rare, con il Coordinamento Napoletano Donne della Scienza; Maria Giuliano, pediatra e presidente della Società Italiana Medici Pediatri (SIMPe) Campania; Valentina Fasano, presidente dell’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia Onlus, con il sostegno dell’AILU, l’Associazione Italiana Leucodistrofie Unite, presieduta da Erasmo Di Nucci; Chiara Magaddino, rappresentante e formatrice della Onlus Famiglie SMA; Tina Grassini, presidente dell’Associazione Parla con me.

“In occasione della giornata internazionale sulle malattie rare in programma sabato 29 febbraio  - evidenzia Marina Melone – vengono messe al centro le donne scienziate che hanno saputo testimoniare l’amore per la conoscenza e le donne che, nella malattia, testimoniano il sapere e la cura della vita”.

Ma purtroppo a causa delle disposizioni delle istituzioni regionali legate all’emergenza del Coronavirus, lo Science Centre partenopeo ha annullato l’evento Raro e prezioso è Donna. Molti, in questi giorni di emergenza legata al Coronavirus, parlano con una certa superficialità dei pazienti più fragili, quelle persone che hanno già problemi di salute. In realtà quando scrolliamo le spalle, pensiamo non ci riguardi e camminiamo sereni per strada continuando la nostra vita sociale distogliendo lo sguardo da chi, affetto da patologie croniche, malattie rare il più delle volte, fortemente invalidanti lotta ogni giorno per la vita, con innumerevoli difficoltà, contro pregiudizi e barriere sociali. 

“L’emergenza Coronavirus non fa altro che ricordarci che ci sono persone che ogni giorno affrontano complessità, paure, rischi maggiori di altri, tra questi i malati rari!” affermano i rappresentanti delle associazioni, tra i quali Erasmo di Nucci, presidente AILU. “Resta dunque forte e coeso l’impegno a favore dei malati rari, delle famiglie e dei caregivers, nonostante l’evento sia cancellato - affermano Viviana Rosati e Valentina Fasano -. La nostra campagna di sensibilizzazione non si arresta, anzi trova rinnovato vigore proprio per tutelare coloro che anche in questo momento della vita del nostro paese restano i più fragili.”

L’evento Raro e Prezioso è Donna, è stato pensato per Città della Scienza, all’occasione della 13° giornata internazionale dedicata alle Malattie Rare per mantenere viva l’attenzione sull’importanza del ruolo femminile nel mondo della scienza, della ricerca e dell’universo familiare e sociale che ruota intorno al malato raro.

Donne Scienziate… Il coraggio di appassionarsi a ciò che è raro, come spiegato da Marina Melone e dal Coordinamento Napoletano Donne della Scienza, è il racconto della storia e dell’impegno di donne come Nettie, Rosalind, Gerty, Martha, Barbara, Henrietta, Hilde, Rita, Jennifer, Emmanuelle: donne, che condividono il privilegio di aver contribuito all’avanzamento della conoscenza medico-biologica e allo sviluppo delle terapie avanzate nelle malattie rare attraverso scoperte fondamentali, dall’iniziale consapevolezza che il sesso di un organismo è determinato dalla presenza dei cromosomi X e Y, seguita  dalla scoperta del DNA e dalla citogenetica, fino al progetto di terapie avanzate quali la terapia genica, la terapia cellulare, la Car-T e altre terapie di precisione quali le nuove tecniche di editing genetico.

Lo screening neonatale è nell’attenzione dei pediatri. Maria Giuliano, presidente della Società Italiana Medici Pediatri (SIMPe) Campania lavora sulla diagnosi e nella gestione delle malattie rare in età pediatrica. “La SIMPe sta profondendo un grande impegno per promuovere la formazione e l’informazione dei medici pediatri e le attività di ricerca clinica, in collaborazione multidisciplinare. Una diagnosi precoce è uno strumento di equità e rispetto per chi grazie ad una conoscenza tempestiva della sua patologia può vedere tutelato il suo diritto alla vita e alla cura”. 

È importante, inoltre, che attraverso i mezzi messi a disposizione dal mondo della comunicazione e dell’informazione, l’universo delle malattie rare, in particolare declinato al femminile, faccia sentire la sua voce.

“Dopo la diagnosi ha inizio un vero e proprio viaggio di scoperta – spiega Chiara Maggadino, formatrice Famiglie SMA -  da intraprendere insieme, in cui i genitori devono comprendere ed accettare i bisogni specifici del figlio, così come l’inevitabile cambio nello stile di vita. E’ necessario, infatti, essere consapevoli che il proprio figlio avrà necessità di un’assistenza complessa, con importanti differenze da soggetto a soggetto, una complessità che occorre elaborare per poter affrontare”.

In tal senso la donna, con la sua empatia, il suo orientamento alla relazione e la sua capacità di autoanalisi diviene l’ago di una immaginaria bilancia degli equilibri familiari e sociali, ma c’è un “però” davvero drammatico. Secondo quanto mette in evidenza Tina Grassini, counselor ed operatrice dei centri antiviolenza, il  70-80% delle donne convive con un senso di colpa, legato a diversi aspetti e ragioni, instillato da un processo educativo figlio di una cult, una maschilista, spesso sottile, sotterranea, mascherata.

“A queste donne viene chiesto di essere forti, dinamiche, risolutive. Non sembrerebbe esserci spazio per la legittima fragilità, per fermarsi, per essere ammalate. Perché se sei ammalata non sei più sufficientemente forte, adeguata, capace e quindi utile. Se poi ti viene attribuita la responsabilità di aver provocato la malattia di tuo figlio (quel figlio che in realtà ogni donna vorrebbe proteggere e salvare), perché sei tu la portatrice della mutazione genetica, allora sei anche colpevole!”

“È come se fossi stata colpita da uno tsunami”. E’ così che Beatrice, madre di tre figli, ricorda il giorno in cui ha saputo che suo figlio di quattro anni soffriva di distrofia di Duchenne, una malattia neuromuscolare caratterizzata da un’atrofia muscolare in rapida progressione. La malattia è trasmessa dalla madre ai figli maschi e inizia in tenera età, con un’evoluzione inarrestabile.

E’ pertanto fondamentale che il rischio attuale per la salute rappresentato dal Coronavirus nel nostro paese, non metta a tacere le voci dei malati rari e delle loro famiglie che vivono uno stato di emergenza cronico nel loro quotidiano. “Le malattie rare croniche richiedono alle famiglie di adattarsi ad una vita molto difficile - ribadisce Marina Melone - a partire dalla difficoltà di accedere ad una diagnosi rapida e affidabile, senza dimenticare il peso di terapie quotidiane accessibili solo a costi elevati dovuti alla mancanza di cure rimborsabili. Così i familiari, le donne che spesso si fanno carico della complessità dell’assistenza, senza riposo, senza tregua e senza alcun riconoscimento, diventano invisibili al mondo”. 

“Mi chiedo pertanto - conclude Marina Melone - perché il carico di emozione e di coinvolgimento che oggi l’Italia esprime a fronte di una problematica certo complessa, ma indubbiamente circoscritta nella vita di ogni cittadino, quale può essere una infezione virale, non si possa tradurre in iniziative di solidarietà e di sostegno affinché le istituzioni si facciano portatrici di una presa in carico globale del malato raro e delle loro famiglie”.

 

 

 

Una settimana di lavoro, sul campo. Studenti del Politecnico di Torino, tecnici, operatori e persone con disabilità, a passarsi pala e martello, a scavare, spostare terra. Costruire.

Una vera meraviglia per gli occhi. Per chi c’era e ha dato concretezza a termini così abusati come “progettazione partecipata” e “inclusione sociale”.

Succede grazie a un “workshop di autocostruzione” gestito dal team studentesco AUT del Politecnico di Torino e destinato a un servizio della cooperativa sociale Il Margine. Succede a Collegno, animato Comune della Città Metropolitana di Torino, sede di uno dei più grandi ospedali psichiatrici italiani.

Qui, la cooperativa Il Margine ha recuperato da tempo un’area che storicamente era l’azienda agricola che nutriva il manicomio, per dare forma a un nuovo servizio immaginato per offrire opportunità di lavoro a persone con disabilità o altre forme di svantaggio, avviare percorsi riabilitativi attraverso attività di produzione ortofrutticola e florovivaistica.

Negli anni, il servizio conosciuto da tutti con il nome di “Orto che cura” è diventato un punto di riferimento cittadino, un luogo aperto a tutti, un centro di produzione in campo e in serra. Ed è proprio in questo luogo simbolico che il 13 febbraio scorso è iniziato il workshop di autocostruzione. Nelle intenzioni del progetto, la realizzazione di strutture temporanee per la coltivazione, l'interazione e la condivisione sociale, all'interno degli orti storicamente attivi.

Ma, evidentemente, dietro l’attivazione del cantiere, c’è molto di più. Per il team di AUT, il workshop ha rappresentato l’occasione per mettere in pratica i principi della progettazione partecipata, ma anche per testare la propria capacità di interpretare desideri e immaginari collettivi per migliorare un luogo che ha un ruolo fondamentale nella rieducazione e nel reinserimento sociale e lavorativo di persone con diverse difficoltà.

Per i ragazzi e gli operatori dell’Orto che cura, invece, si è trattato di sperimentare una settimana all’insegna dell’integrazione, della progettazione e realizzazione condivisa, lavorando accanto a persone che provengono da mondi molto diversi, ma che hanno deciso di mettersi in gioco e di condividere con grande entusiasmo le loro competenze.

Primi passi verso il workshop

A Novembre del 2019, il team del Politecnico ha incontrato la maggior parte dei frequentatori attualmente attivi all’Orto che cura, per conoscerli e registrare aspettative di miglioramento rispetto a uno spazio che per loro è lavoro, occasione di socializzazione, “cura”.

“Ciò che abbiamo condiviso ha superato di gran lunga le nostre prime aspettative – spiegano i ragazzi di AUT – Ci siamo trovati di fronte a una vera e propria comunità di persone unite da rapporti che vanno al di là della collaborazione lavorativa nell’orto, ma rispecchiano piuttosto legami familiari di condivisione del quotidiano”. “Per noi, riuscire ad interfacciarci con una vera e propria comunità che vive ordinariamente, cura e “si cura” attraverso un luogo condiviso e pronto ad accogliere differenze e difficoltà, è sicuramente stato un momento decisivo”.

AUT nasce con l’obiettivo di portare l’architettura al di fuori delle mura, teoriche e fisiche, della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, collaborando con attori affini presenti sul territorio (persone, gruppi, associazioni, ...) per progettare e realizzare direttamente manufatti e strutture caduche che possano trasformare positivamente gli spazi rispondendo alle esigenze di chi questi spazi li vive.

“Fin da subito, l’ipotesi di organizzare un workshop in un contesto come l’Orto che cura ci è sembrata un’ottima possibilità, del tutto in linea con i principi di AUT – spiegano i membri del team. “Poter lavorare con e per le persone che frequentano l’Orto che Cura, con le loro diverse abilità e peculiarità, è per noi motivo di grande orgoglio e di accrescimento personale e professionale”.

Le ricadute sociali di una cooperazione virtuosa

L’aspetto innovativo del progetto è evidentemente la sua ricaduta sociale, non solo sul territorio ma anche nei confronti di tutti gli attori che a diverso titolo hanno contribuito alla buona riuscita del workshop.

“Questo progetto ha rappresentato una grande opportunità per AUT – precisano a più voci gli studenti del Politecnico - Riuscire a coinvolgere le persone seguite dalla cooperativa il Margine in semplici attività di costruzione, ha avuto per noi un valore enorme.

Insieme abbiamo realizzato vasche contenitive per la semina, abbiamo recuperato l’antica conigliera trasformata in luogo di aggregazione, abbiamo costruito panche in legno per una migliore condivisione degli spazi dell’Orto.

Tutti si sono sentiti protagonisti di un processo trasformativo dove anche il più piccolo contributo ha significato moltissimo per la riuscita finale del progetto che, evidentemente, va al di là della costruzione e che, ci auguriamo, sarà evidente a chi frequenta ogni giorno l’Orto che Cura”.

Ritroviamo le stesse valutazioni anche nei commenti a caldo di chi lavora all’Orto per la cooperativa Il Margine. I primi a esprimere entusiasmo sono proprio i signori che frequentano il servizio: “Mi aspettavo, e così è stato, tante cose belle, conoscere tante persone nuove ed essere partecipe nel lavoro”, precisa Michele. “E adesso potremo anche fare un laboratorio di pittura”, si augura Gianfranco.

“E coltivare pomodori, zucchine e melanzane” aggiunge Mihai. “Ho trovato nuovi amici e ho fatto un’esperienza nell’ambito del lavoro agricolo che mi servirà per il futuro”, aggiunge Marco, uno dei ragazzi in inserimento lavorativo all’Orto che cura.

“Questa esperienza ha migliorato il mio apprendimento – continua Roberto, anche lui in inserimento lavorativo -. Vorrei crescere in questo settore, perché spero di trovare un posto di lavoro, magari proprio questo, per il mio futuro”.

“È stato bello conoscere persone nuove che hanno portano saperi che non conoscevo e che non ho mai avvicinato”, conclude Paolo, un altro degli inserimenti lavorativi. “È stata una settimana all’insegna dell’integrazione, della progettazione e realizzazione condivisa – conclude, sorridendo, Paola, coordinatrice del servizio – che ha dato una nuova forma al luogo che tutti noi frequentiamo tutti i giorni”.

Stare sui territori, creare reti tra soggetti diversi e dare respiro a nuove opportunità di collaborazione è la grande sfida che ogni giorno la cooperazione sociale si trova ad affrontare. Quando accadono progetti come quello di AUT all’Orto che cura di Collegno è una gran bella boccata d’ossigeno.

 

Obiettivo raggiunto e superato per la campagna di crowdfunding “Tutti in cucina”, partita a ottobre 2019 con l’obiettivo di supportare, attraverso il sostegno della Fondazione Noi Legacoop Toscana, la realizzazione di una cucina accessibile nell'ambito del progetto PRAMA, promosso da Fondazione AMI e AVIS Prato.

Attraverso donazioni on line sul sito https://tuttincucina.starteed.eu/ ed eventi organizzati sul territorio grazie al coinvolgimento della comunità pratese – ultima in ordine di tempo la serata conclusiva di raccolta fondi che si è svolta al circolo Arci Olimpia di Tavola a Prato – è stata raggiunta la cifra complessiva di 12mila euro, superando così l’obiettivo di 10mila euro fissato all’inizio della campagna.

Alla serata di ieri al circolo Arci Olimpia di Tavola hanno preso parte Claudio Sarti, presidente della Fondazione AMI Prato, Marco Paolicchi responsabile del Dipartimento Welfare Legacoop Toscana ed Enrico Cavaciocchi, presidente Arci Prato.

“Il nostro ringraziamento va a tutti coloro che con generosità hanno aderito alla campagna di raccolta fondi donando sul web - commenta Marco Paolicchi, responsabile Dipartimento Welfare di Legacoop Toscana -, alle realtà associative del territorio, in particolare ad Arci Prato, che ha organizzato cene nei propri circoli a sostegno del progetto e alle cooperative sociali pratesi aderenti a Legacoop Toscana che si sono impegnate per la riuscita dell’iniziativa”.

Nell’ambito della campagna la Fondazione NOI – Legacoop Toscana ha organizzato alla fine di novembre all’Officina Giovani l’evento “Una serata per Prama” che ha visto oltre duecento partecipanti.

La raccolta fondi supporterà la realizzazione di una cucina accessibile nell’ambito del progetto Prama, promosso da Fondazione AMI e AVIS Prato, che ha come obiettivo la nascita di un centro ludico motorio inclusivo dedicato a bambini e ragazzi, all’interno della palazzina AVIS in Sant’Orsola a Prato. La cucina di Prama dovrà essere uno spazio inclusivo e accessibile a tutti, in cui svolgere attività ludiche e ricreative, formative e laboratoriali. I fondi raccolti saranno utilizzati per l'acquisto dei mobili della cucina, fatti su misura e accessibili anche a persone con disabilità ed eventualmente per l’acquisto di elettrodomestici e accessori per i laboratori.

 

Quello che sta avvenendo ultimamente in Italia, ai tempi del coronavirus, fa tornare in mente un libro che ho tanto amato in gioventù e che sembra essere attuale e verosimile come mai finora.

Scritto dal premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, il romanzo “Saggio sulla Cecità” (in italiano “Cecità”) narra di una cittadina senza nome che improvvisamente e senza motivo viene colpita da una strana epidemia che rende le persone cieche. L’esordio della malattia avviene in modo molto semplice, si insinua nelle vite delle persone senza che se ne accorgano: ferme al semaforo, in una sala d’attesa, in giro per negozi. Il contagio si propaga con la facilità di un’influenza e senza alcun sintomo rendendo le persone cieche, di una cecità assurda, bianca, di troppa luce – anziché scura e buia come ci si aspetterebbe.

Il governo con i politici e i militari cercano di prendere misure precauzionali e decidono di isolare gli infetti in un ex-manicomio, nutrendoli e accudendoli a distanza, ma poco a poco tutti spietatamente si ammaleranno e non rimarrà più nessuno a sorvegliare la città, le case, gli spazi pubblici. Tutti sono destinati ad ammalarsi tranne una persona, la moglie di uno dei primi pazienti, che per ironia della sorte e di Saramago è un medico oculista. Ma si fingerà cieca anche lei per seguire il marito in isolamento e racconterà attraverso i suoi occhi, gli unici rimasti sani, quello che avverrà in una società malata, cieca e abbandonata a sé stessa.

Il “mal bianco” è, in questo affascinante romanzo, la cecità dell’anima che inizia con l’essere indifferenti alle piccole cose e finisce per far “perdere completamente il senso della vita”, dando per scontata ogni cosa che non sia sé stessi: le persone che ci circondano, quel che accade intorno a noi, da cosa siamo dipendenti, quante interrelazioni abbiamo nel quotidiano e senza accorgercene è come se non le percepissimo più, né con gli occhi né con l’anima. Come dice la moglie del medico: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

La malvagità, l’egoismo e l’indifferenza, in questa lettura antropologica pessimistica della società moderna, prevarranno e porteranno fuori il peggio degli esseri umani, che non si esimeranno dal prevaricare sui più deboli, rubare il cibo, abusare delle donne, degenerando in una spirale di violenza, lerciume e promiscuità in cui solo eccezionalmente balenano sprazzi di solidarietà e umanità. Di fonte a un’emergenza collettiva, che richiederebbe ordine, collaborazione e una pacifica coordinazione di tutti, la società cosiddetta civile regredisce in una forma di dittatura dei malvagi, torna in vigore la legge del più forte, prevale la logica dell’homo hominis lupus in cui ognuno pensa solo a sé stesso a discapito del prossimo, perdendo ogni senso di solidarietà. E nemmeno sul finale, che resta aperto alle interpretazioni, in cui misteriosamente le persone guariscono e si riappropriano di una città distrutta in uno scenario postbellico, pare che l’autore riponga una speranza nel fatto che la società, imparando da quanto è appena accaduto, possa migliorare.

Uscendo dal seminato dell’autore, che intitolò il seguito del romanzo “Saggio sulla Lucidità” e descrisse una società ancora più spietata – se possibile – di quanto non aveva già fatto, il tema fondamentale credo che sia quello dell'indifferenza, nel libro così come nei giorni nostri, che nei momenti di difficoltà si insinua tra le persone e le rende estranee le une alle altre. L’indifferenza rende ciechi e si diffonde come un virus, tra persone che non hanno un nome, ma sono caratterizzate solo da una descrizione fisica: la ragazza con gli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, il ladro di automobili, il corridore, il medico, il paziente zero.

La Moglie del Medico è l’unica in grado di vedere gli Altri perché rappresenta il Bene in mezzo al Male, già da prima e soprattutto durante l’epidemia di massa lei è l’ultimo brandello di umanità rimasta. Ci racconta con lucidità quello che accade quando una società viene stravolta, quando prevalgono cattiveria e indifferenza, quando la prevaricazione, il razzismo e il panico prendono il sopravvento. Solo la lucidità, non solo della vista ma anche e soprattutto della ragione, le permette di essere immune alla malattia e di sopravvivere, insieme ad altri, ai gesti più malvagi e bestiali di uomini che non hanno più discernimento di cosa è legittimo e cosa no, di cosa è giusto, equo, umano.

Lei, al contrario, si prende carico di portare avanti le azioni più pietose verso i malati sofferenti, i feriti e i morti, si “sporca” lei stessa a sua volta per sopravvivere e far sopravvivere, fa dono e sacrificio di sé per la salvezza degli altri, anche quando sembra non esserci più nulla in cui sperare. E se è vero che “la cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non ci sia più speranza”, allora speriamo che ci sia un po’ della Moglie del Medico in tutti noi che ci aiuti a vederci bene in questa società.

Alessia Bellino

 

 

In un momento storico come questo fine febbraio 2020, che porta agli occhi e alle orecchie di tutti le preoccupazioni in merito alla diffusione del contagio da Coronavirus, sappiamo quanto sia importante che, al di là di ogni inutile o addirittura dannoso allarmismo, prevalga il senso di responsabilità, cooperazione e coesione di ogni singolo componente della collettività. Per fare in modo che la vita sociale ed economica delle regioni colpite e del Paese intero non venga seriamente compromessa anche in futuro, è necessaria una collaborazione costante tra istituzioni, cittadini, personale sanitario, informazione, mondo del lavoro e terzo settore.

Nel corso delle giornate del 23 e 24 febbraio, con l’Ordinanza del Ministero della Salute e poi della Regione Emilia Romagna, le prescrizioni preventive si sono andate a modificare in modo significativo e hanno cambiato le possibilità di riapertura diverse attività, quelle scolastiche in primis.

È nostro dovere e nostro interesse, quindi, fare in modo che le comunicazioni istituzionali e gli adempimenti normativi vengano recepiti nel modo più accurato e scrupoloso possibile all’interno delle nostre strutture, per rendere possibile il proseguimento delle attività di cura e di assistenza che ogni giorno vengono svolte a sostegno di persone che, in questo momento più che mai, sono vulnerabili e di cui ci prendiamo cura con attenzione e responsabilità.

Ma un’attenzione in particolare va rivolta anche a chi si prende cura di queste persone e che, nonostante le difficoltà, rende possibile garantire il corretto funzionamento dei servizi socio-assistenziali, le prestazioni infermieristiche e altre attività a sostegno di persone fragili e contestualmente l’applicazione dei protocolli di sorveglianza contro la diffusione del Coronavirus: sono i nostri operatori socio-sanitari, gli educatori, i coordinatori, gli infermieri, gli ausiliari e tutto il personale che lavora a contatto con i nostri ospiti e pazienti e i loro famigliari. Solo grazie ad una stretta collaborazione tra cittadini, professionisti e istituzioni si può salvaguardare la tutela della comunità e la protezione dei soggetti fragili e, in questa direzione, la Cooperativa Gulliver si sta impegnando a proteggere i propri lavoratori ed a garantire ai propri utenti servizi di qualità nelle strutture in gestione che sono aperte e funzionanti.

Ai lavoratori di Gulliver attivi, che ad oggi, sono oltre un migliaio, poco più del 50% della forza lavoro totale, si sta garantendo un adeguato supporto informativo ed operativo al fine di consentirgli di operare al meglio. Per i lavoratori invece che sono coinvolti nelle chiusure dei servizi scolastici ed educativi, l’impegno è dedicato ad individuare dispositivi concreti ed efficaci al sostegno economico del personale attualmente non in servizio, questo in stretto rapporto con le diverse articolazioni di Legacoop. Come avvenne all’epoca del sisma del 2012 in Emilia, allo stesso modo si stanno attivando sistemi di prevenzione e strategie di azione che assicurino il proseguimento delle attività nel modo più regolare possibile, al di là delle ripercussioni economiche e socio-culturali che verranno conteggiate in seguito, quando ci saranno le condizioni per farlo.

Ma nel frattempo, come si dice da queste parti, “teniamo botta” e ringraziamo tutte le colleghe ed i colleghi che, ognuno per il proprio ruolo e le proprie mansioni, stanno contribuendo a portare avanti la gestione dei Servizi di Gulliver, con la promessa che avremo cura di tutti – lavoratori, ospiti, famigliari e cittadini – nell’interesse della collettività e delle persone, come facciamo da più di 40 anni.

Massimo Ascari - presidente di coop sociale Gulliver

 

 

 

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