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Domenica, 23 Febbraio 2020

Time for Humanity. Tre parole per dire che è tempo di riscoprire la nostra umanità. Tre parole che segneranno una nuova iniziativa per la pace in Medio Oriente della Tavola della pace e del Coordinamento Nazionale degli Enti per la pace e i diritti umani.

Time for Humanity. Un viaggio di conoscenza e di solidarietà che, a partire da oggi, porterà oltre centro rappresentanti di Comuni, scuole, associazioni e semplici cittadini a Betlemme e Gerusalemme, in Palestina e in Israele.

“Sono passati trent’anni da quando, il 31 dicembre 1989, insieme a oltre trentamila italiani, europei, palestinesi e israeliani - ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace - organizzammo una grande catena umana di pace attorno alle mura di Gerusalemme. Era ‘Time for Peace’: il tempo della pace e della speranza. Da allora non abbiamo mai smesso di sostenere il processo di pace che stava nascendo. E oggi, mentre tutto si è fatto drammaticamente più difficile, ritorniamo in quella terra per capire con gli occhi e cercare ancora, testardamente, la via della pace”.

“Vogliamo iniziare il nuovo decennio dal punto più basso della Terra – continua Lotti - per riflettere sulla strada che dobbiamo percorrere per uscire dallo sprofondo di disumanità in cui siamo finiti. Vogliamo reagire alla sfiducia, alla rassegnazione e al cinismo che stanno inaridendo le nostre vite per affrontare concretamente le piccole e grandi sfide del nostro tempo: dalle disuguaglianze al cambiamento climatico, dalle guerre alle migrazioni. La pace e la giustizia che tante volte abbiamo invocato per Gerusalemme non possono essere riposte nel cassetto delle illusioni come la stanchezza ci spingerebbe a fare. Anche perché, come diceva il Card. Martini, “Non ci sarà pace nel mondo finché non regnerà in quelle terre piena pace. E tutti gli sforzi di pace in quelle terre avranno una ripercussione straordinaria sul pianeta intero”.

Dopo recente decisione delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione sulla coltivazione domestica ad uso personale di piante di cannabis interviene Forum Droghe, la storica associazione che si occupa di politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale (con status consultivo all'ONU).

Per Stefano Vecchio, il presidente di Forum Droghe "la decisione della Cassazione è importante perchè mette nero su bianco che è insensato colpire penalmente condotte che sono evidentemente volte al consumo personale. Dovremmo tutti prendere atto che il fenomeno del consumo, ma anche dell'autoproduzione di cannabis per uso personale, è ormai normalizzato nella società e che quindi è compito dello Stato regolarlo per limitarne i danni sulle persone. Purtroppo la politica è sorda agli appelli che in questi anni abbiamo fatto più volte per un intervento legislativo di riforma complessiva del DPR 309/90 che compie ormai 30 anni”.

“Un primo passo potrebbe essere – prosegue Vecchio - in attesa di una riforma complessiva, che il parlamento discuta ed approvi la proposta Magi di riforma del 73 e dei fatti di lieve entità, da non confondersi con quella assurda e crimonogena di Salvini. Manca però un luogo di confronto: la Conferenza nazionale da troppi anni non viene convocata, mentre si parla di droghe, anzi di "DROGA" al singolare, solo per collegarla nei titoli a tragici fatti di cronaca o per generare allarmi per lo più generici e senza alcun approfondimento. Le organizzazioni della Società Civile, gli operatori del settore insieme alle persone che usano sostanze - conclude Vecchio - hanno però ha deciso di autoconvocare a fine febbraio a Milano (28-29 febbraio) una grande Conferenza in cui discutere di come governare il fenomeno sociale del consumo di droghe dopo 30 anni di fallimentare guerra alla droga."

Per Leonardo Fiorentini, direttore di Fuoriluogo.it "è la quarta volta che i giudici intervengono in sostituzione della politica per adeguare la legge italiana sulle droghe al dettato costituzionale e al buon senso giuridico. Per 3 volte la Corte Costituzionale ha prima dichiarato illeggitima la Fini-Giovanardi, poi cassato al'art 75 bis sulle sanzioni amministrative ed infine adeguato il minimo di pena per le sostanze cosiddette pesanti ad un minimo principio di proporzionalità della pena. Oggi è la Cassazione che fa suo un principio già diffuso in molte Corti italiane, ovvero che fosse insensato colpire come uno spacciatore chi coltiva poche piante di cannabis per il proprio consumo personale. Si arrivava all'assurdo che si colpiva pesantemente chi si coltivava la propria pianta in casa proprio per non foraggiare le narcomafie”.

“La grande assente di oggi è la politica – sottolinea Fiorentini - che è ancora ostaggio dell'ideologia proibizionista. Ne è dimostrazione le risposte troppo timide di molti politici rispetto all'ultima crociata dell'ex Ministro della Paura Salvini, addirittura in guerra (senza quartiere) anche contro sostanze che non hanno effetti psicoattivi, come la cannabis light. Per iniziare però 30 anni di pesante proibizionismo in Italia, quasi 60 nel mondo, non hanno fatto altro che riempire le carceri di spacciatori e persone che usano sostanze (rispettivamente il 35% e il 28% dei detenuti), mentre il mercato illegale delle droghe è più libero, florido e variegato che mai. Oggi è il momento del coraggio per affrontare di petto il fallimento delle politiche proibizioniste a livello nazionale ed internazionale, a partire dalla sostanza più diffusa e normalizzata fra quelle nelle tabelle delle convenzioni internazionali. Al pari di paesi come Uruguay, Canada ed 11 stati USA è il tempo di avviare anche in Italia una riforma per la regolamentazione legale della cannabis."

Forum Droghe, fondata nel 1995, si occupa di politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale. E membro dell'International Drug Policy Consortium e della Coalizione Italiana per i Diritti e le Libertà Civili ed è ONG accreditata con status consultivo all'ONU. Fuoriluogo.it è la testata edita da Forum Droghe.

Riceviamo e pubblichiamo

 

“I malati in genere, e i malati psichici in particolare, rappresentano i modo peculiare ciò che noi, nel nostro mondo fondato sul progresso e sulla capacità di imporsi, di mostrare la propria potenza, cerchiamo di espellere dalla nostra coscienza” ( Hageenmaier).

Le persone psichicamente sofferenti non necessitano solo di esperti o terapeuti ultra specializzati. Hanno bisogno in realtà del loro prossimo e di una comunità di persone che diano loro la possibilità di sentirsi ne più e ne meno che esseri umani tra altri esseri umani. È solo una comunità che sa prendersi cura delle proprie differenze senza espellerle o emarginarle, l’orizzonte possibile perché la persona malata ritrovi la propria dimensione integrale e la sua dignità, otre ogni pregiudizio. Una comunità che include e che accoglie e fa sentire “pensate” ogni persona insieme alle sue fragilità.

Tale necessità è oggi confortata anche progressi della ricerca psicobiologica che evidenziano come la complessità dell’interazione tra fattori sociali e biologici sono alla base della genesi dei disturbi mentali e che il confine tra ciò che è biologico e ciò che è sociale è sempre più labile. Tutto questo non può non avere una ricaduta anche sull’organizzazione dei servizi, previsti e ancora non completamente attuati, dalla legge 180. In particolare per quanto attiene il riconoscimento e gestione precoce della sofferenza psichica, soprattutto negli adolescenti, la presenza nelle scuole e nei luoghi di lavoro, ma anche per promuovere la salute mentale e favorire l’inclusione dei soggetti fragili. 

La malattia mentale dovremmo poterla incontrare soprattutto fuori dalle istituzioni, non solo quelle psichiatriche ma ogni istituzione la cui funzione è quella di etichettare, fissare ruoli rigidi. Occorre incontrarla sul proprio territorio lì dove la sofferenza emerge, coinvolgendo reti sociali e risorse che la stessa comunità contiene in sé. È solo nella comunità che la persona vulnerabile può riaffermare la propria identità di persona e non “malato” o “paziente psichiatrico”, è nella comunità che può realizzarsi il pieno riconoscimento della persona anche in una situazione di cura in cui la vulnerabilità sembra giustificare la perdita di autonomia e libertà. Solo in una comunità consapevole e critica si può essere accettati e accolti senza pregiudizi superando la discriminazione e l’isolamento del sofferente psichico. 

Un grande lavoro e un processo da generare, per creare e ricreare un territorio finalmente  “felice”, che accoglie le persone con problematiche psichiche, puntando e investendo sulle loro capacità dando loro credito.

Nel cuore di Napoli, in uno dei suoi quartieri più popolosi e difficili, che si è aperta una sfida significativa, dove associazioni, sofferenti psichici e le loro famiglie, il Centro di Salute Mentale del Centro Storico, il forum sulla salute mentale di Napoli, provano ad aprire un percorso di quartiere. Una sfida impegnativa e immensa, che nasce dalla critica ai limiti di una psichiatria solo prescrittiva, fatta di ambulatori e di SPDC, avulsa sostanzialmente dalla comunità in cui opera.  

Qui in un contesto di profondo disagio sociale spesso animato da faide di camorra, vi è un centro culturale di grandissimo valore, nato da una reazione civile ad un omicidio di Camorra, quello della sedicenne Annalisa Durante. Una biblioteca lì dove una volta vi era un cinema fatiscente. una presenza di una trentina di associazioni, la rete di Forcella, e la voglia concreta di rispondere con la le armi della cultura alla violenza e alla cultura della morte.

Ed è da qui che parte oggi la nostra scommessa, la liberazione delle persone con problemi psichici restituendo loro l’autonomia, non può non essere parte di una sfida più grande, la liberazione di un quartiere simbolo della criminalità.

Martedì 17 dicembre la prima tappa di un lungo percorso che prevede l’avvio di attività riabilitative e integrative aperte al quartiere, una festa di comunità a porte aperte, promossa dal CSM e dall’Associazione Annalisa Durante, presenti cittadini del quartiere, utenti dei servizi, le famiglie, le associazioni e le istituzioni sanitarie. Una festa come un gesto simbolico per esprimere sul piano anche artistico e musicale la necessità di sentirci “pensati” e parte di una comunità. Ed è stata questa straordinaria e peculiare presenza di tutti i protagonisti intorno alla Salute Mentale a far emergere come sia oggi più che mai necessario un nuovo patto tra tutti gli attori, ognuno con il suo privilegiato vertice di osservazione, per promuovere un nuovo e radicale percorso nella città metropolitana di Napoli.      

Giuseppe Auriemma, psichiatra – Unità operativa salute mentale 31 di Napoli

 

Stefano, Mare e Anna sono i soci fondatori della cooperativa Smart. Dopo aver lavorato per anni nel punto vendita Divani & Divani di Bastia Umbra, quando il loro negozio ha chiuso non si sono persi d’animo ed hanno deciso di rilevarlo. Hanno costituito una cooperativa e si sono trasformati da dipendenti in imprenditori valorizzando in questo moto l’esperienza e le competenze acquisite.

“A gennaio 2019, il negozio, - afferma il Presidente Stefano Ciaccini - pur raggiungendo i propri obbiettivi in maniera serena, ha terminato la propria attività e quindi noi abbiamo preso la palla al balzo e ci siamo candidati per rilevare il marchio”.

La loro idea è stata sposata dal gruppo Natuzzi, impresa leader nella produzione dei divani made in Italy presente in tutto il mondo con oltre 300 punti vendita, che per la prima volta dal 1959 ha affidato un proprio negozio ad una cooperativa di lavoratori.

“Quando abbiamo incontrato la Presidenza per esporre il nostro progetto – sottolinea il VicePresidente Mare Barabani – la tensione era tanta, e vuoi per lo stress o la tensione di quei momenti ci siamo subito commossi. Il Presidente che ci era venuto a conoscere ci ha abbracciati e con le lacrime agli occhi ha detto stemperando la tensione: aiutate questi ragazzi!”.

Per realizzare il loro sogno hanno investito nella cooperativa l’indennità di disoccupazione ed una parte dei loro risparmi necessari per coprire una parte dei 200 mila euro spesi per aprire il punto vendita. In questo percorso sono stati affiancati da Legacoop Umbria che li ha supportati nella fase di start-up mettendogli a disposizione esperienza, consulenze specialistiche e strumenti finanziari specializzati per supportare le cooperative.

“Di difficoltà ce ne sono – prosegue Mare Barabani – la cosa fondamentale è quella di affidarsi a sostenitori competenti come la Lega delle cooperative che ci ha accompagnato, passo dopo passo, nella realizzazione di questo nostro sogno”.

Dal 23 dicembre, dopo 6 mesi di preparazione, finalmente il sogno si è realizzato e dopo un anno Stefano, Mare e Anna sono tornati lavorare nel loro negozio. “Finalmente torniamo a fare ciò che ci piace fare – dice Anna - non abbiamo mai pensato di prendere altre strade. È la nostra rivincita.”

“La storia della cooperativa Smart – afferma Andrea Bernardoni di Legacoop Umbria – è molto importante perché apre una strada nuova che può salvare centinaia di posti di lavoro. Per la prima volta, infatti, un grande marchio simbolo del made in Italy ha affidato la gestione del proprio negozio ai dipendenti uniti in cooperativa che altrimenti sarebbero rimasti senza lavoro. Questo modello è estremamente interessante e può essere replicato nelle tante crisi che interessano il commercio. Noi di Legacoop ci siamo e speriamo di riuscire a supportare la nascita di tante altre cooperative come Smart”.

Attimi, catturati dall’obiettivo di una macchina fotografica, che raccontano senza filtri guerre, epidemie e catastrofi naturali avvenuti nel 2019, così come proteste globali per chiedere di abbassare il prezzo dei farmaci salvavita. Istanti che ritraggono uomini, donne e bambini assistiti dagli operatori umanitari di Medici Senza Frontiere (MSF) in oltre 70 paesi, in ospedali o con cliniche mobili, in campi rifugiati o in aree remote del pianeta. È tutto questo la fotogallery 2019 di MSF che, partendo dalle storie dei nostri pazienti, accende i riflettori su conflitti cronici e crisi dimenticate.

“Nel 2019 abbiamo scattato oltre 8.000 fotografie per raccontare le situazioni di crisi che milioni persone nel mondo si trovano ad affrontare e testimoniare l’azione medico-umanitaria dei nostri operatori sul campo. Queste foto fermano nel tempo attimi di sofferenza, umanità e speranza, e sono il miglior modo per raccontare la realtà dei fatti” dichiara il François Dumont, direttore comunicazione di MSF.

Yemen sud-occidentale. Le persone intrappolate tra le mine

Un bambino è seduto vicino a dei missili disinnescati nel distretto di Mawza, nel governatorato di Taiz, un’area rurale molto povera. L’ospedale di MSF a Mocha, che dista 45 minuti di macchina, cura i pazienti di guerra e feriti dalle mine, un terzo dei quali sono bambini. Per impedire l'avanzata delle truppe di terra sostenute dalla coalizione guidata dall’Arabia saudita e dagli Emirati contro le truppe di Ansar Allah, nel sud-ovest dello Yemen sono state sparse migliaia di mine e ordigni esplosivi improvvisati sulle strade e nei campi, che metteranno in pericolo la vita delle persone per decenni.

 Lesbo. Punizioni collettive contro chi cerca sicurezza

Una famiglia arrivata sull’isola di Lesbo da 7 giorni. “Dormiamo tutti dentro questa piccola tenda. Ieri è piovuto tutta la notte, ci siamo bagnati completamente” racconta Jawad (nome di fantasia), il padre di questa famiglia. Sulle isole greche è in atto una crisi umanitaria deliberatamente creata dalle politiche di contenimento dell’Europa, che costringono oltre 40.000 persone, tra cui 12.000 bambini, a una vita senza speranza. Il nuovo presidente internazionale di MSF, dr. Christos Christou, ha chiesto ai leader europei di assumersi la responsabilità di fornire assistenza e protezione alle persone bloccate sulle isole greche e porre fine alle politiche di contenimento per evitare sofferenze non necessarie.

 Gaza ferita

Ahmed, palestinese, ha 38 anni ed è stato ferito durante gli scontri con l’esercito israeliano nel maggio 2018. Il bilancio medico, umano ed economico di queste rivolte è diventato insostenibile e migliaia di persone dovranno affrontare ferite devastanti e invalidanti – principalmente alle gambe – per il resto della loro vita. Nonostante gli sforzi dei pochi attori presenti, i bisogni eccedono di gran lunga la capacità disponibile e molti feriti aspettano a lungo, con sempre meno speranza, di ricevere cure per le loro lesioni. Nelle cliniche post-operatorie di MSF a Gaza vediamo infezioni croniche causate da batteri resistenti agli antibiotici che complicano ulteriormente il difficile percorso di guarigione. 

Repubblica Democratica del Congo, tra l’Ebola e il morbillo

Donne e bambini, sfollati dalle violenze tra diverse comunità nella provincia di Ituri, si radunano tra le tende nel campo profughi di Bunia. In quest’area della Repubblica Democratica del Congo, dove MSF svolge uno dei suoi principali interventi per numero di visite mediche e fondi impiegati, è in corso una crisi senza precedenti e gli sfollamenti di massa tra la popolazione a causa delle violenze si sommano a due gravissime epidemie: quella di Ebola, che finora ha già fatto oltre 2.000 vittime, e quella di morbillo, ritenuta la più grave e diffusa nel paese degli ultimi anni. 

Messico. Le donne di Guerrero

Ana teme per il futuro: “Quanto ancora dovremo rimanere così? Forse fino a quando un gruppo armato non prevarrà sugli altri. Noi vogliamo solo un futuro per i nostri figli e nipoti”. Rapimenti, estorsioni, violenze sessuali sono i principali pericoli subiti ogni giorno dalle persone bloccate in Messico in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata. I protocolli statunitensi sulla migrazione, in vigore dallo scorso gennaio, impongono a queste persone di restare in Messico durante l’elaborazione delle loro richieste, costringendole di fatto in campi improvvisati dove sono esposte alla violenza dei gruppi criminali. Dal 2012, MSF fornisce cure mediche e assistenza psicologica ai migranti, provenienti per lo più da Honduras, Guatemala e El Salvador, lungo la rotta migratoria in Messico.

Mozambico. La risposta al ciclone Idai

La città di Buzi vista dall’alto dopo le devastazioni provocate dal ciclone Idai, nel mese di marzo. Fin dai primi giorni dell’emergenza, MSF ha avviato una risposta massiva nell’area, allestendo 3 centri di trattamento per il colera, fornendo supporto logistico, tecnico e gestionale al Ministero della Salute per campagne di vaccinazione di massa a Beira, Dondo, Nhamatanda e Buzi e installando punti di distribuzione di acqua pulita, per prevenire la diffusione di epidemie. Nel complesso MSF ha inviato più di 100 tonnellate di forniture mediche e logistiche. 

Mediterraneo Centrale. C’è vita sulla Ocean Viking

Un neonato di soli sei giorni dorme in una culla improvvisata a bordo della Ocean Viking, gestita da MSF in collaborazione con SOS MEDITERRANEE. È stato salvato nel Mediterraneo centrale quando aveva quattro giorni di vita insieme a sua madre e suo fratello più grande. Purtroppo, non tutti riescono ad essere salvati, sono almeno 15.000 mila le persone che hanno perso la vita nelle traversate del Mediterraneo dal 2014, secondo i dati dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite.

 Italia. Migranti e salute: un’esperienza positiva dall’Ex-MOI di Torino

In Italia oltre 10.000 migranti, richiedenti asilo e rifugiati vivono in condizioni di marginalità al di fuori del sistema di accoglienza, e le cose rischiano di peggiorare. A seguito del monitoraggio “Fuori Campo” condotto da MSF negli ultimi quattro anni sugli insediamenti informali in Italia, MSF ha avviato un progetto a Torino, nelle palazzine dell’Ex-MOI, in collaborazione con la ASL Città di Torino, per favorire l’accesso di rifugiati e migranti al servizio sanitario nazionale, superando le barriere linguistiche e amministrative. Nella foto, un ex residente dell’Ex-MOI.

Nigeria. Risposta alla febbre di lassa

Dopo che a un abitante del villaggio di Ndiovu, in Nigeria, è stata diagnosticata la febbre di Lassa, un’équipe di MSF si è recata sul posto per disinfettare la casa del paziente.

MSF, attiva in Nigeria dal 1996, fornisce in particolare assistenza medica in Nigeria nord-orientale dove a distanza di un decennio il conflitto tra gruppi armati e l'esercito nigeriano è tutt'altro che finito. Le persone continuano ad essere costrette a lasciare le proprie case a causa della violenza e molte famiglie sfollate vivono ora in campi gestiti dalle autorità statali o allestiti informalmente a fianco delle comunità locali. La maggior parte degli sfollati sono donne e bambini che dipendono perlopiù dall'assistenza umanitaria per sopravvivere. Si stima che siano 1,8 milioni le persone sfollate negli stati nord-orientali di Borno, Adamawa e Yobe.

Sudan. Scoppio epidemia di malaria nel nord del Darfur

Una madre tiene in braccio suo figlio nel reparto dell’ospedale pediatrico di El Fasher, nel Darfur del Nord, che ospita i pazienti affetti da malaria. Nel 2018 le équipe di MSF hanno trattato 15.000 pazienti per malaria e vaccinato oltre 312.000 bambini.

In Sudan, dove MSF è attiva nel paese dal 1979, ci sono attualmente 2 milioni di sfollati interni e 850.000 rifugiati sud sudanesi.

India. Il lavoro delle cliniche mobili nel Chhattisgarh meridionale

Karam Laccha ha sopportato il dolore per una settimana fino a che non riusciva più a urinare. Sua moglie e suo figlio hanno camminato con lui per 10 km per farlo visitare. Il Dr. Vishwas Reddy di MSF si è accorto subito che le sue condizioni sono gravi. La sua pressione sanguigna era altissima, la sua vescica era in tensione e il suo respiro irregolare. Con la diagnosi di una sospetta malattia renale cronica, il paziente è stato inviato all'ospedale di Bhadrachalma, a due ore di distanza, per ricevere le cure di cui ha bisogno.

 “Non chiediamo mica la luna”. MSF chiede a J&J di abbassare il prezzo del farmaco anti-Tubercolosi

A ottobre attivisti di MSF hanno manifestato in tutto il mondo per chiedere alla Johnson&Johnson di abbassare a 1 dollaro al giorno per paziente il prezzo della bedaquilina, uno dei principali farmaci contro la Tubercolosi, che uccide ogni anno 1,6 milioni di persone. Nella foto le proteste a San paolo in Brasile. Dopo la campagna “Non chiediamo mica la luna”, lanciata nei 20 anni della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF, l’azione di protesta insieme a società civile, attivisti ed ex pazienti, continua anche nel 2020. In Italia si può firmale la petizione su www.msf.it/abbassailprezzo

Una comunicazione più efficace da parte del mondo accademico. I giornalisti che devono valersi di fonti serie e attendibili. Con questo mix si possono sconfiggere le fake news. È uscito questo tema dalla quinta Giornata di studio sulle migrazioni nell’ambito del Master di I livello in Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza e integrazione promosso dal Dipartimento Scienze Politiche della Federico II di Napoli, Associazione studi giuridici sull’immigrazione e coop sociale Dedalus.

Alla Giornata che ha coinvolto gli studenti del master, ricercatori e docenti si è svolto un dibattito partendo dagli autori di tre libri. “Sono almeno una decina ogni le pubblicazioni in stile rapporto o annuario sul tema delle migrazioni”, ha detto Salvatore Strozza, coordinatore del Master, che con Giuseppe Gabrielli hanno organizzato un format in stile talk con i giornalisti Giuseppe Manzo, direttore di nelpaese.it, e Tiziana Grassi di Rai International, studiosa di migrazioni e autore di un libro sull’accoglienza.

Il primo a intervenire è stato Michele Colucci del Cnr e autore del libro “Storia dell’immigrazione straniera in Italia: dal 1945 ai nostri giorni”. Si tratta di un lavoro che vuole inquadrare il fenomeno migratorio dentro tutta la storia repubblicana: “nella nostra Costituzione c’è il diritto d’asilo perché molti costituenti conobbero la fuga e l’asilo politico”, sottolinea Colucci. Inoltre, secondo il docente, il fenomeno "emigrazione e immigrazione è molto fluttuante e pone la questione delle aree interne che vanno spopolandosi". 

Dopo questo sguardo storico il dibattito si è focalizzato su due punti cruciali: la religione e il lavoro. Con Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza e autore del volume “Il Dio dei migranti”. “Per capire le migrazioni bisogna capire le religioni: ogni migrante viaggia con un oggetto religioso in tasca come è conservato in uno spazio curato da alcuni attivisti a Lampedusa”. Sfatato un luogo comune: tra gli stranieri in Italia la prima religione non è l’Islam ma il Cristianesimo, soprattutto ortodosso.

Le tre “R” religione, rispetto, risorsa rappresentano la possibilità per i migranti di costruire comunità come per gli ortodossi nella cattedrale in ristrutturazione a Torino.

A concludere la mattinata è stato il sociologo Francesco Carchedi che con l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil ha curato il rapporto “Agromafie e caporalato”. Anche sfatato un luogo comune: il caporalato non riguarda solo il Sud ma anche ampie zone del Nord. Si parte dalla legge 199 che “il governo Conte I ha provato a smantellare perché si fa riferimento soprattutto al concetto dello sfruttamento più che del caporale”. Carchedi ha individuato tre tipologie di imprese coinvolte: quella legale, quella “grigia” e quella illegale. “Non è una questione di controlli ma di sistema: i primi a opporsi al primo capitolo della legge 199 sono le associazioni di categoria delle aziende agroalimentari”.

Nel 1995 Alda Merini, invitata dalla cooperativa Il Margine di Torino a un’iniziativa del Centro Sociale Basaglia all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Collegno, ha voluto lasciare alla cooperativa una poesia nata sull’emozione di quella serata.

È una poesia inedita che allude alla follia e ai fiori liberi che, comunque, nascono e fioriscono anche in manicomio; che parla di dolore, ma anche della bellezza indistruttibile della vita.

Oggi quella poesia è diventata il tredicesimo mese del calendario 2020 del Margine che chiude il 2019, anno del quarantennale della cooperativa, ma che vuole rappresentare un mese di tempo infinito dove chi lavora nel sociale può ritrovare lo slancio per continuare a lasciare la propria cifra sui territori in cui lavora. A partire dai soci.

Perché è proprio qui il senso dell’agire cooperativo: stare nei territori, contribuire a trasformarli, creare reti, lavorare alla costruzione di comunità solidali, che non temono di misurarsi con chi richiede cura e protezione, perché più fragile.

Ed è proprio questa sfida che, quest’anno, vi invitiamo a mettere al primo posto nella lista dei buoni propositi per il 2020. Continuare a costruire presidi di senso e lavoro all’interno dei nostri territori.

Qualche numero. Secondo gli ultimi dati forniti da ACI Piemonte, l’8% del Pil regionale è rappresentato dal lavoro cooperativo. In termini di persone, questo significa circa un milione di soci e oltre 70.000 addetti (prevalentemente donne e prevalentemente a tempo indeterminato).

Tra le cooperative piemontesi si contano tra le più grandi realtà del nostro paese, cooperative longeve, con una storia importante. Nella sola provincia di Torino, sono presenti realtà che da settant’anni (pensiamo alla cooperativa Astra di Torino), quaranta (il Margine, Valdocco, Educazione Progetto, La Nuova Cooperativa, Frassati…), più di trenta (Progetto Muret, Progest, Il Sogno di una cosa, Chronos…) continuano a immaginare percorsi innovativi nell’ambito   dell’integrazione sociale e sanitaria e nel welfare di comunità, nell’inserimento lavorativo di fasce deboli del mercato del lavoro.

Un lavoro continuativo, attento, che ha messo radici e che, oggi, è un patrimonio importante che merita cura e manutenzione costante.

Facciamone tesoro nel 2020.

Coop sociale Il Margine

 

 

 

È Arisa la madrina dell'edizione 2020 del Premio Bianca d'Aponte di Aversa, il contest italiano per cantautrici ormai diventato un appuntamento di grande prestigio nel panorama musicale italiano. L'annuncio è stato dato in una serata speciale del Premio, tenutasi a Roma mercoledì sera al Teatro Eduardo De Filippo dell'Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, serata in cui è stato anche presentato il nuovo bando di concorso.

Ad Arisa spetterà il compito di presiedere la giuria nella prossima edizione del concorso, prevista al teatro Cimarosa di Aversa il 23 e 24 ottobre 2020, e di cantare e incidere un brano di Bianca d'Aponte, la cantautrice a cui è dedicato il Premio.

Il Premio Bianca d'Aponte, che si avvale della direzione artistica di Ferruccio Spinetti, arriverà nel 2020 alla sua 16a edizione. Il bando di concorso e la scheda di iscrizione sono disponibili su www.premiobiancadaponte.it . La partecipazione è come sempre gratuita, mentre la scadenza è fissata al 28 aprile.

Arisa segue altre esponenti di rilievo della musica in Italia che hanno svolto il ruolo di madrine nelle precedenti edizioni: Rachele Bastreghi dei Baustelle, Rossana Casale, Ginevra di Marco, Cristina Donà, Irene Grandi, Elena Ledda, Petra Magoni, Andrea Mirò, Simona Molinari, Nada, Mariella Nava, Brunella Selo, Tosca, Paola Turci e Fausta Vetere.

Nella serata di Roma si sono alternati sul palco la vincitrice assoluta del 2019 Cristiana Verardo, quella del premio della critica "Fausto Mesolella", Lamine, e le altre finaliste di quest'anno Chiara Bruno, Eleonora Betti, La Tarma, Martina Jozwiak, Rebecca Fornelli, Giulia Ventisette e ChiaraBlue. In veste di ospiti, si sono invece esibiti Tosca, Musica Nuda, Giuseppe Anastasi, Alessio Bonomo, Giuseppe Barbera e Luigi Salerno. A condurre è stata Carlotta Scarlatto.

Intanto, su Sardegna 1 TV ogni sabato alle ore 21.15 fino al 28 dicembre stanno andando in onda quattro speciali dedicati all'ultima edizione del Premio, curati da Ottavio Nieddu, con la realizzazione televisiva e la regia di Nino Gravino. Le trasmissioni sono fruibili in Sardegna sul canale 19 del digitale terrestre e ovunque in streaming sul sito www.sardegna1.it

 

L'European Pink Floyd Experience dei Pink Sonic è il tour che vede la band esibirsi live per la prima volta sui palchi dei principali teatri italiani. Prossima tappa sabato 21 dicembre a Roma all'Auditorium Parco della Musica Sala Sinopoli (Viale Pietro de Coubertin, 30 – inizio concerto ore 21.00).

I Pink Sonic portano live uno spettacolo fresco ed emozionante, della durata di 140 minuti, con un puro approccio rock alla musica della band inglese. La riproduzione fedele dello stile di Gilmour, l'intesa e l'interazione tra i musicisti, le luci, i laser e l'immancabile schermo circolare di 5 metri fornito di 32 luci rendono gli show dei Pink Sonic un'esperienza unica della musica pinkfloydiana dal vivo, non solo per i virtuosismi tecnici dei singoli artisti ma anche per l'utilizzo meticoloso della stessa strumentazione musicale.

La band è composta da: Francesco Pavananda (chitarra, voce principale), William Moor (batteria), Michele Lavarda (basso e voce), Gioel Stradiotto (tastiere), Gabriele Andreotti (sassofono), Marco Marinato (chitarra ritmica), Valerie Buckley (voce), Manuela Milanese (voce), Nicole Stella (voce).

I Pink Sonic sono una band veneta nata nel 2011 da un'idea di Francesco Pavananda, il frontman del gruppo. Hanno all'attivo oltre 200 concerti sia in Italia che all'estero e sono stati protagonisti nel 2013 di una tournée che ha visto la partecipazione di Lorelei e Durga Mc Broom – le due famose coriste dei Pink Floyd che si sono ritrovate a cantare in Italia dopo oltre 20 anni dal loro ultimo concerto con la formazione originale a Venezia nel 1989. I Pink Sonic sono una celebrazione della musica dei Pink Floyd. La fortuna di questo progetto si basa sul preciso studio fatto da Pavananda nel tentativo di ricreare, quasi filologicamente, le medesime sonorità e le spettacolarizzazioni dei Pink Floyd, trasformando lo spettacolo in uno show unico nel suo genere.

I biglietti per le date del tour sono disponibili in prevendita sul sito ufficiale dei Pink Sonic: www.pinksonicshow.com

 

Quella dal Venezuela alla Colombia rappresenta la seconda più ampia migrazione di massa al mondo, ma la comunità internazionale continua ad ignorare la situazione disperata di migranti e richiedenti asilo nel paese. La risposta umanitaria resta ampiamente limitata, in particolare nelle aree rurali colpite dal conflitto armato e dalle violenze della criminalità.

Negli ultimi anni più di 1,6 milioni di venezuelani ha attraversato il confine colombiano, fuggendo da una crisi politica ed economica che impedisce l’accesso ai mezzi fondamentali di sopravvivenza. Questo dato sottostima la reale dimensione di questa crisi visto che molte persone non sono registrate dalle autorità per mancanza di accesso alla documentazione. Inoltre, tra il 25 e il 75% della popolazione entra in modo irregolare in Colombia, rendendo difficile avere un dato ufficiale.

I migranti venezuelani in Colombia devono affrontare una situazione senza precedenti rispetto ai massicci movimenti di popolazioni degli ultimi anni. La maggior parte di loro ha lasciato una situazione difficile nel paese d’origine, ma una volta attraversato il confine non ha trovato un luogo sicuro, soprattutto se si sono stabiliti in aree periferiche e remote del paese. Rischiano di essere reclutati da gruppi armati o di finire a lavorare nelle coltivazioni illegali, subiscono discriminazioni, violenze sessuali e prostituzione forzata.

A differenza di molti paesi nell’area, la Colombia ha tenuto i suoi confini aperti per accogliere i venezuelani, anche se il paese non ha esperienza né risorse adeguate per rispondere ai loro bisogni. Molti migranti dormono in strada al loro arrivo, poi si sistemano in baraccopoli o case sovraffollate. Difficili condizioni di vita, mancanza di accesso all’acqua e scarse condizioni igieniche hanno un impatto diretto sulla loro salute.

Dalla fine del 2018 Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato tre progetti di salute primaria e mentale per i migranti venezuelani nei dipartimenti di confine di La Guajira, Norte de Santander e Arauca. In circa un anno le équipe di MSF hanno effettuato più di 50.000 visite mediche. Nonostante questi numeri non rappresentino la portata della crisi, indicano le enormi difficoltà che queste persone devono affrontare per accedere a cure mediche, cibo adeguato, alloggio e protezione.

Per quanto riguarda l’accesso alle cure mediche, la risposta offerta ai migranti dal sistema pubblico è limitata soltanto a emergenze, parti e vaccinazioni. Ma i bisogni sono decisamente più ampi rispetto a questi servizi. I pazienti che soffrono di malattie croniche hanno bisogno di cure continue, ma le cure specialistiche adeguate non vengono garantite. Inoltre, non esistono servizi di assistenza psicologica per chi ne ha bisogno. 

L’accesso limitato all’assistenza medica riproduttiva e sessuale è un problema grave. Circa il 68% delle risorse totali allocate nel 2019 per questa crisi migratoria in Colombia venivano dagli Stati Uniti. Ma la politica statunitense nota come la legge del “bavaglio globale” (o “Mexico City Policy”) ha tagliato i fondi per progetti all’estero che includano attività legate agli aborti, incluse le attività di sensibilizzazione delle donne sulla salute riproduttiva. Molte organizzazioni in Colombia hanno tagliato servizi legati a questo ambito per evitare di perdere i fondi, hanno ridotto i servizi medici sulla salute riproduttiva e sessuale per mancanza di accesso ai fondi da altre fonti, o sono stati costretti a terminare entrambi i tipi di assistenza.

I servizi legati alla salute riproduttiva, incluso l’aborto sicuro, sono molto richiesti dalle donne migranti venezuelane. Nei progetti di MSF nelle aree di confine, per esempio, circa una visita su cinque è legata a questo aspetto.

MSF chiede un impegno maggiore da parte della comunità internazionale per rispondere a questa crisi umanitaria. Stiamo assistendo all’esodo di più di 4,7 milioni di persone dal Venezuela, circa un terzo dei quali si trova in Colombia, un paese che non ha le risorse adeguate per rispondere in modo adeguato a questa crisi. È urgente smettere di minimizzare le sofferenze di migranti e richiedenti asilo venezuelani e assicurare un impegno finanziario più ampio senza condizioni per dare una risposta costante e coerente a questa crisi.

Niente “valige augurali” a Capodanno e altre storie

Il Capodanno in Venezuela si festeggiava con diversi rituali: uva e lenticchie, biancheria gialla, una manciata di soldi e, dopo mezzanotte, si prendeva una valigia e si faceva un giro dell’isolato per attirare opportunità di viaggi e avventure.

Ma i venezuelani non festeggiano più la fine dell’anno con le valigie. Per chi rimane nel paese, sono diventate emblemi di tristezza e di separazione familiare. Per chi è stato inghiottito dalla crisi politica, sociale ed economica del paese, sono simbolo di una realtà dolorosa. Dolorosa perché hanno dovuto lasciare la loro famiglia, la casa e il lavoro ma anche per la quasi assenza dell’assistenza sanitaria nei paesi ospitanti.

Elias* ha 51 anni e soffre di retinopatia diabetica, una malattia che gli ha danneggiato la vista. È arrivato a Tame (Arauca) due settimane fa con la sua valigia, il desiderio di riunirsi con le figlie e di ricevere la dialisi di cui aveva bisogno. Ha quattro figlie, la più grande è rimasta in Venezuela mentre le altre tre di 19, 17 e 24 anni vivono con lui in Colombia. “In Venezuela, i test medici sono cari, tutto è trasformato in dollari e manca ogni tipo di fornitura” racconta. “Le attrezzature mediche non funzionano bene, si rompono e non vengono più riparate. Anche lo staff medico e tecnico ha abbandonato il paese”.

Elias, un commerciante in Venezuela, è venuto nella clinica di MSF a Tame per capire come poter fare la dialisi. La Colombia non garantisce cure ai venezuelani affetti da patologie croniche. L’unica soluzione per lui sarebbe richiedere asilo per disabilità, ma può essere un processo lungo. “Almeno da MSF mi hanno visitato e mi hanno detto che sono stabile” racconta. Se gli verrà concesso lo stato di rifugiato, non potrà tornare in Venezuela, dove vive la sua figlia maggiore.

“In Venezuela mia figlia stava morendo di malnutrizione” racconta Juan Marcos*, giovane padre di tre figli. “Prima di lasciare morire una bambina di fame in Venezuela, ho preferito mille volte portarla qui. Almeno qualcuno le darà un biscotto e potrà mangiare.” In Venezuela era meccanico, ora ricicla la spazzatura che riesce a recuperare e vive per strada.

Victoria*, 21 anni, di Valencia con due figli, è stata convinta a lasciare il Venezuela ed è una delle tante donne che spinte dalla necessità e mancanza di lavoro si sono ritrovate costrette a prostituirsi in Colombia. In questo modo possono guadagnare qualcosa e inviare i soldi alle famiglie. “Mi hanno detto che qui potevo vivere dignitosamente, mangiare bene e mandare i soldi nel mio paese. Non immaginavo fosse così dura”, racconta la giovane madre.

Dopo aver subito maltrattamenti e violenze ha perso peso arrivando a 45 chili, a causa di febbre e vomito. Ora si sta riprendendo, ma non potendo lavorare non sta più mandando i soldi alla famiglia rimasta in Venezuela.

Jesús ha 27 anni e vive Saravena (Aruaca), gli è stato diagnosticato l’HIV cinque anni fa e quando ha lasciato il Venezuela ha dovuto interrompere il trattamento della malattia. È riuscito a rimediare qualche scorta di medicinali come pillole dal mercato nero. “Sono andato in una clinica mobile di MSF per fare accertamenti sullo stadio della mia malattia. Vorrei avere i soldi per curarmi in Venezuela ma il mio paese è al collasso. Sono venuto qui anche per ricevere assistenza psicologica a causa dei traumi che ho vissuto nella mia vita. Oggi riesco a ricevere i trattamenti per l’HIV solo a Cúcuta e andare lì significa investire tanto tempo e soldi” racconta Jesús.

In Colombia MSF fornisce trattamenti gratuiti in due centri a Cúcuta e Bogotá, e nelle prossime settimane, dopo aver raggiunto un accordo con la Fondazione per la cura dell’AIDS del Colombia, fornirà i trattamenti anche a Tibú e Tame.

 

 

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