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Martedì, 07 Aprile 2020

Una settimana di lavoro, sul campo. Studenti del Politecnico di Torino, tecnici, operatori e persone con disabilità, a passarsi pala e martello, a scavare, spostare terra. Costruire.

Una vera meraviglia per gli occhi. Per chi c’era e ha dato concretezza a termini così abusati come “progettazione partecipata” e “inclusione sociale”.

Succede grazie a un “workshop di autocostruzione” gestito dal team studentesco AUT del Politecnico di Torino e destinato a un servizio della cooperativa sociale Il Margine. Succede a Collegno, animato Comune della Città Metropolitana di Torino, sede di uno dei più grandi ospedali psichiatrici italiani.

Qui, la cooperativa Il Margine ha recuperato da tempo un’area che storicamente era l’azienda agricola che nutriva il manicomio, per dare forma a un nuovo servizio immaginato per offrire opportunità di lavoro a persone con disabilità o altre forme di svantaggio, avviare percorsi riabilitativi attraverso attività di produzione ortofrutticola e florovivaistica.

Negli anni, il servizio conosciuto da tutti con il nome di “Orto che cura” è diventato un punto di riferimento cittadino, un luogo aperto a tutti, un centro di produzione in campo e in serra. Ed è proprio in questo luogo simbolico che il 13 febbraio scorso è iniziato il workshop di autocostruzione. Nelle intenzioni del progetto, la realizzazione di strutture temporanee per la coltivazione, l'interazione e la condivisione sociale, all'interno degli orti storicamente attivi.

Ma, evidentemente, dietro l’attivazione del cantiere, c’è molto di più. Per il team di AUT, il workshop ha rappresentato l’occasione per mettere in pratica i principi della progettazione partecipata, ma anche per testare la propria capacità di interpretare desideri e immaginari collettivi per migliorare un luogo che ha un ruolo fondamentale nella rieducazione e nel reinserimento sociale e lavorativo di persone con diverse difficoltà.

Per i ragazzi e gli operatori dell’Orto che cura, invece, si è trattato di sperimentare una settimana all’insegna dell’integrazione, della progettazione e realizzazione condivisa, lavorando accanto a persone che provengono da mondi molto diversi, ma che hanno deciso di mettersi in gioco e di condividere con grande entusiasmo le loro competenze.

Primi passi verso il workshop

A Novembre del 2019, il team del Politecnico ha incontrato la maggior parte dei frequentatori attualmente attivi all’Orto che cura, per conoscerli e registrare aspettative di miglioramento rispetto a uno spazio che per loro è lavoro, occasione di socializzazione, “cura”.

“Ciò che abbiamo condiviso ha superato di gran lunga le nostre prime aspettative – spiegano i ragazzi di AUT – Ci siamo trovati di fronte a una vera e propria comunità di persone unite da rapporti che vanno al di là della collaborazione lavorativa nell’orto, ma rispecchiano piuttosto legami familiari di condivisione del quotidiano”. “Per noi, riuscire ad interfacciarci con una vera e propria comunità che vive ordinariamente, cura e “si cura” attraverso un luogo condiviso e pronto ad accogliere differenze e difficoltà, è sicuramente stato un momento decisivo”.

AUT nasce con l’obiettivo di portare l’architettura al di fuori delle mura, teoriche e fisiche, della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, collaborando con attori affini presenti sul territorio (persone, gruppi, associazioni, ...) per progettare e realizzare direttamente manufatti e strutture caduche che possano trasformare positivamente gli spazi rispondendo alle esigenze di chi questi spazi li vive.

“Fin da subito, l’ipotesi di organizzare un workshop in un contesto come l’Orto che cura ci è sembrata un’ottima possibilità, del tutto in linea con i principi di AUT – spiegano i membri del team. “Poter lavorare con e per le persone che frequentano l’Orto che Cura, con le loro diverse abilità e peculiarità, è per noi motivo di grande orgoglio e di accrescimento personale e professionale”.

Le ricadute sociali di una cooperazione virtuosa

L’aspetto innovativo del progetto è evidentemente la sua ricaduta sociale, non solo sul territorio ma anche nei confronti di tutti gli attori che a diverso titolo hanno contribuito alla buona riuscita del workshop.

“Questo progetto ha rappresentato una grande opportunità per AUT – precisano a più voci gli studenti del Politecnico - Riuscire a coinvolgere le persone seguite dalla cooperativa il Margine in semplici attività di costruzione, ha avuto per noi un valore enorme.

Insieme abbiamo realizzato vasche contenitive per la semina, abbiamo recuperato l’antica conigliera trasformata in luogo di aggregazione, abbiamo costruito panche in legno per una migliore condivisione degli spazi dell’Orto.

Tutti si sono sentiti protagonisti di un processo trasformativo dove anche il più piccolo contributo ha significato moltissimo per la riuscita finale del progetto che, evidentemente, va al di là della costruzione e che, ci auguriamo, sarà evidente a chi frequenta ogni giorno l’Orto che Cura”.

Ritroviamo le stesse valutazioni anche nei commenti a caldo di chi lavora all’Orto per la cooperativa Il Margine. I primi a esprimere entusiasmo sono proprio i signori che frequentano il servizio: “Mi aspettavo, e così è stato, tante cose belle, conoscere tante persone nuove ed essere partecipe nel lavoro”, precisa Michele. “E adesso potremo anche fare un laboratorio di pittura”, si augura Gianfranco.

“E coltivare pomodori, zucchine e melanzane” aggiunge Mihai. “Ho trovato nuovi amici e ho fatto un’esperienza nell’ambito del lavoro agricolo che mi servirà per il futuro”, aggiunge Marco, uno dei ragazzi in inserimento lavorativo all’Orto che cura.

“Questa esperienza ha migliorato il mio apprendimento – continua Roberto, anche lui in inserimento lavorativo -. Vorrei crescere in questo settore, perché spero di trovare un posto di lavoro, magari proprio questo, per il mio futuro”.

“È stato bello conoscere persone nuove che hanno portano saperi che non conoscevo e che non ho mai avvicinato”, conclude Paolo, un altro degli inserimenti lavorativi. “È stata una settimana all’insegna dell’integrazione, della progettazione e realizzazione condivisa – conclude, sorridendo, Paola, coordinatrice del servizio – che ha dato una nuova forma al luogo che tutti noi frequentiamo tutti i giorni”.

Stare sui territori, creare reti tra soggetti diversi e dare respiro a nuove opportunità di collaborazione è la grande sfida che ogni giorno la cooperazione sociale si trova ad affrontare. Quando accadono progetti come quello di AUT all’Orto che cura di Collegno è una gran bella boccata d’ossigeno.

 

Obiettivo raggiunto e superato per la campagna di crowdfunding “Tutti in cucina”, partita a ottobre 2019 con l’obiettivo di supportare, attraverso il sostegno della Fondazione Noi Legacoop Toscana, la realizzazione di una cucina accessibile nell'ambito del progetto PRAMA, promosso da Fondazione AMI e AVIS Prato.

Attraverso donazioni on line sul sito https://tuttincucina.starteed.eu/ ed eventi organizzati sul territorio grazie al coinvolgimento della comunità pratese – ultima in ordine di tempo la serata conclusiva di raccolta fondi che si è svolta al circolo Arci Olimpia di Tavola a Prato – è stata raggiunta la cifra complessiva di 12mila euro, superando così l’obiettivo di 10mila euro fissato all’inizio della campagna.

Alla serata di ieri al circolo Arci Olimpia di Tavola hanno preso parte Claudio Sarti, presidente della Fondazione AMI Prato, Marco Paolicchi responsabile del Dipartimento Welfare Legacoop Toscana ed Enrico Cavaciocchi, presidente Arci Prato.

“Il nostro ringraziamento va a tutti coloro che con generosità hanno aderito alla campagna di raccolta fondi donando sul web - commenta Marco Paolicchi, responsabile Dipartimento Welfare di Legacoop Toscana -, alle realtà associative del territorio, in particolare ad Arci Prato, che ha organizzato cene nei propri circoli a sostegno del progetto e alle cooperative sociali pratesi aderenti a Legacoop Toscana che si sono impegnate per la riuscita dell’iniziativa”.

Nell’ambito della campagna la Fondazione NOI – Legacoop Toscana ha organizzato alla fine di novembre all’Officina Giovani l’evento “Una serata per Prama” che ha visto oltre duecento partecipanti.

La raccolta fondi supporterà la realizzazione di una cucina accessibile nell’ambito del progetto Prama, promosso da Fondazione AMI e AVIS Prato, che ha come obiettivo la nascita di un centro ludico motorio inclusivo dedicato a bambini e ragazzi, all’interno della palazzina AVIS in Sant’Orsola a Prato. La cucina di Prama dovrà essere uno spazio inclusivo e accessibile a tutti, in cui svolgere attività ludiche e ricreative, formative e laboratoriali. I fondi raccolti saranno utilizzati per l'acquisto dei mobili della cucina, fatti su misura e accessibili anche a persone con disabilità ed eventualmente per l’acquisto di elettrodomestici e accessori per i laboratori.

 

Quello che sta avvenendo ultimamente in Italia, ai tempi del coronavirus, fa tornare in mente un libro che ho tanto amato in gioventù e che sembra essere attuale e verosimile come mai finora.

Scritto dal premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, il romanzo “Saggio sulla Cecità” (in italiano “Cecità”) narra di una cittadina senza nome che improvvisamente e senza motivo viene colpita da una strana epidemia che rende le persone cieche. L’esordio della malattia avviene in modo molto semplice, si insinua nelle vite delle persone senza che se ne accorgano: ferme al semaforo, in una sala d’attesa, in giro per negozi. Il contagio si propaga con la facilità di un’influenza e senza alcun sintomo rendendo le persone cieche, di una cecità assurda, bianca, di troppa luce – anziché scura e buia come ci si aspetterebbe.

Il governo con i politici e i militari cercano di prendere misure precauzionali e decidono di isolare gli infetti in un ex-manicomio, nutrendoli e accudendoli a distanza, ma poco a poco tutti spietatamente si ammaleranno e non rimarrà più nessuno a sorvegliare la città, le case, gli spazi pubblici. Tutti sono destinati ad ammalarsi tranne una persona, la moglie di uno dei primi pazienti, che per ironia della sorte e di Saramago è un medico oculista. Ma si fingerà cieca anche lei per seguire il marito in isolamento e racconterà attraverso i suoi occhi, gli unici rimasti sani, quello che avverrà in una società malata, cieca e abbandonata a sé stessa.

Il “mal bianco” è, in questo affascinante romanzo, la cecità dell’anima che inizia con l’essere indifferenti alle piccole cose e finisce per far “perdere completamente il senso della vita”, dando per scontata ogni cosa che non sia sé stessi: le persone che ci circondano, quel che accade intorno a noi, da cosa siamo dipendenti, quante interrelazioni abbiamo nel quotidiano e senza accorgercene è come se non le percepissimo più, né con gli occhi né con l’anima. Come dice la moglie del medico: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

La malvagità, l’egoismo e l’indifferenza, in questa lettura antropologica pessimistica della società moderna, prevarranno e porteranno fuori il peggio degli esseri umani, che non si esimeranno dal prevaricare sui più deboli, rubare il cibo, abusare delle donne, degenerando in una spirale di violenza, lerciume e promiscuità in cui solo eccezionalmente balenano sprazzi di solidarietà e umanità. Di fonte a un’emergenza collettiva, che richiederebbe ordine, collaborazione e una pacifica coordinazione di tutti, la società cosiddetta civile regredisce in una forma di dittatura dei malvagi, torna in vigore la legge del più forte, prevale la logica dell’homo hominis lupus in cui ognuno pensa solo a sé stesso a discapito del prossimo, perdendo ogni senso di solidarietà. E nemmeno sul finale, che resta aperto alle interpretazioni, in cui misteriosamente le persone guariscono e si riappropriano di una città distrutta in uno scenario postbellico, pare che l’autore riponga una speranza nel fatto che la società, imparando da quanto è appena accaduto, possa migliorare.

Uscendo dal seminato dell’autore, che intitolò il seguito del romanzo “Saggio sulla Lucidità” e descrisse una società ancora più spietata – se possibile – di quanto non aveva già fatto, il tema fondamentale credo che sia quello dell'indifferenza, nel libro così come nei giorni nostri, che nei momenti di difficoltà si insinua tra le persone e le rende estranee le une alle altre. L’indifferenza rende ciechi e si diffonde come un virus, tra persone che non hanno un nome, ma sono caratterizzate solo da una descrizione fisica: la ragazza con gli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, il ladro di automobili, il corridore, il medico, il paziente zero.

La Moglie del Medico è l’unica in grado di vedere gli Altri perché rappresenta il Bene in mezzo al Male, già da prima e soprattutto durante l’epidemia di massa lei è l’ultimo brandello di umanità rimasta. Ci racconta con lucidità quello che accade quando una società viene stravolta, quando prevalgono cattiveria e indifferenza, quando la prevaricazione, il razzismo e il panico prendono il sopravvento. Solo la lucidità, non solo della vista ma anche e soprattutto della ragione, le permette di essere immune alla malattia e di sopravvivere, insieme ad altri, ai gesti più malvagi e bestiali di uomini che non hanno più discernimento di cosa è legittimo e cosa no, di cosa è giusto, equo, umano.

Lei, al contrario, si prende carico di portare avanti le azioni più pietose verso i malati sofferenti, i feriti e i morti, si “sporca” lei stessa a sua volta per sopravvivere e far sopravvivere, fa dono e sacrificio di sé per la salvezza degli altri, anche quando sembra non esserci più nulla in cui sperare. E se è vero che “la cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non ci sia più speranza”, allora speriamo che ci sia un po’ della Moglie del Medico in tutti noi che ci aiuti a vederci bene in questa società.

Alessia Bellino

 

 

In un momento storico come questo fine febbraio 2020, che porta agli occhi e alle orecchie di tutti le preoccupazioni in merito alla diffusione del contagio da Coronavirus, sappiamo quanto sia importante che, al di là di ogni inutile o addirittura dannoso allarmismo, prevalga il senso di responsabilità, cooperazione e coesione di ogni singolo componente della collettività. Per fare in modo che la vita sociale ed economica delle regioni colpite e del Paese intero non venga seriamente compromessa anche in futuro, è necessaria una collaborazione costante tra istituzioni, cittadini, personale sanitario, informazione, mondo del lavoro e terzo settore.

Nel corso delle giornate del 23 e 24 febbraio, con l’Ordinanza del Ministero della Salute e poi della Regione Emilia Romagna, le prescrizioni preventive si sono andate a modificare in modo significativo e hanno cambiato le possibilità di riapertura diverse attività, quelle scolastiche in primis.

È nostro dovere e nostro interesse, quindi, fare in modo che le comunicazioni istituzionali e gli adempimenti normativi vengano recepiti nel modo più accurato e scrupoloso possibile all’interno delle nostre strutture, per rendere possibile il proseguimento delle attività di cura e di assistenza che ogni giorno vengono svolte a sostegno di persone che, in questo momento più che mai, sono vulnerabili e di cui ci prendiamo cura con attenzione e responsabilità.

Ma un’attenzione in particolare va rivolta anche a chi si prende cura di queste persone e che, nonostante le difficoltà, rende possibile garantire il corretto funzionamento dei servizi socio-assistenziali, le prestazioni infermieristiche e altre attività a sostegno di persone fragili e contestualmente l’applicazione dei protocolli di sorveglianza contro la diffusione del Coronavirus: sono i nostri operatori socio-sanitari, gli educatori, i coordinatori, gli infermieri, gli ausiliari e tutto il personale che lavora a contatto con i nostri ospiti e pazienti e i loro famigliari. Solo grazie ad una stretta collaborazione tra cittadini, professionisti e istituzioni si può salvaguardare la tutela della comunità e la protezione dei soggetti fragili e, in questa direzione, la Cooperativa Gulliver si sta impegnando a proteggere i propri lavoratori ed a garantire ai propri utenti servizi di qualità nelle strutture in gestione che sono aperte e funzionanti.

Ai lavoratori di Gulliver attivi, che ad oggi, sono oltre un migliaio, poco più del 50% della forza lavoro totale, si sta garantendo un adeguato supporto informativo ed operativo al fine di consentirgli di operare al meglio. Per i lavoratori invece che sono coinvolti nelle chiusure dei servizi scolastici ed educativi, l’impegno è dedicato ad individuare dispositivi concreti ed efficaci al sostegno economico del personale attualmente non in servizio, questo in stretto rapporto con le diverse articolazioni di Legacoop. Come avvenne all’epoca del sisma del 2012 in Emilia, allo stesso modo si stanno attivando sistemi di prevenzione e strategie di azione che assicurino il proseguimento delle attività nel modo più regolare possibile, al di là delle ripercussioni economiche e socio-culturali che verranno conteggiate in seguito, quando ci saranno le condizioni per farlo.

Ma nel frattempo, come si dice da queste parti, “teniamo botta” e ringraziamo tutte le colleghe ed i colleghi che, ognuno per il proprio ruolo e le proprie mansioni, stanno contribuendo a portare avanti la gestione dei Servizi di Gulliver, con la promessa che avremo cura di tutti – lavoratori, ospiti, famigliari e cittadini – nell’interesse della collettività e delle persone, come facciamo da più di 40 anni.

Massimo Ascari - presidente di coop sociale Gulliver

 

 

 

Siglato un accordo tre l'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Napoi e Federconsumatori Campania per la tutela dei diritti dei cittadini. L'accordo prevede la collaborazione tre i due enti nel fornire informazioni ai consumatori circa le comuni aree di azione. L'accordo prevede inoltre che un consulente legale dell'associazione dei consumatori faccia sportello una volta a settimana presso la sede dell'Ordine sita in piazza dei Martiri a Napoli.

«Siamo lieti di questo accordo. Siamo fiduciosi che questa relazione rafforzerà la nostra azione sul territorio napoletano e siamo certi che questo accordo produrrà risulta utili per i cittadini che si rivolgono alla nostra associazione». A dirlo il presidente di Federconsumatori Campania, Rosario Stornaiuolo.

L'emergenza Coronavirus sta colpendo in modo grave la cooperazione sociale e i suoi lavoratori. In 6 regioni sono a casa circa 20mila operatori dei servizi di welfare con la chiusura di scuole e asili nido e servizi connessi.

Nel dettaglio, per le 6 regioni del nord oggetto di ordinanza restrittiva, emergono questi numeri: Emilia-Romagna oltre 5mila lavoratori; Friuli Venezia Giulia 3mila; Lombardia 4mila; Piemonte 3mila; Veneto 2.600 e Liguria 650. Nella sola Lombardia le perdite stimate in questa settimana per le cooperative sociali ammontano a oltre 1,5 milioni: in totale si può stimare un danno di circa 10 milioni. In Piemonte gli unici servizi garantiti sono i centri per le persone con disabilità, residenziali e semiresidenziali.

In tutte queste regioni tutte le attività saranno ferme fino a domenica primo marzo, in attesa di nuove disposizioni regionali e nazionali. Nello stesso tempo i nostri operatori socio-sanitari e sanitari sono in prima fila seguendo le direttive del ministero della Salute e le cooperative garantiscono la massima collaborazione preservando gli standard di qualità dei servizi nei quali sono impegnate.

"Siamo di fronte a una grave crisi del settore- dichiara la presidente nazionale Eleonora Vanni- Sono urgenti misure e interventi per sostenere il settore e i 20 lavoratori a rischio dentro questa emergenza. Accanto alla gestione dell'emergenza sanitaria il governo e le regioni devono prontamente occuparsi anche delle ricadute sulle imprese e sui lavoratori per evitare che ad emergenza si sommi altra emergenza sociale ed economica. La cooperazione sociale è disponibile a collaborare per individuare le soluzioni praticabili".

 

Nella bellissima sala gialla del CNEL a Roma, gremita di persone, si è tenuta il 25 febbraio l’iniziativa “Nidi d’infanzia – Investire sulla qualità sostenibile”, realizzata da Legacoop Lazio e Legacoopsociali. L’iniziativa nasce per ricordare a tutta la comunità educante e ai vari stakeholder, attraverso l’esposizione di buone pratiche e spunti di riflessione, come investire sui servizi all’infanzia significhi investire sull’intera comunità.

I servizi all’infanzia incidono direttamente sulla promozione del benessere e dello sviluppo dei bambini ma, indirettamente, hanno importanti ripercussioni anche sulla conciliazione dei tempi di lavoro e di cura dei genitori, sulla promozione dell’occupazione femminile e sul supporto ai genitori e alle famiglie.

I dati italiani, su questo versante, sono sempre più allarmanti. Il numero medio di figli per donna è in costante diminuzione e, nel 2019, si è registrato il livello più basso di “ricambio naturale” degli ultimi 102 anni. Ad aumentare è invece il divario tra tasso di occupazione femminile e maschile (49,5% contro il 67,6%), mentre le famiglie sono sempre più in difficoltà per l’impatto della crisi.

Il tema dei costi è fondamentale sia per garantire una “qualità sostenibile” che per consentire un accesso generalizzato ed equo ai servizi. I costi sono fortemente influenzati dalle varianti organizzative e gestionali previste dalle Regioni, molto diverse tra loro.

“In questo momento storico - ha affermato Eleonora Vanni, Presidente Legacoopsociali, nel corso dell’incontro  - è doveroso ricavare il meglio possibile da quello che abbiamo: questo vuol dire sostenibilità. Tutto il contrario, cioè, del bieco risparmio.”

Riuscire nello sforzo di conciliazione tra funzionalità del servizio, standard qualitativi e costi di gestione è un obiettivo chiave, come sottolineava lo stesso CNEL in un documento del 2010 “Investire sui servizi all’infanzia non è questione che riguarda le politiche familiari, e neppure è solo questione - rilevantissima - della tutela dei diritti dei piccoli cittadini: è questione che riguarda la possibilità del nostro Paese di tornare a crescere e di pensarsi al futuro. I dati internazionali confermano come i primi anni di vita siano un passaggio tanto cruciale al punto di determinare il percorso di ciascuno nella vita adulta. E’ in questa fascia di età che si costruiscono le pari opportunità.”

“Data la sua grande valenza, vorremmo - ha rimarcato Anna Vettigli, Responsabile Legacoopsociali Lazio - che lo studio del CNEL venisse aggiornato e maggiormente diffuso, conosciuto e sostenuto più di quanto non sia stato fatto fino ad oggi.”

Come espone chiaramente lo studio, affinché sia possibile raggiungere l’obiettivo della “qualità sostenibile”, il costo per ora bambino di servizio erogato dovrebbe attestarsi in una fascia compresa tra i 4 e i 6 euro. Un range che sembra capace di contenere diverse possibili soluzioni e varianti organizzative e gestionali, con la garanzia di elementi di qualità fondamentali, e che in molte regioni italiane resta ancora un’utopia per quanto riguarda i nidi messi a bando “in concessione”.

Su questo fronte Alberto Alberani, Vicepresidente Legacoopsociali Nazionale, nel riportare l'esperienza emiliana ha ribadito con forza la necessità di coinvolgere nel dibattito i Comuni per “non mettere all’asta i bambini” e “definire un costo standard fisso” come riferimento per gli affidamenti. Dello stesso avviso anche le rappresentanti istituzionali intervenute all’iniziativa. Per Francesca Puglisi, Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali, è necessario “Mai smettere di ricordare che al centro dei servizi educativi 0-6 anni ci sono i diritti delle bambine e dei bambini e che la qualità del lavoro educativo, la formazione continua del personale, il coordinamento pedagogico è essenziale se davvero vogliamo ridurre le disuguaglianze di partenza.”

“I diritti delle bambine e dei bambini sono diritti attuali ma ci costringono a guardare in modo nuovo anche il futuro. Abbiamo bisogno di un patto di sostenibilità equa e condivisa. - ha sottolineato Eleonora Mattia, Presidente IX Commissione Regione Lazio - Il futuro è anzitutto una costruzione culturale e il futuro di un territorio è sempre più l’esito dell’investimento sulle persone che lo abitano. La nostra priorità è quella di creare un’infrastruttura educativa e formativa capace di dialogare con le Istituzioni.”

 

Il nuovo instant book della collana Le Bussole si intitola “L’assenza di scopo di lucro e la destinazione del patrimonio” e approfondisce uno degli aspetti più importanti delle disposizioni introdotte dalla riforma del terzo settore.

La pubblicazione, curata da Paolo Pesticcio e realizzato da CSVnet Lombardia in collaborazione con CSVnet, inizia con una analisi panoramica delle disposizioni in materia per poi concentrarsi sul divieto di distribuzione degli utili per gli Ets - Enti di terzo settore (esaminando anche la distribuzione indiretta degli utili e gli aspetti sanzionatori) e sulla devoluzione del patrimonio degli Ets (soffermandosi sull’obbligo di devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento ed estinzione, e sulla perdita della qualifica di Ets senza scioglimento ed estinzione).

L’instant book si conclude poi con alcune indicazioni circa le questioni legate al periodo transitorio. Il testo in formato pdf può essere scaricato gratuitamente a questo link insieme a tutti i precedenti volumi della stessa collana.

Il nuovo instant book fa parte di un più ampio progetto editoriale che prevede la pubblicazione di 16 volumi in totale, col fine di fornire strumenti utili alla comprensione delle novità introdotte dalla riforma.  La pubblicazione si aggiunge alle precedenti uscite dedicate a "Chi sono gli enti di Terzo Settore", "Per chi non è ETS: cosa succede?", "Le ODV prima e dopo", "Le APS prima e dopo", "Saper ricevere le donazioni", "Imposte indirette e tributi locali", "Gli statuti degli ETS", "Il volontario e le attività di volontariato", "Il regime fiscale per gli enti esclusi dalla Riforma del Terzo Settore" e "Le attività di interesse generale e le attività diverse". 

Alla presenza del Ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, il Presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Carlo Doglioni, ed il Commissario dell'Ente Parco Nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese, Giuseppe Priore, hanno firmato nella giornata di ieri, presso la sede del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, un Accordo di Collaborazione. Presenti all'evento anche il Direttore Generale dell'INGV, Maria Siclari, e l'Ambasciatore d'Irlanda in Italia, Colm Ó Floinn. 

"L'Accordo è di particolare interesse per le attività del nostro Istituto", ha dichiarato il Presidente dell'INGV. "Il rischio sismico in Basilicata non deve essere sottovalutato ed è fondamentale per noi migliorare sempre di più lo studio del territorio per la mitigazione di questo rischio. Le capacità scientifiche e tecniche dell'INGV sono al servizio della scienza e della collettività. Ci auguriamo, dunque, che questo sia il primo passo di un lungo percorso di collaborazione che possa coinvolgere l'intera Regione Basilicata".

L'obiettivo dell'Accordo tra i due Enti è quello di collaborare per la promozione, lo studio e la tutela dei siti geologici presenti all'interno del Parco. In particolare, l'INGV fornirà supporto tecnico-scientifico per la realizzazione di progetti e attività divulgative, e avrà accesso all'area protetta per effettuare le attività connesse alla ricerca scientifica ed al  monitoraggio. 

"Con il protocollo siglato ieri si riconosce, da un lato, il grande lavoro di crescita istituzionale svolto dall'Ente Parco dell'Appennino Lucano, dall'altro, il forte impegno scientifico da sempre profuso dall'INGV", ha aggiunto il Ministro dell'Ambiente Sergio Costa. "Questo Accordo rappresenta bene come i temi della geologia, della sismologia e della vulcanologia si fondono perfettamente con la realtà di un Parco Nazionale per arrivare alla conoscenza dei cittadini. E la fruibilità di questi temi all'interno del Parco è uno dei punti centrali del protocollo, con l'obiettivo di crescere insieme attorno a poche ma fondamentali parole chiave: protezione, formazione, informazione e partecipazione". 

Oltre che per il suo importante patrimonio ambientale, archeologico e culturale, il territorio del Parco Nazionale della Val d'Agri si caratterizza per essere stato sede del violento terremoto del 16 dicembre 1857, di magnitudo stimata 7.0, ricordato ancora oggi come uno degli eventi più distruttivi della storia sismica dell'Italia meridionale.

"Il Parco Nazionale della Val d'Agri lavora da diversi anni sul territorio per contribuire a mettere a sistema le conoscenze sismologiche acquisite negli anni a partire dal devastante terremoto del 1857", ha ricordato il Commissario Giuseppe Priore. "Lo scopo di questo Accordo, oltre che la proficua collaborazione con l'INGV per i temi scientifici di comune interesse, è anche l'avvio di una politica turistica di scambi a livello europeo che possa accrescere anche all'estero la conoscenza e l'interesse per il nostro territorio". 

Come ha ricordato anche l'ambasciatore d'Irlanda in Italia, Colm Ó Floinn, fu proprio a partire dallo studio diretto e sul campo del terremoto della Basilicata del 1857 che l'eclettico ingegnere irlandese Robert Mallet, considerato il padre della sismologia, sperimentò la sua teoria sulla dinamica dei terremoti, presentata undici anni prima alla Royal Irish Academy.

"Nel tempo, il lavoro di Mallet ha reso questo territorio molto caro ai miei connazionali irlandesi. La storia del padre della sismologia è solo uno dei tanti esempi dei rapporti culturali, storici e di amicizia che lega i nostri due Paesi e che, oggi, mi rende orgoglioso di essere qui e di prendere parte alla firma di un Accordo che ha come elemento centrale la salvaguardia del territorio lucano", ha concluso l'Ambasciatore Ó Floinn.

"Le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri dove i bambini possono imparare e giocare, anche in una zona di conflitto. Colpire scuole e asili usati per scopi civili è un crimine di guerra".

Lo ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord, commentando la notizia del recente bombardamento di 10 scuole nelle province siriane di Idlib e Aleppo.

"Nove anni dopo l'inizio della crisi, il governo siriano continua a mostrare profondo disprezzo per le leggi di guerra e per la vita dei civili. Gli attacchi alle scuole fanno parte di una politica sistematica di attacchi contro le popolazioni civili e costituiscono crimini contro l'umanità e crimini di guerra", ha sottolineato Morayef.

"Chiediamo alle forze siriane e russe di porre fine a tutti gli attacchi diretti contro i civili, agli attacchi indiscriminati e alle altre gravi violazioni dei diritti umani in corso. Coloro che hanno ordinato o commesso crimini di guerra dovranno essere portati di fronte alla giustizia", ha aggiunto Morayef.

 

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