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Giovedì, 27 Febbraio 2020

Attimi, catturati dall’obiettivo di una macchina fotografica, che raccontano senza filtri guerre, epidemie e catastrofi naturali avvenuti nel 2019, così come proteste globali per chiedere di abbassare il prezzo dei farmaci salvavita. Istanti che ritraggono uomini, donne e bambini assistiti dagli operatori umanitari di Medici Senza Frontiere (MSF) in oltre 70 paesi, in ospedali o con cliniche mobili, in campi rifugiati o in aree remote del pianeta. È tutto questo la fotogallery 2019 di MSF che, partendo dalle storie dei nostri pazienti, accende i riflettori su conflitti cronici e crisi dimenticate.

“Nel 2019 abbiamo scattato oltre 8.000 fotografie per raccontare le situazioni di crisi che milioni persone nel mondo si trovano ad affrontare e testimoniare l’azione medico-umanitaria dei nostri operatori sul campo. Queste foto fermano nel tempo attimi di sofferenza, umanità e speranza, e sono il miglior modo per raccontare la realtà dei fatti” dichiara il François Dumont, direttore comunicazione di MSF.

Yemen sud-occidentale. Le persone intrappolate tra le mine

Un bambino è seduto vicino a dei missili disinnescati nel distretto di Mawza, nel governatorato di Taiz, un’area rurale molto povera. L’ospedale di MSF a Mocha, che dista 45 minuti di macchina, cura i pazienti di guerra e feriti dalle mine, un terzo dei quali sono bambini. Per impedire l'avanzata delle truppe di terra sostenute dalla coalizione guidata dall’Arabia saudita e dagli Emirati contro le truppe di Ansar Allah, nel sud-ovest dello Yemen sono state sparse migliaia di mine e ordigni esplosivi improvvisati sulle strade e nei campi, che metteranno in pericolo la vita delle persone per decenni.

 Lesbo. Punizioni collettive contro chi cerca sicurezza

Una famiglia arrivata sull’isola di Lesbo da 7 giorni. “Dormiamo tutti dentro questa piccola tenda. Ieri è piovuto tutta la notte, ci siamo bagnati completamente” racconta Jawad (nome di fantasia), il padre di questa famiglia. Sulle isole greche è in atto una crisi umanitaria deliberatamente creata dalle politiche di contenimento dell’Europa, che costringono oltre 40.000 persone, tra cui 12.000 bambini, a una vita senza speranza. Il nuovo presidente internazionale di MSF, dr. Christos Christou, ha chiesto ai leader europei di assumersi la responsabilità di fornire assistenza e protezione alle persone bloccate sulle isole greche e porre fine alle politiche di contenimento per evitare sofferenze non necessarie.

 Gaza ferita

Ahmed, palestinese, ha 38 anni ed è stato ferito durante gli scontri con l’esercito israeliano nel maggio 2018. Il bilancio medico, umano ed economico di queste rivolte è diventato insostenibile e migliaia di persone dovranno affrontare ferite devastanti e invalidanti – principalmente alle gambe – per il resto della loro vita. Nonostante gli sforzi dei pochi attori presenti, i bisogni eccedono di gran lunga la capacità disponibile e molti feriti aspettano a lungo, con sempre meno speranza, di ricevere cure per le loro lesioni. Nelle cliniche post-operatorie di MSF a Gaza vediamo infezioni croniche causate da batteri resistenti agli antibiotici che complicano ulteriormente il difficile percorso di guarigione. 

Repubblica Democratica del Congo, tra l’Ebola e il morbillo

Donne e bambini, sfollati dalle violenze tra diverse comunità nella provincia di Ituri, si radunano tra le tende nel campo profughi di Bunia. In quest’area della Repubblica Democratica del Congo, dove MSF svolge uno dei suoi principali interventi per numero di visite mediche e fondi impiegati, è in corso una crisi senza precedenti e gli sfollamenti di massa tra la popolazione a causa delle violenze si sommano a due gravissime epidemie: quella di Ebola, che finora ha già fatto oltre 2.000 vittime, e quella di morbillo, ritenuta la più grave e diffusa nel paese degli ultimi anni. 

Messico. Le donne di Guerrero

Ana teme per il futuro: “Quanto ancora dovremo rimanere così? Forse fino a quando un gruppo armato non prevarrà sugli altri. Noi vogliamo solo un futuro per i nostri figli e nipoti”. Rapimenti, estorsioni, violenze sessuali sono i principali pericoli subiti ogni giorno dalle persone bloccate in Messico in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata. I protocolli statunitensi sulla migrazione, in vigore dallo scorso gennaio, impongono a queste persone di restare in Messico durante l’elaborazione delle loro richieste, costringendole di fatto in campi improvvisati dove sono esposte alla violenza dei gruppi criminali. Dal 2012, MSF fornisce cure mediche e assistenza psicologica ai migranti, provenienti per lo più da Honduras, Guatemala e El Salvador, lungo la rotta migratoria in Messico.

Mozambico. La risposta al ciclone Idai

La città di Buzi vista dall’alto dopo le devastazioni provocate dal ciclone Idai, nel mese di marzo. Fin dai primi giorni dell’emergenza, MSF ha avviato una risposta massiva nell’area, allestendo 3 centri di trattamento per il colera, fornendo supporto logistico, tecnico e gestionale al Ministero della Salute per campagne di vaccinazione di massa a Beira, Dondo, Nhamatanda e Buzi e installando punti di distribuzione di acqua pulita, per prevenire la diffusione di epidemie. Nel complesso MSF ha inviato più di 100 tonnellate di forniture mediche e logistiche. 

Mediterraneo Centrale. C’è vita sulla Ocean Viking

Un neonato di soli sei giorni dorme in una culla improvvisata a bordo della Ocean Viking, gestita da MSF in collaborazione con SOS MEDITERRANEE. È stato salvato nel Mediterraneo centrale quando aveva quattro giorni di vita insieme a sua madre e suo fratello più grande. Purtroppo, non tutti riescono ad essere salvati, sono almeno 15.000 mila le persone che hanno perso la vita nelle traversate del Mediterraneo dal 2014, secondo i dati dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite.

 Italia. Migranti e salute: un’esperienza positiva dall’Ex-MOI di Torino

In Italia oltre 10.000 migranti, richiedenti asilo e rifugiati vivono in condizioni di marginalità al di fuori del sistema di accoglienza, e le cose rischiano di peggiorare. A seguito del monitoraggio “Fuori Campo” condotto da MSF negli ultimi quattro anni sugli insediamenti informali in Italia, MSF ha avviato un progetto a Torino, nelle palazzine dell’Ex-MOI, in collaborazione con la ASL Città di Torino, per favorire l’accesso di rifugiati e migranti al servizio sanitario nazionale, superando le barriere linguistiche e amministrative. Nella foto, un ex residente dell’Ex-MOI.

Nigeria. Risposta alla febbre di lassa

Dopo che a un abitante del villaggio di Ndiovu, in Nigeria, è stata diagnosticata la febbre di Lassa, un’équipe di MSF si è recata sul posto per disinfettare la casa del paziente.

MSF, attiva in Nigeria dal 1996, fornisce in particolare assistenza medica in Nigeria nord-orientale dove a distanza di un decennio il conflitto tra gruppi armati e l'esercito nigeriano è tutt'altro che finito. Le persone continuano ad essere costrette a lasciare le proprie case a causa della violenza e molte famiglie sfollate vivono ora in campi gestiti dalle autorità statali o allestiti informalmente a fianco delle comunità locali. La maggior parte degli sfollati sono donne e bambini che dipendono perlopiù dall'assistenza umanitaria per sopravvivere. Si stima che siano 1,8 milioni le persone sfollate negli stati nord-orientali di Borno, Adamawa e Yobe.

Sudan. Scoppio epidemia di malaria nel nord del Darfur

Una madre tiene in braccio suo figlio nel reparto dell’ospedale pediatrico di El Fasher, nel Darfur del Nord, che ospita i pazienti affetti da malaria. Nel 2018 le équipe di MSF hanno trattato 15.000 pazienti per malaria e vaccinato oltre 312.000 bambini.

In Sudan, dove MSF è attiva nel paese dal 1979, ci sono attualmente 2 milioni di sfollati interni e 850.000 rifugiati sud sudanesi.

India. Il lavoro delle cliniche mobili nel Chhattisgarh meridionale

Karam Laccha ha sopportato il dolore per una settimana fino a che non riusciva più a urinare. Sua moglie e suo figlio hanno camminato con lui per 10 km per farlo visitare. Il Dr. Vishwas Reddy di MSF si è accorto subito che le sue condizioni sono gravi. La sua pressione sanguigna era altissima, la sua vescica era in tensione e il suo respiro irregolare. Con la diagnosi di una sospetta malattia renale cronica, il paziente è stato inviato all'ospedale di Bhadrachalma, a due ore di distanza, per ricevere le cure di cui ha bisogno.

 “Non chiediamo mica la luna”. MSF chiede a J&J di abbassare il prezzo del farmaco anti-Tubercolosi

A ottobre attivisti di MSF hanno manifestato in tutto il mondo per chiedere alla Johnson&Johnson di abbassare a 1 dollaro al giorno per paziente il prezzo della bedaquilina, uno dei principali farmaci contro la Tubercolosi, che uccide ogni anno 1,6 milioni di persone. Nella foto le proteste a San paolo in Brasile. Dopo la campagna “Non chiediamo mica la luna”, lanciata nei 20 anni della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF, l’azione di protesta insieme a società civile, attivisti ed ex pazienti, continua anche nel 2020. In Italia si può firmale la petizione su www.msf.it/abbassailprezzo

Una comunicazione più efficace da parte del mondo accademico. I giornalisti che devono valersi di fonti serie e attendibili. Con questo mix si possono sconfiggere le fake news. È uscito questo tema dalla quinta Giornata di studio sulle migrazioni nell’ambito del Master di I livello in Immigrazione e politiche pubbliche di accoglienza e integrazione promosso dal Dipartimento Scienze Politiche della Federico II di Napoli, Associazione studi giuridici sull’immigrazione e coop sociale Dedalus.

Alla Giornata che ha coinvolto gli studenti del master, ricercatori e docenti si è svolto un dibattito partendo dagli autori di tre libri. “Sono almeno una decina ogni le pubblicazioni in stile rapporto o annuario sul tema delle migrazioni”, ha detto Salvatore Strozza, coordinatore del Master, che con Giuseppe Gabrielli hanno organizzato un format in stile talk con i giornalisti Giuseppe Manzo, direttore di nelpaese.it, e Tiziana Grassi di Rai International, studiosa di migrazioni e autore di un libro sull’accoglienza.

Il primo a intervenire è stato Michele Colucci del Cnr e autore del libro “Storia dell’immigrazione straniera in Italia: dal 1945 ai nostri giorni”. Si tratta di un lavoro che vuole inquadrare il fenomeno migratorio dentro tutta la storia repubblicana: “nella nostra Costituzione c’è il diritto d’asilo perché molti costituenti conobbero la fuga e l’asilo politico”, sottolinea Colucci. Inoltre, secondo il docente, il fenomeno "emigrazione e immigrazione è molto fluttuante e pone la questione delle aree interne che vanno spopolandosi". 

Dopo questo sguardo storico il dibattito si è focalizzato su due punti cruciali: la religione e il lavoro. Con Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza e autore del volume “Il Dio dei migranti”. “Per capire le migrazioni bisogna capire le religioni: ogni migrante viaggia con un oggetto religioso in tasca come è conservato in uno spazio curato da alcuni attivisti a Lampedusa”. Sfatato un luogo comune: tra gli stranieri in Italia la prima religione non è l’Islam ma il Cristianesimo, soprattutto ortodosso.

Le tre “R” religione, rispetto, risorsa rappresentano la possibilità per i migranti di costruire comunità come per gli ortodossi nella cattedrale in ristrutturazione a Torino.

A concludere la mattinata è stato il sociologo Francesco Carchedi che con l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil ha curato il rapporto “Agromafie e caporalato”. Anche sfatato un luogo comune: il caporalato non riguarda solo il Sud ma anche ampie zone del Nord. Si parte dalla legge 199 che “il governo Conte I ha provato a smantellare perché si fa riferimento soprattutto al concetto dello sfruttamento più che del caporale”. Carchedi ha individuato tre tipologie di imprese coinvolte: quella legale, quella “grigia” e quella illegale. “Non è una questione di controlli ma di sistema: i primi a opporsi al primo capitolo della legge 199 sono le associazioni di categoria delle aziende agroalimentari”.

Nel 1995 Alda Merini, invitata dalla cooperativa Il Margine di Torino a un’iniziativa del Centro Sociale Basaglia all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Collegno, ha voluto lasciare alla cooperativa una poesia nata sull’emozione di quella serata.

È una poesia inedita che allude alla follia e ai fiori liberi che, comunque, nascono e fioriscono anche in manicomio; che parla di dolore, ma anche della bellezza indistruttibile della vita.

Oggi quella poesia è diventata il tredicesimo mese del calendario 2020 del Margine che chiude il 2019, anno del quarantennale della cooperativa, ma che vuole rappresentare un mese di tempo infinito dove chi lavora nel sociale può ritrovare lo slancio per continuare a lasciare la propria cifra sui territori in cui lavora. A partire dai soci.

Perché è proprio qui il senso dell’agire cooperativo: stare nei territori, contribuire a trasformarli, creare reti, lavorare alla costruzione di comunità solidali, che non temono di misurarsi con chi richiede cura e protezione, perché più fragile.

Ed è proprio questa sfida che, quest’anno, vi invitiamo a mettere al primo posto nella lista dei buoni propositi per il 2020. Continuare a costruire presidi di senso e lavoro all’interno dei nostri territori.

Qualche numero. Secondo gli ultimi dati forniti da ACI Piemonte, l’8% del Pil regionale è rappresentato dal lavoro cooperativo. In termini di persone, questo significa circa un milione di soci e oltre 70.000 addetti (prevalentemente donne e prevalentemente a tempo indeterminato).

Tra le cooperative piemontesi si contano tra le più grandi realtà del nostro paese, cooperative longeve, con una storia importante. Nella sola provincia di Torino, sono presenti realtà che da settant’anni (pensiamo alla cooperativa Astra di Torino), quaranta (il Margine, Valdocco, Educazione Progetto, La Nuova Cooperativa, Frassati…), più di trenta (Progetto Muret, Progest, Il Sogno di una cosa, Chronos…) continuano a immaginare percorsi innovativi nell’ambito   dell’integrazione sociale e sanitaria e nel welfare di comunità, nell’inserimento lavorativo di fasce deboli del mercato del lavoro.

Un lavoro continuativo, attento, che ha messo radici e che, oggi, è un patrimonio importante che merita cura e manutenzione costante.

Facciamone tesoro nel 2020.

Coop sociale Il Margine

 

 

 

È Arisa la madrina dell'edizione 2020 del Premio Bianca d'Aponte di Aversa, il contest italiano per cantautrici ormai diventato un appuntamento di grande prestigio nel panorama musicale italiano. L'annuncio è stato dato in una serata speciale del Premio, tenutasi a Roma mercoledì sera al Teatro Eduardo De Filippo dell'Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, serata in cui è stato anche presentato il nuovo bando di concorso.

Ad Arisa spetterà il compito di presiedere la giuria nella prossima edizione del concorso, prevista al teatro Cimarosa di Aversa il 23 e 24 ottobre 2020, e di cantare e incidere un brano di Bianca d'Aponte, la cantautrice a cui è dedicato il Premio.

Il Premio Bianca d'Aponte, che si avvale della direzione artistica di Ferruccio Spinetti, arriverà nel 2020 alla sua 16a edizione. Il bando di concorso e la scheda di iscrizione sono disponibili su www.premiobiancadaponte.it . La partecipazione è come sempre gratuita, mentre la scadenza è fissata al 28 aprile.

Arisa segue altre esponenti di rilievo della musica in Italia che hanno svolto il ruolo di madrine nelle precedenti edizioni: Rachele Bastreghi dei Baustelle, Rossana Casale, Ginevra di Marco, Cristina Donà, Irene Grandi, Elena Ledda, Petra Magoni, Andrea Mirò, Simona Molinari, Nada, Mariella Nava, Brunella Selo, Tosca, Paola Turci e Fausta Vetere.

Nella serata di Roma si sono alternati sul palco la vincitrice assoluta del 2019 Cristiana Verardo, quella del premio della critica "Fausto Mesolella", Lamine, e le altre finaliste di quest'anno Chiara Bruno, Eleonora Betti, La Tarma, Martina Jozwiak, Rebecca Fornelli, Giulia Ventisette e ChiaraBlue. In veste di ospiti, si sono invece esibiti Tosca, Musica Nuda, Giuseppe Anastasi, Alessio Bonomo, Giuseppe Barbera e Luigi Salerno. A condurre è stata Carlotta Scarlatto.

Intanto, su Sardegna 1 TV ogni sabato alle ore 21.15 fino al 28 dicembre stanno andando in onda quattro speciali dedicati all'ultima edizione del Premio, curati da Ottavio Nieddu, con la realizzazione televisiva e la regia di Nino Gravino. Le trasmissioni sono fruibili in Sardegna sul canale 19 del digitale terrestre e ovunque in streaming sul sito www.sardegna1.it

 

L'European Pink Floyd Experience dei Pink Sonic è il tour che vede la band esibirsi live per la prima volta sui palchi dei principali teatri italiani. Prossima tappa sabato 21 dicembre a Roma all'Auditorium Parco della Musica Sala Sinopoli (Viale Pietro de Coubertin, 30 – inizio concerto ore 21.00).

I Pink Sonic portano live uno spettacolo fresco ed emozionante, della durata di 140 minuti, con un puro approccio rock alla musica della band inglese. La riproduzione fedele dello stile di Gilmour, l'intesa e l'interazione tra i musicisti, le luci, i laser e l'immancabile schermo circolare di 5 metri fornito di 32 luci rendono gli show dei Pink Sonic un'esperienza unica della musica pinkfloydiana dal vivo, non solo per i virtuosismi tecnici dei singoli artisti ma anche per l'utilizzo meticoloso della stessa strumentazione musicale.

La band è composta da: Francesco Pavananda (chitarra, voce principale), William Moor (batteria), Michele Lavarda (basso e voce), Gioel Stradiotto (tastiere), Gabriele Andreotti (sassofono), Marco Marinato (chitarra ritmica), Valerie Buckley (voce), Manuela Milanese (voce), Nicole Stella (voce).

I Pink Sonic sono una band veneta nata nel 2011 da un'idea di Francesco Pavananda, il frontman del gruppo. Hanno all'attivo oltre 200 concerti sia in Italia che all'estero e sono stati protagonisti nel 2013 di una tournée che ha visto la partecipazione di Lorelei e Durga Mc Broom – le due famose coriste dei Pink Floyd che si sono ritrovate a cantare in Italia dopo oltre 20 anni dal loro ultimo concerto con la formazione originale a Venezia nel 1989. I Pink Sonic sono una celebrazione della musica dei Pink Floyd. La fortuna di questo progetto si basa sul preciso studio fatto da Pavananda nel tentativo di ricreare, quasi filologicamente, le medesime sonorità e le spettacolarizzazioni dei Pink Floyd, trasformando lo spettacolo in uno show unico nel suo genere.

I biglietti per le date del tour sono disponibili in prevendita sul sito ufficiale dei Pink Sonic: www.pinksonicshow.com

 

Quella dal Venezuela alla Colombia rappresenta la seconda più ampia migrazione di massa al mondo, ma la comunità internazionale continua ad ignorare la situazione disperata di migranti e richiedenti asilo nel paese. La risposta umanitaria resta ampiamente limitata, in particolare nelle aree rurali colpite dal conflitto armato e dalle violenze della criminalità.

Negli ultimi anni più di 1,6 milioni di venezuelani ha attraversato il confine colombiano, fuggendo da una crisi politica ed economica che impedisce l’accesso ai mezzi fondamentali di sopravvivenza. Questo dato sottostima la reale dimensione di questa crisi visto che molte persone non sono registrate dalle autorità per mancanza di accesso alla documentazione. Inoltre, tra il 25 e il 75% della popolazione entra in modo irregolare in Colombia, rendendo difficile avere un dato ufficiale.

I migranti venezuelani in Colombia devono affrontare una situazione senza precedenti rispetto ai massicci movimenti di popolazioni degli ultimi anni. La maggior parte di loro ha lasciato una situazione difficile nel paese d’origine, ma una volta attraversato il confine non ha trovato un luogo sicuro, soprattutto se si sono stabiliti in aree periferiche e remote del paese. Rischiano di essere reclutati da gruppi armati o di finire a lavorare nelle coltivazioni illegali, subiscono discriminazioni, violenze sessuali e prostituzione forzata.

A differenza di molti paesi nell’area, la Colombia ha tenuto i suoi confini aperti per accogliere i venezuelani, anche se il paese non ha esperienza né risorse adeguate per rispondere ai loro bisogni. Molti migranti dormono in strada al loro arrivo, poi si sistemano in baraccopoli o case sovraffollate. Difficili condizioni di vita, mancanza di accesso all’acqua e scarse condizioni igieniche hanno un impatto diretto sulla loro salute.

Dalla fine del 2018 Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato tre progetti di salute primaria e mentale per i migranti venezuelani nei dipartimenti di confine di La Guajira, Norte de Santander e Arauca. In circa un anno le équipe di MSF hanno effettuato più di 50.000 visite mediche. Nonostante questi numeri non rappresentino la portata della crisi, indicano le enormi difficoltà che queste persone devono affrontare per accedere a cure mediche, cibo adeguato, alloggio e protezione.

Per quanto riguarda l’accesso alle cure mediche, la risposta offerta ai migranti dal sistema pubblico è limitata soltanto a emergenze, parti e vaccinazioni. Ma i bisogni sono decisamente più ampi rispetto a questi servizi. I pazienti che soffrono di malattie croniche hanno bisogno di cure continue, ma le cure specialistiche adeguate non vengono garantite. Inoltre, non esistono servizi di assistenza psicologica per chi ne ha bisogno. 

L’accesso limitato all’assistenza medica riproduttiva e sessuale è un problema grave. Circa il 68% delle risorse totali allocate nel 2019 per questa crisi migratoria in Colombia venivano dagli Stati Uniti. Ma la politica statunitense nota come la legge del “bavaglio globale” (o “Mexico City Policy”) ha tagliato i fondi per progetti all’estero che includano attività legate agli aborti, incluse le attività di sensibilizzazione delle donne sulla salute riproduttiva. Molte organizzazioni in Colombia hanno tagliato servizi legati a questo ambito per evitare di perdere i fondi, hanno ridotto i servizi medici sulla salute riproduttiva e sessuale per mancanza di accesso ai fondi da altre fonti, o sono stati costretti a terminare entrambi i tipi di assistenza.

I servizi legati alla salute riproduttiva, incluso l’aborto sicuro, sono molto richiesti dalle donne migranti venezuelane. Nei progetti di MSF nelle aree di confine, per esempio, circa una visita su cinque è legata a questo aspetto.

MSF chiede un impegno maggiore da parte della comunità internazionale per rispondere a questa crisi umanitaria. Stiamo assistendo all’esodo di più di 4,7 milioni di persone dal Venezuela, circa un terzo dei quali si trova in Colombia, un paese che non ha le risorse adeguate per rispondere in modo adeguato a questa crisi. È urgente smettere di minimizzare le sofferenze di migranti e richiedenti asilo venezuelani e assicurare un impegno finanziario più ampio senza condizioni per dare una risposta costante e coerente a questa crisi.

Niente “valige augurali” a Capodanno e altre storie

Il Capodanno in Venezuela si festeggiava con diversi rituali: uva e lenticchie, biancheria gialla, una manciata di soldi e, dopo mezzanotte, si prendeva una valigia e si faceva un giro dell’isolato per attirare opportunità di viaggi e avventure.

Ma i venezuelani non festeggiano più la fine dell’anno con le valigie. Per chi rimane nel paese, sono diventate emblemi di tristezza e di separazione familiare. Per chi è stato inghiottito dalla crisi politica, sociale ed economica del paese, sono simbolo di una realtà dolorosa. Dolorosa perché hanno dovuto lasciare la loro famiglia, la casa e il lavoro ma anche per la quasi assenza dell’assistenza sanitaria nei paesi ospitanti.

Elias* ha 51 anni e soffre di retinopatia diabetica, una malattia che gli ha danneggiato la vista. È arrivato a Tame (Arauca) due settimane fa con la sua valigia, il desiderio di riunirsi con le figlie e di ricevere la dialisi di cui aveva bisogno. Ha quattro figlie, la più grande è rimasta in Venezuela mentre le altre tre di 19, 17 e 24 anni vivono con lui in Colombia. “In Venezuela, i test medici sono cari, tutto è trasformato in dollari e manca ogni tipo di fornitura” racconta. “Le attrezzature mediche non funzionano bene, si rompono e non vengono più riparate. Anche lo staff medico e tecnico ha abbandonato il paese”.

Elias, un commerciante in Venezuela, è venuto nella clinica di MSF a Tame per capire come poter fare la dialisi. La Colombia non garantisce cure ai venezuelani affetti da patologie croniche. L’unica soluzione per lui sarebbe richiedere asilo per disabilità, ma può essere un processo lungo. “Almeno da MSF mi hanno visitato e mi hanno detto che sono stabile” racconta. Se gli verrà concesso lo stato di rifugiato, non potrà tornare in Venezuela, dove vive la sua figlia maggiore.

“In Venezuela mia figlia stava morendo di malnutrizione” racconta Juan Marcos*, giovane padre di tre figli. “Prima di lasciare morire una bambina di fame in Venezuela, ho preferito mille volte portarla qui. Almeno qualcuno le darà un biscotto e potrà mangiare.” In Venezuela era meccanico, ora ricicla la spazzatura che riesce a recuperare e vive per strada.

Victoria*, 21 anni, di Valencia con due figli, è stata convinta a lasciare il Venezuela ed è una delle tante donne che spinte dalla necessità e mancanza di lavoro si sono ritrovate costrette a prostituirsi in Colombia. In questo modo possono guadagnare qualcosa e inviare i soldi alle famiglie. “Mi hanno detto che qui potevo vivere dignitosamente, mangiare bene e mandare i soldi nel mio paese. Non immaginavo fosse così dura”, racconta la giovane madre.

Dopo aver subito maltrattamenti e violenze ha perso peso arrivando a 45 chili, a causa di febbre e vomito. Ora si sta riprendendo, ma non potendo lavorare non sta più mandando i soldi alla famiglia rimasta in Venezuela.

Jesús ha 27 anni e vive Saravena (Aruaca), gli è stato diagnosticato l’HIV cinque anni fa e quando ha lasciato il Venezuela ha dovuto interrompere il trattamento della malattia. È riuscito a rimediare qualche scorta di medicinali come pillole dal mercato nero. “Sono andato in una clinica mobile di MSF per fare accertamenti sullo stadio della mia malattia. Vorrei avere i soldi per curarmi in Venezuela ma il mio paese è al collasso. Sono venuto qui anche per ricevere assistenza psicologica a causa dei traumi che ho vissuto nella mia vita. Oggi riesco a ricevere i trattamenti per l’HIV solo a Cúcuta e andare lì significa investire tanto tempo e soldi” racconta Jesús.

In Colombia MSF fornisce trattamenti gratuiti in due centri a Cúcuta e Bogotá, e nelle prossime settimane, dopo aver raggiunto un accordo con la Fondazione per la cura dell’AIDS del Colombia, fornirà i trattamenti anche a Tibú e Tame.

 

 

Dopo gli eventi sismici che hanno interessato la zona di Casamicciola dell'Isola d'Ischia nell'estate del 2017, la comunità scientifica ha ritenuto necessario concentrare la propria attenzione sul fenomeno naturale che, in realtà, si era già presentato più volte nei secoli scorsi con conseguenze a volta drammatiche, come il terremoto del 1883 che causò oltre 2300 vittime.

Tuttavia, la comprensione dell'attività sismica ad Ischia è stata da sempre ostacolata dalla natura vulcanica dell'isola che, con caratteristiche estremamente diversificate, complica notevolmente i fattori da considerare. Ischia è, infatti, uno dei vulcani italiani più complessi, caratterizzato tra l'altro da un impressionante sollevamento di circa un migliaio di metri, a partire da 55 mila anni fa, e da decine di eruzioni più recenti, l'ultima delle quali avvenuta nel 1302.

Raccogliendo la sfida di comprendere tale sismicità in un ambiente tanto complesso, su impulso anche della Protezione Civile Nazionale, un team internazionale di vulcanologi dell'Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell'Università degli Studi Roma Tre (UniRoma3) e dell'Université de Genève in Svizzera (UNIGE) ha unito le competenze diversificate in materia di monitoraggio, di modellistica e di comprensione dei processi magmatici nello studio 'Magma Degassing as a Source of Long‐Term Seismicity at Volcanoes: The Ischia Island Case', appena pubblicato nella rivista Geophysical Research Letters.

I vulcanologi hanno così compreso che, paradossalmente, è proprio la complessa natura vulcanica dell'isola a spiegarne la sismicità, ma in modo relativamente semplice. Infatti, dati di monitoraggio raccolti per decenni mostrano che il forte sollevamento che nel passato ha portato all'emersione della cima più alta dell'isola, il Monte Epomeo, è attualmente sostituito da un lento e continuo abbassamento. 

Pertanto, i terremoti osservati a Casamicciola costituiscono episodi di accelerazione di tale abbassamento, innescati dalle stesse strutture sismiche che avevano causato il precedente sollevamento dell'isola.

La causa dell'abbassamento di Ischia, e quindi dei terremoti di Casamicciola, è imputabile all'emissione di gas dallo stesso magma che da circa 6000 anni ha prodotto almeno 45 eruzioni, fino all'ultima del 1302. Tale degassamento, infatti, diminuisce la pressione nel sistema magmatico superficiale, abbassando di fatto l'isola.

I risultati della ricerca non solo permettono di comprendere finalmente l'origine della disastrosa sismicità di Ischia, ma anche di prevedere, attraverso estrapolazioni modellistiche, che il prolungarsi del degassamento del magma possa continuare per almeno diverse centinaia di anni. 

Secondo gli autori, l'abbassamento in atto a Ischia potrà quindi continuare a generare sismicità nell'area di Casamicciola con caratteristiche analoghe a quanto osservato negli ultimi secoli

L'economia circolare, i numeri della raccolta differenziata, l'impegno per la riduzione della plastica, la chiusura del ciclo dei rifiuti, gli acquisti verdi nelle amministrazioni, le migliori pratiche in ambito di rifiuti, i comuni ricicloni e quelli rifiuti free che verranno premiati. Sono questi i principali temi che saranno discussi il 18 e 19 dicembre nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi a Genova in occasione dell'EcoForum Rifiuti, la campagna di Legambiente Liguria che ogni anno fa il punto insieme a amministratori locali, studenti, imprenditori, cittadini e alle associazioni del terzo settore su gestione dei rifiuti ed economia circolare nella nostra regione.

"Nell'analisi condotta, i comuni sopra i 15.000 abitanti rappresentano il vero e proprio ago della bilancia, trovandosi ancora oggi al di sotto del 50% di raccolta differenziata - spiega Santo Grammatico, presidente regionale dell'associazione ambientalista e indica uno dei problemi da affrontare con più urgenza -: Rapallo, Savona, Imperia, Genova e Ventimiglia rappresentano quasi la metà della popolazione ligure e il risultato di raccolta differenziata per il 2018 è peggiore del 2017. Evidentemente è necessario adeguare la pianificazione e le conseguenti azioni nel ciclo della raccolta e gestione dei rifiuti come hanno fatto comuni che in un paio di anni hanno visto salire la percentuale di raccolta anche del 30%".

"Obiettivo dell'EcoForum è anche tracciare quelle che sono le buone pratiche nella nostra Regione - aggiunge Federico Borromeo, direttore di Legambiente Liguria - per questo nei mesi scorsi abbiamo girato la Liguria e realizzato cinque video-racconti per fare emergere e dare spazio a chi si impegna". 

I dati del comune della Spezia restano positivi: la raccolta differenziata è passata da 62,51 per cento del 2017 al 67,43 per cento nel 2018 con un trend in crescita per l'anno in corso mentre Rialto con il 90,37 per cento resta al top dei comuni ricicloni, ovvero chi supera il 65% di r.d. "Abbiamo poi raccontato le azioni della grande distribuzione per ridurre gli imballaggi e dell'Università di Genova per diventare plastic free e abbiamo visitato la cartiera di Bosco Marengo dove la carta che ricicliamo da rifiuto diventa nuovo cartone.

"Per la nostra regione - conclude Grammatico - vogliano un futuro basato sull'economia circolare, che incentivi la creazioni di nuovi prodotti e processi che sappiano coniugare la qualità dell'ambiente con la qualità del lavoro e il rispetto della legalità".

Sintesi del Programma

Mercoledì 18 dicembre dalle 9.30 alle 13.30: la prima conferenza avrà come tema "La gestione dei rifiuti verso una Liguria plastic free" con interventi di Cecilia Brescianini e Andrea Baroni della Regione Liguria, Emilio Bianco dell'Osservatorio appalti verdi Legambiente; Nadia Galluzzo, Liguria Ricerche e Laura Muraglia, Regione Liguria; Luca Piatto, Responsabile Area rapporti con il territorio CONAI; Enzo Scalia, Direttore Relife Group e infine Tiziana Cattani, Responsabile Soci e Consumatori Coop Liguria.

In chiusura di mattinata Giacomo Raul Giampedrone, Assessore all'ambiente Regione Liguria, Stefano Ciafani, Presidente Legambiente
Laura Brambilla, Responsabile rifiuti Legambiente e Santo Grammatico, Presidente Legambiente Liguria premieranno i Comuni rifiuti Free e menzioni ai Comuni ricicloni. 

Ore 14.30 – 17.30 Tavola rotonda

Regione Liguria. Politica, economia, ambiente: obiettivo rifiuti 2020. Sono invitati a Intervenire Giacomo Raul Giampedrone, Assessore all'Ambiente Regione Liguria, Tiziana Merlino, Direttrice Amiu, Enzo Favoino, Coordinatore di Rifiuti Zero, Paolo Crosignani, epidemiologo, i Presidenti dei Gruppi consiliari Regione Liguria, i Segretari generali regionali dei Sindacati CGIL, CISL, UIL. Conduce il giornalista Luca Russo, introduce Santo Grammatico, Presidente Legambiente Liguria, conclude Stefano Ciafani, Presidente Legambiente.

giovedì 19 dicembre dalle 9.00 – 13.00: Tavola rotonda su Rifiuti e Legalità Coordina Federico Borromeo, Direttore Legambiente Liguria Introduce Stefano Busi, Referente regionale Libera. 

Parteciperanno: Stefano Bigliazzi, Presidente Nazionale Centro di Azione Giuridica Legambiente, Ermete Bogetti, Presidente Italia Nostra Genova, Michele Di Lecce, già Procuratore di Genova, Andrea Pietracupa, Comandante del Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Genova, Nicola Carlone, Comandante della Direzione Marittima dell'alto Tirreno. Conclude Santo Grammatico, Presidente Legambiente Liguria

Piccoli segnali di ripresa ma gli italiani vedono un futuro nero per quanto riguarda l’economia. È quanto emerge da un sondaggio di Swg nella PoliticApp di questa settimana. Nella sua quotidianità percepisce segnali di miglioramento riguardo alla situazione economica del Paese? A questa domanda risponde negativamente il 74% con “non c’è alcun segnale di miglioramento”.

Sul fronte occupazionale, invece, c’è una leggera fiducia in aumento con il 49% che pensa ci sia “un clima più disteso” e un 40 che “la gente sti facendo più acquisti”. Sono solo sensazioni che non eliminano la consapevolezza di avere una condizione economica familiare delicata: solo il 46% pensa di avere una situazione soddisfacente.

Rispetto al futuro sono tre le priorità per gli italiani: sicurezza, giustizia sociale e libertà economica. Resta minoritario il sentiment del “prima gli italiani” e della “difesa” con solo il 10% e il 5% rispettivamente.

Lavoro, diritti, uscire dalla crisi e dal timore costante di oltrepassare la soglia della fragilità economica e del disagio. Un Paese in bilico che attende un cambiamento reale mentre vive un cambiamento d’epoca.

 

 

Nel decreto legge scuola, da oggi all’esame del Senato per la conversione che dovrebbe avvenire domani con voto di fiducia, sono contenute norme per l’internalizzazione dei servizi di pulizia con le quali il Governo e il Parlamento rischiano quattro autogoal. Questo è quanto dichiara l’Alleanza delle cooperative italiane che lancia un ultimo appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “apriamo un tavolo di confronto, per restituire dignità, lavoro e futuro a imprese e lavoratori”.

Gli autogoal

“Disservizi nelle pulizie delle scuole;11.000 lavoratori con una riduzione fino al 50% dello stipendio; esuberi per 5.000 lavoratori, molti dei quali delle categorie svantaggiate; un salasso da decine e decine di milioni di euro per le imprese.

Da diciotto anni le nostre cooperative, insieme con altre imprese, garantiscono servizi di pulizia di qualità in migliaia di plessi scolastici. Qualità che significa utilizzo di detergenti ecologici per rendere gliambienti puliti e sicuri, pulizie straordinarie, lavori di decoro e manutenzione, utilizzo di nuove tecnologie, formazione specifica e un’organizzazione del lavoro efficiente. Ma c’è un altro punto, altrettanto importante. Le cooperative impegnate nei servizi di pulizia hanno permesso di risolvere un problema sociale attraverso il lavoro e, grazie a percorsi di formazione, di rendere tale lavoro altamente professionale. Senza dimenticare i percorsi di inserimento lavorativo attivati per le categorie svantaggiate. Tutti posti di lavoro a tempo indeterminato.  Dal primo marzodel prossimo anno tutto questo non ci sarà più”. 

Internalizzare i servizi di pulizia delle scuole significa “togliere lavoro”. Dei 16.000 lavoratori impegnati ne verranno assunti solo 11.000: ne resteranno a casa 5.000, molti dei quali appartenenti a categorie svantaggiate. Molte imprese andranno in crisi, con ulteriori perdite di posti di lavoro; i presidi dovranno organizzare i servizi di pulizia.

“Internalizzare significa anche aumentare in modo esponenziale, negli anni, la spesa pubblica.  Non era forse più opportuno che il Governo dedicasse questo sforzo economico per stabilizzare ricercatori e figure di alta professionalità, spesso costrette ad anni di precariato o alla fuga all’estero? Perché il Governo, malgrado tutti gli appelli rivolti, si ostina ad andare avanti con questo provvedimento che produrrà soltanto danni?” 

 

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