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Lunedì, 22 Aprile 2019

A seguito dell'arresto di Julian Assange e della richiesta di sua estradizione proveniente dagli Usa, interviene Massimo Moratti, vicedirettore per le ricerche sull'Europa di Amnesty International: "Amnesty International chiede al Regno Unito di rifiutare di estradare o trasferire in ogni altro modo Julian Assange negli Usa, dove c'è l'assai concreto rischio che egli possa andare incontro a violazioni dei diritti umani, tra cui condizioni detentive che violerebbero il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti e un processo iniquo che potrebbe essere seguito dall'esecuzione, a causa del suo lavoro con Wikileaks".

"Le denunce di stupro e di altre forme di violenza sessuale contro Assange – aggiunge Moratti - dovrebbero essere indagate nel rispetto dei diritti delle denuncianti e dell'imputato e arrivare a processo qualora vi fossero sufficienti prove nei confronti di quest'ultimo. Se la Svezia decidesse di chiedere l'estradizione dal Regno Unito, dovrebbe fornire adeguate garanzie sulla non estradizione o trasferimento in ogni altro modo di Assange verso gli Usa".

"Non è chiaro sulla base di quale procedimento formale le autorità del Regno Unito hanno potuto entrare nell'ambasciata dell'Ecuador di Londra e arrestare Assange, la cui nazionalità ecuadoriana era stata sospesa ieri. Sollecitiamo le autorità del Regno Unito a rispettare le assicurazioni fornite all'Ecuador che Assange non sarà trasferito ovunque rischi la pena di morte, la tortura o altri maltrattamenti", conclude il rappresentante di Amnesty.

 

 

Medici Senza Frontiere (MSF) ha iniziato a vaccinare i bambini rifugiati nelle isole greche di Lesbo, Samo e Chios usando un programma che consente ai bambini in contesti di emergenza umanitaria di ricevere il vaccino coniugato contro la polmonite (PCV) a un prezzo accessibile. 

È la prima volta che in un paese ad alto reddito viene utilizzata la "procedura umanitaria", che offre il vaccino a un prezzo speciale di circa 9 dollari a bambino (per le tre dosi necessarie a un'immunizzazione completa) per uso umanitario da parte di organizzazioni della società civile e agenzie delle Nazioni Unite. La polmonite resta la malattia con il più alto tasso di mortalità al mondo per bambini con meno di cinque anni e i bambini che vivono in condizioni precarie, come i campi rifugiati, sono particolarmente a rischio. 

Le case farmaceutiche Pfizer e GSK sono gli unici produttori del vaccino contro la polmonite, che attualmente è il prodotto più costoso nel pacchetto di vaccinazione di base per l'infanzia. Negli USA, che si sono opposti alla negoziazione del prezzo con le case farmaceutiche, il prezzo del vaccino arriva fino a 540 dollari a bambino. La Francia, altro paese ad alto reddito, paga 189 dollari per lo stesso vaccino. Paesi più piccoli con meno potere di negoziazione sono spesso in una situazione intermedia, come il Libano che paga circa 243 dollari. Il prezzo nelle farmacie greche è di 168 dollari a bambino. 

"L'alto prezzo del vaccino contro la polmonite ha impedito ai bambini di essere protetti da questa malattia letale, quando sarebbe facilmente prevenibile con un vaccino" sottolinea Apostolos Veizis, responsabile del supporto medico MSF ad Atene "È un passo storico essere riusciti a vaccinare i bambini rifugiati in un paese ad alto reddito a un prezzo così ridotto, ma abbiamo bisogno che più vaccini vengano inclusi in questa procedura e che anche i governi che ospitano bambini in situazioni di crisi possano accedere a questi prezzi. Tutti i bambini nel mondo dovrebbero poter ricevere questo vaccino a un prezzo accessibile". 

Prima che fosse istituita la procedura umanitaria, l'unico modo per avere il vaccino a un prezzo ridotto era attraverso il GAVI, l'Alleanza globale per i vaccini, un'organizzazione pubblico-privata che aiuta i paesi a basso reddito ad accedere all'uso di nuovi vaccini. Questo ha però lasciato i bambini in molti paesi – inclusi quelli nei campi rifugiati in tutto il mondo – senza accesso al vaccino e le organizzazioni come MSF senza possibilità di acquistarli a questo prezzo speciale per proteggere i bambini che ne avevano bisogno. 

Finora la procedura umanitaria è stata usata da organizzazioni in diversi paesi a basso reddito e MSF lo ha adottato per vaccinare bambini in Repubblica Centrafricana, Niger, Nigeria, Sud Sudan e Siria. Ma al momento il programma è limitato a un solo vaccino e deve essere esteso ad altri per l'utilizzo in emergenze umanitarie che non sono coperte da altri meccanismi simili. 

"I bambini bloccati nelle emergenze sono tra i più vulnerabili al mondo, ma non ricevono ancora alcuna protezione di routine contro malattie potenzialmente mortali" dice Suzanne Scheele, esperta di vaccini nell'ambito della campagna per l'accesso ai farmaci di MSF. "La procedura umanitaria è stata molto utile per raggiungere bambini che non avevano ricevuto alcuna protezione da malattie prevenibili e mortali come la polmonite. Chiediamo che le case farmaceutiche consentano ai governi e a chi fornisce i trattamenti, come MSF, l'acquisto di vaccini a prezzi accessibili per proteggere bambini estremamente vulnerabili che hanno urgente bisogno di essere vaccinati". 

Se la procedura umanitaria è stata utile per proteggere i bambini in aree di crisi, gli altri paesi continuano ad avere difficoltà ad accedere al vaccino a un prezzo più basso. Circa un terzo dei paesi a livello globale non sono riusciti ad includere il vaccino contro la polmonite nel loro pacchetto standard di vaccinazioni a causa del prezzo esorbitante imposto da Pfizer e GSK. La Giordania ad esempio deve fare i conti con prezzi dei vaccini molto alti mentre deve gestire una situazione di crisi che l'ha resa il secondo paese al mondo col più alto numero di rifugiati. Il paese ha introdotto la vaccinazione gratuita per tutti i bambini, indipendentemente dal loro status, ma non può permettersi un vaccino così costoso e così tutti i bambini nel paese sono lasciati senza alcuna protezione contro la polmonite. 

"La procedura umanitaria è una soluzione provvisoria sviluppata essenzialmente perché i prezzi del vaccino contro la polmonite sono troppo alti" aggiunge Silvia Mancini, epidemiologa di Medici Senza Frontiere "Quello che farebbe davvero la differenza sarebbe avere nuovi produttori disposti a lanciare sul mercato vaccini contro la polmonite a prezzi accessibili, in modo che la vita dei bambini non sia più a rischio per biechi interessi economici. Non possiamo più vivere in un mondo dove i vaccini che proteggono la vita dei bambini sono un lusso per pochi." 

Dal 2009, Pfizer e GSK hanno guadagnato 49,1 miliardi di dollari solo dalla vendita del vaccino contro la polmonite (43,5 miliardi Pfizer e 5,6 miliardi GSK). La "procedura umanitaria" è stata lanciata congiuntamente da Organizzazione Mondiale della Sanità, Unicef, MSF e Save the Children nel maggio 2017. È un meccanismo che  punta a facilitare l'accesso tempestivo a vaccini a prezzi accessibili per organizzazioni umanitarie, governi o agenzie delle Nazioni Unite che li utilizzano per popolazioni in emergenze umanitarie.  

Oggi, Pfizer e GSK sono le uniche due case farmaceutiche ad aver assegnato il prezzo più basso del loro vaccino a questa procedura. Ma attualmente la loro offerta è limitata all'uso da parte delle organizzazioni della società civile e delle agenzie delle Nazioni Unite e non include l'uso da parte dei governi che rispondono a situazioni di emergenza.  

 

A settembre 2018, la procedura umanitaria ha facilitato l'accesso a 613.000 dosi di vaccino contro la polmonite per le persone in contesti di emergenza, di cui 360.000 sono state usate da MSF in 12 interventi di vaccinazione in Repubblica Centrafricana, Nigeria, Niger, Sud Sudan e Siria. MSF ha recentemente fornito 4.800 dosi per la vaccinazione in Grecia. 

 

Nove soci fondatori (8 uomini e una donna, tutti pescatori professionali) e una flottiglia di 6 imbarcazioni: nell'Area pescatori del Porto di Marina di Carrara dal 7 marzo scorso è presente una nuova cooperativa di produzione e lavoro: la "Alta Marea soc. coop. a.r.l". che raggruppa una parte della marineria locale.

La nuova coop di armamento pesca (con attività prevalente la vendita e la trasformazione del pescato) si è presentata questa mattina presso la sede della Camera di Commercio di Massa-Carrara: presenti, insieme al presidente della Camera di Commercio Dino Sodini, il presidente di Alta Marea Angelo Batti, il responsabile Area Vasta Costiera di Legacoop Toscana Antonio Chelli e i soci della nuova cooperativa.

"Vogliamo contribuire a creare un polo della pesca ben definito e a far crescere il lavoro, lavorando in sinergia con l'Autorità Portuale e con la Capitaneria di Porto – afferma il presidente della cooperativa Alta Marea Angelo Batti –, sviluppando la commercializzazione del pesce 'a miglio zero' e il legame con tutte le attività legate al settore turistico. Facendo rete con le marinerie di Viareggio e di Livorno, possiamo costituire un presidio toscano di fondamentale importanza, per garantire tracciabilità, qualità e redditività al settore".

Tra gli obiettivi di Alta Marea ci sono quello di avvicinare i giovani alla pesca e un progetto di valorizzazione del pesce povero: "Ci piacerebbe avvicinare i ragazzi al mestiere del pescatore, magari attraverso collaborazioni con alcuni istituti scolastici della zona, come l'Istituto nautico di Carrara e l'Istituto Alberghiero di Massa – spiega Batti - Vorremmo anche far conoscere ai turisti che arrivano attraverso i flussi crocieristici il pescato locale meno noto, creando un'area in cui possano degustarlo nel punto vendita".

La nuova cooperativa è in via di adesione a Legacoop Toscana: "Quello di oggi è un ulteriore passo verso la modernizzazione di un settore, quello della piccola pesca, che rappresenta una nicchia importante sia sul piano lavorativo sia su quello culinario - commenta Antonio Chelli, responsabile Area Vasta Costiera di Legacoop Toscana –, perché consente la valorizzazione dei prodotti ittici locali, anche quelli meno conosciuti al pubblico dei consumatori".

 

Koinè l'aveva promesso al momento della chiusura, per mancanza d'iscrizioni, del nido Bucaneve: la struttura avrebbe riaperto come ludoteca abilitativa, destinata cioè ai bambini con bisogni speciali. La promessa è stata mantenuta. Alle ore 15 di sabato 13 aprile verrà inaugurata la "Ludoteca abilitativa Bucaneve", al numero 33 di viale Cittadini, nell'area del Pionta.

"La nostra cooperativa - ricorda il Direttore Paolo Peruzzi - vuol potenziare la cultura dell’inclusione e dell’integrazione per rispondere alle necessità dei bambini e preadolescenti che manifestino bisogni speciali. La carenza di opportunità educative e servizi fruibili mette in forte discus­sione i diritti di tutti i bambini e il loro potenziale di sviluppo, ancora più negative le conseguenze che riguardano la carenza di servizi di supporto all’apprendimento, di tipo abilitativo ri­volti ai bambini diversamente abili e, in particolare, ai bam­bini con problematiche di disabilità intellettiva dello spettro autistico".

“Il Comune di Arezzo - sottolinea l'assessore alle politiche sociali e sanitarie Lucia Tanti - ha offerto come ogni anno il suo sostegno alle iniziative previste nell'ambito del cosiddetto 'mese blu', tra le quali rientra l'incontro, alla neonata ludoteca abilitativa del Bucaneve, dal titolo 'Conoscere e divertirsi senza barriere'. Un calendario di eventi che si può leggere come qualcosa di strettamente connesso alle politiche sociali e sanitarie. Ma a me piace parlare di un'azione a più ampio raggio, che definirei culturale. Perché non abbiamo a che fare con semplici incontri ma con momenti di sensibilizzazione, utili a rendere Arezzo una città sempre più civile e coesa. Di certo, un'iniziativa del genere dimostra come i principi di sussidiarietà, di feconda 'assistenza' tra pubblico e privato, non creino collisione ma siano utili allo sviluppo di una comunità”.

Ed ecco la valutazione di Evaristo Giglio, Direttore Zona Distretto Aretina-Casentino-Valtiberina Azienda USL Toscana sud est: "la ludoteca abilitativa-riabilitativa Bucaneve  è rivolta ai bambini con disabilità intellettiva e rappresenta una prima formidabile iniziativa, a cui ne dovranno seguire altri, per favorire interventi a rete di reale sostegno alle famiglie e di supporto all'apprendimento dei minori. L'Asl, attraverso i professionisti dell'Unità Funzionale di Salute Mentale Infanzia Adolescenza (UFSMIA) sarà chiamata a definire con la ludoteca, gestita dagli operatori di Koinè, forme di collaborazione per l'osservazione dei minori  e l'eventuale  presa in carico. Si svilupperanno in tal senso delle azioni sinergiche per lo sviluppo di una rete di cui la ludoteca Bucaneve rappresenta una eccellente idea in una Comunità in cui, negli ultimi anni, è sempre più sentita l'esigenza per le famiglie interessate a poter contare su servizi di riabilitazione integrata".  

"Abbiamo accolto con grande entusiasmo questo progetto di Koinè - commenta  Andrea Laurenzi presidente dell’Associazione Arezzo Autismo. E’ la dimostrazione che quando vi è la volontà, la collaborazione e la condivisione di obiettivi comuni, si possano realizzare progetti importanti e concreti. Potrebbe sembrare un intervento piccolo e marginale ma a nostro giudizio è invece un passo straordinario verso una progettazione innovativa che risponde direttamente a bisogni delle famiglie. Questa è la strada. Ascoltare i bisogni delle famiglie con ragazzi fragili, rispondere con professionalità, condividere percorsi senza personalismi bensì tenendo sempre al centro i bambini e le famiglie. Come Associazione collaboreremo ad ogni livello perché questo progetto Bucaneve non solo funzioni ma che apra la strada ad altre innovazione dei servizi.” 

"In questo progetto - sottolinea Elena Gatteschi, vice Presidente di Koinè - è fonda­mentale il coinvolgimento attivo dei genitori. I nostri obiettivi sonocreare un ambiente accogliente e di suppor­to, proporre risposte calibrate al bisogno del singolo bambino, offrire prestazioni di supporto all’apprendimento assicurando la conti­nuità delle agenzie sanitarie specialistiche pubbliche, favorire l’acquisizione di competenze collaborative nonché l’acquisi­zione di abilità relazionali e specifiche, sostenere e indirizzare le famiglie ed infine promuovere culture e pratiche inclusive".

La ludoteca Bucaneve sarà aperta dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 15.30 - 19.30 e il sabato dalle 9 alle 12.30. "Le attività saranno of­ferte in base al bisogno del singolo bambino e della singola famiglia - annuncia Gatteschi. Le attività possono essere individuali o strutturate in piccoli gruppi, seguendo criteri di omogeneità. La prima fase, comune a tutti, è la fase della pre accoglienza: il referente della ludoteca accoglie il bisogno della famiglia e propone, in condivisone con la famiglia e gli altri profes­sionisti, gli interventi più idonei: attività di supporto all’ap­prendimento; attività laboratoriali di tipo espressivo e cre­ativo; attività di gruppo con l’obiettivo di favorire processi di socializzazione; attività di psicomotricità; programmi di intervento con tecnica ABA; attività informative e di supporto alla genitorialità".

 

Nella ludoteca abilitativa Bucaneve operano educatori professionali, pedagogisti, psicologi, psicomotri­cisti e logopedisti formati specificamente per l’esercizio di attività abilitative, di supporto all’apprendimento e per l’in­tegrazione scolastica di bambini con differenti abilità.

 

La ricerca di metano nell'atmosfera del Pianeta Rosso e l'analisi delle polveri sospese sono gli argomenti principali delle indagini svolte da un team di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell'Agenzia Spaziale Italiana (ASI).

La missione dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) e RosCosmos ExoMars ha utilizzato strumenti che vedono un fondamentale contributo italiano, sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista tecnologico e industriale, con Thales Alenia Space Italia alla guida della progettazione di entrambe le missioni ExoMars e il forte supporto fornito dall'ASI.

"La sonda TGO", spiegano Giancarlo Bellucci e Giuseppe Etiope, i due ricercatori italiani dell'INAF e dell'INGV che hanno collaborato allo studio, "attraverso i due spettrometri ad alta precisione NOMAD e ACS, ha scandagliato l'atmosfera di Marte a varie latitudini da aprile ad agosto del 2018 non rilevando, in questa fascia spazio-temporale, il metano. Il gas potrebbe però esistere a concentrazioni inferiori rispetto a quelle rilevabili dagli strumenti (0.05 parti per miliardo in volume, o ppbv)".

Tale risultato è solo apparentemente in contrasto con le precedenti rilevazioni di metano effettuate attraverso telescopi terrestri, il rover Curiosity della NASA e, recentemente, attraverso la sonda europea Mars Express, e apre a nuove interpretazioni poiché sulla base delle conoscenze attuali, il metano, una volta rilasciato nell'atmosfera di Marte, dovrebbe diffondersi velocemente ovunque, persistendo per alcune centinaia di anni.

"In particolare", prosegue Giancarlo Bellucci dell'INAF, "il metano su Marte sembra apparire e scomparire velocemente, suggerendo la presenza di un meccanismo di distruzione in grado di rimuovere efficientemente tale gas dall'atmosfera. Diversi meccanismi sono già stati proposti e alcuni di questi sembrano essere in grado di spiegare le variazioni spazio-temporali osservate. Tuttavia, si tratta ancora di risultati preliminari di simulazioni o di esperimenti eseguiti in laboratorio su campioni limitati, la cui validità e importanza statistica dovrà essere dimostrata da ulteriori studi".

Alcuni ricercatori considerano plausibile la variabilità della presenza di metano nell'atmosfera marziana. "Il metano", chiarisce Giuseppe Etiope dell'INGV, "potrebbe essere prodotto all'interno del pianeta e la sua migrazione e fuoriuscita nell'atmosfera potrebbe avvenire solo in certe zone, geologicamente idonee, specialmente dove esistono faglie e fratture nelle rocce. Abbiamo già verificato in studi precedenti che, come sulla Terra, questa fuoriuscita di gas dalle rocce può essere episodica e saltuaria. Questo spiegherebbe in parte le variazioni di metano rilevate finora. Rimane però l'ipotesi del meccanismo di rimozione rapida del gas dall'atmosfera: questo è l'aspetto da scoprire nel prossimo futuro. Comunque la sonda TGO non rileva metano in concentrazioni al di sotto di 0.05 ppbv. Con questo limite è ancora possibile avere emissioni locali di metano, simili ad alcune osservate sulla Terra, che una volta diluite nell'atmosfera marziana darebbero luogo a una bassa concentrazione di fondo. Il metano potrebbe dunque essere rilevato solo in prossimità della zona di emissione e in un periodo non troppo lontano dall'evento di rilascio".

Inoltre, al fine di analizzare le polveri sospese, i due spettrometri a bordo della sonda TGO hanno realizzato le prime misurazioni ad alta risoluzione dell'atmosfera marziana durante una tempesta di sabbia con il metodo dell'occultazione solare, osservando cioè come la luce del Sole viene assorbita nell'atmosfera, rivelando così la composizione chimica dei suoi costituenti.

"La misura del profilo verticale dell'acqua in condizioni di tempesta di polvere globale ha permesso di determinare gli effetti del riscaldamento atmosferico sulla distribuzione del vapore acqueo", spiega Giancarlo Bellucci. "In condizioni normali, infatti, il vapore acqueo condensa sotto i 40 km. A causa della tempesta globale, invece, l'atmosfera si riscalda e il vapore acqueo può migrare a quote più elevate. Questo meccanismo era previsto dai modelli di circolazione atmosferica ma questa è la prima volta che viene osservato. La sonda TGO, inoltre, ha anche misurato per la prima volta la distribuzione verticale di un isotopo dell'acqua, importante per la comprensione della storia dell'acqua su Marte".

Ciò ha permesso di ricostruire la distribuzione verticale del vapore acqueo e dell'acqua semi-pesante (in cui uno dei due atomi di idrogeno è sostituito da un atomo di deuterio, una forma di idrogeno con un neutrone aggiuntivo) dalla prossimità della superficie marziana fino a oltre 80 km di altezza. I nuovi risultati evidenziano l'azione che esercita la polvere presente nell'atmosfera sul vapore d'acqua, così come la perdita di atomi di idrogeno nello spazio.

"Alle latitudini settentrionali", conclude Ann Carine Vandaele, del Royal Belgian Institute for Space Aeronomy (BIRA-IASB) e principal investigator di NOMAD, "abbiamo osservato nuvole di polvere a quote di circa 25-40 km che in precedenza non erano state rilevate, mentre alle latitudini meridionali abbiamo visto strati di polvere spostarsi a quote più alte".

 

Dopo una decina di tappe in altrettante città italiane, il Summit nazionale delle Diaspore fa scalo a Crotone Sabato 13 Aprile. Si tratta di un progetto nazionale che promuove il ruolo attivo delle Diaspore come ponte tra i Paesi e le società e attori chiave nello scambio economico, culturale e sociale tra l'Italia e i paesi di provenienza dei migranti residenti.

L'incontro a Crotone è rivolto a tutti i cittadini, italiani e migranti, attivi nel mondo delle migrazioni e /o cooperazione, che abbiano la volontà di comprendere come strutturare o fortificare le loro associazioni, che vogliano essere protagonisti in Italia e dire la loro sulla narrazione delle migrazioni. E' aperto anche a quanti collaborano con queste associazioni o hanno alle spalle esperienze di cooperazione verso i paesi del Sud del mondo (ONG, imprese, centri servizi...). L'obiettivo è discutere insieme le istanze del territorio e presentare le opportunità che il sistema italiano offre per accedere ai programmi di cooperazione allo sviluppo. Saranno presenti rappresentanti dell'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, delle fondazioni partner del progetto e diversi attori istituzionali, per creare uno spazio di dialogo con le associazioni della diaspora.

Dice Mirko Tricoli, rappresentante dell'AICS – Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, principale finanziatore del progetto:  "Sono qui come referente istituzionale, ma anche come persona nata e cresciuta in questa terra ricca di tradizioni e spirito di accoglienza. Da qui sono partite migliaia di persone, che da lontano hanno portato ricchezza e garantito prosperità alle proprie famiglie. E a dire il vero sono tanti i giovani che continuano a partire. Ma oggi la nostra terra ospita anche forze nuove, persone con competenze, capacità e cultura, che possono contribuire al benessere dei loro paesi di origine e contemporaneamente all'arricchimento del nostro. Oggi più che mai è necessario promuovere il valore e l'impegno delle comunità di migranti per un futuro di sviluppo, benessere e convivenza pacifica."

Continua Cleophas Adrien Dioma, coordinatore del Summit Nazionale delle Diaspore: "Crediamo che il ruolo delle Diaspore nella Cooperazione allo Sviluppo sia fondamentale per creare relazioni stabili e durature tra il nostro paese e i paesi d'origine dei migranti residenti in Italia. Pensiamo alle Diaspore come ponti culturali e leve di sviluppo economico, come attori e autori di una nuova narrativa sulle migrazioni."

La riflessione su questi temi, che impegnerà i partecipanti in un workshop diviso in due parti - al mattino presso i locali del Comune e al pomeriggio nella sede ARCI - terminerà con un aperitivo, seguito alle 21.00 dal concerto di Djana Sissoko, espressione artistica delle nuove generazioni in Calabria, apprezzata a livello nazionale e internazionale.

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero. I posti sono limitati, si consiglia pertanto di confermare la propria partecipazione inviando una mail a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

"Abbiamo ricevuto le lettere delle cooperative che chiedono l'annullamento del bando migranti, ma non possiamo bloccarlo, le disposizioni arrivano dal Ministero e nulla dipende da noi". Lo ha affermato il prefetto di Padova, Renato Franceschelli, commentando la lettera inviata a inizio mese ai suoi uffici, oltre che a quelli di Belluno e Verona, da Confcooperative e Legacoop.

Le associazioni di categoria, che mettono insieme circa il 90% delle cooperative sociali che si occupano di accoglienza migranti, avevano scritto alle Prefetture esprimendo profonda preoccupazione per l'esito del bando per l'accoglienza diffusa che fissa a 18 euro, anziché 35, la basa d'asta per la gestione dei migranti.

"In questo modo non possiamo assicurare lezioni di italiano, non possiamo sviluppare progetti di integrazione, diventeremmo degli albergatori, ma noi non siamo albergatori" lamentano le coop, paventando anche lo spettro della disoccupazione per oltre la metà dei dipendenti delle cooperative sociali del Veneto, circa 400 persone. Altra doglianza quella che riguarda il pericolo che ad aggiudicarsi la gara siano imprenditori senza scrupoli pronti ad accaparrarsi il denaro senza offrire alcun servizio ai profughi.

"Purtroppo non mi compete, non spetta a me ritirare il bando, si va avanti così", ha aggiunto Franceschelli. 

(Fonte: Ansa)

La seconda indagine sulle Società di Mutuo Soccorso (SMS) realizzata dall’Associazione ISNET per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali in partnership con Fimiv, Confcooperative Salute ed Ansi è stata presentata ieri alla Camera dei Deputati. 

I lavori sono stati aperti dall'onorevole Marialucia Lorefice Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera che ha espresso apprezzamento per l'indagine e per la possibilità di approfondire le informazioni anche perche - ha ricordato - in Commissione è stata avviata un'indagine conoscitiva sui fondi sanitari integrativi.

Le Società di Mutuo Soccorso, ricorda il rapporto presentato, sono le prime libere organizzazioni che fin dall’Ottocento hanno realizzato su base volontaria forme di tutela dei lavoratori e dei cittadini, innescando forme di reciprocità e di mutuo aiuto, rappresentando una prima espressione di welfare generativo e co-partecipato tra i soggetti coinvolti.

Un modello oggi più che mai attuale, con una società alle prese con bisogni crescenti e alla ricerca di risposte adeguate anche in ambito socio sanitario. In questo scenario, le SMS - che favoriscono l’integrazione tra soggetti pubblici e privati - rappresentano un modello di fortissima portata, garantendo forme di tutela importanti e risposte personalizzate ai bisogni dei cittadini.

I dati

L’istantanea che emerge dall'indagine Isnet rivela un buon livello di dinamicità e capacità di risposta a fronte delle trasformazioni dell’ambiente di riferimento. Le SMS attive, che svolgono attività non occasionali, sono ad oggi 532, 7,8 punti percentuali in più rispetto alla prima indagine, con un sentiment di crescita della base associativa di ben 42 punti, valore in aumento del 4% rispetto alla prima edizione. Il 61% delle SMS che si occupano di attività socio sanitaria prevede incrementi del 51% (+8% rispetto al campione generale).   Nell’ultimo anno le SMS hanno erogato prestazioni e sussidi socio sanitari e assistenziali ai propri soci beneficiari per un valore complessivo di 141 milioni di euro pari al 63,3% dei contributi raccolti.

Secondo Laura Bongiovanni Presidente dell’Associazione Isnet e curatrice della ricerca: “Sono dati che dimostrano che la comunità mutualistica è sempre più ampia, marcando la specificità del sistema in chiave integrativa e non sostitutiva del sistema pubblico. La salute non è un business, ma un bisogno che necessita di risposte ispirate a modelli di welfare generativo, di prossimità, capace di creare meccanismi di co-partecipazione. Nelle Società di Mutuo Soccorso il cittadino è un socio e non un cliente”.

"Stiamo assistendo allo sviluppo delle SMS e ci stiamo impegnando in una logica di rete secondo la nostra vocazione, con una posizione quindi integrativa e sussidiaria. Le peculiarità delle SMS ci fanno anche ritenere che nella prossima indagine potremo iniziare a lavorare sull'impatto sociale che esse producono - ha affermato Placido Putzolu, presidente Fimiv - sta recuperando valore il tema della mutualità e quindi della solidarietà. I soggetti del terzo settore, come le Società di mutuo soccorso, che operano nella economia sociale non profit, rappresentano infatti un elemento imprescindibile per la costruzione di un welfare comunitario efficace, sostenibile e di qualità".

"Ciò che emerge dall’indagine ISNET - ha dichiarato Luciano Dragonetti vice presidente Ansi- è la conferma della grande attualità di questi enti, le SMS sono gli unici enti che garantiscono assistenza e lo fanno per tutta la vita; sono state il vettore del progresso in una epoca povera di welfare, povera di previdenza e di diritti costituzionali. Oggi sono un veicolo di buone abitudini che fanno riscoprire valori come la partecipazione, la condivisione, l’appartenenza ". 

"Il totale delle realtà attive indica l'evidenza di un movimento mutualistico vivo e pervasivo nelle comunità - ha aggiunto Michele Odorizzivicepresidente Confcooperative Sanità - anche quelle più remote del nostro Paese. Un potenziale enorme che abbiamo la responsabilità di rilanciare al servizio delle persone e a sostegno di una idea di società coesa e inclusiva favorendo al contempo l'offerta e l'azione di quella che ci piace definire mutualità allargata".

Il professor Salvatore Sciacchitano in rappresentanza del Ministero della Salute e del Ministro Grillo ha sottolineato "I temi affrontati oggi e gli strumenti conoscitivi presentati sono di estrema rilevanza per il nostro Ministero proprio per il ruolo integrativo che le SMS possono svolgere nei confronti del SSN specie nell'ambito della long term care. Di questi enti stiamo svolgendo una sorta di censimento per giungere ad una loro mappatura ed anagrafe.

Anche la Riforma del Terzo Settore ha riconosciuto l’importanza del loro ruolo, includendo le Società di Mutuo Soccorso tra gli ETS (Enti di Terzo Settore) in ragione della loro missione sociale. Lo ha ricordato in un'articolata missiva, insieme a positive parole di apprezzamento nei confronti di Isnet per il lavoro svolto, l'On. Claudio Durigon, sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali.

 

La ricerca è stata realizzata dall’Associazione Isnet, nell’ambito degli approfondimenti tematici dell’Osservatorio nazionale sull’impresa sociale e ha costituito il primo Panel nazionale sulle SMS, con 200 SMS rappresentative della popolazione statistica. 

La costituzione di un Panel nazionale offre la possibilità di fare analisi periodiche e le verifiche dell’impatto sociale generato, utili anche per le politiche e le azioni di governo.

 

Sono i minori i più colpiti dalla povertà assoluta. Nel 2005 era assolutamente povero il 3,9% dei minori di 18 anni, un decennio dopo la percentuale di bambini e adolescenti in povertà è triplicata, e attualmente supera il 12%.

È quanto emerge dal secondo Rapporto sulla povertà educativa minorile in Italia presentato oggi a Roma, presso il Centro Congressi Università Sapienza e organizzato da Con i Bambini. Questa crescita - si legge ancora nel testo - ha allargato il divario tra le generazioni. Nell'Italia di oggi più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta. L'Italia ha quindi un enorme problema con la povertà minorile e giovanile da affrontare. E non riguarda solo la condizione economica attuale. Riguarda soprattutto il futuro, la possibilità, anche per chi nasce in una famiglia povera, di avere a disposizione gli strumenti per sottrarsi da adulto alla marginalità sociale.  

“Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è uno degli strumenti più innovativi nel campo della lotta alla povertà attivi nel nostro Paese - ha spiegato a margine dell’incontro Giuseppe Guzzetti presidente di Acri. È nato grazie a un accordo fra Fondazioni di origine bancaria, Governo e Forum Nazionale del Terzo settore. Coinvolge l’intera comunità educante: scuola, terzo settore, enti locali e famiglie e sta attivando le migliori energie del Paese nello sforzo comune per combattere un’emergenza che deve essere una priorità di un paese civile.

Il secondo Rapporto sulla povertà educativa minorile di Openpolis e Con i Bambini contribuirà ad accendere ancora di più i riflettori su questa tematica e a evidenziarne l’impatto in maniera ancora più dettagliata”. Il risvolto del problema è soprattutto educativo. Le famiglie più povere sono generalmente quelle con minore scolarizzazione. L'incidenza della povertà assoluta è infatti più che doppia nei nuclei familiari dove la persona di riferimento non ha il diploma. Contrastare la povertà nella fascia più giovane della popolazione significa offrire concretamente a tutti i bambini e gli adolescenti, a prescindere dal reddito dei genitori, uguali opportunità educative. Infatti, rispetto alla media europea, l'Italia tende a investire meno in istruzione.

“Con il secondo rapporto sulla povertà educativa minorile in Italia, abbiamo voluto focalizzare l’attenzione sulla presenza e accessibilità dei servizi per i minori nel nostro Paese. Il lavoro dell’Osservatorio Openpolis- Con i Bambini è molto importante per due ordini di motivi - ha spiegato Carlo Borgomeo presidente dell’impresa sociale Con i Bambini. Da una parte la conoscenza sempre più approfondita e puntuale del fenomeno della povertà educativa è indispensabile per orientare le attività promosse dal Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, dall’altra contribuisce in modo decisivo all’azione di advocacy, che resta un obiettivo centrale della nostra iniziativa. Aggredire in modo puntuale e organico il fenomeno della povertà educativa minorile, non riguarda solo la sfera dei diritti, seppur importante, ma anche il tema dello sviluppo del Paese”.

Per decenni l’asilo nido è stato considerato solo nella sua funzione sociale, di assistenza alla famiglia. È una acquisizione più recente il suo ruolo educativo: è infatti nella primissima infanzia che si gettano le basi di tutti gli apprendimenti futuri del bambino. Perciò il contrasto alla povertà educativa non può prescindere dall’estensione di questo servizio.

L'Ue nel 2002 ha stabilito come obiettivo per gli stati membri di arrivare almeno a 33 posti in asili nido o servizi prima infanzia per i bambini con meno di 3 anni - viene ancora sottolineato nel

Rapporto realizzato da Openpolis e ConiBambini

Rispetto a questo obiettivo l’Italia è ancora indietro. In termini assoluti, a fronte di una platea potenziale di 1,5 milioni di bambini, sono circa 350 mila i posti disponibili (di cui il 90% in asili nido, mentre la parte restante in servizi integrativi). Un elemento da non sottovalutare è che sulla copertura degli asili nido incide un vistoso calo della popolazione tra 0 e 2 anni, -16,70% di bambini con meno di tre anni tra 2011 al 2018. Nello stesso periodo la popolazione complessiva è rimasta stabile sui 60 milioni di abitanti. Le disuguaglianze educative ed economiche spesso si sommano ad altre di tipo territoriale, come può avvenire nelle aree interne. Il problema maggiore dei comuni che si trovano in queste zone è la scarsità dei servizi sul territorio (in tutti gli ambiti, non solo quello educativo) e la difficoltà di raggiungere i centri in cui sono presenti, dati i lunghi tempi di percorrenza. Distanza e carenza di servizi hanno condannato le aree interne ad una progressiva marginalità, a partire dalla metà del secolo scorso. Se isoliamo la tendenza demografica dei soli giovani in età per andare a scuola (6-18 anni), ci accorgiamo di una profonda disparità tra i centri e le aree più periferiche del paese. Nei comuni polo e cintura, per quanto faticosamente, il numero di ragazzi tra 6 e 18 anni tutto sommato tiene. Mentre è nell'Italia interna, quella dei comuni intermedi, periferici e ultraperiferici, che la popolazione in età per la scuola sta calando in modo più consistente.

“In un Paese dove l’ascensore sociale è rotto e due terzi dei bambini con i genitori senza diploma resta con lo stesso livello d’istruzione, è indispensabile un forte investimento sull'educazione, intesa in senso lato, dalla scuola ai servizi rivolti ai minori - ha commentato Vincenzo Smaldore, responsabile editoriale Openpolis. Purtroppo l’Italia è quintultima in Europa per spesa in istruzione, con appena il 3,9% del Pil. Molto al di sotto della media europea del 4,7%. Un quadro generale preoccupante ma che al suo interno contiene numerose ulteriori criticità, come le differenze fra le aree del Paese. Profonde disuguaglianze ci sono fra Centro e Periferia (esempio: aumentano le famiglie nei comuni cintura); fra Nord e Sud (esempio: le 5 regioni che offrono meno posti in asilo nido sono tutte del Mezzogiorno, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania); fra comuni più connessi e aree interne (esempio: 10,3% dei ragazzi tra 14 e 18 anni residenti in Italia vive in un comune interno senza scuola superiore statale)”.

In Italia in media la popolazione con meno di 18 anni rappresenta il 16,2% dei residenti. La concentrazione di minori è più bassa agli opposti della classificazione: nei comuni polo, in gran parte capoluoghi, e nei comuni delle aree interne. Nei comuni periferici e ultraperiferici, la popolazione con meno di 18 anni arriva a malapena al 15%. Mentre la quota cresce fino al 17% nei comuni di cintura, ovvero gli agglomerati urbani attorno alle città maggiori, e nei poli intercomunali. Questi sono gruppi di comuni limitrofi che, sebbene presi da soli non costituiscano un polo, complessivamente offrono un livello di servizi paragonabile a quello dei centri maggiori.

Nelle aree interne il ruolo della scuola è importante anche come fattore di coesione territoriale. Allo stesso tempo, per ragioni che chiamano in causa la perifericità di queste zone, l'offerta educativa può risultare compromessa. “I dati sulla povertà educativa minorile nel nostro Paese sono allarmanti e ancora troppo forti sono le disparità nell’accesso ai servizi educativi per bambini e ragazzi - ha dichiarato Stefano Tassinari del coordinamento nazionale del Forum del Terzo Settore. Avere accesso ad una educazione di qualità è non solo un diritto fondamentale, ma la prima strategia di azione efficace contro la crescita esponenziale delle diseguaglianze e della povertà. È necessario un piano di contrasto alla povertà educativa che convochi attivamente le nostre comunità, e tutte le persone che le abitano. Solo così si può immaginare una politica di contrasto alle diseguaglianze che sia ambiziosa, anche nell'essere volano di nuovo sviluppo, civile ed economico”.

L'elevata mobilità degli insegnanti, in primo luogo, che fa venir meno la continuità didattica per le ragazze e i ragazzi, strutture sottodimensionate o difficilmente raggiungibili, e più in generale difficoltà di accedere a scuole dove i livelli di apprendimento e la qualità educativa sono equivalenti a quelle dei centri maggiori aggravano ancora di più le con dizioni dei ragazzi che vivono in quelle aree. Inoltre, questo comporta la difficoltà per gli istituti nelle aree interne di essere attrattivi, sia per i professori che per gli studenti, come si osserva mettendo in relazione il numero di alunni che frequentano la scuola in un comune con i residenti della stessa fascia d'età in quel comune.

“La povertà educativa minorile è spesso causa ed effetto di quella economica - ha precisato nelle conclusioni dell’incontro Stefano Buffagni, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Presidente Comitato Indirizzo Strategico del Fondo. Dal Rapporto emerge un quadro impietoso e disarmante dell’Italia, dove la scarsa mobilità sociale in atto in questi anni si ripercuote principalmente nella crescita dei bambini. Scuole e asili sono, devono essere, la base per ricucire il Paese. Le scuole devono rappresentare un forte strumento di livellamento sociale e questo deve partire dalla garanzia per i minori di avere maggiori servizi e opportunità. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è uno strumento necessario per intervenire in quella fetta di povertà che riguarda i più piccoli e le loro famiglie. È compito nostro, della politica, delle istituzioni mettere in campo azioni concrete per combattere qualsiasi forma di povertà, a partire dai minori. Per questo il sostegno del Governo al Fondo non poteva e non può mancare e, aggiungo, non mancherà mai”.

L’osservatorio povertà educativa #conibambini mappa la presenza e la qualità dei servizi in tutti i comuni italiani su scuola, cultura, sport e servizi sociali per promuovere un dibattito informato sulla condizione dei minori in Italia. Temi che devono essere messi al centro dell’agenda politica italiana.La banca dati comunale sui servizi per i minori è realizzata individuando, raccogliendo e sistematizzato una serie di basi di dati che erano disperse tra fonti pubbliche diverse, aggregandole in un’unica infrastruttura. A partire da questa base dati – accessibile in un’ottica di data journalism – è possibile produrre analisi e riflessioni che contribuiscano a un dibattito strutturato sulle opportunità che il paese sta offrendo ai bambini e agli adolescenti.

I dati completi e aggiornati sono disponibili su www.conibambini.org e www.openpolis.it

 

Quale è stato il momento in cui si è spezzato il rapporto di fiducia tra i cittadini e i media? Da questa e da altre domande parte il libro “Slow Journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?”, scritto dai giornalisti Daniele Nalbone e Alberto Puliafito (Fandango, euro 17.50). Dallo choc dell’irruzione e dell’ossessione dei social network ai modelli sbagliati di business e alla scure delle fake news fino alla questione dei diritti sindacali e salariali con una precarietà strutturale.

A Roma il prossimo 16 aprile alle 19.30 nella sede di Sparwasser, in via Pigneto 215, si terrà la presentazione del volume con gli interventi di Alexander Damiano Ricci e Tiziana Barillà.

I due autori si sono avventurati in una delle operazioni editoriali più complicate per un giornalista: analizzare criticamente una categoria e un settore che ha enormi difficoltà a mettersi in discussione, soprattutto se tocca pratiche e decisioni degli organismi professionali. E vanno anche oltre, lanciando una proposta per salvare questo lavoro da se stesso: lo slow journalism appunto.

Sui temi del libro sono state poste alcune domande a uno dei due autori, Daniele Nalbone.

Daniele, il lavoro giornalistico vive una crisi dettata, innanzitutto, dallo sfruttamento a bassissimo costo come denunciate nel libro: perché questa categoria è incapace di "sindacalizzarsi"? 

Perché quella dei giornalisti non è più nemmeno “una” categoria. Sono diversi mondi che non riescono a comunicare. Il cuore del problema è nella divisione tra “giornalisti” e “giornalisti web” voluta, chiaramente, dai primi. Il corporativismo è una barriera con la quale dobbiamo necessariamente fare i conti. Con la nascita dei siti di informazione, perdonami la banalità, i giornalisti si sono sentiti attaccati da un mondo con il quale semplicemente non hanno voluto fare i conti. E si sono barricati. Dall’altra parte centinaia di giovani “non giornalisti” hanno fatto il loro ingresso nella professione uscendo da corsi e scuole e non conoscendo nemmeno i diritti di base di questa professione: co.co.co. a non finire, finte partite iva, collaboratori di ogni sorta. Stipendi di 800 euro per 10 pezzi al giorno e/o 200 pezzi al mese. Testa bassa sulla tastiera a rielaborare agenzie o notizie uscite su altri organi di informazione. La luce del sole intravista solo in pausa pranzo. Per non parlare di quanti lavorano per un giornale online da casa, nella loro stanza, riempiendo pagine e pagine di Wordpress. Come si fa a sindacalizzare qualcosa che, di fatto, non esiste e non ha nemmeno consapevolezza di esistere? Ed è qui la prima responsabilità del “sindacato”: non aver mai cercato di capire come erano (non) fatte le redazioni dei “giornali web”. Non aver mai chiesto a un editore “ma questo Mario Rossi che scrive dieci pezzi al giorno, dov’è? Che fa? Che contratto ha?”. Oppure: “Ma è normale che su 80 pezzi al giorno che pubblicate, 75 sono a firma redazione? Chi li sta scrivendo? Che contratto ha?”.

Tra il 2010 e il 2014 i Coordinamenti dei precari in tante regioni riuscirono a costruire un movimento "dal basso" che poneva la questione sociale e salariale. Furono criminalizzati soprattutto dal sindacato, gestione Siddi: come vedi oggi la capacità rappresentativa della Fnsi?

Parliamo purtroppo di un sindacato che ha perso ogni battaglia. La motivazione oggettiva, spesso, si è trasformata in una scusa: la crisi del settore. Da qui si è lasciato campo aperto a qualsiasi editore, assecondando ogni suo bisogno e sacrificando sull’altare dei “posti di lavoro” qualsiasi diritto. Tante persone hanno continuato a combattere da dentro, a lottare per un altro sindacato. E tantissime, ed è giusto il riferimento ai Coordinamenti dei precari, hanno provato a farsi sentire. Ma aprire a una riflessione avrebbe significato mettere a rischio lo status quo, in primis, proprio dei vertici della Fnsi. La scelta è stata quella di fare meno onda possibile quando ci si trova in un mare, diciamo così, non fatto di acqua. Quindi, chiudere le porte e aspettare che passasse la bufera. Bene, ora che la bufera è passata fuori dalla Fnsi non è rimasto nulla o quasi. O meglio, non conosco nessuno che, avendo un problema personale o collettivo, di redazione, abbia come primo pensiero anche solo “mando una mail alla Fnsi”.

Nel libro spiegate bene il ruolo dei social che sono nel mirino degli editori e dei giornalisti di "carta" e "tv" mentre possono rappresentare un'opportunità: è sbagliato il modello di business editoriale o è continua autoconservazione del potere?

Ci sono diversi interventi, in Slow Journalism, proprio sui modelli di business. In uno scriviamo, testualmente, che “il mondo è cambiato”. E fin qui è facile ricevere consenso. La parte dolorosa, però, è la seguente: “Viviamo in un mondo digitale. Il che non significa progettare buone pagine online. Significa ripensare l’offerta giornalistica, il prodotto, che prima di tutto deve essere a servizio del pubblico, buono, pulito, giusto”. Senza queste basi non si va da nessuna parte e possiamo anche smettere di parlarne. “È proprio inutile”, scriviamo, “cominciare a pensare a qualcosa di nuovo se non condividiamo la necessità di trasparenza, competenza, valore aggiunto per il pubblico”. Ecco, la chiave è tutta qui: a queste domande abbiamo risposto con il clickbaiting, con i piani editoriali da 150 articoli al giorno, con il link da “sparare” su Facebook entro 120 secondi dalla breaking news per arrivare prima. Non vedo nessun complotto dei grandi mezzi di informazione. Non c’è nessun piano diabolico. Vedo più, alla fonte, proprio l’incapacità anche solo di immaginare un tipo di giornalismo diverso – diciamo così - al tempo dei social.

Analizzate criticamente il contratto Fnsi-Uspi per i giornalisti "web": l'idea di partenza di un contratto ad hoc non potrebbe essere un'opportunità per l'emersione del lavoro nero o a bassissimo costo?

Non credo che una nuova stagione sindacale possa iniziare con un contratto di “serie B” sui diritti dei giornalisti. Sono mancati – ognuno scelga tra queste voci – il coraggio, la forza, l’interesse per giocare la vera partita, mettere mano al contratto Fieg/Fnsi, che nessuno nasconde essere, oggi, decisamente troppo oneroso in termini economici per molti editori. Si è scelta, invece, la strada di un contratto “parallelo” per i “poveri giornalisti del web”. E anche qui si è arrivati ben presto a scoprire come quello che era nato come contratto per i piccoli siti di informazione è diventato strumento a vantaggio degli editori. Sul sito dell’Uspi c’è ancora l’annuncio della firma del contratto che, spiegano, doveva essere rivolto a quelle testate, “native digitali, che non raggiungono i centomila euro di fatturato annuo”. Il risultato, però, è che due delle prime cinque testate online italiane usano tranquillamente questo contratto, pur fatturando rispettivamente intorno ai dieci milioni di euro l’anno. E non è un caso che editori attenti, invece, alla vita dei propri giornalisti stiano “aggirando” il contratto Uspi dall’altra parte, prendendo la retribuzione “minima” (1.400 euro) appunto come base dalla quale partire per una contrattazione individuale, e non come “questo dice il contratto, questo ti pago”.

Proponete un manifesto dello "slow journalism" con proposte pratiche per superare la crisi: qual è la prima e più immediata da applicare?

Posso essere banale? Rallentare. E iniziare a studiare, a capire come utilizzare la tecnologia nel migliore dei modi possibili. Il primo passo da fare è riconoscere la sovrapproduzione di contenuti come primo problema, e come risultato di una certa interpretazione del sistema capitalistico, e risolvere il problema. Quindi, il primo passo, è rispondere “quando è pronto” alla domanda “per quando ti serve quel ‘pezzo’?”.

Daniele, scrivere un libro sul giornalismo è una delle cose più complicate che possa fare proprio un giornalista che attira critiche e diffidenza nella categoria: chi ve lo ha fatto fare?

L’amore per questo lavoro. Una delle cose che mi sono ripetuto nei mesi di lavoro con Alberto è stata quella di non dover più avere paura: è finito il tempo del fare la “cosa migliore”, è iniziato quello del fare la “cosa giusta”. Siamo pronti alle critiche, molte ne sono già arrivate e altre ne arriveranno, ma siamo noi stessi a ritenere questo lavoro non “la” risposta” ma la “nostra” risposta. E poi, abbiamo scritto a caratteri cubitali dietro alla copertina del libro che “essere slow journalist è una forma di attivismo”. Quindi la risposta è molto semplice: lo abbiamo fatto perché non potevamo non farlo. Almeno non stavolta.

 

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