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Giovedì, 25 Aprile 2019

L’Avviso 43 Aziendale del Fondo di Rotazione di Fon.Coop stanzia 4 milioni di euro su base regionale e nazionale per piani formativi aziendali e pluri aziendali condivisi. Obiettivo dell’Avviso è sostenere le imprese aderenti finanziando attività formative dedicate alla crescita nel mercato di riferimento, all’adeguamento tecnologico e normativo (es. Qualità, 231) ed in ogni altra specifica esigenza.

“Abbiamo strutturato questo Avviso per ampliare la partecipazione delle imprese attraverso piani pluri aziendali e per premiare la qualità delle proposte” – dichiara Stefania Serafini, presidente di Fon.Coop. “Nella progettazione dei piani abbiamo lasciato ampio margine di scelta dei contenuti e delle metodologie didattiche perché riteniamo che da fabbisogni ben individuati è possibile progettare attività formative che innescano processi di cambiamento e di innovazione”.

La Vice Presidente del Fondo, Francesca Mandato, sottolinea come nell’Avviso sia opportunamente valorizzata l’attestazione della formazione, la certificazione delle competenze, il conferimento di qualifiche ed attestati professionali. “È importante che i nostri piani formativi consentano ai lavoratori di vedere riconosciute le competenze acquisite così da poterle spendere in percorsi di crescita aziendali o, eventualmente, nel mercato del lavoro”.

 

Quattromila visite pre o post-natali, 1.500 donne ricoverate al reparto maternità, 686 bambini nati: sono i numeri dell'intervento di Medici Senza Frontiere (MSF) nell'ospedale regionale di Bay a Baidoa, in Somalia sud-occidentale, da maggio a dicembre 2018.  

In Somalia, i tassi di mortalità materna sono tra i più alti al mondo: 1 donna su 12 rischia di morire durante la gravidanza, durante il parto o nel periodo post-parto, a causa dell'impossibilità di accedere ai servizi sanitari. Anche la mortalità infantile è eccezionalmente elevata, con un bambino su sette che non raggiunge i cinque anni di età secondo i dati ufficiali.  

"Il momento del parto è un periodo difficile nella vita di qualunque donna, ma qui le difficoltà sono ancora maggiori perché i combattimenti hanno distrutto molte strutture sanitarie" dichiara Himedan Mohammed Himedan, coordinatore dei programmi di MSF in Somalia. "Abbiamo bisogno di informare tutta la comunità, in modo che le mamme in attesa sappiano che possono ricevere cure di qualità da MSF in questo periodo".  

La prima fase dell'intervento di MSF, finalizzata alla creazione di un'unità ostetrica completa e pienamente funzionante, comprende il supporto per cure pre e postnatali e l'assistenza a parti normali e complessi. Il supporto all'ospedale sarà ampliato nei prossimi mesi per includere lo sviluppo di un'unità neonatale e di servizi pediatrici ospedalieri, ambulatoriali e di emergenza. 

MSF ha ripreso le attività in Somalia a maggio 2017, dopo un'assenza di quasi quattro anni dovuta in particolare ai violenti attacchi contro il proprio staff.  "In tutta la Somalia MSF cerca di garantire che le persone abbiano accesso alle cure nelle aree in cui i bisogni medici sono gravi e le condizioni di sicurezza lo consentono" dichiara Gautam Chatterjee, responsabile MSF per la Somalia. "La necessità di assistenza medica gratuita di qualità è molto alta in Somalia e la nostra strategia prevede un sempre maggiore supporto alle strutture esistenti per migliorare i servizi. Sebbene il contesto sia impegnativo, possiamo contare su personale nazionale dedicato, spesso medici che hanno già collaborato con MSF, per sviluppare le capacità e garantire un migliore accesso alle cure nel paese."  

La storia di Halima  

Halima, 18 anni, vive in un villaggio a circa 100 km a sud di Baidoa. È stata una delle prime pazienti dell'ospedale regionale di Bay da quando MSF ha iniziato a supportarlo nel maggio 2018.   "Avevo intenzione di partorire a casa, ma dopo due giorni di travaglio ho perso conoscenza, così i miei parenti mi hanno messo su un carro trainato da un asino e mi hanno portata in un centro sanitario nel vicino distretto di Qansah-Dhere" racconta Halima. "Quando sono arrivata stavo molto male, ma il personale medico non era in grado di aiutarmi. Mi hanno tenuto lì una notte, ma ero ancora incosciente e così hanno deciso di trasferirmi all'ospedale di Bay a Baidoa".  

Il giorno seguente Halima, ancora priva di sensi, è stata messa su un pullman diretto a Baidoa. Il viaggio dura un giorno intero ma, dopo poche ore, Halima è entrata in travaglio.  "Il bambino ha iniziato a uscire mentre io ero ancora incosciente e nessuno sapeva cosa fare. Mi hanno raccontato che quando sono arrivata all'ospedale ero in coma da otto giorni. Ho perso il bambino, ma i medici dell'ospedale sono riusciti a salvarmi la vita" ricorda Halima. 

Halima ha impiegato altri due giorni per uscire dal coma e da allora è in fase di guarigione.  "Dal momento che l'ospedale è il principale centro dove vengono trasferiti i pazienti di tutta la regione, la maggior parte dei casi che riceviamo sono già molto complicati, sia quando le donne provengono da altre strutture sanitarie sia quando arrivano qui autonomamente" dichiara Asma Aweys, coordinatore medico di MSF presso l'ospedale. 

Le attività di MSF per la popolazione in Somalia  

In Somalia MSF supporta l'ospedale regionale di Bay a Baidoa e l'ospedale regionale di Mudug a Galkayo. Inoltre, fornisce assistenza umanitaria nei campi profughi di Galcayo, gestiscono un programma nutrizionale a Dollow e Dusa Mareb, forniscono visite mediche a Jubaland e preparano la risposta a eventuali epidemie a Dhobley, Bardhere e Garbaharey. MSF effettua inoltre interventi oculistici per la cataratta in collaborazione con diversi attori locali.  

 

Il 12 aprile alle ore 19 si terrà a Napoli, al Teatro Cinema Delle Palme, un incontro ad ingresso libero sul cambiamento climatico dal titolo evocativo: "This earth is on fire – Vesuvio 2.0". Obiettivo della serata è sviluppare una capacità critica sui temi ambientali anche tra i giovani, partendo da un episodio molto doloroso, la serie di incendi sul Vesuvio dell'estate 2017, e affrontandolo con gli strumenti della cultura e dell'arte. 

Nato in collaborazione con il gruppo dei "Dialoghi del Lunedì", promossi da Luciano Stella e Francesco La Monica, l'evento ha lo scopo di informare, sensibilizzare e discutere su tematiche riguardanti l'ambiente. Alla serata aderisce con entusiasmo, diventandone promotore, il Comitato Clima.Obiettivo 30/50, che presenterà in tale occasione la sezione YOUNG.

"Parlare di Cambiamento Climatico è di fondamentale importanza– affermano Maria Giovanna Lahoz e Sarah Parisio, organizzatrici dell'evento e fondatrici della sezione Young del Comitato Clima.Obiettivo 30/50 - . Siamo arrivati al punto in cui, se non cambiamo abitudini e mentalità, la Terra non sarà più adatta alla vita dell'essere umano. Per dirla in breve: ci stiamo auto-distruggendo! Ma noi non siamo ancora pronte ad accettarlo". Dietro questo progetto c'è la volontà di parlare del cambiamento climatico e degli impatti delle azioni dell'uomo sul Pianeta. "Crediamo che sia necessario che ognuno acquisisca la capacità critica (e autocritica) per rendersi conto dell'impatto che abbiamo, sia individualmente sia come società, sull'ambiente, in modo tale da poter collegare coscientemente le azioni agli impatti. Da qui la volontà di partire ricordando una delle tragedie più tangibili che ha colpito uno dei simboli della nostra città campana: l'incendio del Vesuvio nell'estate 2017. Il nostro intento è quello di sensibilizzare e raccontare questo problema tanto importante attraverso le espressioni artistiche. Crediamo possa essere lo strumento più efficace. Il pianeta Terra ne ha già affrontati diversi, di cambiamenti, però esiste ancora ed esisterà sempre, nonostante tutto, nonostante la nostra scomparsa. Quindi parlarne attraverso l'arte, che è l'espressione migliore dell'essere umano, ci dà l'idea di quanta potenzialità e bellezza rischiamo di perdere. Da qui nasce la scelta di fondare la sezione Young del Comitato Clima.Obiettivo 30/50, affinché quello di venerdì 12 aprile possa essere solo il primo di numerosi eventi a riguardo" concludono le organizzatrici.

Nel corso dell'evento sarà proiettato "Feu", un cortometraggio che si propone di raccontare gli incendi del 2017 in Val di Susa, realizzato daR-Eact, che interverranno assieme ad Agostino Casillo, Presidente dell'Ente Parco del Vesuvio, ai fondatori del Comitato Clima.Obiettivo 30/50, i giovani membri del Fridays for Future Napoli. La serata sarà accompagnata dalle opere di Fabrizia Cesarano (Inartebizia) e Marta Accardo, a moderare il dibattito, patrocinato dall'Ordine dei Giornalisti Campania e dalla Stella Film, Sarah Parisio e Maria Giovanna Lahoz.

 

Fruttagel ha partecipato oggi alla tappa bolognese del Salone della CSR e dell'innovazione sociale, presentando i risultati raggiunti dal progetto educational "Dal Campo al banco con Ortilio". Giunto quest'anno alla quinta edizione, il percorso educativo ha coinvolto complessivamente 426 classi, per un totale di 10.650 alunni e relative famiglie.

Il progetto, in piena coerenza con la mission aziendale, si rivolge ai bambini delle scuole primarie del territorio per promuovere, sia a scuola sia in famiglia, l'adozione di stili di vita sani e di abitudini alimentari corrette, valorizzando qualità e genuinità della filiera alimentare e incoraggiando comportamenti rispettosi dell'ambiente. "Dal Campo al banco con Ortilio" si articola in percorsi ludico-didattici da portare avanti in classe durante l'anno e concorsi tematici. A disposizione degli insegnanti delle classi partecipanti strumenti e materiali formativi dedicati e un esperto per approfondimenti specifici sugli argomenti al centro del progetto. Narrazioni, giochi a squadre, laboratori permettono di condividere con i più piccoli i principi basilari dell'educazione alimentare e ambientale di cui Ortilio, mascotte dell'iniziativa, è portavoce.

"I bambini di oggi sono il futuro, sono gli adulti di domani – sottolinea Stanislao Fabbrino, Presidente e Amministratore Delegato di Fruttagel – ed è per questo che il progetto "Dal Campo al banco con Ortilio", una delle numerose attività in ambito di responsabilità sociale che portiamo avanti, ci sta particolarmente a cuore. Crediamo, infatti – prosegue Fabbrino – che avere una visione di lungo periodo dello sviluppo sostenibile non possa prescindere da un impegno rivolto verso le nuove generazioni che costruiranno le comunità del futuro. Generazioni che, anche grazie a iniziative come la nostra, diventeranno portatrici di nuove priorità e saranno animate da consum-attori più consapevoli e responsabili". 

Fruttagel, a cui è stato recentemente assegnato il Premio Biblioteca Bilancio Sociale per essersi distinta nell'ambito della sostenibilità applicata al proprio ambito produttivo, è da sempre impegnata nel creare valore attraverso le proprie attività tutelando e salvaguardando al contempo le persone, la comunità e l'ambiente. Tra le best practice dell'azienda ravennate, il primo pack per vegetali surgelati interamente compostabile, smaltibile nell'organico della raccolta differenziata, l'impianto di cogenerazione per l'efficientamento energetico e la riduzione di Co2 e le iniziative di relamping dei due stabilimenti aziendali (Alfonsine e Larino).

 

Nel suo rapporto globale sulla pena di morte, Amnesty International ha reso noto che nel 2018 ha registrato il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione di quasi un terzo rispetto all'anno precedente. Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l'eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato. 

Dopo la modifica alla legislazione contro la droga, in Iran - dove comunque l'uso della pena di morte resta elevato - le esecuzioni sono diminuite di uno sbalorditivo 50 per cento. Una significativa riduzione delle esecuzioni è stata registrata anche in Iraq, Pakistan e Somalia. Di conseguenza, il numero delle esecuzioni verificate a livello globale è calato da almeno 993 nel 2017 ad almeno 690 nel 2018. 

"La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta", ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. 

"Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un'auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere", ha commentato Naidoo. 

Ripristino della pena di morte 

Nel rapporto di Amnesty International non vi sono solo buone notizie. Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l'assunzione dei boia. 

"Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente", ha sottolineato Naidoo. 

"Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni e la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati ora costituiscono una minoranza in calo. A tutti gli stati che ancora ricorrono alla pena di morte, lancio la sfida: siate coraggiosi e poniate fine a questa abominevole sanzione", ha proseguito Naidoo. 

Noura Hussein è una giovane sudanese condannata a morte nel maggio 2018 per aver ucciso l'uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla. Dopo uno scandalo mondiale, grazie anche alla campagna di Amnesty International, la condanna è stata commutata in cinque anni di carcere. 
"Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire. Non potevo credere a che livello d'ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu 'Cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno?'. La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola", ha raccontato Noura Hussein ad Amnesty International. 

In testa alla classifica 

Nel 2018 la Cina è rimasta al primo posto per numero di esecuzioni, anche se il livello effettivo dell'uso della pena di morte è ignoto poiché i dati sono considerati un segreto di stato. Amnesty International ritiene che migliaia di persone siano condannate alla pena capitale e messe a morte ogni anno. 

Con una decisione senza precedenti, le autorità del Vietnam hanno reso noti i dati sulla pena di morte: nel 2018 le esecuzioni sono state 85. I primi cinque stati per numero di esecuzioni sono stati dunque la Cina (migliaia), l'Iran (almeno 253), l'Arabia Saudita (149), il Vietnam (85) e l'Iraq (almeno 52). 

Ho Duy Hai, condannato per rapina e omicidio dopo essere stato costretto - secondo quanto ha dichiarato - a "confessare" sotto tortura, è stato condannato a morte nel 2008. Lo stress dell'attesa dell'esecuzione ha avuto effetti profondamente negativi sulla sua famiglia: 
"Sono passati 11 anni da quando è stato arrestato e la nostra famiglia è a pezzi. Non ce la faccio più a sopportare questo dolore. Solo pensare a quanto mio figlio stia soffrendo in carcere mi annienta. Vorrei che la comunità internazionale ci aiutasse a far tornare unita la nostra famiglia. Siete la mia unica speranza!", ha dichiarato ad Amnesty International sua madre, Nguyen Thi Loan. 

Nonostante un significativo calo, l'Iran è stato ancora responsabile di oltre un terzo delle esecuzioni registrate nel mondo.  Amnesty International si è detta inoltre preoccupata per il notevole aumento delle condanne a morte emesse in alcuni stati nel corso del 2018.  In Iraq il numero è quadruplicato da almeno 65 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018. In Egitto il totale è cresciuto di oltre il 75 per cento, da almeno 402 nel 2017 ad almeno 717 nel 2018, a causa dell'attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su "confessioni" estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari. 

La tendenza globale verso l'abolizione 

Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.  Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale. 

A dicembre, nel corso dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati. 

"Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell'uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall'essere finita", ha sottolineato Naidoo. "Dal Burkina Faso agli Usa, vengono fatti passi concreti per abolire la pena di morte. Ora tocca agli altri paesi seguire l'esempio. Tutti noi vogliamo vivere in una società sicura ma le esecuzioni non sono mai la soluzione. Col continuo sostegno delle persone nel mondo, possiamo porre fine alla pena di morte una volta per tutte. E ce la faremo", ha concluso Naidoo. 

Alla fine del 2018 142 stati avevano abolito la pena di morte per legge o nella prassi. Di questi, 106 erano abolizionisti totali. 

Gulliver, alla luce di esperienze passate e nell'ottica di valorizzare i suoi professionisti, propone una serie di incontri gratuiti che vertono su tematiche di vita quotidiana. La proposta che la Cooperativa fa, ai propri soci e a tutta la cittadinanza, è quella di concedersi un'ora di tempo per informarsi, approfondire, riflettere e confrontarsi su temi di carattere sociale, insieme all'esperto di Gulliver che condurrà il dibattito.

Gli incontri avranno il carattere della "conversazione" dove è possibile uno scambio di pareri, esperienze, dubbi, domande, istruzioni tra il conduttore e il pubblico presente. Ogni singola iniziativa si svolgerà presso la sede di Gulliver o all'interno di servizi gestiti sul territorio provinciale e si aprirà con un piccolo rinfresco di benvenuto.

Il secondo incontro è in programma per Mercoledì 10 Aprile alle ore 18,00 presso la sede di Gulliver, a Modena in via Galileo Galilei 168. Si parlerà di "Cybercrime e mondo social: quali segnali?" con Paola Paglia e Andrea Anaclerio, coordinatori di servizi Gulliver impegnati anche in attività di tutela minori.

Il primo appuntamento "Se questo fosse vero amore..." con le testimonianze delle colleghe Valeria Tonelli, Psicologa del Centro contro la violenza alle donne del Distretto Ceramico, e Malika Kachou, Mediatrice culturale Gulliver, operatrice del gruppo emergenza sull'accoglienza a donne vittime di violenza, si è tenuto il 14 febbraio in occasione della chiusura della mostra di Anarkikka "Non chiamatelo raptus".  

Nel mese di maggio si affronterà il tema della prevenzione e della salute al femminile, in collaborazione con il Poliambulatorio Gulliver, e a settembre ci si confronterà sulle cure palliative nel fine vita. Seguiranno due incontri, a ottobre e novembre, su genitori e figli in merito all'accompagnamento alla crescita e ai bisogni fondamentali dei bambini.

Maggiori informazioni su questo link

 

Libia nel caos, scontri armati tra diverse fazioni. A rischio ci sono i civili e la conferma che il Paese non rappresenti un porto sicuro. L'Isis ha compiuto un attacco nel centro della Libia, a Fuqaha, uccidendo due persone tra cui il presidente del consiglio comunale e rapendo il capo delle Guardie municipali. E' quanto emerge da resoconti dei siti di due media libici tra cui Libya Al-Ahrar. Nell'attacco avvenuto la scorsa notte nella città a oltre 600 km a sud-est di Tripoli, i terroristi hanno incendiato la sede della Guardia municipale e abitazioni di alcuni poliziotti, precisa il sito della tv Libya Channel.

Medici Senza Frontiere (MSF) esprime grave preoccupazione per i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi migranti e rifugiati bloccati nei centri di detenzione. Migliaia di persone che abitano nelle aree del conflitto sono fuggite in altre aree della città. Ma i migranti bloccati nei centri non hanno alcuna possibilità di fuga.   

Craig Kenzie, capoprogetto delle operazioni MSF a Tripoli: “Siamo molto preoccupati per tutti i civili intrappolati nei combattimenti in corso a Tripoli, compresi i migranti e i rifugiati bloccati nei centri di detenzione nelle aree colpite o nelle immediate vicinanze. Anche in periodi di relativa calma, migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione sono costretti a condizioni pericolose e degradanti che hanno impatti negativi sulla loro salute fisica e mentale. Il conflitto ha reso queste persone ancora più vulnerabili e ha drasticamente ridotto la capacità della comunità umanitaria di fornire una risposta salvavita tempestiva e garantire evacuazioni urgentemente necessarie”.  

“Il centro di detenzione di Ain Zara – aggiunge Kenzie - dove pochi giorni fa il segretario generale delle Nazioni Unite ha constatato “la sofferenza e la disperazione” di rifugiati e migranti, si trova ora nel pieno degli scontri, con quasi 600 persone vulnerabili, compresi donne e bambini, intrappolate al suo interno. Testimonianze arrivate da un altro centro suggeriscono che alcune persone vengano costrette a lavorare per i gruppi armati”. 

“È la terza volta negli ultimi sette mesi che a Tripoli scoppiano combattimenti – conclude - eppure molte delle persone trattenute nei centri sono lì a causa delle politiche degli stati membri europei, che permettono alla guardia costiera libica di intercettare migranti e rifugiati in mare e riportarli forzatamente in Libia, in violazione del diritto internazionale. Il conflitto attuale non fa che evidenziare ancora una volta che la Libia non è un porto sicuro dove la protezione di migranti e rifugiati possa essere garantita.” 

Amnesty International ha espresso il timore per ulteriori perdite di vite civili a seguito dell'intensificarsi degli scontri alla periferia di Tripoli tra l'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar e le milizie fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale. 

Secondo il ministero della Salute di Tripoli dal 4 aprile, giorno dell'inizio dell'offensiva del generale Haftar verso la capitale, sono state uccise almeno 25 persone e altre 80 sono rimaste ferite. Secondo le Nazioni Unite fra le vittime vi sono almeno quattro civili, tra cui due operatori sanitari.  "L'escalation di violenza alle porte di Tripoli è profondamente preoccupante: temiamo che il numero delle vittime civili aumenti rapidamente e che i combattimenti vadano a interessare  zone più densamente popolate della capitale libica", ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International. 

"Tutte le parti in conflitto sono obbligate dal diritto internazionale umanitario a proteggere i civili. Esse devono sempre distinguere tra civili e combattenti ed è loro assolutamente vietato colpire civili, operatori sanitari e strutture mediche. Munizioni esplosive ad ampio effetto, come i colpi di artiglieria e di mortaio, non devono mai essere impiegate nei pressi dei centri abitati", ha aggiunto Mughrabi. 

L'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha reso noto che finora circa 2800 persone sono sfollate a causa dei combattimenti e che in alcune zone i residenti sono impossibilitati a fuggire a causa dell'intensità degli scontri. Molti non hanno accesso ai servizi di emergenza. Le richieste di una tregua per evacuare i feriti e i civili da alcune zone sono state ignorate.  "Tutti i civili che vogliono lasciare le aree coinvolte nei combattimenti dovrebbero farlo liberamente senza finire sotto attacco", ha sottolineato Mughrabi.  Alcuni degli scontri si svolgono anche nei pressi dei centri di detenzione di Qasr Ben Gashir e Ain Zara, dove sono trattenuti circa 1300 migranti e rifugiati. 

"Si tratta di persone già in condizioni di estrema vulnerabilità e che hanno subito orribili violenze da parte delle autorità che le tengono in detenzione e dei trafficanti. Vi sono timori concreti per la loro incolumità e per la loro situazione umanitaria in caso di aumento degli scontri. Abbiamo già ricevuto notizie di detenuti bloccati, senza acqua né cibo, in condizioni inumane", ha concluso Mughrabi. 

Gli effetti devastanti del ciclone Idai in Mozambico e nelle altre aree colpite continuano a farsi sentire e con la maggior parte delle comunità ancora prive di accesso stabile all'acqua pulita, i bisogni medici rischiano di aumentare. Medici Senza Frontiere (MSF) sta supportando il Ministero della Salute locale in particolare nel contenere l'epidemia di colera. Sono ufficialmente 1.400 i casi confermati in tutto il paese, ma le équipe di MSF hanno curato oltre 1.000 pazienti sospetti solo a Beira, e si preparano ad affrontare l'incremento di altre malattie trasmesse dall'acqua, oltre che di malaria, infezioni della pelle e respiratorie.

In occasione dell'8 aprile, Giornata internazionale per i diritti dei rom, Associazione 21 luglio e Amnesty International hanno presentato i dati relativi alle comunità rom in insediamenti formali e informali in Italia e nella città di Roma, estratti dal Rapporto "I margini del margine" curato da Associazione 21 luglio, e il ricorso presentato da Amnesty International al Comitato europeo dei diritti sociali. 

Dati e numeri 

In Italia è possibile quantificare circa 25.000 persone di etnia rom che vivono in baraccopoli istituzionale e in baraccopoli informali. Una realtà che rappresenta un unicum nel panorama italiano è quella rappresentata dagli insediamenti formali. In Italia se ne contano 127, presenti in ben 74 Comuni. Al loro interno vivono circa 15.000 persone, dei quali più della metà sono rappresentati da minori, con una percentuale di cittadini con cittadinanza italiana vicina al 45%. Negli insediamenti informali – solo a Roma se ne contano quasi 300 – vivono invece cittadini rumeni e, in minima parte, bulgari. Si tratta di lavoratori stagionali, impegnati in un pendolarismo dalle città di origine al nostro Paese. Nella città di Roma, alla fine del 2018 risultavano essere 6.030 rom e sinti in emergenza abitativa, pari allo 0,20% della popolazione romana, secondo la seguente suddivisione: rom e sinti presenti in 16 insediamenti formali (compresivi dei "campi tollerati"): 4.080 persone; rom presenti nei circa 300 insediamenti informali: circa 1.300 persone; rom presenti in un'occupazione monoetnica: circa 650 persone. 

Sgomberi forzati 

Nel 2016 le azioni di sgombero forzato, registrate sul territorio del Comune di Roma, erano state 28. Nel 2017 si era registrato un incremento del 18%, con un numero di sgomberi registrati pari a 33. Gli sgomberi forzati registrati nel 2018 da Associazione 21 luglio sono stati 40 con un incremento, rispetto all'anno precedente, del 21%. Secondo le osservazioni condotte anche sul campo da Associazione 21 luglio, si stima che i rom coinvolti nei 40 sgomberi forzati organizzati nell'anno 2018 siano stati in totale 1.300 per un costo complessivo di circa 1.640.000 euro. 

Scolarizzazione dei minori rom 

Nel novembre 2018, in riferimento ai 10 insediamenti presso i quali il Comune di Roma organizza il servizio di accompagnamento scolastico, risultavano iscritti alla scuola dell'obbligo 940 alunni, con un calo dell'8% rispetto all'anno precedente. L'insediamento che conta il più alto numero di iscritti è quello di Castel Romano (252 alunni) mentre quello con il numero minore di iscritti risulta essere quello di Salviati 2 (14 alunni). È importante notare come i dati sopra esposti si riferiscono esclusivamente ai minori rom iscritti e non quelli realmente frequentanti con regolarità. Questi ultimi, se volessimo considerare i dati degli anni precedenti, non dovrebbero superare il 20% degli iscritti, un numero che, se ritenessimo ancora valido, ci porterebbe a concludere che sono meno di 200 i bambini rom che a Roma hanno una frequenza regolare. 

Ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali 

Di fronte al perdurante scandalo della situazione abitativa dei rom in Italia, Amnesty International ha deciso di presentare per la prima volta un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali. Elaborato sulla base di anni di ricerche, soprattutto a Roma, Milano e Napoli, il ricorso presenta prove circostanziate di violazioni della Carta sociale europea, vincolante per l'Italia, tra cui i diffusi sgomberi forzati, il continuo uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e il mancato accesso secondo criteri di uguaglianza all'edilizia sociale. Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom in Italia comprendono l'assenza di infrastrutture e servizi di base come l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell'alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti. Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l'unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall'accesso all'edilizia sociale in molte città. 

Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio: “leggendo le azioni del "Piano rom" presentato dalla sindaca Virginia Raggi il 31 maggio 2017, vediamo rafforzata sempre più la convinzione che se lo stesso resterà immutato, non potrà sicuramente portare a quei risultati auspicati in linea con quanto fissato dalla Strategia Nazionale per l'Inclusione dei rom. Il tentativo, andato fallito, di superamento del Camping River, conclusosi con lo sgombero forzato il 26 luglio 2018, l'impegno mai realizzato di iniziare la chiusura dell'insediamento di Castel Romano, il tortuoso percorso di chiusura dei "campi" di La Barbuta e Monachina, mostrano le debolezze di un "Piano rom" che nasce sulla mancanza di fiducia tra le due parti, si fonda su un approccio "rieducativo" e discriminatorio, definisce in maniera arbitraria obiettivi irraggiungibili, che non sembrano in alcun modo tener conto del contesto particolarmente deprivato in cui vivono da anni famiglie rom”.

“Preoccupa – aggiunge - tra le prime azioni del 2019, la realizzazione di "centri di raccolta rom", sistema già ideato da Alemanno e smantellato da Mafia Capitale, che in barba al rispetto dei diritti umani, crea ghetti monoetnici che nulla hanno a che vedere con fenomeni di inclusione. Le conseguenze di questa politica che non offre risposte e non presenta discontinuità rispetto al passato è causa di malcontenti e tensioni che, laddove strumentalizzati, possa portare ad episodi simili a quelli registrati nei giorni scorsi a Torre Maura”.   

Elisa De Pieri, ricercatrice dell'ufficio regionale per l'Europa di Amnesty International:  “le condizioni abitative di migliaia di rom in Italia sono una scandalosa violazione dei diritti umani cui nessuna amministrazione locale o nazionale si è presa la responsabilità di porre termine. Da molti anni mancano proposte legislative e politiche inclusive, accompagnate da risorse adeguate, che pongano rimedio alle condizioni di grave deprivazione socio-abitativa di questa comunità. Abbiamo documentato per quasi un decennio continui sgomberi forzati, segregazione abitativa in alloggi inadeguati e discriminazioni nell'accesso dei rom agli alloggi popolari, a Roma, ma anche a Milano e Napoli”.

Gli effetti devastanti del ciclone Idai in Mozambico e nelle altre aree colpite continuano a farsi sentire e con la maggior parte delle comunità ancora prive di accesso stabile all'acqua pulita, i bisogni medici rischiano di aumentare. Medici Senza Frontiere (MSF) sta supportando il Ministero della Salute locale in particolare nel contenere l'epidemia di colera. Sono ufficialmente 1.400 i casi confermati in tutto il paese, ma le équipe di MSF hanno curato oltre 1.000 pazienti sospetti solo a Beira, e si preparano ad affrontare l'incremento di altre malattie trasmesse dall'acqua, oltre che di malaria, infezioni della pelle e respiratorie. 

Secondo i dati ufficiali del governo del Mozambico, 598 persone sono decedute a causa del ciclone nel paese, 1.522 sono i feriti, 112.000 le case distrutte, danneggiate o alluvionate. Secondo le Nazioni Unite 1,85 milioni di persone hanno bisogno di assistenza urgente. Almeno 131.000 persone sfollate hanno trovato riparo in 136 diversi siti e sebbene molte forniture di acqua pubblica siano state reintegrate, la maggior parte delle comunità – ovvero migliaia di persone – non ha ancora un accesso adeguato ad acqua pulita ed elettricità. Più di 715.000 ettari di coltivazioni sono stati spazzati via, proprio all'inizio della stagione dei raccolti. Fuori da Beira, molte aree sono ancora isolate e stanno ricevendo scarsa o nessuna assistenza. 

Per contenere l'epidemia di colera a Beira, Nhamatanda e Dondo, MSF ha allestito tre centri di trattamento e gestisce un'unità di trattamento in un centro sanitario del Ministero della Salute, potendo assistere in questo modo oltre 350 pazienti per volta. MSF ha anche allestito unità di trattamento da 20 posti letto a Dondo e Tica e una struttura a 10 posti nella località di Buzi. MSF sta inoltre fornendo supporto logistico, tecnico e gestionale al Ministero della Salute per la campagna di vaccinazione di massa a Beira, Dondo, Nhamatanda e Buzi.  

Nel frattempo, i nostri team di potabilizzazione dell'acqua stanno installando nuovi punti di distribuzione – di cui uno a Chingasura, uno dei quartieri di Beira più colpiti dall'epidemia, e un altro a Dombe a beneficio dei campi sfollati nell'area – mentre le équipe di promozione della salute raggiungono le comunità per spiegare alle persone come purificare l'acqua che hanno a disposizione, le buone pratiche per evitare il contagio e cosa fare se emergono sintomi della malattia. 

Oltre al colera, gli estesi danni alle infrastrutture sanitarie e alle forniture mediche richiedono ancora un notevole sforzo per ripristinare il funzionamento del sistema sanitario e garantire alle persone la possibilità di ricevere cure mediche di base, materno-infantili o per malattie croniche come HIV e Tubercolosi. 

Fin dai primi giorni dell'emergenza MSF ha avviato una risposta massiva nell'area e oggi conta 120 operatori locali che lavoravano con MSF a Beira prima del ciclone, oltre 500 operatori locali reclutati specificamente per l'emergenza, oltre 170 operatori internazionali arrivati da altri paesi africani e dal resto del mondo. Più di 100 le tonnellate di forniture mediche e logistiche arrivate via cargo aerei. 

 

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