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Mercoledì, 20 Gennaio 2021

Contrastare il fenomeno del maltrattamento minorile tramite azioni di prevenzione e di cura dei minori maltrattati, favorire i legami familiari e promuovere l’integrazione tra piano terapeutico e piano pedagogico, garantendo l’inclusione sociale dei minori a rischio o vittime di maltrattamento. Sono questi gli obiettivi principali del bando “Ricucire i sogni”, promosso da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

In risposta al bando sono pervenute 217 proposte e, dopo un’accurata valutazione in due fasi, ne sono state approvate 18. Di questi progetti, 15 sono regionali e 3 multiregionali e interessano le aree del nord, del centro e del sud Italia comprese le due isole. I partenariati dei 18 progetti coinvolgono complessivamente oltre 300 organizzazioni tra Terzo settore, istituti scolastici, enti pubblici. Il contributo complessivo è pari a 13.973.000 euro. Attraverso i progetti saranno raggiunti oltre 29.000 bambini e ragazzi e 12.000 genitori.

In generale, i progetti saranno impegnati nel rafforzamento dei meccanismi di segnalazione che permettono di individuare i casi di maltrattamento e di fare partire il meccanismo d’aiuto. Si punterà al rafforzamento delle competenze di circa 1.200 tra educatori e insegnanti. Inoltre, tra i minori coinvolti, circa 3.600 avranno accesso a servizi di cura e di protezione specialistici.

Nello specifico, al fine di contrastare il maltrattamento minorile, molte organizzazioni hanno colto l’occasione del bando per realizzare ex novo servizi per la valutazione, il supporto e la cura dei bambini a rischio o vittime di maltrattamento. Il tutto in un’ottica di cooperazione tra enti e istituzioni competenti, quali ad esempio centri specialistici presso i quali realizzare percorsi di sostegno psicoterapeutico su segnalazione di servizi sociali e autorità giudiziaria.

In altri casi, i partenariati hanno privilegiato il potenziamento di servizi avviati precedentemente tramite la messa a sistema degli stessi o il rafforzamento delle competenze degli addetti ai lavori per prevenire anche il rischio di burn-out. A ciascuna rete, inoltre, è stato richiesto di adottare un codice procedurale e di condotta per minimizzare il rischio di comportamenti inadeguati nei confronti di bambini e adolescenti.

A guardare nel dettaglio i progetti, sette di questi prevedono l’attivazione e il potenziamento di servizi dedicati di cura di minori vittime di maltrattamento e abuso: centri specialistici di valutazione psicodiagnostica e presa in carico, équipe multidisciplinari per l’elaborazione e la realizzazione di percorsi di cura terapeutici e pedagogici, spazi neutri per lo svolgimento di incontri protetti tra il minore e il genitore maltrattante o negligente. Altri sei proposte si concentrano sugli aspetti relativi allo sviluppo di percorsi psico-educativi per l’intero nucleo familiare, funzionali anche ad un ipotetico recupero del rapporto con i genitori.  valutazione della recuperabilità genitoriale.  Gli ultimi cinque si presentano come progetti di sistema, volti alla sperimentazione di prassi e modelli operativi integrati e concertati con i servizi e le istituzioni competenti per l’intercettazione e la presa in carico precoce dei casi di maltrattamento.

 

Circa 38 milioni di persone nel mondo convivono con l'HIV/AIDS, di cui oltre due terzi nell'Africa subsahariana. In Repubblica Centrafricana (RCA), classificata come il paese con l'aspettativa di vita più bassa al mondo, l'HIV è ancora oggi una delle principali cause di mortalità: lo scorso anno ha provocato circa 4.800 decessi, mentre ogni anno vengono confermati circa 5.500 nuovi casi nel paese. Eppure meno della metà delle 110.000 persone stimate che convivono con l'HIV sono sotto trattamento con farmaci antiretrovirali. 

La RCA registra la più alta prevalenza di HIV tra i paesi dell'Africa occidentale e centrale, e si trova in una situazione particolarmente critica, alimentata da anni di conflitti e insicurezza, povertà estrema, violenza, grave carenza di strutture e personale sanitario, problemi nella catena di fornitura dei farmaci antiretrovirali e barriere significative alla diagnosi precoce e alla cura delle persone nel paese. Di fronte a tutto questo, i team di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno favorito la nascita di 'gruppi antiretrovirali di comunità' che aiutano a garantire l'accesso alle cure, la continuità di trattamento e il supporto reciproco tra i pazienti. 

Un micidiale cocktail di ostacoli

"Sebbene la Repubblica Centrafricana abbia la più alta prevalenza di HIV in tutta la regione dell'Africa occidentale e centrale, meno della metà delle persone che convivono con l'HIV sono in cura con farmaci antiretrovirali" dichiara la dr.ssa Miriam Zanotti, responsabile medico di Medici Senza Frontiere (MSF) in CAR. "La situazione è ancora più allarmante per i bambini: dei minori di 15 anni che sanno di essere HIV-positivi, meno di un quarto è in cura". 

La RCA è completamente dipendente da finanziamenti esterni insufficienti per la risposta all'HIV. Pochissime delle strutture sanitarie nel paese offrono test e cure e molte persone che vivono con questo virus devono fare viaggi lunghi, spesso pericolosi, per trovare una clinica in cui siano disponibili i trattamenti. Chi riesce a raggiungere una clinica a volte trova scaffali vuoti invece dei farmaci necessari, e questo rende impossibile una continuità di cura. 

"In un paese in cui la maggior parte delle persone vive con meno di 2 dollari al giorno, le barriere economiche all'assistenza stanno aggravando questa situazione" afferma Marie Charlotte Bantah Sana, responsabile del programma contro le malattie trasmissibili del Ministero della Salute e della Popolazione. "La maggior parte delle persone deve pagare per ottenere un test HIV, e poi deve pagare per diversi test extra prima di poter iniziare il trattamento. Di conseguenza, il 30% di tutti i pazienti invitati per una valutazione pre-trattamento non torna per iniziare il trattamento".

Questo micidiale cocktail di ostacoli, combinato con la fine dei test gratuiti per mancanza di fondi, nonché con scarse informazioni e stigma sulla malattia, aiuta a spiegare perché a quasi due terzi dei pazienti affetti da HIV in RCA viene diagnosticato l'HIV avanzato dal momento in cui iniziano il trattamento con i farmaci antiretrovirali salvavita.

Supportare i pazienti con HIV in stato avanzato

In questo ambiente critico, MSF lavora a stretto contatto con il Ministero della Salute e della Popolazione e si impegna con altri attori chiave per supportare l'accesso a diagnosi e cure. A Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, la prevalenza dell'HIV è doppia rispetto alla media nazionale. Dalla fine del 2019, MSF è l'unica organizzazione a fornire supporto medico gratuito e supporto psicologico ai pazienti in una fase avanzata della malattia che hanno anche coinfezioni da tubercolosi (TB). È stato implementato anche un sistema di trasferimenti tra l'ospedale e i centri sanitari periferici, che sarà ulteriormente sviluppato nei prossimi mesi.

In un anno dall'inizio del progetto HIV/AIDS di MSF presso il Centre Hospitalier Universitaire Communautaire di Bangui, 1.851 pazienti sono stati ricoverati per il trattamento dell'HIV, inclusi 558 pazienti con nuova diagnosi. "Ero in ospedale con un mio parente quando ho iniziato ad avere febbre e sintomi di malaria" dice Reine, una vedova di 34 anni e madre di due figli. "Durante la visita, il team medico si è offerto di farmi il test. È così che sono venuta a conoscenza della mia condizione. Sono stata immediatamente sottoposta a trattamento e sono dovuta tornare in ospedale pochi giorni fa perché mi sono ammalata di nuovo. Ora sono in cura e mi sento meglio giorno dopo giorno".

Anche Anita, una madre di sei figli, non aveva idea di essere sieropositiva, nonostante si sentisse male da tempo. "Era un po' di tempo che mi sentivo male, ma non sapevo di avere l'AIDS. Mi sono ammalata due settimane fa e sono stata portata in ospedale per le cure. Ho saputo della malattia quando sono arrivata qui".

Aumentare l'accesso alle cure attraverso i gruppi di comunità

Fuori Bangui, MSF fornisce cure ai pazienti con HIV avanzato a Paoua, Carnot, Kabo e Batangafo. Per aiutare ad aumentare l'accesso delle persone alle cure, MSF ha istituito 'gruppi antiretrovirali di comunità' a Bambari, Batangafo, Bossangoa, Boguila, Carnot, Kabo, Paoua e Zemio. In questo sistema, gruppi di pazienti che convivono con l'HIV e in condizioni stabili designano uno dei loro membri per andare a ritirare le scorte di farmaci per i mesi successivi per l'intero gruppo, riducendo i costi di trasporto e il tempo speso nelle consultazioni mediche.

Oltre a rendere il trattamento più accessibile, questi gruppi aiutano anche i pazienti ad autogestirsi e partecipare al trattamento e incoraggiano il sostegno tra pari e l'adesione alle cure, in un paese in cui lo stigma contro le persone che vivono con l'HIV rimane una dura realtà. I membri di questi gruppi sono i principali sostenitori della prevenzione dell'HIV e hanno dimostrato che un approccio comunitario può essere estremamente efficace. Aiutano a garantire che i pazienti possano continuare il trattamento anche in circostanze difficili o pericolose, come in RCA, dove picchi di violenza possono rendere rischioso il viaggio.

Questa iniziativa guidata dalla comunità si è rivelata ancora più importante nel contesto del Covid-19, quando l'accesso alle strutture sanitarie è stato ridotto a causa delle misure di prevenzione e controllo per prevenire la diffusione di questo virus. "Nel nostro gruppo, un membro va in ospedale ogni anno per prendere i trattamenti delle altre 10 persone" racconta Serge, membro di un gruppo della comunità supportato da MSF a Carnot. "Questo sistema è importante perché alcune persone si vergognano di andare in ospedale per farsi curare contro l'HIV".

Entro la fine del 2020, MSF avrà aiutato a creare 276 gruppi di comunità antiretrovirali in RCA, che rappresentano circa 2.300 pazienti. "In tutti i progetti in cui è stato implementato il sistema di gruppo, il numero di persone affette da HIV che si uniscono è in costante crescita" continua Laurent Lwindi Mukota di MSF. Un sistema simile è stato istituito in altri paesi africani in cui l'HIV è un problema significativo, tra cui Mozambico, Sud Africa, Zimbabwe e Repubblica Democratica del Congo.

Nel 2019 in CAR, sono state trattate con farmaci antiretrovirali 6.600 persone affette da HIV in strutture sanitarie supportate da MSF. Tuttavia, c'è ancora un lavoro importante da fare per decentralizzare, destigmatizzare e assicurarsi che il test e il trattamento per l'HIV siano gratuiti e accessibili a tutti. Sebbene siano stati compiuti alcuni progressi nell'ultimo decennio, il sistema sanitario indebolito, esacerbato da anni di violenza, sfollamento e insicurezza, continua a combattere la sua lotta per abbattere le barriere alla risposta all'HIV nel paese. C'è un urgente bisogno di aumentare gli sforzi - e aumentare gli investimenti - in modo da offrire test e cure per l'HIV gratuite e alla portata di tutti nel paese.

 

 

 

 

 

 

 

Il valore delle risorse del territorio in termini di integrazione con la comunità di Villanova, il percorso di coprogettazione con l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale nella presa in carico delle persone più fragili, il sostegno al sistema sociale – che l’emergenza sanitaria da Covid-19 sta mettendo a dura prova – nella prospettiva di un percorso di rinnovo sostenibile e partecipato. Per Orietta Antonini, presidente della Cooperativa sociale Itaca, “i motivi di soddisfazione per la recente apertura del nuovo servizio Civico 11, modulo autismo di Villanova, sono tanti e tengono conto del particolare contesto di emergenza sanitaria da Covid-19 che stiamo vivendo anche nella nostra regione”.

Gestito da AsFO su delega della Conferenza dei Sindaci della provincia di Pordenone e affidato alla Cooperativa Itaca, Civico 11 è un servizio semi residenziale che consolida il sistema di offerta del territorio, ma soprattutto un modello di presa in carico da parte di AsFO che copre tutti gli aspetti essenziali della persona giovane adulta con disabilità da un punto di vista clinico, abilitativo, educativo e sociale.

IL VALORE DELLA RETE E DELLA COMUNITÀ

Il primo motivo di soddisfazione ha a che fare con l’appropriatezza del servizio, che non riguarda solo Itaca e l’Asfo “ma si allarga a una rete rappresentata dalle famiglie, dalla Parrocchia di San Ulderico, dalla Diocesi di Concordia Pordenone, dall’Amministrazione comunale di Pordenone e dall’intera comunità. Questa ampia rete di partenariato – afferma la presidente di Itaca, Orietta Antonini – è parte del progetto, perché non ci possono essere obiettivi segmentati. La stessa scelta rispetto al nome Civico 11, va nella direzione di restituire il senso di integrazione con la comunità, perché Civico 11 vogliamo che sia un luogo di vita in collegamento con tutta la comunità di Villanova”.

IL PERCORSO DI COPROGETTAZIONE

“Mi sento personalmente gratificata, inoltre, dal percorso che ci ha portato all’attivazione di Civico 11. È un servizio coprogettato con l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale e per questo ringrazio il dott. Carlo Francescutti, direttore sociosanitario f.f., e la sua squadra, di cui è parte il competente dott. Marco Bertelli del Crea di Firenze. Nella presa in carico delle persone più fragili, nell’integrazione socio sanitaria si evidenzia spesso la valorizzazione del partenariato pubblico con gli enti del terzo settore, ma questa valorizzazione passa attraverso la sostenibilità degli strumenti e l’effettiva praticabilità degli stessi. Essere meri fornitori o, invece, partner non è la stessa cosa, la coprogettazione deve essere valorizzata da tutte le parti coinvolte e a tutti i livelli, soprattutto istituzionali”.

IL SOSTEGNO AL SISTEMA SOCIALE AI TEMPI DEL COVID-19

“La Cooperativa sociale Itaca ha pagato e sta pagando un prezzo rilevante a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Per questo trovo opportuno evidenziare– rimarca la presidente Antonini – che anche nei servizi rivolti alla disabilità giovane e/o adulta, a parte i primi giorni seguiti alla sospensione avvenuta a fronte del lockdown, le nostre equipe hanno costantemente lavorato per riadattare, rimodulare e riattivare gli interventi. Perché era determinante continuare a dare risposte, seppur con modalità diverse, ai beneficiari di quei servizi e alle loro famiglie.

È vero che l’emergenza sanitaria da Covid-19 sta ‘stressando’ il Sistema sanitario regionale, ma non possiamo certo fermare il sistema sociale. E il vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, lo sa, per questo desidero ringraziare lui e tutti i collaboratori del suo assessorato, perché pur nell’enorme complessità si è comunque già espresso per cogliere l’apertura di Civico 11 come opportunità per rivedere e innovare la rete dei servizi alla fragilità.

In questo particolare momento storico – sottolinea ancora Antonini -, alcune scelte potrebbero diventare fondamentali per ottimizzare l’infrastruttura necessaria al miglioramento degli obiettivi di integrazione socio sanitaria. Sicuramente serve un piano di emergenza ma, in parallelo, è necessario anche un percorso di rinnovo sostenibile che, per esserlo realmente, deve essere partecipato. E Civico 11 è anche un messaggio della nostra partecipazione”.

LA SQUADRA ITACA

“L’ultimo motivo di soddisfazione – chiosa la presidente di Itaca -, ma non certo per importanza, riguarda l’intera squadra della Cooperativa sociale Itaca, composta da socie e soci, lavoratrici e professionisti, a loro va il nostro ringraziamento e apprezzamento più sincero. Nel caso di Civico 11, l’equipe guidata dalla responsabile dell’area Minori, Samantha Marcon, e coordinata da Silvia Avella, si conferma capace di metterci cuore e competenza, di saper fare di più e meglio per rispondere con maggiore appropriatezza alle esigenze delle persone più fragili e delle loro famiglie”.

I PRIMI PASSI DI CIVICO 11

In questo primo mese trascorso dall’avvio del nuovo servizio, “l’attenzione dell’equipe è stata prevalentemente rivolta a favorire l’ambientamento di cinque giovani adulti, destinatari del progetto, stimolandoli a personalizzare gli spazi a loro disposizione. Abbiamo creato insieme – spiega Samantha Marcon -, per quanto più possibile, un ambiente dall’atmosfera familiare, idoneo ad accogliere le preferenze e le esigenze di ognuno di loro”.

Sono state così realizzate attività laboratoriali per l’allestimento e il decoro dei locali, che hanno coinvolto in prima persona i ragazzi, affiancati dai loro educatori, attraverso l’uso di immagini funzionali a guidarli nello sviluppo delle autonomie personali. È stata mantenuta, inoltre, la continuità di attività sportive e riabilitative rispettando le preferenze ed attitudini di ciascuno.

“In questa prima fase, abbiamo investito molto nella tessitura delle collaborazioni con la Parrocchia di San Ulderico e la comunità locale nella quale Civico 11 è inserito. Abbiamo avviato i primi approcci di conoscenza, generando opportunità di relazioni reciproche grazie anche alla proposta, accettata di buon grado, di attività di giardinaggio, cura del verde e attività di piccola manutenzione della chiesa. Con slancio ed alta motivazione – conclude Samantha Marcon di Itaca – Civico 11 ha accolto la proposta, giunta dai collaboratori della Parrocchia, di coinvolgere i ragazzi nella creazione delle decorazioni natalizie, utili all’allestimento del grande albero di Natale posto di fronte alla chiesa di San Ulderico”.

Dall'inizio della pandemia da Covid-19 i lavoratori e le lavoratrici di Amazon stanno andando incontro a grandi rischi per la loro salute e sicurezza, eppure la loro capacità di denunciare le condizioni di lavoro e di svolgere trattative collettive è minacciata dal gigante delle vendite online. 

Lo ha dichiarato Amnesty International presentando, in occasione del Black Friday – uno dei più importanti momenti di vendite dell'anno –, un rapporto intitolato "Amazon lasci i lavoratori organizzarsi in sindacato" che descrive in che modo l'azienda tratta i lavoratori in Francia, Polonia, Regno Unito e Stati Uniti d'America. 

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso come Amazon abbia contrastato i tentativi dei lavoratori di organizzarsi in sindacato e avviare trattative collettive, attraverso la sorveglianza negli Usa e la minaccia di azioni legali nel Regno Unito, e non abbia assunto provvedimenti-chiave per assicurare la salute e la sicurezza dei lavoratori in Francia e Polonia. 

"Da quando è iniziata la pandemia, i lavoratori e le lavoratrici di Amazon stanno rischiando la salute e la vita per garantire che beni essenziali siano consegnati davanti le nostre case, contribuendo così ad assicurare ad Amazon profitti record. Dato questo contesto, è allarmante che Amazon manifesti ostilità per i tentativi di organizzarsi in sindacato: essendo una delle più potenti aziende del mondo, questa materia dovrebbe conoscerla bene", ha dichiarato Barbora Černušáková, ricercatrice e consulente di Amnesty International sui diritti economici, sociali e culturali.  

"Nel momento in cui entra nel periodo più intenso dell'anno, tra il Black Friday e Natale, intendiamo sollecitare Amazon a rispettare i diritti dei suoi lavoratori e gli standard internazionali sul lavoro, che prevedono espressamente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi in sindacato. Amazon deve astenersi dal violare il diritto alla riservatezza dei suoi lavoratori e smetterla di considerare le attività sindacali come una minaccia", ha aggiunto Černušáková. 

Il ripristino degli obiettivi di produttività 

A marzo Amazon aveva sospeso i suoi rigidi obiettivi di produttività, di fronte alla loro incompatibilità con le misure adottate per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori durante la prima fase della pandemia. Tuttavia ad ottobre, terminata la stagione estiva, l'azienda ha fatto sapere ai suoi lavoratori che li avrebbe reintrodotti. 

I lavoratori del Regno Unito hanno ricevuto questo messaggio di testo: "Dal 21 ottobre ristabiliremo il monitoraggio sulle misurazioni e sulle prestazioni di produttività nelle consegne, per assicurarci di essere pronti a consegnare ai nostri clienti nelle prossime settimane". 

Minacce e provvedimenti disciplinari nei confronti dei sindacati 

Le norme e gli standard internazionali dicono chiaramente che i lavoratori hanno il diritto di costituire sindacati e di iscrivervisi, che il loro diritto alla riservatezza va rispettato e che devono beneficiare della sicurezza sul lavoro. 

Sebbene affermi di rispettare i diritti dei suoi lavoratori a costituire sindacati e a iscrivervisi, Amazon compromette costantemente l'azione dei sindacati: non solo nei suoi rapporti annuali del 2018 e del 2019 ha identificato la loro esistenza come un "fattore di rischio" ma, nel 2018, ha persino sollecitato i dirigenti, attraverso un video formativo, a cercare "avvisaglie" di attività sindacali. 

Negli Usa, a marzo e aprile del 2020, ci sono state proteste dopo che Amazon aveva licenziato lavoratori che avevano denunciato problemi di salute e di sicurezza durante la pandemia. 

Nel Regno Unito, i rappresentanti del sindacato GMB sono stati minacciati di azioni legali per "invasione di proprietà privata" per aver cercato di accedere all'interno delle strutture di Amazon in cerca di nuove iscrizioni. Le diffide legali inviate nel 2018 e nel 2019 confermano che Amazon monitora i profili sui social media degli iscritti al sindacato, utilizzando gli screenshot come prove di manifestazioni in programma. 

In Polonia, il sindacato Iniziativa dei lavoratori ha denunciato azioni disciplinari nei confronti dei suoi iscritti, tra cui una donna che aveva ricevuto un richiamo per aver invitato all'iscrizione durante l'orario di lavoro. 

La sorveglianza 

Un'altra fonte di preoccupazione per Amnesty International è costituita dalla sorveglianza dei lavoratori. Quest'anno a settembre Vice News ha reso noto che Amazon aveva pubblicato bandi di assunzione per analisti d'intelligence per individuare rischi aziendali tra cui "minacce organizzate dai lavoratori contro l'azienda". Amazon ha poi rimosso il bando dichiarando che era stato pubblicato per errore. 

Sempre a settembre Vice News ha rivelato dettagli di un documento interno che dimostravano come l'azienda avesse segretamente monitorato e analizzato i gruppi privati di Facebook degli autisti di Amazon Flex, anche allo scopo di scoprire progetti di scioperi o di azioni di protesta. 

Il 21 settembre Amnesty International ha scritto ad Amazon chiedendo chiarimenti sulle denunce di sorveglianza inappropriata e di raccolta di informazioni sul suo personale. L'azienda ha risposto il 12 ottobre, senza replicare in modo specifico alle domande ma affermando che "dà enorme valore alle conversazioni quotidiane con ciascun dipendente. Il rapporto diretto con i nostri impiegati fa fortemente parte della nostra cultura di lavoro". 

Secondo documenti interni trapelati e resi pubblici nell'ottobre 2020, negli Usa Amazon sembra utilizzare la tecnologia per sorvegliare i suoi lavoratori anche attraverso il monitoraggio segreto degli account sui social media, per cogliere segnali di organizzazione di scioperi o azioni di protesta. 

A ottobre, Recode ha reso noto che un memorandum interno di Amazon faceva riferimento all'intenzione dell'azienda di investire centinaia di migliaia di dollari per monitorare "minacce" sindacali attraverso una nuova tecnologia denominata "geoSPatial Operating Console".  

"Questo sinistro comportamento in stile 'Grande fratello' è completamente inaccettabile e costituisce un'interferenza nella libertà d'informazione dei lavoratori e nel loro diritto di organizzarsi in sindacato", ha commentato Černušáková.   

La mancata collaborazione con i sindacati su questioni di salute e sicurezza durante la pandemia 

La pandemia da Covid-19 continua a colpire centinaia di migliaia di persone ogni giorno e la salute e la sicurezza dei lavoratori di Amazon restano dunque motivi di grande preoccupazione. 

In Polonia, come ha riferito ad Amnesty International l'Iniziativa dei lavoratori, nel marzo 2020 Amazon ha rifiutato di discutere di questioni di salute e sicurezza col sindacato. In Francia, il sindacato Solidaires ha vinto una causa costringendo l'azienda a sospendere temporaneamente le proprie attività per introdurre misure più rigorose in materia di salute e sicurezza. 

I sindacati hanno anche sollevato il tema dell'indennità di rischio per i lavoratori. All'inizio della pandemia sono stati introdotti alcuni aumenti in Europa e America del Nord ma la maggior parte è stata annullata a maggio nonostante la pandemia fosse in pieno corso.  

"L'imminente periodo festivo giunge alla fine di un anno lungo e difficile per i lavoratori di Amazon, che hanno dovuto lottare per i loro diritti nel mezzo di una pandemia. Amazon è sempre più sotto osservazione per come tratta i suoi lavoratori. La sollecitiamo a prendersi e a rispettare pienamente le sue responsabilità riguardo ai diritti dei lavoratori", ha concluso Černušáková. 

"Agili, tecnologici e sostenibili: ecco i campioni della resilienza": così il Sole 24 Ore definisce le imprese italiane del futuro. 450 che hanno cambiato il modello di business e creato progetti sociali. Tra queste ecco COOB, il consorzio di cooperative sociali di tipo B, nato ad Arezzo e oggi esteso tra Toscana e Umbria. Nella classifica del Sole 24 Ore - Leader della Crescita 2021 - è al 153esimo posto con un tasso di crescita, tra il 2016 e il 2019, del 55,61%.

La classifica è stata stilata dalla divisione Ricerca & Analisi di Statista, partner del Sole 24 Ore in Italia (del Financial Times in Europa e di Newsweek negli Usa) che da tre anni realizza un'analisi delle realtà imprenditoriali italiane analizzandone la crescita di fatturato ma anche i requisiti di onorabilità e buona reputazione.

COOB, consorzio regionale di imprese per l’inclusione lavorativa, riunisce 34 cooperative   con  3.927 addetti di cui il 46% sono persone con svantaggio. Opera in molti settori: ambiente, verde, ristorazione, pulizie, logistica, manutenzioni, eventi, comunicazione, servizi front e back office, ...

"Per un’impresa sociale questa è un riconoscimento importante - commenta il Presidente Michele Vignali. Per noi ma anche per l'intera cooperazione sociale. Abbiamo iniziato facendo una scelta precisa: essere un' agenzia di sviluppo e di innovazione vincolando la nostra azione a obiettivi di qualità, trasparenza, responsabilità e rendicontabilità. Un'impresa sociale capace di tenere in equilibrio i valori: non solo quelli economici ma anche quelli etici e sociali. Vogliamo provocare cambiamento e benessere, rispondendo alle esigenze delle comunità con competenza e creatività. La nostra crescita è un bene comune perché reinvestita per generare lavoro giusto e inclusione”.

 

“Immaginate degli orologi fermi nel tempo, felicemente incantati in quel momento in cui tutti siamo stati bambini, quel periodo della nostra vita in cui ogni attimo, ogni scelta, ogni incontro, diventa un’esperienza capace di farci cambiare.

Immaginate, come se foste bambini, di attraversare il tempo, dagli anni sessanta ad oggi, e vivere piccole avventure che resteranno impresse nella memoria, come l’odore di un oggetto, il sapore di un dolce, il colore di un ricordo. Immaginate di essere stati bambini e di poterlo essere ancora.”

“Quando sarò bambino” è un film a episodi, collegati tra loro, raccontato attraverso lo sguardo di protagonisti tra i 7 e i 14 anni. Il film attraversa sei decadi (1958, 1960, 1978, 1984, 2007, oggi) ed è pensato per essere condiviso con tutta la famiglia.

La Cooperativa sociale Il Grillo Parlante, aderente a Legacoop Lazio, ha collaborato in tutte le fasi della produzione del film e, successivamente, ha avviato un progetto didattico-educativo con le scuole in tutta Italia per la divulgazione e valorizzazione del progetto.

Il film è visibile sulla piattaforma Amazon Prime. A breve verrà attivata anche una piattaforma on line di proprietà de Il Grillo Parlante che, partendo dalla visione del film, permetterà alle scuole di attivare gratuitamente un percorso didattico on line.

 

È una tradizione che dura da ormai vent'anni quella tra il Comune di Baricella (Bo) e la Casa Residenza per Anziani “Il Corniolo”, gestita dalla cooperativa sociale CADIAI, che consiste nell’organizzare, ogni anno, in corrispondenza dell'antichissima manifestazione de la Fire di Sdazz che tradizionalmente si svolge nella seconda metà di novembre, un concorso di poesie e racconti brevi. Un appuntamento che, partito con i soli contributi degli ospiti della struttura si è poi ampliato alle altre realtà gestite dalla Cooperativa – Residenze per Anziani, dei Centri Diurni e delle Strutture per Disabili – fino a raggiungere le scuole e gli stranieri.

L'evento è infatti una preziosa occasione di confronto, di emozioni, di importanti espressioni della propria identità e nel corso del tempo, con l’aumentare del numero dei partecipanti, sono aumentati anche i territori coinvolti. A quelli di Baricella, sede de “Il Corniolo”, si sono aggiunti partecipanti di Molinella, Imola, San Pietro in Casale, Bologna, Casalecchio di Reno, Monte San Pietro, Pianoro, Granarolo dell’Emilia, Budrio. Con il tema che cambia di anno in anno lasciando spazio a ricordi, fantasia ed emozioni.

«Quest’anno – commenta Nicola Sito, coordinatore della CRA “Il Corniolo” –, prima che si potesse sapere che il Covid avrebbe cambiato così profondamente le nostre vite, il tema scelto è stato “il viaggio”. Un tema confermato, anche se stiamo vivendo un momento di grande incertezza in cui è persino impossibile spostarsi tra un comune e l’altro e tra una regione e l’altra, perché si è deciso di non farsi limitare il pensiero che avrebbe comunque potuto spaziare tra ricordi ed emozioni».

Mentre l'organizzazione dell’iniziativa subiva modifiche sulle modalità di votazione e premiazione per rispettare le disposizioni di sicurezza, sono arrivati oltre 90 testi, tra racconti e poesie, che sono stati pubblicati sul sito del Comune di Baricella per la raccolta delle preferenze.

Online anche il momento della premiazione, che in tempi normali avrebbe visto la partecipazione di tutti, scrittori, strutture e familiari nella grande sala del Municipio di Baricella. Una diversa modalità che comunque ha mantenuto quasi intatto il carico emotivo del momento. All’appuntamento virtuale, organizzato lo scorso 21 novembre su Zoom dalla Cooperativa Cadiai, alla presenza del sindaco di Baricella e dell’assessore alla cultura, si sono presentati oltre 30 account di strutture per anziani e familiari che, in gruppo dove possibile, hanno partecipato al momento solenne della premiazione anche con applausi e congratulazioni.

«È stato un momento molto toccante – racconta ancora Sito, presente alla cerimonia virtuale –: c’erano intere famiglie che hanno potuto vedersi, volti di anziani che si affacciavano a quelle finestre virtuali, chi con più timidezza, chi con più padronanza dello strumento. Ci sono stati applausi, lettura delle motivazioni, saluti tra figli, nipoti e nonni: “Nonno, sei stato bravissimo!”; “Sono la compagna del signor Pio, lui parla sempre poco ma vorrei mandargli un bacio, poi ci sentiamo al telefono…”; “Sono il figlio del signor F., che ha vinto il premio… volevo dirvi che mio padre, che è mancato due settimane fa, grazie a questo concorso ha fatto il viaggio con me e la mia famiglia questa estate, è quello che ha raccontato…”».

Si è conclusa ieri, presso il Tribunale di Siena, l'udienza preliminare per le violenze verso un detenuto che sarebbero avvenute nel carcere di San Gimignano nell'ottobre 2018. 5 agenti penitenziari sono stati rinviati a giudizio. Tra le accuse di cui dovranno rispondere c'è anche quella di tortura. Durante la stessa udienza un medico del carcere, che aveva scelto il rito abbreviato, è stato condannato a 4 mesi di reclusione per rifiuto di atti d'ufficio, per non aver visitato e refertato la vittima.

"Nell'ottobre del 2019 Antigone - ricorda l'avvocato Simona Filippi, che segue questi casi per conto dell'associazione - aveva ricevuto notizia di una indagine in corso presso la Procura del Tribunale di Siena per violenze da parte di quindici agenti di polizia penitenziaria della Casa di reclusione di San Gimignano nei cui confronti, in data 28.08.2019, veniva emessa ordinanza di misura cautelare. A dicembre 2019 presentammo un esposto nel quale chiedevamo che si configurasse il reato di tortura a carico degli agenti".

Lo scorso 10 settembre Antigone aveva avanzato la richiesta di costituzione di parte civile, poi accolta dal giudice mentre, nella stessa udienza, il medico imputato chiese di essere giudicato con il rito abbreviato. Oggi si è arrivati al rinvio a giudizio per cinque poliziotti penitenziari e alla condanna del medico.
"E' la prima volta - sottolinea ancora l'avvocato Filippi - che un medico viene condannato per essersi rifiutato di refertare un detenuto che denunciava di aver subito violenze. Speriamo che questo precedente aiuti a scardinare quel muro di complicità che a volte rischia di crearsi in casi simili".

"Il rinvio a giudizio per tortura è una notizia che speriamo dia ristoro alle vittime - dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. La tortura è un crimine che va indagato con decisione, così come è stato fatto. La tortura, purtroppo, esiste ma fortunatamente ora esiste anche una legge che la punisce. Infine, un invito al ministero della Giustizia e al Governo tutto: si costituisca parte civile. Così garantiremo maggiormente quella enorme fetta di operatori che si muovono nel solco della legalità".

 

 

 

Pianura, Chiaiano, Rione Luzzatti e San Lorenzo-Vicarìa-Vasto: sono questi i quartieri delle 10 scuole di Napoli al centro del primo Patto Educativo di Comunità che è stato presentato a Napoli, da Save the Children e Dedalus, con la collaborazione di 17 organizzazioni civiche e del terzo settore, l’ASL NA 1 centro (distretto 26, 28 e Open Point/ufficio socio-sanitario) e l’Assessorato alla scuola e all’istruzione del Comune di Napoli. Complessivamente saranno coinvolti circa 4944 studenti di cui circa 1773 già partecipano alle attività proposte dalle realtà aderenti al patto. 

La rete territoriale partenopea si attiva dunque per aiutare la scuola, e soprattutto le bambine e i bambini e le ragazze e i ragazzi, a superare compatti le difficoltà che prima con il lockdown, poi con le nuove misure restrittive a causa della pandemia, hanno colpito studenti, genitori e insegnanti. 

Il Patto Educativo di Comunità è uno strumento introdotto dal Ministero dell’Istruzione nello scorso mese di giugno per dare la possibilità ad enti locali, istituzioni, pubbliche e private, realtà del Terzo Settore e scuole di sottoscrivere specifici accordi, rafforzando così non solo l’alleanza scuola-famiglia, ma anche quella tra la scuola e tutta la comunità locale, che in questo modo diventa pienamente “educante”. 

L’obiettivo del Patto Educativo di Comunità che si sta mettendo in atto a Napoli è contrastare e prevenire i fenomeni della povertà educativa, dell’abbandono scolastico e del fallimento formativo, e allo stesso tempo valorizzare e mettere a sistema tutte le esperienze e tutte le risorse del territorio. In questo modo, il Patto diventa un vero e proprio luogo dove attivare un processo che rafforza e valorizza la scuola pubblica, prendersi cura delle situazioni di maggior fragilità, prevenire l’abbandono, garantire supporto psico-sociale a giovani e famiglie, favorire il protagonismo giovanile. 

Concretamente il Patto prevede attività di confronto e programmazione costante con le scuole, docenti e famiglie, per la co-progettazione e la co-gestione di attività tese a sostenere le studentesse e gli studenti più fragili, attraverso interventi di supporto allo studio e all’apprendimento; l’apertura di spazi attrezzati per poter seguire la DAD dedicati agli alunni che per condizione personale rischiano di non potervi accedere in modo adeguato; in accordo con le scuole l’organizzazione della co-presenza di educatori e docenti nelle piattaforme utilizzate per la didattica a distanza. Saranno attivati inoltre numerosi percorsi laboratoriali su: competenze digitali, cittadinanza e partecipazione, radio, arte, teatro, cinema. 

“Stiamo affrontando una sfida educativa senza precedenti. Non possiamo aspettare di vedere, tra un anno, gli effetti della pandemia in termini di nuova dispersione scolastica. Dobbiamo agire subito, per scongiurare il rischio che anche un solo bambino, in questo anno scolastico così difficile, scompaia dal radar delle scuole.  Il “Patto” che oggi presentiamo non è solo un modo per mettersi, concretamente, al servizio delle scuole ma è anche un invito alla mobilitazione di tutti gli attori sociali per rafforzare e integrare l’offerta didattica, sostenere l’impegno educativo, senza lasciare da sole le scuole e le famiglie in questo impegno”, ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice programmi Italia-Europa di Save the Children

Il Patto Educativo di Comunità agisce su quattro territori di Napoli in cui sono attive da anni le realtà che hanno proposto il documento. Qui la dispersione scolastica e la povertà educativa erano fenomeni dA  contrastare già prima dell’avvento del Covid-19. Secondo il Rapporto sulla povertà educativa in Campania di OpenPolis/Con i Bambini nella Città Metropolitana di Napoli il 22,10% dei giovani abbandona gli studi e il 9,70% delle famiglie vive in disagio economico. 

“Il risultato di oggi viene da un percorso importante di co-progettazione territoriale che ha trovato nell’Assessorato alla Scuola del Comune di Napoli e nell’impresa sociale Con i bambini, pur su piani e con ruoli differenti, due importanti alleati sia sull’idea che la lotta alla povertà educativa non è accessorio ma presupposto allo sviluppo delle comunità e del territorio, sia nell’agire l’integrazione pubblico privato come ambito paritario, di gestione collettiva della responsabilità e della funzione pubblica” ha commentato Andrea Morniroli, della cooperativa sociale Dedalus

Il Patto è finalizzato a trovare e mettere in atto delle azioni specifiche per tutti e quattro i territori coinvolti. Lo si farà attraverso la co-progettazione partecipata, un metodo basato su un rapporto di pari dignità di tutti gli attori pubblici e privati coinvolti, a partire da un sistema organizzativo funzionale centrato sul riconoscimento e la valorizzazione delle competenze e delle funzioni dei singoli soggetti coinvolti. Tutte le attività sono e saranno progettate in sintonia con le “Linee di Indirizzo del Comune di Napoli per la prevenzione e il contrasto della dispersione e del disagio scolastico”. 

“Con i percorsi di co-progettazione territoriale che abbiamo avviato con le scuole negli anni, per prevenire e contrastare la dispersione, si è costruito intorno alle stesse un patto solido che coinvolge importantissime realtà del privato sociale e del civismo attivo. Queste realtà portano il valore aggiunto di progettazioni e fondi propri, come quelli messi in campo da  Con i Bambini, grazie al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, ma condividono con noi un’idea: le risorse pubbliche veicolate attraverso le co-progettazioni orizzontali hanno un impatto diverso e nuovo,  perché attivano reti che non svaniscono quando si consuma un progetto ma sviluppano sui territori, intorno alla centralità del compito che la scuola riceve dalla Costituzione, la formazione dell’uomo e del cittadino, processi di corresponsabilità e condivisione  tra le varie agenzie per contrastare e sconfiggere la povertà educativa” ha detto Annamaria Palmieri, assessora alla scuola e all’istruzione del Comune di Napoli. 

Il Patto rafforza e mette in rete anche alcune azioni già presenti sul territorio. In particolare, due programmi nazionali finanziati dalla impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, sostenuto dalle Fondazioni di origine bancaria in accordo con il Governo. Sono i programmi Bella Presenza e Futuro Prossimo, rispettivamente coordinati da Dedalus e Save the Children. Save the Children partecipa al Patto anche con un altro programma nazionale contro la dispersione scolastica, Fuoriclasse in Movimento, sostenuto da donatori privati, e con la rete degli interventi attivi sui territori interessati (Punti Luce, Spazi Mamme, UnderRadio, Sottosopra).   

“Questa iniziativa centra in pieno l’obiettivo per il quale stiamo lavorando: convincere la pubblica opinione e le istituzioni , attraverso concrete realizzazioni, che per combattere la povertà educativa minorile, probabilmente la più grave patologia sociale del nostro Paese, bisogna costruire e qualificare Comunità educanti capaci di fare rete, di attrarre e qualificare le migliori energie dei territori nei processi educativi e di inclusione”, ha concluso Carlo Borgomeo, presidente dell’impresa sociale Con i Bambini

Tanti gli istituti scolastici protagonisti del Patto Educativo: IC Giovanni XXIII-Aliotta, ISIS Melissa Bassi, IC Nazareth-Musto, IS G. Siani a Chiaiano; IC R. Bonghi nel rione Luzzatti; IC Bovio-Colletta a San Lorenzo Vicaria Vasto; CPIA Napoli 1; IC F.Russo, IC 72° Palasciano e IC Don G. Russolillo a Pianura. 

Il documento è stato voluto e sottoscritto da diverse realtà: Save The Children Italia, Dedalus, L’Orsa Maggiore, Coordinamento Genitori Democratici, EasLab, Movimento di Cooperazione Educativa, L’uomo e il Legno, Ellebi, E.D.I., A voce alta, Fondaca, Matematici per la città, Libera, Aste e Nodi, Le Nuvole, Casa del Contemporaneo, Oltre la tenda, Turmed, il Teatro nel baule, l’ ASL NA1 (distretto 26-28 e Open Point/Ufficio socio-sanitario), l’assessorato alla scuola e all’istruzione del Comune di Napoli  

In città hanno già aderito il Teatro di Napoli, Stellafilm, Guida Editori, Greenpeace, CSV Napoli, Massimiliano Virgilio, Studio Riccardo Dalisi 

Con l’adesione al Patto ciascun soggetto si impegna a mettere a disposizione delle scuole coinvolte delle opportunità educative che vengono offerte a titolo gratuito o nell’ambito di progetti già finanziati, quindi senza oneri in capo alle scuole o alle famiglie. Le attività saranno realizzate sotto la guida e in stretto coordinamento con le direzioni scolastiche coinvolte, in modo da rispondere alle reali esigenze rilevate nel rapporto con gli studenti. 

 In questo anno così difficile a causa del Covid, come sappiamo, il fenomeno della violenza di genere si è acuito ancor di più. Le forme di violenza verso le donne sono molteplici: fisiche, psicologiche, economiche, dirette, indirette, esplicite e subdole, ma sempre sono il risultato di un rapporto di potere sbilanciato tra uomo e donna nella vita familiare e privata, come nel contesto lavorativo. Per questo l’impegno verso l’eliminazione della violenza di genere deve espandersi a 360 gradi, intervenendo per correggere tutti gli aspetti determinanti il divario tra uomo e donna: accesso al mercato del lavoro, maggiore rappresentatività nei luoghi decisionali; auto-imprenditoria, potenziamento del welfare aziendale e territoriale.

“Abbiamo iniziato l’anno con un’Assemblea che ha siglato con CGIl CISL UIL l’Accordo per il contrasto alla violenza e alle discriminazioni su luoghi di lavoro” afferma il Presidente Lusetti “e abbiamo proseguito sostenendo con forza l’approvazione in seno all’Assemblea di Cooperatives Europe della Carta di impegni per l’uguaglianza di Genere, grazie anche al contributo della nostra Commissione Donne e Parità, che coordina il Gruppo di Lavoro sulle Pari Opportunità all’interno dell’associazione europea. L’Alleanza delle Cooperative italiane continua così il proprio impegno quotidiano perché è urgente invertire la rotta con azioni concrete che contrastino davvero i divari e le diseguaglianze tra uomini e donne”

“Come organizzazione di rappresentanza del movimento cooperativo del nostro Continente, Cooperatives Europe ha reso così esplicita e cogente la volontà politica di promuovere la parità di genere: un invito ad un'azione congiunta con le nostre associate su 10 temi ben definiti, tra cui senz’altro il tema molto sentito di contrasto alla violenza di genere, in cui le nostre cooperative sono direttamente coinvolte nella gestione dei servizi di accoglienza, tutela ed inserimento lavorativo delle vittime. A questi impegni devono adesso corrispondere azioni positive legate alla programmazione strategica della nostra attività di rappresentanza politico sindacale e tutela del movimento cooperativo italiano, finalizzate a contrastare ogni forma di diseguaglianza” spiega Anna Manca, presidente della Commissione Donne e Parità dell’Alleanza delle Cooperative Italiane, anche a nome delle co-presidenti Annalisa Casino e Sandra Miotto.

“A nome del Board - aggiunge Stefania Marcone, Vice-Presidente di Cooperatives Europe -consentitemi di esprimere il più profondo apprezzamento per la decisione dell'Assemblea Generale di approvare la Carta degli impegni sull'uguaglianza di genere. La Carta, in linea con la Strategia di genere dell'UE e le Raccomandazioni delle Nazioni Unite, testimonia l'impegno del movimento cooperativo europeo nel contribuire fortemente a colmare il divario di genere, che, nonostante i progressi compiuti, è ancora ampiamente diffuso. Le cooperative, in quanto imprese incentrate sulle persone, sono uno strumento importante per l'emancipazione delle donne, per il loro accesso al lavoro e per il loro percorso autoimprenditoriale, garantendo che la voce delle donne sia ascoltata nell'economia e nella società. Tra i dieci impegni assunti vi è anche quello di mobilitare il movimento cooperativo europeo contro ogni forma di violenza verso le donne e di dare visibilità alle tante esperienze e buone prassi che vedono impegnate le cooperative e le loro organizzazioni nel continente europeo”

Cooperatives Europe è la voce delle imprese cooperative in Europa: 84 organizzazioni aderenti di 33 paesi europei in tutti i settori di attività, 141 milioni di soci cooperatori, 176.000 imprese cooperative, 4.7 milioni di cittadini europei occupati: una forza per la crescita economica e il cambiamento sociale”.

 

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