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Giovedì, 15 Novembre 2018

Si è svolto alla presenza di Angela Robbe (Assessore alle politiche sociali della Regione Calabria), Alessia Romano (Assessore alle politiche sociali del Comune di Crotone) e Carmine Maio (Sindaco di Carfizzi), un incontro tra le organizzazioni del terzo settore della provincia di Crotone che operano nell’ambito del sistema SPRAR.

A seguito dell’approvazione del Decreto Sicurezza e Immigrazione, avvenuta ieri dal Senato, esprimiamo preoccupazione per le conseguenze che deriveranno in virtù dello smantellamento del sistema di accoglienza e integrazione finora attuato anche attraverso la rete Sprar.

“Siamo fiduciosi che prosegua il confronto tra Governo e ANCI sul tema dei flussi migratori e dell'accoglienza, per trovare una mediazione che eviti le pesanti ripercussioni che deriveranno dall’applicazione di politiche che non tengono in nessuna considerazione la realtà dei numeri degli stranieri in Italia”, dichiara il Comitato Reti SPRAR della Provincia di Crotone Cooperativa Agape Cooperativa Agorà Kroton Cooperativa Baobab Cooperativa Kroton Community Prociv ARCI Isola Capo Rizzuto

Il rimpatrio dei quasi 500.000 stranieri irregolari presenti nel territorio italiano (stime 2017, fonte Fondazione Ismu) se attuato al ritmo attuale richiederà 80 anni: mancano accordi di rimpatrio con molti dei paesi di provenienza e se pur si aumentasse di dieci volte la velocità di espulsione serviranno 8 anni.

Nel frattempo mezzo milione di persone vagherà senza alcuna possibilità di accesso ai servizi di base, senza poter accettare lavoro regolare, entrando nella zona grigia della clandestinità con il rischio che diventi manodopera a buon mercato per la criminalità.

Un effetto immediato sarà un aggravio dei costi dei sistemi di welfare territoriale: le amministrazioni comunali da stime ANCI sosterranno 286 milioni di euro l’anno per i costi assistenziali legati ai migranti con forte disagio sociale ed ai nuclei familiari con minori, che inevitabilmente si troveranno per strada. Immaginare una risposta repressiva non è priva di conseguenze sul bilancio dello stato. Ogni detenuto in Italia costa 50.000 € l’anno, per cui se si intendesse aumentare la capacità del sistema penitenziario nazionale si dovrebbe quanto meno raddoppiarlo.

Attualmente si attesta poco al di sotto dei 60.000 posti, duplicarlo per contenere gli irregolari che potrebbero dedicarsi ad attività criminali comporterà 3 miliardi di euro per anno. La presenza di una popolazione irregolare che vive in condizioni di povertà avrà inevitabili conseguenze in termini di maggiore ricorso a cure sanitarie, tenendo conto che il costo giornaliero medio di un ricovero è di 750 € è facile comprenderne gli effetti sulla spesa sanitaria.

“A meno che si pensi di lasciar fuori dagli ospedali i migranti irregolari – prosegue il Comitato - aspettando che la natura faccia il suo corso. La nostra proposta, al di là dei valori di solidarietà e dignità della persona divenuti fuori moda, al di là del cinismo e della divisione sociale alimentati da anni di politiche migratorie evidentemente inadeguate, è puntare alla integrazione dei migranti quale soluzione realistica, conveniente e sostenibile. Dal decreto Sicurezza e Immigrazione deriveranno soltanto maggiore insicurezza sociale per gli italiani, causata da una popolazione migrante già presente in Italia che diverrà invisibile, e soprattutto maggiori costi su un bilancio dello stato che già oggi non è in grado di dare risposte adeguate agli italiani in forte difficoltà economica”.

Aderiscono alla rete anche ARCI Provinciale, Legacoopsociali, Associazione I Sentinelli di Crotone, MGA Ass. Forense Nazionale Associazione Terra e libertà Associazione Volontari di Strada

 

 

 

 

 

 

Un tribunale di Istanbul ha rinviato ulteriormente al 21 marzo 2019 il processo contro Taner Kiliç, presidente onorario di Amnesty International Turchia, e altri 10 difensori dei diritti umani, conosciuti come i "10 di Istanbul: tra questi c'è anche Idil Eser, ex direttrice di Amnesty International Turchia. 

"La farsa giudiziaria continua, nei confronti di difensori dei diritti umani che sono di fronte ad assurde accuse di terrorismo. Le ridicole affermazioni secondo cui i '10 di Istanbul' avrebbero partecipato a un incontro segreto e sovversivo sono state del tutto smentite nel corso delle precedenti udienze. È importante sottolineare che le autorità non hanno ancora analizzato i dispositivi informatici posti sotto sequestro quasi un anno e mezzo fa, all'epoca dei primi arresti", ha dichiarato Andrew Gardner, direttore della ricerca e della strategia di Amnesty International sulla Turchia. 

"Abbiamo già assistito a sei udienze del processo. Trascinare i procedimenti giudiziari in casi motivati politicamente non è affatto una novità, bensì una deliberata tattica per costringere persone innocenti a sopportare una tortuosa attesa con la minaccia di una condanna per terrorismo sulla loro testa", ha proseguito Gardner. 

"Trasformare difensori in imputati è deplorevole. Non cesseremo mai di combattere per Taner e i '10 di Istanbul'. Devono essere assolti senza ulteriori ritardi e i procedimenti giudiziari contro coloro che semplicemente difendono i diritti umani in Turchia devono cessare", ha concluso Gardner. 

 

Si è svolta a Roma, presso la Sala Aldo Moro del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR), la cerimonia per la costituzione del consorzio europeo EPOS - ERIC (The European Plate Observing System - European Research Infrastructure Consortium), la cui sede sarà ospitata a Roma presso l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Al lancio dell'infrastruttura di ricerca europea, che si è tenuto alla presenza del Vice Ministro all'Istruzione Lorenzo Fioramonti e del Direttore Generale della Direzione Generale Ricerca e Innovazione della Commissione Europea Jean-Eric Paquet, erano presenti il Coordinatore di EPOS Massimo Cocco, il Presidente dell'INGV Carlo Doglioni e il Direttore Generale dell'INGV Maria Siclari. Hanno partecipato, inoltre, i presidenti dell'Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste (OGS), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e i rappresentanti dei Governi Europei, delle Università e delle Fondazioni partecipanti al consorzio EPOS.

"EPOS", spiega Massimo Cocco, Dirigente dell'INGV, "nasce per facilitare l'utilizzo integrato di dati multidisciplinari di alta qualità prodotti dalle reti di monitoraggio nazionali e transnazionali, con l'obiettivo di sviluppare nuovi strumenti in grado di fornire agli studiosi della dinamica della Terra le risposte fondamentali alle domande in materia di georischi e georisorse. Attraverso l'analisi di questi dati, infatti, sarà possibile comprendere meglio il nostro Pianeta e i processi che controllano la tettonica e le dinamiche di superficie come terremoti, eruzioni vulcaniche e tsunami".

The European Plate Observing System è il ventesimo ERIC costituito in Europa e il quinto dedicato allo studio delle scienze ambientali. Membri fondatori dell'infrastruttura sono Belgio, Danimarca, Francia, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia e Regno Unito, mentre Grecia, Islanda e Svizzera partecipano attualmente come osservatori. EPOS integra le infrastrutture di ricerca di 25 Paesi europei e fornirà i primi servizi operativi a partire dal 2020.

"EPOS è una infrastruttura di ricerca fondamentale per lo sviluppo delle Scienze della Terra in Europa e contribuirà a una maggiore collaborazione scientifica", aggiunge il Presidente INGV Carlo Doglioni. "Dopo la decisione di avviare EPOS - ERIC, adottata dalla Commissione Europea lo scorso 30 ottobre, la cerimonia ufficiale di lancio è una nuova partenza verso la fase operativa di questa piattaforma di ricerca europea. L'Italia ha avuto un ruolo fondamentale per il conseguimento di questo risultato, coordinando le diverse fasi di progettazione e sviluppo dell'infrastruttura sin dal 2006. L'INGV ha coordinato la partecipazione italiana ed europea con il lavoro di Massimo Cocco e Carmela Freda (INGV). La fase di implementazione di EPOS rappresenta un successo e una grande opportunità di sviluppo per l'intera comunità scientifica internazionale coinvolta nell'infrastruttura", conclude il Presidente dell'INGV.

 

Si è tenuto a Roma il 7 Novembre un seminario sulle nuove competenze alla luce della Riforma del Terzo Settore. L’evento è stato organizzato con il supporto della Legacoop Nazionale dalla Cooperativa Sociale Hermes 4.0, cooperativa che si occupa di formazione, fundraising, ricerca, e progettazione sociale.

All’evento hanno partecipato iscritti provenienti dal mondo della formazione professionale, della libera professione e del mondo associativo e cooperativo. Come dichiarato, in apertura, da Federica Roccisano, presidente della Hermes4.0, l’evento è stato riconosciuto come parte del programma europeo della settimana delle competenze nell’istruzione e formazione professionale.

L’avvio dei lavori è stato curato da Mauro Lusetti, padrone di casa e presidente della Legacoop Nazionale, il quale ha elogiato l’impegno di chi oggi “sceglie di operare nella cooperazione, un settore resiliente, che ha superato le difficoltà della crisi economica e che si evolve in maniera innovativa, partendo proprio dalle competenze degli operatori”.

A seguire Massimo Pelosi e Massimo Leone hanno puntato l’accento rispettivamente, sull’importanza della conoscenza degli strumenti della coprogettazione quale metodo di lavoro partenariale tra pubblico e privato, e del bilancio sociale, ovvero mezzo per raccontare il proprio operato agli altri, soci e stakeholder e rafforzarne la fiducia. Infine, Gabriele Sepio da esperto della Riforma del Terzo Settore ha esposto le principali innovazioni in materia e che puntano al riconoscimento della professionalità degli operatori del Terzo Settore, un settore che mette al centro la persona e che pertanto deve puntare a grandi competenze per i propri operatori.

Il dialogo tra profit e non profit deve fondarsi su una precisa abilità nel raccontare cosa il non profit fa, al fine di far emergere non solo il valore economico degli interventi, ma soprattutto la valutazione dell’impatto sociale in un’ottica sempre più uniforme al contesto europeo e delle imprese sociali.

I prossimi step della Hermes4.0 in questo senso saranno le attivazioni dei laboratori di formazione per il Terzo Settore, che già avevano trovato applicazione nella locride lo scorso luglio, e che nelle prossime settimane saranno operativi a Roma e a Cosenza.

Stop ai 35 euro per immigrato: la cifra si riduce a un minimo di 19 fino a un massimo di 26 euro. È quanto viene reso noto dall'ufficio stampa del ministro Matteo Salvini. 

Secondo la proposta del governo "Si spenderà per i migranti la stessa cifra che si spende per coloro che sono ricoverati in ospedale, verranno garantiti per tutti beni essenziali e servizi di base".  Niente assistenza psicologica e corsi di italiano, che spetteranno solo a chi otterrà la protezione internazionale. 

Cambiamenti anche sugli hotspot, i centri di prima accoglienza per gli immigrati appena sbarcati, che attualmente sono sempre aperti, e che si ridurranno a un presidio minimo fisso che si allargherà nel tempo fino a a un massimo di otto ore. "Pagare un hotspot aperto senza che ci siano ospiti è un lusso che non ci possiamo più permettere", ha detto il capo del dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione, Gerarda Pantalone. 

Sono previste inoltre "sanzioni severe fino alla revoca del contratto per chi si prende la responsabilità di fare accoglienza, ma non rispetta le regole".

"Chi vedeva l'immigrazione come una mangiatoia da oggi è a dieta- conclude Salvini- e sono convinto che molti finti volontari non parteciperanno più ai bandi perché non ci sarà più da mangiare".

Nel Rapporto Svimez su economia e società nel Mezzogiorno c’è un ampio capitolo dedicato al lavoro, alla povertà, al disagio e alle migrazioni. Al Sud nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità, +1,2%, mentre al Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Con questo risultato il Centro-Nord ha recuperato completamente i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud resta di circa 310 mila occupati sotto il livello del 2008.

A metà 2018, il numero di occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Il tasso di occupazione è ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46% nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%). Con riferimento alle regioni, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2018, il tasso di occupazione sale in tutte le regioni del Sud, con modesti cali solo in Campania e Sicilia.

Nel periodo 2008 – 2017, il Mezzogiorno si è caratterizzato per una contrazione più sensibile del tempo pieno (-10,7% a fronte del -3,3% del Centro-Nord), solo parzialmente compensata da una dinamica più accentuata del part time: l’incidenza del part time è passata, nel Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2017, dal 12,6 al 17,9%. Al Sud è, però, molto elevata l’incidenza del part time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80%, contro il 55% del Centro-Nord.

Nel corso del 2017 l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita. Se consideriamo il complesso periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata. Il dato più eclatante è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità).

L’ampliamento del disagio sociale, tra famiglie e lavoratori poveri

Nel Mezzogiorno si delinea una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e una dinamica sociale che tende ad escludere una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione. Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila).

Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors, conseguente all’aumento di lavori a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario. I poveri assoluti sono saliti nel 2017 poco sopra i 5 milioni, di cui quasi 2,4 milioni nel solo Mezzogiorno (8,4% e 11,4% dell’intera popolazione rispettivamente). Le famiglie in povertà assoluta nel 2016 erano 700 mila nel Mezzogiorno, sono divenute 845 mila nel 2017. Nell’area meridionale più di un quarto delle famiglie, coppie e monogenitori, con figli adulti, si collocano nella più bassa fascia di reddito, per giungere addirittura a circa la metà della popolazione se si parla di famiglie con figli minori.

L’incidenza della povertà assoluta aumenta nel Mezzogiorno soprattutto per il peggioramento nelle grandi aree metropolitane (da 5,8% a 10,1% nel 2017). Nelle regioni meridionali l’incidenza della povertà relativa risulta più che tripla rispetto al resto del Paese (28,2% a fronte dell’8,9% del Centro-Nord), a seguito del basso tasso di occupazione e di un reddito pro capite pari a circa il 56% di quello del Centro-Nord.

Il nuovo volto del dualismo nord-sud: la demografia e le migrazioni

Le perdite di popolazioni più rilevanti si registrano proprio nelle regioni meridionali: meno 146 mila abitanti solo nel biennio 2016-2017 al Sud. È come se sparisse da un anno all’altro una città meridionale di medie dimensioni.

E’ un fenomeno che riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno, con la sola eccezione della Sardegna. Il peso demografico del Sud diminuisce ed è ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017 nel Centro-Nord risiedevano 4.272 mila stranieri rispetto agli 872 mila nel Mezzogiorno).

Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. Secondo le previsioni Istat e Svimez, si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perderà 5 milioni di abitanti, molto più che nel resto del Paese, dove la perdita sarà contenuta a un milione e mezzo.

Ciò avviene perché al Sud non solo ci sono sempre meno nati ma c’è anche un debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà dell’area meridionale quella più invecchiata dell’Italia e tra le più invecchiate dell’UE. Ciò che preoccupa maggiormente è che l’età media al Sud crescerà dagli attuali 43,1 anni, ancora più bassa di quella registrata nel Centro-Nord, ai 51,1 anni nel 2065. Alla fine dell’intervallo di previsione, il Mezzogiorno risulterà l’area d’Italia maggiormente ridimensionata e più invecchiata.

 

 

 

Il Rapporto Svimez, a 44 anni dalla sua prima edizione cambia il titolo introducendo un esplicito riferimento alla “società”. Dopo una prima parte del Rapporto sulla lettura delle principali variabili macroeconomiche in un fase caratterizzata da una profonda incertezza, la seconda parte è dedicata al tema delle disuguaglianze e dei diritti di cittadinanza; e la terza a un approfondimento delle politiche per il Sud.

Previsioni 2018: pil +0,8% nel Mezzogiorno

Le previsioni 2018 della Svimez mettono in evidenza come, nel più generale rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Rispetto ad agosto, nel 2018 si prevede, infatti, una minore crescita del PIL italiano: +1,2% invece di +1,5%. Il saggio di crescita del PIL dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno.

Nel corso dell’anno gli investimenti, che sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale.

Economia meridionale: la lenta ripresa

La Svimez chiede inoltre di rafforzare l’efficacia di tale norma prevedendo un monitoraggio al Parlamento e l’istituzione di un Fondo di perequazione delle risorse ordinarie in conto capitale, in cui riversare le eventuali risorse non spese nel Mezzogiorno, per poi finanziare i programmi maggiormente in grado di raggiungere l’obiettivo del riequilibrio territoriale. Intanto i primi dati di attuazione confermano il forte ritardo accumulato nell’avvio della programmazione per il ciclo 2014-2020.

La Svimez è preoccupata non solo perché questi primi dati segnalano il ritardato avvio delle nuovo ciclo di programmazione della coesione europea, ma soprattutto perché una politica di coesione nazionale, essenzialmente finanziata con l’FSC, è rimasta al palo. E ciò provoca una duplice sostitutività dei Fondi strutturali europei, da un lato per l’insufficiente spesa in conto capitale ordinaria e dall’altro per un mancato utilizzo delle leve nazionali della politica di coesione. In particolare, dai dati della Ragioneria sull’andamento del Fondo per lo sviluppo e la coesione per il 2014-2020, si vede che, su un totale di risorse programmate che ammonta complessivamente a 32 miliardi, gli impegni non arrivano a 1,7 miliardi mentre i pagamenti ammontano a circa 320 milioni. Si tratta di un livello di attuazione fermo, tre anni dopo l’avvio previsto della programmazione, all’1% delle risorse programmate. Particolarmente deludente l’attuazione finanziaria del FSC 2014-2020 all’interno dei Patti per lo sviluppo, ferma anch’essa all’1,1%. Per la Svimez si tratta di un sostanziale fallimento.

Se frena il Sud, frena l’Italia

Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme. La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei fattori locali, è fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa. La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno. Lo dimostra il fatto che nel periodo 2000-2016 le due macro-aree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del PIL pro capite: +1,1% in media annua. Secondo i calcoli della Svimez, 20 dei 50 miliardi circa di residuo fiscale trasferito alle regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi.

La Svimez ritiene che, in vista di ulteriori attribuzioni di funzioni, qualsiasi decisione concernente le risorse debba rigidamente corrispondere ai criteri fissati dalla legge 42 e che questa rappresenti la base dalla quale partire per realizzare il superamento del criterio della spesa storica senza stravolgere la progressività del sistema tributario. “A tal fine va resa rapidamente operativa la definizione di costi standard e dei livelli essenziali delle prestazioni per la determinazione dei fabbisogni degli enti territoriali, con il proposito di eliminare le inefficienze manifestatesi nelle differenti Regioni italiane”.

Società meridionale: cittadinanza limitata

La cittadinanza limitata e i divari nei servizi L’ampliamento delle disuguaglianze territoriali sotto il profilo sociale riflette un forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione.

Gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici fotografano, secondo la Svimez, un ampliamento dei divari Nord-Sud, con particolare riferimento al settore dei servizi socio-sanitari che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui redditi delle famiglie. Come testimonia il dato sul grado di soddisfazione dei cittadini per l’assistenza medico ospedaliero: al Sud solo 143 mila su 530 mila ricoverati lo sono (il 27%), nel Centro-Nord 566 mila su 1.270 mila (il 44,6%).

La cittadinanza  “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale del Sud e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Ancora oggi a chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano, o sono carenti, diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia.

Un caso eclatante: l’abbandono scolastico e il basso tasso di occupazione dei laureati. La Svimez denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria, nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord, mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico. Nel Mezzogiorno sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord.

E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud. Nel Mezzogiorno sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento. Il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ciò spiega perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento “migratorio” per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ciò, secondo la SVIMEZ, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione.

Ulteriori dati riguardano lavoro, precarietà, povertà, disagio e migrazioni.

“La nuova legge toscana rappresenta un importante risultato per il nostro mondo, frutto di un lavoro condotto come centrali cooperative insieme a Confcooperative e Agci”. Marco Paolicchi, responsabile Dipartimento Area Welfare di Legacoop Toscana, commenta così la presentazione alla stampa, il 6 novembre a Firenze al Palazzo del Pegaso, della nuova legge regionale che disciplina i rapporti delle cooperative sociali con gli enti pubblici, recentemente approvata dal Consiglio regionale.

“Quarant’anni fa – prosegue Paolicchi – veniva approvata la Legge Basaglia, vent’anni fa la legge regionale 87 del 1997 per arrivare oggi a questa nuova legge. Sono tre momenti importanti in cui si è costruito welfare fatto di inclusione, non assistenziale. Oggi possiamo vivere un momento di realizzazione del welfare come dovrebbe essere sempre sviluppato, in cui si raggiunge un equilibrio tra l’esigenza di sviluppo delle cooperative sociali e i bisogni delle persone che sono destinatarie dei nostri servizi”. “Ci auguriamo – ha aggiunto Paolicchi – che questo sia l’inizio di un ulteriore percorso che porti alla stesura delle Linee guida, un altro momento importante, anche per la cooperazione sociale di tipo A, per rendere operativi sui territori i principi sanciti dalla legge”.

Il provvedimento riconosce il ruolo della cooperazione sociale come strumento efficace per favorire l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e contribuire a una vera integrazione sociale delle persone in difficoltà. Tiene conto della recente riforma nazionale del Terzo settore e supera la legge regionale 87 del 1997, ora abrogata.

“Siamo orgogliosi perché la Toscana ha raggiunto un obiettivo di importante innovazione legislativa con norme prescrittive e vincolanti”, ha affermato il presidente della commissione Sanità del Consiglio regionale della Toscana Stefano Scaramelli. “Il principio cardine è che il lavoro qualifica la dignità della persona. In Toscana persone con difficoltà trovano ora, attraverso la cooperazione sociale, opportunità di lavoro e di crescita personale”. Il Consiglio regionale, ricorda il presidente, “ha fatto il proprio lavoro sulla proposta arrivata dalla Giunta, un lavoro approfondito che ha visto il coinvolgimento di tutte le forze politiche, che ringrazio, e ha trovato ampia condivisione, anche se non il voto unanime. Un ringraziamento per la collaborazione deve essere rivolto anche alle rappresentanze delle cooperative sociali”.

“Lo strumento della cooperazione sociale è fondamentale, se si vuole promuovere l’inserimento lavorativo di persone con fragilità o con disabilità – ha spiegato l’assessore regionale al Welfare Stefania Saccardi –. È un tema che ci siamo posti da tempo, per questo abbiamo messo in piedi un gruppo di lavoro per la revisione della vecchia legge. Nel 2017 abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa con la cooperazione sociale e con Estar”. Analoghe iniziative, prosegue Saccardi, “sono state prese successivamente dal Comune e dall’Università di Firenze. Ora siamo arrivati alla revisione della legge”. Il risultato, conferma l’assessore, è quello cercato: “Garantiamo una quota dal 3 fino all’8 per cento degli appalti al mondo della cooperazione sociale, assicuriamo la valorizzazione dei punteggi nelle gare del progetto di inserimento sociale e riconosciamo un ruolo importante alla Consulta per la cooperazione sociale. La legge è di iniziativa della Giunta, il Consiglio l’ha fatta propria e ha svolto un ottimo lavoro, del quale siamo molto contenti”, chiude Stefania Saccardi.

Soddisfazione è stata espressa anche da Alberto Grilli (Confcooperative) e Federico Pericoli (Agci). “Siamo molto soddisfatti per questo traguardo, che rappresenta un punto di partenza significativo e valorizza la buona cooperazione” ha detto Alberto Grilli (Confcooperative). “Ora si tratta di andare sui territori, incontrare le cooperative, le persone, le amministrazioni locali – ha proseguito –, attivare una condivisione affinché questa legge sia pienamente applicata”. Anche Federico Pericoli (Associazione generale cooperative italiane) ha sottolineato “il lavoro importante, lo scambio molto fruttuoso con le istituzioni, che ha prodotto un testo di legge moderno, giuridicamente ben fatto”.

 

A duecento anni dalla nascita di Marx, un libro profondamente innovativo che rivela, anche sulla base di inediti e di manoscritti poco conosciuti, un pensatore e un rivoluzionario molto diverso da quello raffigurato, per lungo tempo, da tanti suoi critici e presunti seguaci. Einaudi pubblica “Karl Marx – biografia intellettuale e politica 1857-1883” (pp. 344 € 30,00), scritto da Marcello Musto, professore associato alla York University del Canada.

In molti, dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno sostenuto che Marx fosse un autore sul quale era già stato detto tutto. Nel bicentenario della sua nascita, questo volume, di grande rigore scientifico e di piacevole leggibilità, introduce al pubblico molteplici tematiche lasciate ai margini dagli studiosi di Marx, presentandone, invece, un profilo originale, con sfumature fino a oggi sconosciute. Marcello Musto mostra come Marx analizzò accuratamente le società extraeuropee, nutrí un notevole interesse per le forme di proprietà collettiva non controllate dallo Stato e ritenne che l'associazione dei lavoratori, nella società comunista, non avrebbe dovuto limitare la libertà dei singoli individui.

Molti biografi hanno separato la narrazione dell'esistenza di Marx dalla sua elaborazione teorica. Gli studi accademici a lui dedicati hanno, invece, spesso ignorato i principali eventi della sua vita che, al contrario, influirono notevolmente sulla realizzazione dei suoi progetti. Inoltre, l'imponente mole di lavoro realizzata da Marx dopo la pubblicazione del Capitale e le idee innovative che ne derivarono non sono state esplorate con la dovuta attenzione. Sulla base delle nuove pubblicazioni della MEGA2, Musto dimostra che, nel periodo 1857-1883, Marx svolse con straordinaria intensità la critica dell'economica politica e ampliò il raggio delle sue ricerche a nuove discipline e aree geografiche.

Egli studiò le forme della proprietà comune nelle società precapitaliste, intraprese indagini di antropologia e scienze naturali, analizzò lo sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti e si interessò alle trasformazioni in atto in Russia a seguito dell'abolizione della servitú della gleba. Allo stesso modo fu acuto osservatore dei principali avvenimenti di politica internazionale della sua epoca e deciso sostenitore dell'indipendenza nazionale della Polonia, dell'abolizione della schiavitú durante la Guerra di Secessione Americana e della lotta per la liberazione dell'Irlanda. Al contempo, egli manifestò la piú ferma opposizione al colonialismo. Questo libro documenta, con grande scrupolosità, che Marx non si occupò solo del conflitto tra capitale e lavoro e ribalta il mito, in voga negli ultimi anni, di un autore economicista ed eurocentrico.

 

 

 

Una decina di giorni fa Fish, assieme a Differenza Donna, ha lanciato VERA (acronimo per Violence Emergence, Recognition and Awareness).

L’iniziativa intende approfondire e portare alla luce il fenomeno della violenza sulle donne con disabilità, tanto diffuso quanto taciuto: documentare e contrastare gli episodi di abusi, molestie, violenze che esse subiscono come donne e come persone con disabilità è una sfida per l’intero movimento al di là delle sigle e delle appartenenze.

VERA propone un questionario – disponibile online all’indirizzo http://www.fishonlus.it/vera/ – a tutte le donne con disabilità, anche quelle che ritengono di non aver subito violenze o abusi. La compilazione del questionario impegna circa 10 minuti e le risposte resteranno anonime.

“Oggi ci rivolgiamo nuovamente a tutte le Associazioni delle persone con disabilità e dei loro familiari perché sostengano questa iniziativa contribuendo alla sua diffusione presso le ragazze e le donne con disabilità. Il sostegno è possibile in vari modi, tutti ugualmente apprezzabili:il passaparola, la segnalazione attraverso la più comune messaggistica;condividendo la pagina di VERA (http://www.fishonlus.it/vera/) nei propri profili Facebook o nelle pagine dell’associazione o in gruppi che possano essere interessati; pubblicando la notizia nel proprio sito web o diffondendola attraverso propri notiziari e newletter; pubblicando nel sito web il banner che punti alla pagina di VERA”.

Segnalazioni o richieste possono essere rivolte al Gruppo Donne FISH (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) che ora conta anche sulla presenza in Facebook con un proprio Gruppo aperto alle iscrizioni e alla partecipazione.

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