Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Giovedì, 20 Febbraio 2020

Il 10 febbraio alle 10 si conclude il progetto"CambiAria", promoso dall'Associazione "La Mansarda", iniziato nel mese di ottobre 2019, presso il reparto Mediterraneo del Carcere di Secondigliano, con un dibattito su un libro intitolato "Tutto per amore- Storia di una mamma coraggio'" (ed. Guida) la cui autrice è *Renata Buonaiuto*.

Il Garante Campano dei detenuti Samuele Ciambriello, don Tonino Palmese, presidente della fondazione Polis e autore della prefazione del libro, insieme all'autrice Renata Buonaiuto e la protagonista della storia Daniela Manzitti dialogheranno con i detenuti.

"Carissimo figlio mio, l'altra mattina ho fatto qualcosa che una madre non vorrebbe e non dovrebbe mai fare: ho tradito la cieca fiducia che tu da 24 anni riponevi in me, consegnandoti nelle mani di qualcuno che di te non sa nulla, se non il tuo nome, le tue "bravate"".

Inizia così la storia di Daniela Manzitti, una donna che il 31 ottobre 2017 pose fine alla latitanza del figlio Michael denunciandolo. Il giovane agli arresti domiciliari per reati vari, fra cui spaccio di sostanze stupefacenti, aveva deciso che le pareti domestiche fossero una "gabbia" insopportabile ed un pomeriggio si allontanò facendo perdere le sue tracce.

In breve tempo questa "Mamma coraggio", riempie le cronache locali, i quotidiani si interessano a lei, fino alla Rai, dove viene più volte invitata. Pubblica un manoscritto, una sorta di diario di quegli anni "difficili", con scambi epistolari fra lei, Michael ed il padre.

Grazie al sostegno della Fondazione Polis, questo racconto della pedagogista e scrittrice Renata Buonaiuto, è diventato non solo una testimonianza di coraggio e di speranza ma anche un messaggio d'amore e di Fede, per quanti vivono situazioni familiari analoghe.

CSVnet lancia la proposta di istituire un riconoscimento annuale per la Capitale italiana del volontariato. L’idea è stata resa pubblica dal presidente dell’associazione dei centri di servizio per il volontariato, Stefano Tabò, durante il suo intervento di fronte al Capo dello Stato, in occasione della cerimonia inaugurale di Padova capitale europea.

“Sarà un modo per intercettare la collaborazione virtuosa fra Comuni e mondo del volontariato, capace di generare e consolidare pratiche, efficaci, innovative, coraggiose” – ha spiegato Tabò, sottolineando che nei prossimi giorni CSVnet “formalizzerà la proposta, dopo averne approfondito gli aspetti essenziali insieme alle irrinunciabili partnership istituzionali”.

Non è casuale il contesto scelto per annunciare il progetto; il riconoscimento di Padova quale capitale europea del volontariato “è per tutti noi motivo di orgoglio”, ha detto Tabò, oltre ad essere un’opportunità per valorizzare “l’identità condivisa che innerva le multiformi manifestazioni della solidarietà di cui è ricco il nostro Paese”.

Proprio dai consensi giunti a Padova anche da numerose amministrazioni locali è nata la proposta di scegliere ogni anno una città o un territorio da “eleggere” “capitale italiana”. I passaggi necessari per arrivare a questo importante traguardo sono ancora in via di definizione. Bisognerà stabilire la “natura” del titolo ed i criteri di candidatura e di assegnazione.
Chiaro invece lo sfondo della proposta, legato alla riforma del terzo settore che determina una svolta importante nei rapporti tra volontariato e pubblica amministrazione.

L’art. 19 del Codice del terzo settore prevede, infatti, che le “le pubbliche amministrazioni promuovono la cultura del volontariato”, una disposizione volta non solo a sostenerne le attività ma a promuoverne valori e modelli come parte del dovere pubblico di perseguire società più solidali.

Padova Capitale ha avuto il merito di sollecitare un ampio consenso, a dimostrazione di quanto sia forte, come spiega Tabò nel suo intervento “il desiderio collettivo di veder riconosciuto l’impegno profuso da amministrazioni locali, volontari, cittadini ed enti del terzo settore per costruire comunità sempre più coese e resilienti, fondate sul contributo di ciascuno per il bene comune”.

Una quindicina di detenuti e detenute di varie carceri italiane saranno protagonisti - nella parte di attori, musicisti, poeti - dello spettacolo "Gli ultimi saranno-Laboratori e buone pratiche in carcere", evento organizzato dal deputato del MoVimento 5 Stelle Raffaele Bruno lunedì 10 febbraio alle 16 presso la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari (via Campo Marzio, 78, Roma). L'evento rappresenta il punto di approdo istituzionale del progetto "Gli ultimi saranno", nato nel 2018 e condotto da un collettivo di artisti, tra cui il deputato Bruno, che ha già realizzato 20 incontri con detenuti di 15 strutture sparse sul territorio nazionale. 
 
"Come ogni volta che andiamo in carcere, anche alla Camera dei deputati vedremo alternarsi in scena musicisti, attori del nostro gruppo e le persone detenute, che avranno l'occasione di esprimere la propria creatività", racconta Raffaele Bruno. "Grazie e attraverso la carica emotiva dell'arte, si assisterà a uno scambio umano unico nel suo genere, in cui etichette e stigmi sociali semplicemente smettono di esistere per lasciare spazio alla creazione di un'unica comunità". 
 
Dopo l'iniziativa 'Dona un libro' promossa dal presidente della Camera Roberto Fico per raccogliere e distribuire nelle carceri minorili libri donati dai deputati, il convegno-spettacolo del 10 febbraio rappresenta una nuova e originale tappa istituzionale per accendere i riflettori sulle condizioni di vita delle persone detenute e, soprattutto, sul valore dell'arte come strumento per la loro emancipazione e inclusione sociale.
 
Oltre ai detenuti, interverranno durante il convegno rappresentanti dei seguenti istituti penitenziari: Salerno, Regina Coeli (RM), Sant'Angelo dei Lombardi (AV), Istituto Penale Maschile e Femminile per Minorenni Casal del Marmo (RM), Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli, Arienzo (CE), Carinola (CE), Secondigliano (NA).
 

A un anno dall’entrata in vigore dei protocolli statunitensi sulla migrazione, decine di migliaia di richiedenti asilo sono intrappolati in Messico, dove affrontano violenze quotidiane e le conseguenze psicologiche causate dalle condizioni di rischio e incertezza costante, sostiene Medici Senza Frontiere (MSF).

“Gli Stati Uniti continuano a respingere i richiedenti asilo nel pericolo e nelle mani dei trafficanti che controllano le rotte migratorie in Messico” dichiara Sergio Martin, capomissione di MSF in Messico. “A Matamoros, a pochi passi dal confine americano, migliaia di richiedenti asilo vivono in campi improvvisati con un accesso limitato a un rifugio o a cure mediche di base. A Nuevo Laredo abbiamo pazienti che non escono più dai loro rifugi per paura di essere rapiti o uccisi".

In vigore dal gennaio 2019, i protocolli statunitensi sulla migrazione hanno costretto più di 62.000 richiedenti asilo a tornare in Messico in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata, esposti a rapimenti e violenze. MSF lavora lungo la rotta migratoria in Messico e nelle località di confine di Nuevo Laredo, Matamoros, Mexicali e Reynosa, ed è testimone delle devastanti conseguenze umanitarie di queste politiche che hanno di fatto decretato la fine delle procedure di asilo lungo il confine meridionale degli Stati Uniti.

Nei primi nove mesi del 2019, circa l'80% dei migranti assistiti dalle équipe di MSF a Nuevo Laredo ha riferito di aver subito almeno un episodio di violenza. Il 43,7% dei pazienti ha dichiarato di essere stato vittima di violenza nei sette giorni precedenti la visita.

Nel settembre 2019, il 43% dei pazienti di MSF mandati a Nuevo Laredo dal protocollo erano stati rapiti di recente, il 12% ha riferito di essere stato vittima di un tentativo di sequestro non riuscito. Nell'ottobre 2019, la percentuale di pazienti di MSF bloccati a Nuevo Laredo e vittime di un rapimento è salita al 75%. Questi numeri riguardano solo i programmi di MSF e non sono quindi rappresentativi della violenza complessiva subita dai migranti.

A Nuevo Laredo, i pazienti di MSF soffrono di ansia, depressione e stress post-traumatico, provocati dal pericolo di essere rimpatriati in Messico e dall'incertezza sul loro futuro. “Vivono in un limbo, sono traumatizzati e hanno bisogno di supporto psicologico” dichiara Martin di MSF.

I protocolli sulla migrazione sono solo una delle tante nuove restrizioni al diritto d'asilo, emanate dagli Stati Uniti in collaborazione con i governi della regione, che mettono intenzionalmente le persone in pericolo. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno negoziato con i governi di Guatemala, Honduras ed El Salvador una serie di accordi sulla migrazione, che di fatto permettono di mandare i richiedenti asilo in quei paesi.

“Molti dei nostri pazienti stanno fuggendo da alti livelli di violenza in Guatemala, Honduras ed El Salvador” afferma Marcelo Fernandez, coordinatore dei programmi di MSF in America Centrale. “È assurdo che gli Stati Uniti rimandino le persone negli stessi paesi da cui fuggono”.

Oltre ad essere insicuri, questi paesi non hanno infrastrutture, meccanismi di protezione o finanziamenti adeguati per accogliere i richiedenti asilo. Ci sono inoltre poche informazioni sui termini esatti di questi accordi, su come saranno attuati e con quali tempi.

“Le persone che incontriamo lungo la rotta migratoria sono consapevoli dei rischi a cui vanno incontro, ma cercando disperatamente una via di fuga da violenza e povertà, non potranno che continuare a cercare rifugio negli Stati Uniti” dice Fernandez di MSF. “Le politiche di contenimento colpiscono soprattutto i più vulnerabili. Gli Stati Uniti devono porre fine a queste politiche crudeli e disumane che costringono uomini, donne e bambini a rischiare le loro vite per chiedere asilo”.

 

 

La diffusione del coronavirus (2019-nCov), iniziata nella città cinese di Wuhan (situata nella provincia dello Hubei) alla fine del 2019 è stata dichiarata emergenza sanitaria globale dall'Organizzazione mondiale della sanità.

All'inizio di febbraio l'epidemia ha contagiato oltre 28.000 persone nel mondo, quasi tutte in Cina. Le autorità cinesi hanno dichiarato 563 morti, per lo più nello Hubei. L'epidemia ha raggiunto 25 altri paesi e territori nel mondo.

La risposta a un'epidemia può avere un impatto potenziale sui diritti umani di milioni di persone. Al centro di tutto c'è il diritto alla salute, garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che contempla il diritto di accedere alle cure mediche e alle informazioni, il divieto di discriminazione nella fornitura di servizi sanitari, la libertà dalle cure mediche prive di consenso e altre importanti garanzie.

"Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l'epidemia da coronavirus", ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l'Asia.

"Le violazioni dei diritti umani ostacolano, anziché facilitare, la risposta alle emergenze sanitarie e riducono la loro efficacia", ha aggiunto Bequelin.

Durante un'epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità.

La censura iniziale

Il governo cinese si è strenuamente impegnato a sopprimere informazioni sul coronavirus e sui rischi per la salute pubblica. Alla fine del dicembre 2019, medici di Wuhan hanno condiviso coi loro colleghi i timori riguardo a pazienti che presentavano sintomi simili alla sindrome respiratoria acuta grave, diffusasi nella Cina meridionale nel 2002. Sono stati immediatamente ridotti al silenzio e puniti dalle autorità locali per "diffusione di voci prive di fondamento".

"I medici cinesi hanno cercato di lanciare l'allarme sul virus. Se il governo non avesse minimizzato il pericolo, il mondo avrebbe potuto rispondere in modo più tempestivo", ha commentato Bequelin.

In un post pubblicato un mese dopo, la Corte suprema del popolo ha contestato i provvedimenti presi dalle autorità di Wuhan nei confronti del personale medico: questa pronuncia è stata da molti interpretata come un riconoscimento delle preoccupazioni espresse dai medici.

Nondimeno, i tentativi di minimizzare la gravità dell'epidemia sono stati condivisi ai livelli più alti del governo cinese, come si è visto in occasione dei tentativi aggressivi della Cina, rivelatisi poi privi di successo, di non far dichiarare l'emergenza sanitaria globale da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità.

Il diritto alla salute

Il sistema sanitario di Wuhan è stato travolto dagli eventi. Il personale medico e le strutture sanitarie stanno lottando per gestire gli enormi numeri dell'epidemia. Molti pazienti vengono respinti dagli ospedali dopo ore di attesa, le strutture mediche non hanno accesso ai fondamentali test diagnostici.

"La Cina deve assicurare che tutte le persone contagiate dal coronavirus abbiano accesso a cure mediche adeguate, a Wuhan e altrove. Contenere l'epidemia è importante ma lo sono anche la prevenzione e i trattamenti sanitari: ciò significa che il diritto alla salute dev'essere parte integrante della risposta all'epidemia", ha sottolineato Bequelin.

"Sebbene l'Organizzazione mondiale della sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica", ha aggiunto Bequelin. Gli organi d'informazione locali riferiscono di persone non in grado di arrivare velocemente agli ospedali a causa del blocco dei trasporti pubblici e, in alcuni casi, di impossibilità di portare fuori di casa i corpi delle persone decedute.

La censura prosegue

L'insistenza delle autorità cinesi nel controllo dell'informazione e nell'evitare commenti negativi continua a determinare una censura nei confronti di informazioni talora legittime sul virus.

Dall'inizio della crisi sono stati censurati numerosi articoli, anche su quotidiani di larga tiratura. "Le autorità cinesi rischiano di non far circolare informazioni che potrebbero aiutare la comunità medica a contrastare l'epidemia e le persone a proteggersi dall'esposizione al virus. Il fatto che alcune di queste informazioni non siano accessibili a tutti aumenta il rischio di esposizione al coronavirus e ritarda una risposta efficace", ha precisato Bequelin.

Minacce e intimidazioni contro gli attivisti

Persone che hanno cercato di condividere informazioni sui social media circa il coronavirus sono state prese di mira dalle autorità cinesi. Ad esempio, il noto avvocato e giornalista Chen Qiushi ha denunciato di essere stato minacciato dopo aver diffuso online fotografie degli ospedali di Wuhan.

Un abitante di Wuhan, Fang Bin, è stato trattenuto per breve tempo dalle autorità locali dopo che aveva diffuso un video che mostrava apparentemente cadaveri di vittime del coronavirus.

"Confutare le notizie false è fondamentale ma lo è altrettanto la diffusione di accurate informazioni a carattere sanitario. Censurare legittime informazioni sui quotidiani o sui social media non è funzionale ad alcun obiettivo di salute pubblica", ha commentato Bequelin.

Repressione a livello regionale delle "notizie false"

La diffusione del virus dalla Cina verso paesi del Sudest asiatico è andata di pari passo coi tentativi dei governi di mantenere il controllo sui flussi informativi. In Malesia, Thailandia e Vietnam ci sono stati arresti e multe per aver diffuso "notizie false" sui social media.

"I governi devono prevenire la disinformazione e fornire linee-guida sanitarie accurate e tempestive. Ogni limitazione alla libertà di espressione dev'essere proporzionata, legittima e necessaria. Una lezione che i governi del Sudest asiatico e di altre zone devono apprendere rispetto alla gestione dell'epidemia da parte delle autorità cinesi è che limitare la libertà d'informazione e sopprimere il dibattito in nome della 'stabilità produce gravi rischi e può essere assai controproducente", ha dichiarato Bequelin.

Discriminazione e xenofobia

Persone di Wuhan, anche quando non presentavano alcun sintomo, sono state respinte dagli alberghi e costrette a barricarsi in casa mentre informazioni personali su di loro circolavano in modo indisturbato sui social media.

Denunce di xenofobia contro i cinesi o in generale contro gli asiatici sono arrivate da altri paesi. In Corea del Sud, Giappone e Vietnam alcuni ristoranti hanno rifiutato l'ingresso a clienti cinesi, in Indonesia un gruppo di manifestanti ha costretto dei turisti cinesi a lasciare un albergo. In Australia e Francia alcuni quotidiani sono stati accusati di razzismo.

"Il governo cinese deve prendere tutte le misure necessarie per proteggere le persone dalla discriminazione. Analogamente, i governi degli altri paesi devono assumere un approccio da 'tolleranza-zero' nei confronti degli attacchi razzisti contro persone di origine cinese e asiatica. L'unico modo in cui il mondo può combattere l'epidemia è la solidarietà e la cooperazione transfrontaliera", ha sottolineato Bequelin.

I controlli di frontiera e i provvedimenti di quarantena devono essere proporzionati

A seguito della diffusione del coronavirus, molti stati hanno chiuso le loro frontiere a persone provenienti dalla Cina o da altri paesi asiatici, altri hanno imposto rigide misure di quarantena.

Il governo australiano ha inviato centinaia di suoi connazionali in un centro di detenzione per immigrati sull'isola di Christmas, dove in precedenza l'Associazione medica australiana aveva denunciato condizioni "inumane" a causa delle sofferenze fisiche e mentali provate dai rifugiati che all'epoca vi erano trattenuti. Papua Nuova Guinea ha chiuso le sue frontiere alle persone provenienti da tutti i paesi asiatici, compresi quelli in cui non sono stati confermati casi di coronavirus, col risultato che alcuni studenti papuani sono rimasti bloccati nelle Filippine.

La quarantena, che limita il diritto alla libertà di movimento, è giustificata dal diritto internazionale solo se si tratta di un provvedimento proporzionato, adottato nei tempi giusti e per motivi legittimi, strettamente necessario, ove possibile volontario e sempre applicato in modo non discriminatorio.

La quarantena dev'essere imposta con modalità sicure e rispettose e i diritti di coloro che vengono sottoposti a tale misura devono essere rispettati e protetti, con particolare riguardo alle cure mediche, al cibo e ad altre loro necessità. "I governi stanno affrontando una situazione complicata e devono prendere misure sia per impedire l'ulteriore diffusione del coronavirus sia per assicurare che le persone contagiate abbiano accesso alle cure mediche di cui hanno bisogno", ha concluso Bequelin.

È disponibile in libreria “Dalla parte del Terzo Settore. La riforma letta dai suoi protagonisti” di Antonio Fici, Emanuele Rossi, Gabriele Sepio, Paolo Venturi, edizioni Laterza, curato dal Forum nazionale del Terzo Settore in collaborazione con CSVnet.

L’opera tenta, per la prima volta, di analizzare il percorso riformatore nel suo complesso e con il punto di vista di coloro che sono materialmente investiti dagli effetti della riforma, attraverso un’analisi di carattere storico, giuridico, sociologico ed economico.

Il testo si articola in due sezioni. La prima raccoglie riflessioni e approfondimenti di firme autorevoli che hanno contribuito alla elaborazione dei testi della riforma e che offrono una panoramica completa sulle innovazioni introdotte dalla nuova legislazione. Nello specifico, Antonio Fici, professore di diritto privato e consulente del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali esamina i principi e i profili generali della riforma; Emanuele Rossi, professore di diritto costituzionale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa  ripercorre la storia di questa legislazione; Gabriele Sepio, docente di Diritto tributario presso la scuola nazionale della PA, approfondisce le numerose innovazioni di natura tributaria e fiscale; Paolo Venturi, docente di imprenditorialità sociale e innovazione sociale presso l'Università di Bologna, si concentra sugli aspetti peculiari della riforma dell’impresa sociale. La seconda parte dell’opera offre un commento dettagliato, articolo per articolo, del Codice del Terzo Settore (dlgs 117/2017) e del decreto sull'impresa sociale (dlgs 112/2017). Un lavoro a più mani realizzato da 23 esperti della materia, quotidianamente impegnati in realtà di Terzo settore, coniugando così competenze rinvenibili sia dal mondo degli studi che “sul campo”.

“Il Terzo settore è l’unico comparto del nostro Paese che registra segnali di crescita. Questo è indubbiamente uno dei motivi che ha fatto crescere l’attenzione del legislatore su questo mondo – dichiara Claudia Fiaschi, Portavoce del FNTS – Il Forum ha ritenuto opportuno impegnarsi in prima persona, non solo nel seguire passo dopo passo il cammino della riforma, ma anche promuovendo e sostenendo la realizzazione di questo volume che offre, finalmente, una interpretazione autorevole delle novità che la normativa ha introdotto. Un testo che vuole rispondere a un preciso criterio: essere un testo scritto dal Terzo settore per il Terzo settore”.

“La riforma ci chiede di essere sempre più aggiornati sulle novità legislative – spiega Stefano Tabò, presidente di CSVnet – ma anche di costruire un orizzonte comune di riferimento. Il volume nasce anche dalla competenza degli stessi operatori del settore che, insieme agli studiosi, contribuiscono a una lettura ‘operativa’ della norma. Si aggiunge, così, un altro tassello per la costruzione di un bagaglio comune di conoscenze che ci permette di legittimare una cultura del terzo settore e del volontariato forte e condivisa in tutto il Paese”.

Nel corso dei prossimi mesi saranno organizzati, sul territorio nazionale, una serie di incontri di presentazione del volume, alla presenza degli autori.

Un boato all'alba sui binari dell'Alta velocità. Due morti e 27 feriti è il bilancio provvisorio del deragliamento del Freccia rossa Milano-Salerno partito alle 5.10 dal capoluogo lombardo. Ad altezza di Livagra, provincia di Lodi, la motrice si è staccata dal convoglio finendo prima contro una centralina e poi contro un edificio delle ferrovie. Morti i due macchinisti, ferito in modo più grave il personale pulitore del treno ma non in pericolo di vita. Un fatto gravissimo si abbatte sul sistema Av delle ferrovie che a dicembre hanno festeggiato i 10 anni in modo sontuoso: questo incidente svela tutti i problemi che quotidianamente emergono sulla rete e la qualità dei treni. 

Secondo il prefetto di Lodi poteva essere una "carneficina". Il ministro dei Trasporti si sta recando sul posto mentre gli inquirenti indagano sulle cause del disastro. Nel punto dove è deragliato il Frecciarossa c'erano dei lavori di manutenzione in corso sulla linea Alta Velocità. Secondo quanto si apprende, l'intervento - affidato ad una ditta specializzata da Rfi - era in corso anche nelle ultime ore, proprio nel punto in cui è sviato il treno. Gli investigatori stanno ora verificando se vi sia una connessione tra l'incidente e i lavori stessi.

Un esposto in Procura

"Molti di noi viaggiano frequentemente su questi treni e nessuno può mai immaginarsi che possa succedere quello che è capitato questa mattina. Ora però è necessario fare alcune considerazioni – dichiara il presidente di Udicon Denis Nesci – quello che è accaduto non deve più ricapitare e come associazione che tutela i diritti dei consumatori, ci sentiamo in dovere di capire i dettagli di questa tragedia. Presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica e chiediamo di sapere quanto prima cosa abbia portato a questo enorme disastro. Su quella linea pare che, da tempo, siano in corso lavori di manutenzione – conclude Nesci – non vogliamo trarre conclusioni affrettate e non è possibile al momento fare considerazioni, certo è che saremo in prima linea per far sì che ci sia giustizia per le vittime, per i feriti ed inoltre cercheremo di capire com'è possibile evitare che accada nuovamente una tragedia simile".

L'alta velocità ha registrato un vero e proprio monopolio nel trasporto viaggiatori in pochi anni. Nel Rapporto Pendolari si legge come in 10 anni il bilancio è imponente: i numeri sono cresciuti di anno in anno, grazie al raddoppio della flotta dei treni AV: 74 nel 2008, 144 nel 2019. I passeggeri trasportati sui treni AV di Trenitalia sono passati dai 6,5 milioni del 2008 a 40 milioni nel 2018, con un aumento del 517%.

Nello scorso autunno per circa 3 mesi si sono verificati guasti alla linea e ai treni con ritardi medi quotidiani di 30-40 minuti. In un articolo dello scorso 14 gennaio di Andrea Giuricin viene analizzata la "linea datata e sovraccarica" dell'alta velocità mentre Rfi potrebbe spendere "i 274 milioni di utili del 2018 per risolvere i guasti", oltre al nodo della manutenzione. La congestione riguarda, soprattutto, le stazioni a partire da Termini: la linea di ingresso e di uscita è la prima a saltare come accaduto nei giorni scorsi. 

Sul terreno ci sono due lavoratori morti e 27 persone, gran parte pendolari, rimaste ferite. Di fronte a questo disastro è il caso che qualcuno inizi a pagare, non è possibile morire facendo il proprio lavoro o prendendo un treno per andare a lavoro: si rimuovano immediatamente dirigenti che hanno fallito. 

Ampliare la collaborazione già attiva da tempo e sviluppare nuove iniziative formative, di orientamento al lavoro e imprenditorialità: sono solo alcuni degli obiettivi dell'intesa firmata, stamattina, dal Rettore e dalla presidente Rita Ghedini

Già nel giugno 2016, l'Università di Bologna e Legacoop Bologna hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per esplorare insieme opportunità di collaborazione, attivare progetti e attività multidisciplinari nei settori di reciproco interesse.

Con la firma del nuovo accordo quadro di collaborazione, da parte del Rettore Francesco Ubertini e della presidente Rita Ghedini, l'Alma Mater e Legacoop Bologna si impegnano a sviluppare nuovi progetti di collaborazione, ampliando ambiti e attività di interesse.

Grazie al protocollo del 2016, Legacoop ha rafforzato la collaborazione con il mondo della ricerca e dell'innovazione e aumentato la partecipazione di studenti e ricercatori nei programmi di promozione cooperativa.

Nello scorso mandato sono stati coinvolti oltre 5.000 giovani grazie alla collaborazione con l'Università di Bologna e il suo incubatore, Alma Cube srl, per lo Start Up Day dove il modello di impresa cooperativa è stato presentato attraverso la piattaforma Millennials.Coop. Ottimi risultati hanno dato anche i programmi di Open Innovation dell'Università di Bologna insieme a Ideasquare del Cern di Ginevra, i percorsi di formazione per manager cooperativi realizzati insieme a Bologna Business School, la fruttuosa collaborazione con AlmaVicoo per percorsi di ricerca e attività di formazione all'imprenditorialità dei giovani.

L'edizione Think4food 2019 ha visto premiati 2 progetti di impresa nati dalle esperienze di studenti e dalla ricerca nell'università: Squiseat e LacToLab. Il nuovo accordo, della durata di cinque anni, prevede collaborazioni in ambito di ricerca per lo sviluppo di progetti, bandi e programmi, assegni e borse di studio per lo svolgimento di attività di ricerca, borse di Dottorato, creazione e accesso condiviso a infrastrutture di ricerca e laboratori comuni, promozione di iniziative di divulgazione dei risultati della ricerca.

Per quanto riguarda la didattica, l'accordo prevede l'organizzazione congiunta di attività formative, come corsi di formazione post lauream, summer e winter school, corsi di alta formazione e formazione permanente, scuole di specializzazione, corsi di aggiornamento e riqualificazione, corsi integrativi per neolaureati e dottorati di ricerca.

Non mancherà l'organizzazione di iniziative di orientamento rivolte agli studenti delle scuole superiori, per favorire una migliore conoscenza del funzionamento del mercato del lavoro e scelte professionali più consapevoli, come anche di eventi di orientamento, tirocini e stage rivolti agli studenti universitari per un primo contatto con il mondo del lavoro.

Saranno promossi, inoltre, progetti e iniziative di sensibilizzazione all'imprenditorialità e autoimprenditorialità, eventi per diffondere la cultura imprenditoriale cooperativa e per supportare la nascita e crescita di imprese cooperative.

"Rinnoviamo per altri cinque anni una collaborazione che già nei primi tre è stata molto fruttuosa, abbracciando progetti e attività ad ampio spettro. – afferma il Rettore Francesco Ubertini. – Formazione, lavoro, imprenditorialità e autoimprenditorialità in forme cooperative, ricerca: si lavorerà ancora insieme su questi temi, convinto della grande capacità di Bologna di attrarre e sviluppare giovani talenti, terreno fertile per le iniziative in programma da Alma Mater e Lagacoop".

"La collaborazione con l'Università di Bologna è di importanza strategica per la competitività delle cooperative e dell'intero territorio - commenta Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna - Sono tre i grandi ambiti di interesse delle cooperative bolognesi per il futuro, sui quali intendiamo finalizzare la collaborazione con l'Ateneo: lavoro qualificato e coinvolgimento dei giovani, innovazione nelle imprese e sviluppo sostenibile. La creazione di un vero e proprio ecosistema dell'innovazione e lo scambio continuo tra luoghi della ricerca e mondo produttivo, sono gli obiettivi di fondo del protocollo, strumenti che mettiamo a disposizione delle imprese cooperative e del territorio".

 

Povertà sanitaria e nuove dipendenze: due ambiti in cui diventa sempre più necessario intervenire. I dati parlano chiaro: da una parte, oltre 12 milioni di italiani che, anche come conseguenza dell’arretramento del finanziamento pubblico in sanità, nell’ultimo anno sono stati costretti a rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie per motivi economici; dall’altra la sempre maggiore diffusione delle nuove dipendenze, in cui non è implicato l’uso e abuso di sostanze chimiche, ma di un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata.

Si tratta di problematiche come il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, la cosiddetta “new technologies addiction” (dipendenza da TV, internet, social network, videogiochi) che spesso continuano ad essere curate secondo gli standard applicati per il trattamento delle dipendenze da sostanze come droghe e alcol.

E’ in questo contesto che la Fondazione CON IL SUD promuove la quarta edizione del Bando Socio Sanitario, mettendo a disposizione 4,5 milioni di euro per sostenere interventi di contrasto alla povertà sanitaria e la sperimentazione di cure specifiche per le “nuove dipendenze” al Sud.

L’iniziativa si rivolge alle organizzazioni di terzo settore di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia che potranno proporre interventi in uno solo degli ambiti previsti: lo sviluppo di sistemi innovativi e integrati di accesso alle cure per persone in condizione di povertà sanitaria (a disposizione 3 milioni di euro) oppure la sperimentazione di metodologie alternative di cura per le nuove dipendenze (a disposizione 1,5 milioni di euro).

Le partnership di progetto dovranno essere composte da almeno tre organizzazioni: due del Terzo settore più l’ente pubblico responsabile dei servizi socio-sanitari del territorio in cui si vuole intervenire. Potrà essere coinvolto anche il mondo delle istituzioni, dell’università, della ricerca e quello economico. Il Bando prevede due fasi: la prima, finalizzata alla selezione delle proposte con maggiore potenziale impatto sul territorio e la seconda, di progettazione esecutiva, con l’obiettivo di ridefinire eventuali criticità rilevate nella fase di valutazione.

“Fenomeni come la migrazione sanitaria evidenziano ancora una volta una forte disparità tra Nord e Sud: a livello di offerta sanitaria, ma anche di standard qualitativi”, ha commentato Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione CON IL SUD. “E’ ormai evidente che il Terzo settore assume oggi un ruolo importantissimo anche in questo ambito, fornendo sempre più spesso servizi che il Sistema Sanitario Nazionale ha difficoltà ad erogare e garantendo quindi la possibilità di cure a moltissime persone in difficoltà. Un ruolo, quello del Terzo settore, che non può e non deve essere sostitutivo o alternativo a quello pubblico, ma complementare.”

Le proposte dovranno essere presentate online, attraverso la piattaforma Chàiros dal sito www.fondazioneconilsud.it. Il bando scade il 17 aprile 2020. Con le tre precedenti edizioni del bando sono stati sostenuti, con circa 13 milioni di euro, 36 progetti per la cura e integrazione di persone disabili e anziani non autosufficienti.

Il contesto

Sono più di 12 milioni gli italiani in difficoltà economiche che, per la crisi ma anche per la riduzione degli investimenti pubblici in sanità, nell’ultimo anno hanno rinunciato a curarsi. Secondo una recente indagine, 1 cittadino su 3 ha difficoltà di accesso al Servizio Sanitario Nazionale per i costi dei ticket e dei farmaci, i lunghi tempi di attesa, le difficoltà a ricevere assistenza, la scarsa informazione e l’eccesso di burocrazia prevista per l’assistenza domiciliare. Per rispondere ai bisogni di cura dei cittadini la spesa per il sistema sanitario dovrebbe essere incrementata tra i 20 ed i 30 miliardi di euro. La compartecipazione della spesa a carico dei cittadini già nel 2015 copriva un quarto della spesa complessiva, aggirandosi intorno a 35 miliardi di euro.

Il rapporto tra lo stato di salute della popolazione e la spesa sanitaria per cittadino fa registrare dati preoccupanti soprattutto nel Sud Italia (indice di buona salute 3/10 e spesa sanitaria pro capite di 1.949 euro, a fronte di un indice di buona salute di 6,8/10 ed una spesa sanitaria pro capite di circa 2.500 euro nelle regioni del Nord Italia). Anche i tempi di attesa aumentano con la diminuzione della spesa sanitaria pro capite, passando da una media di 35 giorni nel Centro-Nord (ad esclusione del Lazio) ad una di 70 giorni nel Sud Italia.

La situazione non è rosea neanche sul fronte delle nuove dipendenze. Secondo il Libro Blu 2017 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nel 2017 il volume di denaro giocato dagli italiani è aumentato del 6% rispetto all’anno precedente, superando quota 100 miliardi di euro. Quasi la metà della spesa (48,9 miliardi di euro) è relativa a slot machine e VLT (Video Lottery Terminal).

Per quanto riguarda invece la dipendenza dalle nuove tecnologie digitali, uno studio internazionale GfK (Growth from Knowledge) evidenzia che nel nostro Paese la percentuale di chi ammette di avere problemi di dipendenza da tecnologia è del 29%. Le persone maggiormente colpite sono i trentenni (37%) e chi ha un reddito medio-alto (32%) e basso (31%)

 

Legambiente ha presentato a Palermo Pendolaria 2019,il suo rapporto annuale sul trasporto ferroviario in Italia, per fare il punto su che cosa si muove e che cosa no sulla rete, in termini di soldi, convogli e persone, e approfondire i risultati prodotti dagli investimenti. Pendolaria, dal 2008, racconta numeri e storie, buone pratiche e denunce da parte dei comitati pendolari che vengono raccolte durante l’anno e sono consultabili sul sito www.pendolaria.it. 

All’incontro, introdotto dal vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini e coordinato dal presidente di Legambiente Sicilia Gianfranco Zanna, sono intervenuto tra gli altri il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano, il direttore generale del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Angelo Mautone, l’assessore ai Trasporti della Regione siciliana Marco Falcone, dirigenti di Trenitalia e RFI.

“Abbiamo scelto di presentare Pendolaria a Palermo perché sono le grandi città e il Sud le due emergenze del nostro Paese nel trasporto ferroviario – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – La nuova Commissione europea guidata da Ursula Von der Leyen si è impegnata per politiche e obiettivi più ambiziosi e per un piano di investimenti da mille miliardi di euro per raggiungere i target fissati con l’Accordo di Parigi sul Clima e fermare la crescita della temperatura del Pianeta. I trasporti sono l’unico settore che in Italia ha visto crescere le emissioni dal 1990 ad oggi; dobbiamo scegliere di accelerare il cambiamento della mobilità con politiche più incisive e l’obiettivo di raddoppiare il numero di viaggiatori giornalieri su treni regionali e metropolitane, dagli attuali 5,7 a 10 milioni. Il cambiamento della mobilità è imprescindibile per conseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dall’Unione europea al 2030 e al 2050 in cui si dovrà aver raggiunto la totale decarbonizzazione”.

Il 2019 è stato per il nostro trasporto ferroviario un anno particolare: ha celebrato i dieci anni dall’entrata in funzione delle linee ad alta velocità e diversi cambiamenti tanto sulle linee nazionali, con la concorrenza tra treni veloci, quanto nelle Regioni, che hanno ormai tutte un contratto di servizio con gli operatori del servizio ferroviario.

I numeri sono in aumento sia per i treni a lunga percorrenza, in particolare con il clamoroso successo dell’alta velocità, sia per i treni regionali e le linee metropolitane laddove presenti. Cinque milioni e 699mila persone prendono ogni giorno in Italia treni regionali e linee metropolitane. Nel 2018, rispetto all’anno precedente, circa 45mila persone in più hanno preso i treni regionali (+1,6%) e anche coloro che utilizzano le linee metropolitane sono aumentati, con quasi 65mila viaggiatori giornalieri in più (+2,4%). Nel 2014 il numero di viaggiatori era complessivamente di 5,1 milioni, per cui si deve segnalare una crescita dell’11,7% in cinque anni.

Nel dettaglio, i passeggeri che usufruiscono del servizio ferroviario regionale sono 2milioni e 919mila, di cui 1,413 milioni utilizzano i convogli di Trenitalia e 1,506 milioni quelli degli altri 20 concessionari. L’aumento di passeggeri sui treni regionali dal 2010 a oggi è stato dell’8,2%.

Due milioni e 78mila persone al giorno prendono, invece, le metropolitane presenti in 7 città italiane (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania), con un aumento complessivo di quasi 65mila passeggeri tra il 2018 e il 2017, dovuto in particolare alle linee di metro di Milano, Catania e Brescia dove si registra una crescita costante e consistente.

Il numero di coloro che invece ogni giorno prendono il treno per spostarsi su collegamenti nazionali è di circa 50mila persone sugli Intercity e 170mila sull’alta velocità tra le Frecce di Trenitalia ed Italo. I numeri sono complessivamente in aumento, ma con rilevanti differenze: mentre sugli Intercity tra il 2010 ed il 2018 abbiamo una riduzione che sfiora il 46%, sulle Frecce di Trenitalia si verifica un +114%, incluso Italo che è in forte crescita.

In 10 anni il bilancio dell’alta velocità è imponente: i numeri sono cresciuti di anno in anno, grazie al raddoppio della flotta dei treni AV: 74 nel 2008, 144 nel 2019. I passeggeri trasportati sui treni AV di Trenitalia sono passati dai 6,5 milioni del 2008 a 40 milioni nel 2018, con un aumento del 517%.

Ma anche i dati del trasporto regionale sono significativi. Per esempio, in Lombardia 802mila persone prendono il treno ogni giorno: +6,9% tra il 2017 e il 2018 e +43,4% rispetto al 2009 quando erano 559mila. In Alto Adige, grazie a investimenti in nuovi treni e corse frequenti, i passeggeri sono triplicati sulle linee riqualificate (da 11.000 nel 2011 a quasi 30.000). Sono 31mila i viaggiatori in più in Puglia e 100mila in Emilia-Romagna. O nelle città, come a Milano dove le linee di metropolitana segnano una continua crescita, con 12,5 milioni di passeggeri in più nei primi 9 mesi del 2019 (+4,7% rispetto al 2018); a Firenze dove il tram trasporta oltre 93.000 persone al giorno e a Bergamo dove nel 2018 il Tram delle Valli ha trasportato 3,75 milioni di passeggeri (+5,7% rispetto al 2016). Le situazioni positive sono tante e Legambiente racconta nel rapporto 57 buone pratiche.

Tra le notizie liete per i pendolari, c’è l’arrivo di nuovi treni. Sono 2.894 i treni in servizio nelle regioni ogni giorno, da Ragusa ad Aosta, gestiti dai diversi concessionari (Trenitalia, Trenord, CTI, Atac, etc.). L’età media dei convogli sulla rete ferroviaria regionale sta calando (in particolare al nord e nel centro Italia), è arrivata a 15,4 anni, grazie al trend iniziato negli scorsi anni con l’immissione di nuovi convogli di Trenitalia. Con gli investimenti realizzati da alcune Regioni sono inoltre entrati in esercizio circa 450 treni nuovi, in particolare in Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna (l’unica Regione, insieme alla Valle d’Aosta, dove in questi anni è stata effettuata una gara per scegliere il gestore del servizio ferroviario regionale), Provincia di Trento, Lazio e Campania. Infine, gli investimenti decisi nella XVII legislatura, stanno permettendo complessivamente nel quadriennio 2017-2020 l’entrata in circolazione di 210 nuovi treni. Per quanto riguarda gli Intercity, si stanno investendo 300 milioni tra revamping e la riconversione dell’intera flotta.

Tra le diverse parti d’Italia perdurano, tuttavia, differenze enormi nella qualità e nell’offerta del servizio ferroviario. In alcune aree il servizio è tra i più competitivi al mondo, come tra Firenze e Bologna dove l’offerta, per quantità e velocità dei treni, non ha paragoni in Europa; ma fuori dalle direttrici principali dell’alta velocità e dalle Regioni che in questi anni hanno investito, la situazione del servizio sta peggiorando, con meno treni in circolazione e, di conseguenza, meno persone che prendono il treno. In particolare il Meridione continua a soffrire di un’assenza di progetto.

Nel complesso, dopo anni di tagli, la quantità di treni regionali in servizio, considerati tutti i gestori, è risalita al livello del 2010. In Lombardia, in Emilia-Romagna e in Veneto aumentano le persone che prendono il treno, in Piemonte il numero di passeggeri torna a superare il livello del 2011 nonostante la soppressione del servizio su alcune linee. Anche in Sicilia si è recuperato in parte il crollo dei passeggeri avvenuto negli ultimi anni, e oggi sono 42mila i viaggiatori al giorno (tra Trenitalia e Circumetnea). Negativa la situazione in Campania, dove tornano a calare i passeggeri, passando dai 467.000 del 2011 a 262.000 nonostante negli ultimi anni il trend fosse in miglioramento. In negativo anche i dati in Molise (-11% di passeggeri e la Termoli-Campobasso chiusa), in Umbria e soprattutto in Basilicata dove il calo si attesta sul 34%. Per i convogli a lunga percorrenza finanziati con il contributo pubblico, principalmente gli Intercity, l’offerta treni/chilometri è scesa del 16,7% dal 2010 al 2018 e i passeggeri sono diminuiti conseguentemente del 42,8%.

“Questo quadro evidenzia le sfide dei trasporti in Italia – ha aggiunto Edoardo Zanchini – che oggi riguardano in particolare le aree urbane e il Mezzogiorno. Nel 2019 non è stato inaugurato neanche un chilometro di linee metro, quando il ritardo è drammatico e solo investendo in una cura del ferro sarà possibile cambiare la situazione di inquinamento e traffico che attanaglia le nostre città. Al Sud muoversi in treno tra le città è praticamente impossibile, perché i collegamenti sono meno che nel 2010 a seguito dei tagli e i treni sono più vecchi e lenti che nel resto d’Italia. Oggi abbiamo presentato le nostre proposte per uscire da questa situazione e chiediamo al Governo di smetterla con un dibattito che ruota tutto alle grandi opere e di affrontare queste sfide. Serve un piano per il Sud fatto di treni nuovi da mettere su linee da elettrificare e potenziare, ed è urgente cambiare le priorità infrastrutturali del Paese spostandole nelle aree urbane. Il dato positivo è che ovunque in Italia si è investito sul ferro i risultati sono stati positivi, con una quota crescente di cittadini che ha rinunciato all’auto proprio perché esisteva un’alternativa agli spostamenti in automobile che sono ancora preponderanti nel nostro Paese”.

Nelle aree urbane spicca il maggior ritardo infrastrutturale italiano rispetto ai Paesi europei. La nostra dotazione di linee metropolitane si ferma a 247,2 chilometri (in 7 città in cui vivono circa 15 milioni di persone), lontano dai valori del Regno Unito (oltre 672 km), della Germania (649,8) e della Spagna (609,7). Il totale di chilometri di metropolitane italiane è inferiore o paragonabile a quello di singole città europee come Madrid (291,3 km), Londra (464,2 km) o Parigi (221,5 km). Solo in Italia il dibattito politico sui trasporti e le infrastrutture ignora completamente le aree urbane; è qui che bisognerebbe concentrare gli investimenti, ma non avviene. I dati Istat raccontano che 25,8 milioni di persone (il 42% della popolazione nazionale) vivono nelle 16 principali aree metropolitane e conurbazioni italiane, dove si registra la quota prevalente degli spostamenti delle persone e dove il tasso di auto di proprietà è tra i più alti al mondo: 70,7 veicoli ogni 100 abitanti. Ma non basta disporre di linee metropolitane, occorre anche che i treni metropolitani passino con la giusta frequenza, per garantire un’offerta di qualità.

Dramma Mezzogiorno

Drammatica è la situazione al Sud, dove i treni sono vecchi (età media 19,3 anni rispetto ai 12,5 anni al Nord) e pochi (sono stati addirittura ridotti gli intercity e i regionali in circolazione negli ultimi dieci anni) e viaggiano su linee in larga parte a binario unico e non elettrificate. Rispetto al resto del Paese sono di meno sia le Frecce, che gli Italo, gli Intercity e i regionali. Ci sono in tutta la Sicilia 486 corse al giorno dei treni regionali contro le 2.560 della Lombardia: quasi 5,3 volte tanto (a fronte di una popolazione di 5 milioni di persone in Sicilia e 10 milioni in Lombardia). Le corse giornaliere in Provincia di Bolzano sono 266, quasi quante quelle offerte in Sardegna (297) dove però la popolazione è oltre il triplo. In Calabria sono 341 le corse giornaliere, meno delle 355 effettuate in Liguria dove popolazione ed estensione sono inferiori.

Innumerevoli gli esempi di un’assenza totale di regia e controllo lungo alcune direttrici importanti. Tra Cosenza e Crotone non esiste collegamento diretto e servono almeno un cambio e quasi 3 ore di tragitto per percorrere 115 km. Tra Ragusa e Palermo sono previsti solo 3 collegamenti al giorno, tutti con un cambio, per arrivare a destinazione in 4 ore e mezza (erano 4 tre anni fa). Tra Siracusa e Trapani (266 chilometri in linea d’aria) esistono solo tre possibilità e la più rapida richiede 11 ore e 21 minuti, con tre cambi. In Basilicata tra Potenza e Matera con Trenitalia non è più previsto alcun collegamento e con le Ferrovie Appulo Lucane servono 2 cambi e 3 ore e 20 minuti (di cui una parte in pullman per lavori sulla linea). In Puglia, invece, tra Taranto e Lecce almeno esiste un Intercity Notte che transita in orari di pendolarismo, però solamente da Taranto verso Lecce.

Ma anche al Sud dove si investe il successo è garantito e Legambiente ha raccolto 10 storie di successo: da Palermo a Catania, con metro e tram, a Bari, Napoli, Cagliari con treni urbani sempre più frequentati a quelli delle Appulo Lucane in Puglia, fino alla nuova bellissima stazione di Matera a quella di Scampia, per arrivare al successo di passeggeri che hanno i nuovi treni messi sulle linee in Sicilia, Puglia, Sardegna. Le schede con numeri e foto raccontano la fame di trasporto su ferro che c’è nel Mezzogiorno.

Occorre cambiare le priorità infrastrutturali del nostro Paese e recuperare i tagli al trasporto ferroviario. Dal 2000 a oggi nulla è cambiato nel dibattito sulle priorità infrastrutturali italiane, con un’attenzione che ci si concentra sempre sulle grandi opere: dal 2002 al 2017 i finanziamenti statali hanno premiato per il 60% gli investimenti in strade e autostrade. Emblematici sono i dati degli interventi realizzati dal 2010 al 2017: 275 km di autostrade (tra cui ricordiamo la Bre.Be.Mi., il Quadrilatero nelle Marche ed Umbria, parte della Asti-Cuneo), a cui si aggiungono altri 1.543 km di strade nazionali, a fronte di 70 chilometri di metropolitane e 34,5 km di tram (17 km a Palermo, 12,5 a Venezia, 6 a Cagliari).

Dal 2016 ad oggi la ripartizione dei finanziamenti è in parte cambiata, per il superamento della Legge Obiettivo e per l’approvazione nella scorsa legislatura, grazie al Ministro Delrio, di finanziamenti per lo sviluppo del trasporto rapido di massa. In attuazione del DM 22/12/2017 e dei fondi europei FSC sono stati ripartiti 4,2 miliardi di euro per investimenti nelle città. Inoltre a dicembre 2019 sono stati ripartiti ulteriori 2,3 miliardi di Euro per interventi in attuazione della Legge di Bilancio 2018. La novità è che per la selezione di questi interventi è stata definita una procedura che verifica la coerenza con le Linee guida del MIT per la valutazione degli investimenti pubblici.

I finanziamenti statali per il servizio ferroviario regionale hanno visto una diminuzione tra il 2009 ed il 2019 del 21,5%, mentre i passeggeri crescevano di oltre l’8%. Per i trasporti su gomma e su ferro si è passati da una disponibilità di risorse di circa 6,2 miliardi di euro a 4,8 miliardi nel 2019. Nella XVII legislatura per il servizio del trasporto pubblico locale la dotazione di risorse è stata resa strutturale e svincolata dall’andamento dell’accisa, in modo da superare l’incertezza delle oscillazioni e il legame con i consumi di benzina e gasolio. La dotazione del Fondo Nazionale TPL è pari a 4.876.554 euro per il 2019 ed a 4.875.554 euro per il 2020, risorse del tutto inadeguate per potenziare il trasporto ferroviario regionale e gli investimenti indispensabili a recuperare la differenza dagli altri Paesi europei.

Le priorità di Legambiente per il rilancio del trasporto ferroviario sono: “più treni sulla rete ferroviaria; priorità agli investimenti infrastrutturali nelle città; un piano per muoversi al Sud in treno”.

In particolare per rilanciare il trasporto ferroviario servono almeno 500 milioni di euro all’anno da destinare al fondo per il TPL e il trasporto ferroviario regionale; garantire che almeno 2 miliardi di euro all’anno dei fondi introdotti nelle ultime Leggi di Bilancio per gli investimenti dello Stato siano indirizzati a un programma di nuove linee di tram e metropolitane nelle città; aggiungere agli investimenti previsti almeno 600 milioni di euro all’anno per continuare nel rinnovo del parco circolante regionale, per le metropolitane e tram, per gli Intercity, per le Frecce da introdurre nelle linee al sud.

“Le risorse ci sono: si possono recuperare dai sussidi all’autotrasporto, dagli introiti delle autostrade, dalla cancellazione di investimenti sbagliati (come quelli per nuove autostrade al nord). E in questa direzione dovrebbe andare anche la revisione delle priorità infrastrutturali dei prossimi anni di Anas e delle concessionarie autostradali, per indirizzare la spesa verso la manutenzione e gli investimenti davvero necessari), dai bilanci delle Regioni che devono far crescere la spesa nel bilancio per portarla al 5% in modo da prevedere obiettivi più ambiziosi nei Contratti di servizio”.

 

  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Febbraio 2020 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29