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Mercoledì, 21 Novembre 2018

Amnesty International ha annunciato oggi di aver revocato la sua più alta onorificenza, il premio "Ambasciatore della coscienza", conferito nel 2009 ad Aung San Suu Kyi. La decisione è stata presa alla luce del "vergognoso tradimento della leader birmana dei valori per i quali una volta si era battuta". 

L'11 novembre Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, ha scritto ad Aung San Suu Kyi informandola della decisione. Naidoo ha espresso il disappunto dell'organizzazione per il fatto che, a metà del suo mandato e otto anni dopo la fine degli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi non abbia usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia e l'uguaglianza in Myanmar. Naidoo ha fatto poi riferimento alla palese indifferenza della leader birmana di fronte alle atrocità commesse dall'esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione. 

"Come 'Ambasciatrice della coscienza', ci aspettavamo da Lei che continuasse a usare la sua autorità morale per prendere posizione contro le ingiustizie ovunque le scorgesse, a iniziare dal Suo paese. Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il Suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo", ha scritto Naidoo ad Aung San Suu Kyi. 

Il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani 

Da quando, nell'aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata leader di fatto del governo a guida civile, la sua amministrazione è stata parte attiva nella commissione e nel perpetuarsi di molteplici violazioni dei diritti umani. 

Amnesty International ha ripetutamente criticato Aung San Suu Kyi e il suo governo per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, che vive da anni sotto un sistema di segregazione e discriminazione equivalente all'apartheid. 

Durante la campagna di violenza dello scorso anno contro i rohingya, le forze di sicurezza di Myanmar hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e bambine, arrestato e torturato uomini e bambini e incendiato migliaia di case e di villaggi. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali dell'esercito siano indagati e processati per il crimine di genocidio. 

Sebbene il governo civile non eserciti controllo sui militari, Aung San Suu Kyi e la sua amministrazione hanno protetto le forze di sicurezza giudicando false, ridimensionando o negando le denunce sulle violazioni dei diritti umani e ostacolando le indagini internazionali. L'amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha attivamente rinfocolato l'ostilità verso i rohingya, definendoli "terroristi", accusandoli di aver bruciato essi stessi le loro case e parlando di "falsi stupri". Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come "pulci umane da detestare" e un "tormento" di cui liberarsi. 

"Che Aung San Suu Kyi non abbia difeso i rohingya è uno dei motivi per cui non possiamo giustificare oltre il suo status di 'Ambasciatrice della coscienza'", ha sottolineato Naidoo.  "Il suo diniego della gravità e dell'ampiezza delle atrocità commesse contro i rohingya significa che vi sono scarse prospettive che la situazione migliori per le centinaia di migliaia di loro che si trovano in una dimensione di limbo in Bangladesh e per le centinaia di migliaia di loro che sono rimaste nello stato di Rakhine. Se non riconoscono i crimini orrendi commessi contro i rohingya, è difficile immaginare come il governo possa prendere misure per proteggerli da future atrocità", ha commentato Naidoo. 

Nei suoi rapporti Amnesty International ha documentato anche la situazione negli stati di Kachin e Shan. Pure in questo caso, Aung San Suu Kyi non ha usato la sua influenza e la sua autorità morale per condannare le violenze dell'esercito, per promuovere indagini sui crimini di guerra o per difendere i civili appartenenti alle minoranze etniche su cui ricade il peso dei conflitti. Per rendere ancora peggiori le cose, il governo civile ha imposto forti limitazioni all'accesso umanitario, aumentando la sofferenza di oltre 100.000 sfollati. 

Attacchi alla libertà d'espressione 

Nonostante il potere sia saldamente nelle mani dell'esercito, vi sono ambiti nei quali il governo civile ha un'ampia autorità per adottare riforme destinate a migliorare la situazione dei diritti umani, specialmente nel campo della libertà d'espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. Tuttavia, nei due anni trascorsi da quando l'amministrazione civile è salita al potere, difensori dei diritti umani, attivisti pacifici e giornalisti sono stati arrestati e imprigionati mentre altri affrontano minacce, vessazioni e intimidazioni per il loro lavoro. 

Le leggi repressive - comprese alcune di quelle usate per arrestare Aung San Suu Kyi e altri sostenitori della democrazia e dei diritti umani - non sono state affatto abolite. Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l'uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari. Aung San Suu Kyi era stata nominata "Ambasciatrice della coscienza" nel 2009, come riconoscimento della sua lotta pacifica e non violenta per la democrazia e i diritti umani. Oggi ricorrono esattamente otto anni dal giorno in cui venne rilasciata dagli arresti domiciliari. 

Quando nel 2013 fu finalmente in grado di ritirare il premio, Aung San Suu Kyi chiese ad Amnesty International di "non distogliere lo sguardo e i pensieri da noi" e di "aiutarci a essere un paese dove si fondano la speranza e la storia".  "Quel giorno Amnesty International prese quelle richieste molto sul serio ed è anche per questo che non cesseremo mai di porre l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar. Continueremo a combattere per la giustizia e per i diritti umani in Myanmar, con o senza il sostegno di Aung San Suu Kyi", ha concluso Naidoo

Un anno dopo l'ondata d'indignazione mondiale provocata dalle scioccanti immagini della compravendita di esseri umani in Libia, Amnesty International ha denunciato che la situazione dei migranti e dei rifugiati in quel paese rimane tetra e per alcuni aspetti è persino peggiorata. 

Le conclusioni rese note oggi da Amnesty International, in coincidenza con la conferenza internazionale sulla Libia convocata a Palermo per trovare soluzioni alla paralisi politica nel paese, mettono in evidenza come le politiche degli stati membri dell'Unione europea per fermare l'immigrazione e l'insufficienza dei posti messi a disposizione per il reinsediamento dei rifugiati continuino ad alimentare un ciclo di violenza, intrappolando migliaia di migranti e rifugiati all'interno dei centri di detenzione libici, in condizioni agghiaccianti. 

"A un anno di distanza da quelle immagini che sconvolsero il mondo, la situazione per i rifugiati e per i migranti in Libia resta tetra", ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Le crudeli politiche attuate dagli stati dell'Unione europea per impedire gli approdi sulle loro coste, insieme al loro insufficiente contributo in termini di percorsi sicuri che potrebbero aiutare i rifugiati a raggiungere la salvezza, significa che migliaia di uomini, donne e bambini restano intrappolati in Libia e continuano a subire violenze orribili, senza una via d'uscita", ha aggiunto Morayef. 

All'interno dei centri di detenzione libici i migranti e i rifugiati rischiano regolarmente di subire torture, estorsioni e stupri.  L'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha registrato 56.442 rifugiati e richiedenti asilo in Libia e ha ripetutamente chiesto ai governi, europei e non, di reinsediarli, anche attraverso l'evacuazione via Niger. 

Tuttavia, finora sono stati messi a disposizione solo 3886 posti per il reinsediamento da parte di 12 paesi e solo 1140 rifugiati sono stati effettivamente reinsediati dalla Libia e dal Niger. Tra dicembre 2017 e febbraio 2018 l'Italia ha evacuato, trasferendoli sul suo territorio, 312 richiedenti asilo ma non vi sono state ulteriori evacuazioni fino al reinsediamento di 44 rifugiati il 7 novembre. 

Negli ultimi due anni gli stati membri dell'Unione europea hanno posto in essere una serie di misure per bloccare l'attraversamento del Mediterraneo centrale, rafforzando le capacità della Guardia costiera di intercettare imbarcazioni, stringendo accordi con le milizie libiche e ostacolando il lavoro delle Ong impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso. 

Queste politiche hanno determinato la diminuzione degli approdi in Italia di quasi l'80 per cento: da 114.415 tra gennaio e novembre 2017 ad appena 22.232 fino a ora nel 2018. Nei centri di detenzione libici sono trattenuti circa 6000 migranti e rifugiati. Mentre la rotta marittima del Mediterraneo centrale è quasi completamente chiusa e le autorità libiche mettono illegalmente in carcere i rifugiati rifiutando di rilasciarli sotto la protezione dell'Unhcr, l'unico modo per uscire dai centri di prigionia è l'evacuazione verso un altro paese attraverso i programmi gestiti dalle Nazioni Unite. Per quanto riguarda i rifugiati, che evidentemente non possono tornare nel paese di origine, la mancanza di posti per il reinsediamento sta facendo sì che migliaia di loro restino abbandonati nei centri di detenzione libici. 

L'apertura di un a lungo promesso centro dell'Unhcr a Tripoli, che potrebbe dare riparo a un migliaio di rifugiati, viene ripetutamente ritardata. La sua apertura sarebbe indubbiamente un gesto positivo ma riguarderebbe solo una piccola parte dei rifugiati in stato di detenzione e non offrirebbe comunque una soluzione sostenibile. 

"Mentre fanno il massimo per fermare le partenze e aiutare la Guardia costiera libica a intercettare persone in mare e a rispedirle nei famigerati centri di detenzione, i governi europei hanno catastroficamente mancato di mettere a disposizione altre rotte per lasciare la Libia a coloro che ne hanno più bisogno", ha sottolineato Morayef. 

"Siccome l'Europa non vuole allungare una cima di salvataggio a coloro che ne avrebbero disperatamente necessità e che restano bloccati nei centri di detenzione libici a rischiare violenza, è il momento che le autorità della Libia si prendano le responsabilità per le loro atroci politiche di detenzione illegale e proteggano i diritti umani di tutte le persone che si trovano nel loro territorio", ha proseguito Morayef. 

Gli scontri armati avvenuti a Tripoli tra agosto e settembre hanno reso la situazione più pericolosa anche per i migranti e i rifugiati. Alcuni detenuti sono stati feriti da pallottole vaganti. In altri casi, chi doveva sorvegliare le carceri è fuggito per scampare agli attacchi lasciando migliaia di detenuti senza acqua né cibo.  Amnesty International ha sollecitato tutti i partecipanti alla conferenza di Palermo ad assicurare che i diritti umani di tutte le persone presenti in Libia, migranti e rifugiati compresi, siano posti al centro dei negoziati. 

A Roma il 10 novembre si è svolta una delle manifestazioni contro il Decreto Pillon. In questo video parla Lella Palladino, presidente nazionale Dire contro la violenza intervistata per noi da Angelica Spampinato

Stop alle violazioni nel funzionamento degli hotspot. È questo l'appello lanciato da ASGI, CILD, Indiewatch e Actionaid, che dopo una permanenza a Lampedusa per il progetto 'In Limine', hanno riscontrato irregolarità nell'organizzazione dei centri di prima accoglienza. Violazioni che, secondo le associazioni, sembrerebbero anticipare aspetti che il decreto Salvini legalizzerà a tutti gli effetti.

"La politica europea negli ultimi anni- spiega l'avvocato ASGI, Salvatore Fachile- ha sperimentato una serie di primi blocchi dei flussi migratori, politica iniziata da Minniti e portata avanti da Salvini. Nessuna inversione di rotta dunque, in quanto l'Italia si sta comportando solo da Paese vassallo seguendo la linea delle Commissione Europea che dal 2016 sceglie di agire in questo modo. Salvini e Minniti hanno dunque tentato di anticipare delle norme future sulle frontiere, poiché al momento c'è un vuoto legislativo in materia, che comporta che agli stranieri venga fornita solo un'assistenza primaria".

Per quanto riguarda gli aspetti legali, invece, secondo le associazioni i cittadini stranieri non vengono minimamente seguiti e indirizzati: "Con il 20% delle persone che arrivano, perché l'80% rimane in carcere libico - aggiunge ancora l'avvocato Fachile - vengono applicate procedure velocissime in cui la commissione si reca negli hotspot incontrando i richiedenti asilo, che non vengono né avvisati, né preparati all'incontro. In quell'occasione la commissione valuta i richiedenti, che in caso di rifiuto hanno solo 15 giorni per impugnare il diniego, altrimenti si viene espulsi". 

"Sono stati fatti firmare documenti di rinuncia alla richiesta d'asilo che venivano presentati ai migranti come pratiche per il trasferimento. A Lampedusa non serve solo assistenza sanitaria, ma legale, perché gli ospiti dichiarano di sentirsi abbandonati a loro stessi, in un grande carcere all'aperto, senza possibilità di ricevere aiuto", spiega Sami Aidoudi, mediatore culturale.

La denuncia delle associazioni è chiara: i cittadini stranieri degli hotspot hanno subìto svariate violazioni dei loro diritti, che potrebbero però diventare legge con il decreto Sicurezza.

Gli illeciti non farebbero riferimento solo a una scarsa informazione sull'andamento della pratica legale per l'ottenimento della protezione, ma anche su una prassi che il dl Sicurezza regolamenta nell'art. 7-bis, relativo al rifiuto automatico della domanda di protezione internazionale per coloro che provengono da paesi ritenuti 'non a rischio'. 

"Numerosissimi cittadini tunisini- ha dichiarato Adelaide Massimi, operatrice legale progetto "In limine" - hanno raccontato che chi veniva da paesi a rischio veniva incanalato subito per ricevere la protezione internazionale, mentre per i paesi non ritenuti a rischio venivano posti veti nel fare la domanda. Abbiamo riscontrato una totale assenza di valutazione caso per caso delle persone da rimpatriare e un'assenza di tutela anche per quanto riguarda i minori, tenuti negli hotspot per diversi giorni in situazioni di promiscuità con adulti". 

Se il decreto Salvini dovesse diventare legge, quindi, la domanda presentata da un richiedente proveniente da un Paese di origine sicura verrebbe valutata attraverso la procedura accelerata in frontiera, che la giudicherebbe "manifestamente infondata". Se prima la procedura accelerata spettava solo ai sospettati di fare la domanda di protezione internazionale per ragioni strumentali, oggi è l'inverso, e si presume quindi che tutti facciano domanda strumentale, lasciando ai cittadini stranieri il compito di dimostrare che hanno bisogno, nonché diritto di restare nel suolo italiano. Compito davvero arduo per chi arriva in paese straniero e non conosce nemmeno la lingua.

 "Contestiamo fortemente sia il trattenimento negli hotspot, in quanto provvedimento in contrasto con l'articolo 13 della Costituzione, che stabilisce l'inviolabilità della libertà personale, sia l'impossibilità di chiedere la protezione internazionale per chi proviene da paesi non a rischio- afferma Lucia Gennari, avvocato ASGI- Ci opponiamo a queste misure di espulsione collettiva, ricordando che anche la Corte europea dei diritti dell'uomo le vieta. Metteremo in campo diverse misure contro queste misure incostituzionali".

Gli ultimi soci sono arrivati dal Friuli. I libri, intanto, ‘volano’ in Francia. È una scommessa che funziona quella della Zanardi, workers buyout nato a Padova sulle ceneri dell’ex Editoriale Zanardi, dopo il suicidio in azienda del contitolare travolto dalla crisi. Hanno continuato a produrre libri d’arte e di pregio assoluto, e i risultati stanno dando loro ragione.

Quest’anno il fatturato – racconta Il Mattino di Padova – si avvia a chiudere attorno a quota 4 milioni di euro, 600 mila euro in più rispetto all’anno scorso. “Un risultato reso possibile – spiega il giornale della città – grazie all’ incremento della produzione dei bellissimi libri illustrati che vengono stampati nella sede di via Venezuela con tecnologie all’ avanguardia”.

“Gli affari vanno bene – sottolinea il presidente Mario Grillo – più tempo passa e più raccogliamo la fiducia dei vecchi e dei nuovi clienti. Si vede che le società editoriali, nonostante la perdurante crisi del settore dall’ avvento di internet, valutano positivamente i nostri prodotti. Sia dal punto di vista della bellezza dei nostri libri stampati, che diventano sempre più richiesti, sia per l’ elevata professionalità che tutti i miei collaboratori mettono nel loro lavoro quotidiano. Insomma tutto bene anche grazie all’ export, in particolare verso la Francia”.

La coop Zanardi ha conservato, infatti, il mercato che aveva con Gallimard e Taschen, ma è anche cresciuta, mettendo nel paniere altre aziende, tra cui la Stipa di Parigi e la popolarissima Sarbacane, sempre francese. Per quest’ultima società editoriale, di recente, la Zanardi ha stampato il libro a fumetti “Servir Le Peuple” (Servire il Popolo), divertente satira sui libretti rossi di Mao Tse Tung.

 

"La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell'intera popolazione), mentre sono oltre 4 milioni le persone che vi rinunciano per motivi economici (6,8%)". Lo ha sottolineato l'Istat nel corso dell'audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio riunite alla Camera.

"Le liste di attesa inducono a rinunciare alle citate prestazioni quasi il 5% di coloro che hanno un'età compresa tra i 45 e i 64 anni e il 4,4% degli ultrasessantacinquenni", si legge nel documento consegnato in commissione.

Inoltre "tra quanti dichiarano che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti l'incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche è complessivamente pari al 5,2%, a fronte dell'1,9% tra le famiglie che dichiarano di avere risorse ottime o adeguate. Sono forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud. La percentuale più bassa si rileva infatti nel Nord-est (2,2%) e la più elevata nelle Isole (4,3%). Distinguendo le prestazioni sanitarie, la rinuncia per liste di attesa è più frequente per le visite specialistiche (2,7%) rispetto agli accertamenti specialistici (1,6%).

Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell'accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti".

(Fonte: Redattore Sociale-Dire)

 Villa Gervasio a Bacoli (NA) ha aperto i suoi spazi alla solidarietÀ e all’arte, con l’evento “Domenica in Famiglia. Solidarietà, Arte, Danza, Musica”, organizzato a sostegno dell’associazione La Nostra Famiglia Onlus, curato nella direzione artistica da Alessio Menna e presentato da Serena Albano. Madrina dell’evento, l’attrice Manuela Arcuri. Tra donazioni spontanee e risultato dell’asta, in cui sono stati battuti piatti disegnati in esclusiva dall’interior designer Pietro Del Vaglio e dai bambini dell’associazione, sono stati devoluti 4.200 euro, con cui si contribuirà all’acquisto di attrezzature.

Una domenica che ha accolto in un luogo incantevole, curato nel restyling da Pietro Del Vaglio, 150 ospiti, a cui Mariano, Mena, Filomena e Gianni Iacuaniello, proprietari di Villa Gervasio, hanno offerto l’opportunità di conoscere e sostenere un’associazione che opera sul territorio, occupandosi di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione funzionale di bambini e ragazzi in condizioni cliniche che impongono disabilità complessa in ambito fisico e psichico. Con 28 sedi in tutta Italia, in Campania, La Nostra Famiglia Onlus ha la sua sede a Villa Ricciardi (Cava dei Tirreni), donata dalla famiglia Ricciardi e diretta dalla dottoressa Carmen Chiaramonte.

“Viviamo tutti i giorni questa villa con amore e ospitiamo eventi che parlano d’amore – raccontano Mariano, Mena, Filomena e Gianni Iacuaniello –. Siamo molto giovani e pensiamo che piccole azioni quotidiane possano rendere migliore il mondo in cui viviamo. Pietro Del Vaglio, che ha curato il restyling di Villa Gervasio, ci ha parlato della Nostra Famiglia Onlus, della sua attività e delle necessità di sostegno. Abbiamo deciso di dedicargli un evento per sostenere concretamente l’associazione”.

Prima del pranzo, offerto da Villa Gervasio, gli ospiti hanno assistito a “Paths”, lo spettacolo di musica e danza ideato e curato dalla coreografa Alessandra Celentano, che ha portato in scena il pianista Luca Longobardo e i ballerini Amilcar e Virginia Tomarchio, e hanno visitato gli spazi di Villa Gervasio, che domina i Campi Flegrei, luogo reso immortale dall’Eneide di Virgilio. Qui il panorama racchiude in un’unica prospettiva il Golfo di Pozzuoli, Napoli, con il famoso profilo del Vesuvio, Bacoli, con il Castello Aragonese e la Casina Vanvitelliana.

“Tema fondamentale del concept progettuale è la storia mixata con la contemporaneità – spiega Pietro Del Vaglio –. E il cuore di Villa Gervasio è un'antica cisterna romana restaurata e trattata come un tradizionale calidarium, inserendo nel pavimento uno specchio d’acqua, che custodisce la riproduzione di un frammento di pavimento in mosaico delle ville imperiali che si trovano nel fondo marino a largo di Baia, la famosa città sommersa”.

 

 

Le Marche "Via Terra". E' stata presentata ad Amandola la nuova piattaforma on line per commercializzare i prodotti agroalimentari del territorio. Un progetto che è stato ideato dalla cooperativa Rural Life e dall'associazione culturale CaCuam in collaborazione con la Fondazione Cassa di risparmio di Ascoli Piceno. Rural Life è una delle cooperative nate dal bando di Legacoop "Centro Italia Reload" per favorire la rinascita dei territori colpiti dal terremoto 2016 attraverso la creazione di nuove imprese.

Nella piattaforma, si trovano già 50 prodotti di 20 aziende, che si potranno acquistare on line da mercoledì 14 novembre. "L'obiettivo è arrivare ad inserire al più presto 50 aziende – dice Enzo Tosto della cooperativa Rural Life -, in questa piattaforma con cui vogliamo valorizzare le piccole aziende agricole e dare visibilità al nostro territorio".

Via Terra, spiegano dalla cooperativa, "vuole esprimere la passione, l'impegno e il lavoro quotidiano degli agricoltori che giorno dopo giorno custodiscono il nostro territorio. Via Terra è una realtà pensata per metterti in contatto con i piccoli agricoltori italiani, dandoti l'opportunità, direttamente da casa, di conoscerli e acquistarne i prodotti. Non perderai così l'occasione di mangiare cibi sani dai sapori autentici, secondo le migliori tradizioni che caratterizzano la nostra terra".

 

Una protesta sentita e partecipata quella promossa da D.i.Re contro il disegno di legge Pillon su separazione e affido che si è svolta in 60 città italiane e che ha visto la sua mobilitazione più grande in Piazza Madonna di Loreto a Roma.

Insieme a D.i.Re Donne in rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza, si sono mobilitati UDI Unione donne in Italia, Fondazione Pangea, Associazione nazionale volontarie Telefono Rosa, Maschile Plurale, CGIL, CAM Centro di ascolto uomini maltrattanti, UIL, Casa Internazionale delle donne, Rebel Network, il movimento Non una di meno, CISMAI Coordinamento italiano servizi maltrattamento all’infanzia, ARCI e Arcidonna nazionale, Arcigay, Rete Relive, Educare alle Differenze, BeFree, Fondazione Federico nel Cuore, il Movimento per l’Infanzia, Le Nove, Terre des hommes, Associazione Manden, CNCA Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza, Rete per la parità, Associazione Parte Civile, DonnaChiamaDonna, One Billion Rising, Futura, UDU Unione degli universitari, LAIGA Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della L. 194, Palermo Pride, e tante altre realtà.

Presente in piazza anche il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che ha aderito alla manifestazione firmando la petizione con cui si chiede il ritiro del ddl.

Molto preoccupata soprattutto Lella Palladino, presidente di D.i.Re Donne in rete contro la violenza, che si dichiara assolutamente contraria al ddl: "Dalla prima lettura di questo disegno di legge abbiamo provato sconcerto su come fosse possibile in Italia nel 2018 poter pensare a un arretramento culturale medievale. Questa proposta annulla tutte le conquiste delle donne degli anni '70. È una proposta di legge contro il divorzio, ma soprattutto contro i diritti di tutti: donne, uomini e minori. Con la pretesa di tutelare i bambini li mette in realtà in estrema difficoltà. Noi siamo contrari a tutto l'impianto, in particolare ad alcuni istituti previsti: la mediazione obbligatoria, l'annullamento del mantenimento diretto, il piano genitoriale, la doppia domiciliazione e l'introduzione subdola di quel concetto assurdo dell'alienazione parentale, che è stato disconfermato da tutta la comunità scientifica e che rientra in questa proposta di legge in piena legittimazione. Mi spiego nella maniera più chiara possibile: se un uomo usa violenza verso la propria compagna in presenza dei bambini è chiaro che i bambini hanno paura e che nel momento in cui si allontanano dalla casa e da quell'uomo non vogliano vederlo, e non si capisce per quale motivo ne debba essere responsabile nonché colpevolizzata la madre. Un ulteriore capovolgimento di responsabilità, che ci dice chiaramente come questo disegno di legge sia da leggere come una vendetta della lobby dei padri separati, contro le donne che scelgono di prendersi nuovamente la propria libertà. È inaccettabile che lo Stato possa entrare a gamba tesa nelle relazioni interpersonali e che possa decidere in maniera univoca per tutti le modalità di separazione". "Ogni storia è una storia a sé- aggiunge la presidente- ogni donna è una donna a sé, sappiamo dai dati Istat quante separazioni in realtà nascondono violenza. Più del 50% delle donne si separa perché subisce violenza. Tante altre non lo dicono o non lo percepiscono. Non possiamo accontentarci della risposta del senatore Pillon quando gli ricordiamo che questo dispositivo normativo metterebbe in seria difficoltà le donne vittime di violenza. Quando gli abbiamo chiesto infatti quand'è che una donna allora può essere riconosciuta vittima di violenza, ci ha risposto in maniera provocatoria: 'Quando la sentenza è passata in giudicato'. Pertanto dovremmo attendere quindi 7/8 anni, durata dei procedimenti penali, per ottenere il riconoscimento della violenza, ma nel frattempo i bambini sarebbero costretti a vedere un padre violento che hanno scelto di non vedere. Quindi è tutto un'assurdità, è tutta una follia. Noi non vogliamo emendamenti, vogliamo il ritiro totale di questa legge che riporterebbe il paese al Medioevo".

Anche Alessandra Menelao della UIL ha criticato duramente il disegno di legge, definendolo: "Inadatto perché non prevede la protezione per le donne e i bambini che subiscono violenza in famiglia. Quando una donna si separa, in alcuni casi c'è violenza. Questo decreto non prevede la protezione per le vittime, ma l'obbligo della mediazione in tutti i casi. Noi diciamo no alla mediazione, perché lo riteniamo un concetto incostituzionale e non lo riteniamo tale solo noi, ma anche la convenzione di Istanbul. Non sappiamo inoltre chi sono coloro che faranno la mediazione, non c'è nessuna formazione prevista per queste persone. Inoltre diciamo no alla bigenitorialità perfetta: in un paese come il nostro dove le donne lavorano meno e guadagnano meno, il concetto della bigenitorialità è assolutamente impossibile da attuare. Diciamo no alla parità del 50 e 50 dei bambini, perché ad oggi il diritto superiore dei bambini è stare con la mamma e non diventare un pacco postale che ogni giorno deve spostarsi da una casa all'altra. Diciamo inoltre no al dl per la questione dell'alienazione parentale, perché non esiste come sindrome scientifica, dunque non capiamo perché la dobbiamo mettere in un decreto".

Durissime anche le parole di Francesca Chiavacci, presidente nazionale di Arci: "Noi abbiamo aderito con un documento che si chiama 'No al Medioevo dei diritti' perché in occasione della presentazione del disegno di legge Pillon stavano accadendo cose gravi. È importante non solo per impedire che questo disegno di legge vada avanti, ma più in generale per riaffermare, anche dal punto di vista culturale, che non si torni indietro su tanti diritti che sono stati conquistati grazie alle donne e al movimento progressista in generale, e soprattutto che questo non passi nella società, che è quello che vediamo anche sui migranti e su tante altre questioni: una sorta di egemonia culturale". "Il decreto Pillon- continua Chiavacci- sancisce il fatto che le donne che si separano da un marito che le maltratta avranno più difficoltà a farlo, e in qualche modo sottilmente ci vuole dire che è bene che subiscano questo maltrattamento. Questo è il significato più generale del disegno di legge, e per questo siamo qui, per ribellarci al fatto che si possa immaginare che si faccia mediazione culturale in una coppia in cui una delle due persone, che di solito è la donna, subisce violenza . Il disegno di legge obbliga inoltre a spendere tanti soldi per potersi separare e non tiene conto dell'assegno di mantenimento e del fatto che in questo paese le donne sono quelle che guadagnano meno, che hanno meno lavoro e meno possibilità di conciliare tempo di vita e tempo di lavoro. Non c'era bisogno di fare la riforma dell'affido condiviso e lo posso dire anche per esperienza personale avendo vissuto una separazione e un divorzio, non c'era assolutamente bisogno. Nel caso c'era bisogno di cose diverse, che agevolassero ancora di più le donne. Forse in questo paese c'è più bisogno di trovare strumenti perché la vita familiare in senso ampio, quindi le donne soprattutto sulla quale ancora oggi pesa gran parte del carico familiare, siano agevolate. Abbiamo visto invece che oggettivamente anche nella presentazione della legge di bilancio si carica sulle famiglie il lavoro di cura, ci sono dei soldi in più che riguardano la disabilità, soldi che però stanno sotto il capitolo 'Famiglia' e non 'Assistenza".

 

 

 

Un cantiere di lavoro per elaborare politiche e strategie di sviluppo dell’impresa sociale. Questo è il Think Tank che Legacoopsociali lancerà a Torino il 20 e 21 novembre alla Fabbrica delle “E” di corso Trapani 91/b.

I cooperatori e le cooperatrici sociali sono chiamati a creare uno spazio di confronto, itinerante e permanente, che provi a connettere i luoghi della trasformazione culturale, sociale ed economica del Paese con la visione e il potenziale innovativo dell’azione presente e futura della impresa sociale cooperativa.

Non è un caso sia stata scelta Torino. Città del lavoro e delle fabbriche oggi vive una trasformazione tra crisi e innovazione che nel 2017 ha visto la nascita di Torino Social Impact: l’alleanza tra istituzioni pubbliche e private per fare di Torino il miglior ecosistema europeo per l’imprenditorialità e gli investimenti ad impatto sociale e ad elevato contenuto tecnologico.

A questo appuntamento Legacoopsociali arriva con i suoi numeri di settore. Le associate sono 3mila e gli occupati sono oltre 121mila unità: il 74,2% dell’occupazione è femminile, mentre per la base sociale tale incidenza è del 69,2%. La cooperazione sociale di inclusione lavorativa (tipo B) conta 800 associate con 30mila occupati di cui oltre 10mila sono lavoratori svantaggiati.

In questo contesto a Torino Legacoopsociali proporrà tre azioni: ascoltare, generare, connettere. Ascoltare per aprirsi a nuove idee, generare confronto su identità e prospettive, connettere la propria visione a quella delle imprese, della finanza e del terzo settore. Alla fine della due giorni i cooperatori e le cooperatrici sono chiamati a dare il proprio contributo per elaborare un “position paper” di visione che costituirà riferimento per l’attività di rappresentanza e per la realizzazione di cantieri operativi. 

Il programma

A introdurre la I sessione plenaria (“ascoltare”) del 20 novembre sarà la presidente nazionale Eleonora Vanni che seguirà i saluti di apertura di Paolo Petrucci della presidenza nazionale Legacoopsociali. Moderati dalla giornalista Alessia Maccaferri interverranno Barbara Henry - Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, Angelo Gasparre – Università di Genova, Francesca Vecchioni - Presidente e Founder di Diversity, Romano Benini - Giornalista economico, Università La Sapienza di Roma.

Seguiranno i workshop per “generare” con i gruppi di lavoro coordinati da Social Fare, centro per l’innovazione sociale.

Il 21 ci sarà la II sessione plenaria (“connettere”) moderata dal giornalista Paolo Baroni con gli interventi di Mario Calderini –Prof. Politecnico di Milano e Presidente C.I.S. / Torino Social Impact, Cristiana Poggio – Camera di commercio Torino, Francesco Profumo – Vicepresidente Associazione ACRI, Stefano Tassinari - Coordinamento Nazionale Forum del Terzo Settore e Vicepresidente nazionale ACLI, Mauro Lusetti - Presidente Legacoop. Chiuderà i lavori Maria Felicia Gemelli, coordinatrice progetto Sent.

Hashtag #connettereprosettive - #thinktank

Twitter: @legcoopsociali -  Facebook: https://www.facebook.com/Legacoopsociali

Sito web: www.legacoopsociali.it

 

 

 

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