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Martedì, 07 Aprile 2020

Amnesty International ha chiesto alle autorità della Siria di collaborare al massimo con le agenzie delle Nazioni Unite e con le organizzazioni umanitarie per impedire la diffusione del Covid-19 nelle prigioni, nei centri di detenzione e negli ospedali militari del paese.

Prigionieri e detenuti, comprese decine di migliaia di persone vittime di arresti arbitrari o di sparizione forzata, rischiano di contrarre il virus dato che sono trattenuti in condizioni antigieniche in centri diretti dalle varie forze di sicurezza del paese.

“Nelle prigioni e nei centri di detenzione della Siria il Covid-19 potrebbe diffondersi rapidamente a causa dei pessimi servizi igienici, della mancanza di acqua potabile e del grave sovraffollamento”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

“Il governo siriano ha una lunga storia di diniego delle cure mediche e dei medicinali ai prigionieri e ai detenuti che ne hanno urgente bisogno. Tutte queste persone ora devono poter beneficiare delle misure di protezione e dei trattamenti medici finché la pandemia da Covid-19 minaccia le loro vite”, ha aggiunto Maalouf.

“Chiediamo l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i prigionieri di coscienza: attivisti politici, difensori dei diritti umani e ogni altra persona finita in carcere solo a causa dell’esercizio pacifico dei suoi diritti. Chiediamo inoltre che sia valutato il rilascio anticipato o condizionato dei prigionieri ad alto rischio di contagio, come gli anziani o quelli in cattive condizioni di salute”, ha concluso Maalouf.

Alla data del 30 marzo, il ministero della Salute aveva ammesso 10 casi di Covid-19 e un decesso in totale in tutto il paese.

Dal 2011, anno dell’inizio della crisi siriana, chiunque sia sospettato di opporsi al governo rischia di subire un arresto arbitrario o la sparizione forzata con successivi maltrattamenti e torture e, in molti casi, di morire durante la detenzione.

Secondo dati delle Nazioni Unite del 2019, in Siria risultano detenute, sequestrate o scomparse 100.000 persone.

Amnesty International ha costantemente denunciato arresti arbitrari e sparizioni forzate di numerose persone solo a causa del loro attivismo politico. Altre sono state imprigionate al posto di loro parenti ricercati o fuggiti all’estero, o dopo che erano state accusate falsamente da informatori del governo.

Amnesty International ha anche documentato accuratamente le condizioni inumane delle prigioni militari siriane, comprese quella di Saydanya e di altri centri di detenzione: estremo sovraffollamento delle celle, mancato accesso a medicine e cure mediche, assente o inadeguata disponibilità di servizi igienico-sanitari, di acqua e di cibo.

Ex detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere rimasti per giorni insieme ai cadaveri dei compagni di cella. Altri hanno denunciato di aver subito maltrattamenti e torture.

Secondo Amnesty International, il sistematico uso della tortura e le morti di massa nei centri di detenzione del paese costituiscono crimini contro l’umanità.

"Abbiamo appreso, dal decreto attuativo del "Cura-Italia", che i braccialetti elettronici messi a disposizione per il controllo delle persone detenute che potrebbero accedere agli arresti domiciliari sono 5.000, di cui 920 già disponibili. Il Provvedimento prevede l'installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana. Numeri ampiamente insufficienti per affrontare l'emergenza coronavirus e le ricadute drammatiche che potrebbe avere sul sistema penitenziario. Con il numero di installazioni attualmente previste, gli ultimi detenuti usciranno dal carcere infatti tra oltre tre mesi, quando ci auguriamo la fase acuta legata al diffondersi del Covid-19 sarà già ampiamente alle spalle". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

"Il Parlamento e il Governo insieme - prosegue Gonnella - devono disinnescare i rischi della bomba sanitaria in carcere, ponendo le condizioni affinché in carceri si assicuri distanziamento sociale a garanzia di detenuti e poliziotti. I detenuti con meno di due anni di pena sono circa 15 mila. Se due terzi di loro oggi uscissero le condizioni sarebbero nettamente migliorate. Si tratta di persone che vanno mandate agli arresti domiciliari entro un paio di settimane e non nell'arco di mesi, con forme di controllo diverse dal braccialetto, altrimenti dal punto di vista sanitario la misura non avrebbe senso. Noi - dice ancora Patrizio Gonnella - abbiamo presentato diversi emedamenti per arrivare all'obiettivo di ridurre in fretta i numeri, e qualsiasi intervento che vada in questa direzione è benvenuto".

"Un altro aspetto che va affrontato con urgenza è quello dei trasferimenti dei detenuti - sottolinea ancora il presidente di Antigone. Mentre nel mondo libero stiamo impedendo alle persone di spostarsi dal proprio comune, in quello penitenziario continuano i trasferimenti da un carcere ad un altro, con tutti i rischi che questo comporta e con un importante aggravio del lavoro condotto dal personale medico che presta servizio negli istituti di pena. Bisogna essere consapevoli - dice ancora Patrizio Gonnella - che l'unico modo per affrontare l'impatto che questa crisi potrebbe avere nel sistema penitenziario è garantire le stesse politiche che si stanno applicando per le persone libere. Ora che si intravede la luce fuori evitiamo che si entri nel tunnel carcerario".

Mentre continuano ad aumentare le vittime civili della guerra aerea segreta delle forze militari statunitensi in Somalia, Amnesty International denuncia che non vi è nessuna giustizia o riparazione per le vittime di possibili violazioni del diritto umanitario internazionale. L’associazione ha reso noti dettagli di due ulteriori attacchi aerei mortali avvenuti finora nel corso di quest’anno.

Il Comando Usa in Africa (Africom) ha condotto centinaia di incursioni aeree durante la decennale lotta contro il gruppo armato al-Shabaab, ma ha ammesso di aver ucciso civili solo in un unico attacco avvenuto esattamente due anni fa – ammissione dovuta alle attività di ricerca e pressione di Amnesty International. 

“Stiamo raccogliendo le prove e sono piuttosto schiaccianti. L’Africom non solo ha completamente fallito nella sua missione di segnalare le vittime civili in Somalia, ma sembra anche non curarsi della sorte delle numerose famiglie che ha distrutto”, ha dichiarato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.

“Abbiamo documentato caso dopo caso l’inasprimento della guerra aerea degli Usa in Somalia, dove l’Africom pensa di poter semplicemente etichettare le vittime civili come “terroristi” senza porsi alcuna questione. Ciò è inconcepibile; le forze militari americane devono cambiare strada, cercare la verità e chiarire le responsabilità di questi casi, coerentemente con gli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale (leggi di guerra)”, ha aggiunto Deprose Muchena.

Due nuovi casi solo a febbraio

Amnesty International ha portato alla luce prove secondo le quali l’Africom ha ucciso due civili e ne ha feriti tre nel corso di due raid aerei avvenuti durante il mese di febbraio di quest’anno.

A seguito di entrambi gli attacchi, l’Africom ha pubblicato dei comunicati stampa in cui viene riportata l’uccisione di un “terrorista” di al-Shabaab, senza presentare la minima prova dei presunti collegamenti della vittima al gruppo armato.

Amnesty International, invece, non ha trovato alcuna prova che indichi che le persone uccise o ferite fossero membri di al-Shabaab o che avessero qualche tipo di coinvolgimento diretto nelle ostilità. L’organizzazione ha svolto interviste con familiari, membri della comunità e colleghi delle vittime; ha analizzato immagini satellitari, prove fotografiche e video della scena degli attacchi e identificato le munizioni statunitensi utilizzate.

Il 2 febbraio, alle 20.00 circa, un’arma lanciata dall’alto, probabilmente una GBU-69/B Small Glide Munition statunitense con testata da 16 chilogrammi, ha colpito l’abitazione di una famiglia composta da cinque persone riunita a cena nella città di Jilib, nella regione somala della Middle Juba. Nurto Kusow Omar Abukar, una ragazza di 18 anni, è stata colpita alla testa da un pesante frammento metallico della munizione ed è rimasta uccisa sul colpo. L’attacco ha anche ferito due sorelle minori della vittima, Fatuma e Adey, 12 e sette anni, e la loro nonna, Khadija Mohamed Gedow, di circa 70 anni.

Il padre delle ragazze, Kusow Omar Abukar, contadino cinquantenne che si trovava in casa durante il raid, ha descritto l’attacco ad Amnesty International: “Non avrei mai immaginato che avrebbe colpito noi. All’improvviso, ho sentito un forte rumore, sembrava che la casa fosse crollata… Avevo gli occhi pieni di polvere e fumo”.

Durante il pomeriggio del 24 febbraio un missile Hellfire proveniente da un altro attacco aereo statunitense ha colpito la fattoria Masalanja vicino al villaggio di Kumbareere, 10 chilometri a nord di Jilib, provocando l’uccisione di Mohamud Salad Mohamud, 53 anni, coltivatore di banane e responsabile della sede di Jilib per Hormuud Telecom, che ha lasciato la moglie e otto figli.

Un alto funzionario della Hormuud ha espresso la propria incredulità per il fatto che Mohamud Salad Mohamud fosse stato l’obiettivo, in considerazione della sua passata attività con organizzazioni umanitarie internazionali e perché era stato fermato più volte da parte di al-Shabaab: “Quando ho saputo della sua morte, ho pensato che fosse stato ucciso da al-Shabaab. Non avrei mai immaginato potesse essere ucciso dal governo somalo o statunitense. È davvero strano, non me lo spiego”.

Questi due raid aerei fanno parte di una serie di 20 attacchi di rappresaglia che le forze statunitensi hanno condotto in Somalia dopo l’assalto di al-Shabaab a una base aerea Usa a Manda Bay, in Kenya, all’inizio di gennaio. Il comandante di Africom, il generale statunitense Stephen Townsend, ha promesso di “cercare senza sosta i responsabili” dell’attacco, che aveva provocato la morte di un soldato e due contractor statunitensi e distrutto cinque velivoli, tra i quali due speciali aerei spia di grande valore.

“Niente può giustificare il disprezzo delle leggi di guerra. Qualsiasi risposta del governo somalo o statunitense agli attacchi di al-Shabaab deve distinguere tra combattenti e civili e prendere ogni possibile precauzione per evitare danni ai civili”, ha dichiarato Abdullahi Hassan, ricercatore di Amnesty International per la Somalia.

Nessuna riparazione per la famiglia a El Bur

Le ultime famiglie dei civili vittime nella regione del Medio Juba si sommano ai tanti altri civili somali che hanno perso i propri cari a causa di attacchi aerei statunitensi ma che a oggi non hanno ottenuto alcun chiarimento di responsabilità o riparazione.

Un attacco aereo statunitense che il 1° aprile 2018 ha colpito un veicolo che giungeva da El Bur, a nord di Mogadiscio, costituisce un esempio significativo.

A poco più di un anno, AFRICOM ha amesso pubblicamente che l’attacco aveva causato la morte di una donna e di un bambino: sono le uniche vittime civili riconosciute, in una guerra aerea in Somalia che dura da oltre un decennio. Nonostante la famiglia delle vittime di questo attacco avesse contattato l’ambasciata degli Usa a Mogadiscio nel mese di aprile dello scorso anno, fino a ora né l’ambasciata né l’Africom si sono messi in comunicazione con loro per offrire una riparazione.

Gli Usa intensificano gli attacchi aerei

Solo nei primi tre mesi del 2020, le forze statunitensi hanno condotto complessivamente 31 attacchi aerei in Somalia, secondo il gruppo di monitoraggio Airwars. Si tratta del doppio del 2019, quando Africom aveva lanciato 63 attacchi nel paese.

Dalla relazione pionieristica di Amnesty International del marzo 2019 La guerra nascosta degli Usa in Somalia, l’organizzazione ha condotto indagini approfondite su otto raid aerei statunitensi che hanno causato la morte di civili nelle regioni somale del Basso Shabelle e del Medio Juba. Insieme all’attacco di El Bur, complessivamente i raid hanno causato la morte di 21 civili e il ferimento di 11. In ogni caso, Africom non si è messa in contatto con le famiglie delle vittime.

“Non dovrebbe essere permesso alle forze militari statunitensi di continuare a dipingere le vittime civili dei loro attacchi come “terroristi’ mentre abbandonano le famiglie nel dolore. Resta ancora molto da fare per arrivare alla verità e per portare i responsabili degli attacchi statunitensi che hanno causato la morte di così tanti civili somali a risponderne davanti la giustizia; alcuni di questi attacchi sembrano rappresentare violazioni del diritto umanitario internazionale”, ha concluso Abdullahi Hassan.

Mascherine, medicinali, strumenti sanitari. Anche la cancelleria e tutto ciò che serve ad ospedali, distretti e ambulatori. Per le strade semivuote della Toscana meridionale viaggiano gli uomini e i mezzi della cooperativa sociale Betadue di Arezzo. E' una cooperativa d'inserimento lavorativo che, all'interno di un'associazione temporanea d'imprese, gestisce la logistica Estar per la Usl Toscana sud est. 20 mezzi e 40 addetti, per il 35% dei quali persone svantaggiate. Impegnati sia nella gestione di magazzini come ad esempio quello di Poggibonsi sia nella consegna di ogni tipo di materiale.

"Queste settimane sono frenetiche - commenta il Coordinatore del servizio, Francesco Nocentini. L'attività emergenziale è ovviamente aumentata. La priorità è data alle protezioni e agli strumenti anti Covid. E non ci sono più giorni e orari stabili. Lavoriamo anche il sabato e la domenica e abbiamo destinato due addetti alle sole consegne non programmate. Quindi rispondiamo in tempo reale ad ogni necessità e ad ogni richiesta".

Per gli addetti Betadue impegnati in questo servizio , la vita è cambiata. "Nessuno guarda ai tempi e ai ritmi di lavoro - sottolinea Nocentini. Siamo tutti consapevoli che oggi bisogna fare uno sforzo straordinario. Certo rimane un normale timore acuito dalle procedure. Alcuni colleghi si vedono misurare le febbre 6 o 7 volte al giorno. Fin dai primi segnali di quella che si annunciava una straordinaria emergenza, hanno tutti i dispositivi di sicurezza ma ogni volta che fanno una consegna in uno struttura sanitaria devono giustamente passare tutti i controlli, ad iniziare appunto dalla misurazione della febbre. E' normale che ci sia un po' di ansia ma vorrei sottolineare che su 40 persone, nessuna si è tirata indietro. E alcune di esse hanno senza dubbio fragilità maggiori di altri".

Gabriele Mecheri è il Presidente di Betadue: "sta crescendo l'attenzione al passaggio dall'emergenza sanitaria a quella economica. Mi auguro che anche la situazione delle cooperative sociali di tipo B e cioè quelle che si occupano degli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate, sia tenuta nel giusto conto. Noi abbiamo più difficoltà di altre e molte piccole realtà sono a rischio. Nonostante questo stiamo dando il massimo, come nel caso della logistica per la sanità, dell'igiene urbana e dei servizi essenziali".

“I primi casi di positività al virus Covid-19 registrati in alcuni istituti penitenziari, hanno riportato l’attenzione sui rischi connessi alla sua possibile diffusione in carcere, dove le misure di prevenzione prescritte alla popolazione in libertà non possono essere rispettate in condizioni di sovraffollamento, come ieri ha detto anche Papa Francesco”.

il testo dell’appello della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, condiviso dai Garanti nominati da Regioni, Province e Comuni.

“Come più volte raccomandato dal Garante nazionale delle persone private della libertà – continuano i Garanti - e indicato anche dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, sono necessari importanti interventi deflattivi della popolazione detenuta che consentano la domiciliazione dei condannati a fine pena e la prevenzione e l’assistenza necessaria a quanti debbano restare in carcere”.

I provvedimenti legislativi presi dal Governo “sono largamente al di sotto delle necessità”. Se anche raggiungessero tutti i potenziali beneficiari (6000 detenuti, secondo il Ministro della Giustizia), “sarebbero insufficienti, come recentemente sottolineato dal Consiglio superiore della magistratura, dall’Associazione nazionale magistrati, dall’Unione delle Camere penali e dall’Associazione dei docenti di diritto penale”. Con quelle misure non solo “non si supera il sovraffollamento esistente (formalmente di 7-8000 persone, sostanzialmente di almeno diecimila), ma non si garantisce il necessario distanziamento sociale richiesto a tutta la popolazione per la prevenzione della circolazione del virus”. Servono, e urgentemente, ulteriori misure, di rapida applicazione, “che portino la popolazione detenuta al di sotto della capienza regolamentare effettivamente disponibile”.

“Noi, Garanti delle persone private della libertà nominati dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni italiani, impegnati tutti i giorni sul campo, fianco a fianco con i magistrati di sorveglianza, dirigenti e operatori penitenziari e della sanità pubblica, del volontariato e del terzo settore, anche nella individuazione di mezzi e risorse necessarie per l’accoglienza dei condannati ammissibili alla detenzione domiciliare, facciamo dunque appello al Presidente della Repubblica, quale supremo garante dei valori costituzionali in gioco, ai Sindaci e ai Presidenti delle Regioni, delle Province e delle Aree metropolitane di cui siamo espressione e ai Parlamentari della Repubblica, affinché nell’esame del decreto-legge contenente le norme finalizzate alla riduzione della popolazione detenuta vengano adottate misure molto più incisive e di pressoché automatica applicazione, in grado di portare nel giro di pochi giorni la popolazione detenuta sotto la soglia della capienza regolamentare effettivamente disponibile”, conclude l’appello.

 

 

“Scoraggiare l’utilizzo diffuso della mascherina chirurgica è errato e contribuisce a generare confusione nell’opinione pubblica che, oggi più di ieri, ha bisogno di essere rassicurata attraverso corrette informazioni e indicazioni univoche sugli accorgimenti da adottare per impedire il contagio e contrastare la diffusione del Covid-19. Il fatto che le mascherine siano difficilmente reperibili e che le scorte limitate siano correttamente destinate ai medici e agli infermieri che operano nel contesto sanitario non ci autorizza a sottovalutare il ruolo di barriera che, a tutti gli effetti, la mascherina chirurgica ricopre, soprattutto dopo le evidenze provenienti dalla Cina e dai Paesi limitrofi. Ovviamente chi è positivo per Covid-19 deve rimanere isolato fintantoché il tampone non si sia negativizzato e non può assolutamente uscire neanche con la mascherina. In chi sta bene, e per ragioni di stretta necessità deve uscire di casa anche se per pochi minuti, invece, la mascherina chirurgica è fondamentale per prevenire la potenziale trasmissione asintomatica o presintomatica1, 2”.

Così Susanna Esposito, Presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie e i Disordini Immunologici (WAidid) e Professore Ordinario di Pediatria all’Università di Parma.

Una funzione protettiva, dunque quella della mascherina chirurgica, che può essere dimostrata dalla natura stessa del nuovo coronavirus: alcuni pazienti affetti da Covid-19, infatti, possono presentare sintomi lievi o essere persino asintomatici contagiando, seppur inconsapevolmente, le persone con cui vengono a contatto. Sono, infatti, le goccioline emesse durante la respirazione - parlando, tossendo o starnutendo - il veicolo principale di trasmissione. Oggi sappiamo che la distanza minima da mantenere per impedire il contagio è di almeno 1 metro. Ma l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive i Disordini Immunologici (WAidid) fa notare come alcune goccioline del respiro possano essere più grandi di 5 micron (cosiddette droplets), trasmettendo il virus fino a 1,5-2 metri dalla persona che le emette. Dal momento che non sempre è possibile rispettare questa ampia distanza, e considerato che Covid-19 persiste per alcune ore sulle superfici, a rivelarsi di primaria importanza è proprio la mascherina che garantisce la propria efficacia per un tempo massimo di 4 ore. Una volta utilizzata, dovrà essere rimossa seguendo opportuni accorgimenti (mai toccare la parte anteriore della mascherina e sfilarla accuratamente dagli elastici) e gettarla immediatamente in un cestino coperto. Subito dopo igienizzare le mani.

“Attualmente l'OMS raccomanda l’utilizzo della mascherina in presenza di sintomi respiratori o se ci si sta prendendo cura di una persona con sintomi. Ma non basta – evidenzia la Professoressa Susanna Esposito -. È opportuno ricordare come il nuovo SARS-CoV-2 possa essere trasmesso da 1 a 2 giorni prima della manifestazione dei sintomi. Dunque, se la comunità tutta, medici e operatori sanitari in prima linea ma non solo, indossasse la mascherina coprendo naso e bocca, la propagazione del virus incontrerebbe di certo un importante ostacolo, come indicato dalle autorità sanitarie di Hong-Kong.3 L'OMS ha chiesto un aumento del 40% nella produzione di dispositivi di protezione, comprese le mascherine, per proteggere medici e personale sanitario e il limite a raccomandarne l’utilizzo non può essere la difficoltà di approvvigionamento. Le autorità sanitarie – conclude la Presidente WAidid - dovrebbero comunque essere in grado di garantirle almeno a quella parte più fragile della popolazione (over 65, persone con pneumopatie, cardiopatie, diabete e immunodepresse) maggiormente a rischio di complicanze gravi da Covid-19. Sarebbe, inoltre, opportuno formulare raccomandazioni ufficiali e una comunicazione appropriata sull'uso delle mascherine come quelle già fornite per altre misure preventive, come l'igiene delle mani. Pensando al futuro e alla ‘nuova normalità’, è assolutamente necessario considerare che le mascherine chirurgiche dovranno fare parte del nostro guardaroba quotidiano”.

Data la difficoltà attuale nel reperire mascherine, l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) raccomanda di scegliere la giusta tipologia a seconda delle attività che si svolgono e di alcune specifiche necessità:

Mascherina chirurgica: deve essere utilizzata da tutta la popolazione

Nello specifico, quando si ha necessità di uscire di casa per fare la spesa, andare in farmacia, per situazioni di emergenza e per recarsi a lavoro laddove non fosse possibile operare da remoto (personale di uffici aperti al pubblico, forze dell’ordine, alimentari e farmacie)

FFP3: necessaria per gli operatori sanitari che operano in aree di degenza con “procedure o setting a rischio di generazione di aerosol”4. L’aerosol è quello generato da pazienti COVID-19 durante intubazione, tracheotomia e ventilazione forzata.

FFP2 con valvola di esalazione: necessaria per i Soccorritori e il personale del Triage perché a contatto con persone potenzialmente contagiate. La valvola è di supporto a chi è costretto ad  utilizzarla  a  lungo tempo in  presenza  di  pazienti  potenzialmente malati

FFP2 senza valvola: adatta a proteggere Medici di Medicina Generale e Guardia Medica.

In alternativa, potranno utilizzare quella con valvola, ma si consiglia di porvi sopra una mascherina  chirurgica così da limitare la diffusione della propria esalazione dalla valvola. Deve essere inoltre indossata dalle Forze dell’Ordine in caso di emergenza e ausilio ai Soccorritori 

 Per gli addetti all’Ospedale, infermieri e/o gli stessi medici, quando non in reparto, si raccomanda di  utilizzare  la  mascherina chirurgica  per contrastare al massimo la diffusione del contagio.

L’uso delle mascherine deve essere sempre combinato con altre azioni di prevenzione, come il lavaggio frequente delle mani, il non toccarsi occhi, naso e bocca e il distanziamento sociale. Va, infatti, ricordato che nessuna misura da sola può fornire una protezione completa nei confronti delle infezioni, ma soltanto una serie di azioni è in grado di contrastare il contagio.

ASGI, Legal Team Italia, Campagna LasciateCIEntrare, CILD, Progetto Diritti, Clinica Legale Immigrazione Università di Roma 3 e Antigone hanno scritto ai Giudici di Pace che, quotidianamente chiamati a convalidare o prorogare la misura del trattenimento amministrativo degli stranieri in attesa di espulsione o di respingimento differito, nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani, rivestono - oggi più che mai - un ruolo primario e fondamentale nella tutela dei diritti umani.

“Il giudice – ricordano le associazioni - è vincolato, per legge, a verificare sia  la possibilità concreta di esecuzione dell'allontanamento dello straniero sia quella relativa alla altrettanto concreta possibilità che lo Stato di destinazione riaccolga lo straniero. In mancanza di queste verifiche il giudice viene meno al suo obbligo di garante della privazione della libertà personale cui è obbligato ai sensi dell'art. 13 della Costituzione repubblicana, cui ha prestato giuramento”. 

Inoltre le associazioni segnalano che oggi agli uffici dei Giudici di Pace continuano a pervenire richieste per convalidare e prorogare le detenzioni di cittadini stranieri, con l'effetto di imporre concentrazioni di persone, pericolose per la salvaguardia del diritto alla salute e alla vita sia degli stessi stranieri che del personale che nei centri di detenzione lavora.

I Giudici di pace sono quotidianamente chiamati a convalidare o prorogare la misura del trattenimento amministrativo degli stranieri in attesa di espulsione o di respingimento differito, nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani. 

L'attuale drammatica pandemia riguarda anche gli stranieri, posto che il virus non guarda in faccia nessuno e non fa distinzioni sulla base della nazionalità, della razza, del colore della pelle o del possesso del passaporto, e nemmeno del permesso di soggiorno.

Il distanziamento sociale è il mantra che quotidianamente ci viene ripetuto, perché è l'unico modo per tentare di contenere il virus, unitamente all'imperativo categorico: state a casa. Divieti di assembramenti e riunioni, anche rigidissime limitazioni ad accedere agli uffici giudiziari e lavoro da remoto sono le ferree regole cui dobbiamo attenerci, in ossequio al nessun si muova.

Tuttavia, in questo contesto, continuano a pervenire ai loro uffici richieste di convalidare misure di trattenimento o di prorogare quelle già in atto con l'effetto di imporre concentrazioni di persone promiscue e pericolose per la salvaguardia del diritto alla salute e alla vita sia degli  stranieri che del personale che nei centri, a vario titolo, lavora. “Peraltro, in questa situazione di emergenza l'Amministrazione non è in grado nemmeno di assicurare e dimostrare che quella persona - il cui trattenimento Voi siete chiamati a legittimare - sia davvero, concretamente, accompagnabile coattivamente nel Paese di destinazione nei prossimi trenta giorni, perché molte frontiere sono chiuse, i voli sono cancellati, gli Stati extraeuropei non accolgono persone provenienti dal secondo Paese al mondo per contagi”.

“E dunque: a cosa serve convalidare, prorogare, trattenere? E, soprattutto, è legittimo farlo nelle attuali condizioni? Perché il Giudice è il garante della legittimità. Ed allora è al diritto positivo che conviene prestare attenzione”.

La lettera

Il trattenimento amministrativo non è una sanzione, né penale né amministrativa, pur essendo misura restrittiva della libertà personale, si configura come un incidente di esecuzione previsto dalla legge al fine esclusivo di garantire l'efficacia dell'esecuzione dei provvedimenti ablativi adottati nei confronti di cittadini dei Paesi non appartenenti all'Unione europea. 

E' inequivoco, in tal senso, l'art. 15, §1, della Direttiva 115/2008/CE: "Salvo che nel caso concreto possano essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive [ le misure alternative di cui all'art. 14, co.1 bis, TUI] gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un Paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l'allontanamento ... il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all'espletamento diligente delle modalità di rimpatrio". La stessa norma, al §4, prescrive che "quando risulta che non esiste  più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento ... il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata".

Nel diritto interno, di recepimento del diritto unionale, l'art. 14, co. 1, d.lgs. 286/98 prescrive che "lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario" alla rimozione degli ostacoli che si frappongono all'esecuzione di espulsioni e respingimenti, e, analogamente alla citata previsione della Direttiva 115/2008/CE, il comma 5 bis dello stesso art. 14 prescrive che il questore impartisce l'ordine di allontanamento entro sette giorni anche quando "dalle circostanze concrete non emerga più alcuna prospettiva ragionevole che l'allontanamento possa essere eseguito e che lo straniero possa essere riaccolto dallo Stato di origine o di provenienza".

E' altresì noto che - secondo la costante giurisprudenza della Suprema Corte - al giudice della convalida ( e della proroga) del trattenimento è inibita la valutazione della legittimità dell'atto presupposto (espulsione o respingimento, salvi i casi di manifesta illegittimità), egli deve però verificare esistenza e validità dell'espulsione e, per quanto rileva in questa sede, "la sussistenza dei requisiti previsti dall'art. 13 e dal presente articolo 14".

Consegue che la verifica della sussistenza sia della prospettiva ragionevole di possibilità concreta di esecuzione dell'allontanamento dello straniero che quella relativa alla altrettanto concreta possibilità che lo Stato di destinazione riaccolga lo straniero, costituiscono l'oggetto dei procedimenti di convalida e proroga dei trattenimenti. Il giudice è pertanto vincolato, per legge, ad effettuare entrambe queste verifiche. Diversamente opinando, e concretamente operando, il giudice viene meno al suo obbligo di garante della privazione della libertà personale cui è obbligato ai sensi dell'art. 13 della Costituzione repubblicana, cui ha prestato giuramento.

In applicazione dei citati principi, la concessione della convalida del trattenimento o la sua proroga debbono essere subordinati all'accertamento rigoroso, caso per caso e nel contraddittorio tra le parti, della effettiva concreta e ragionevole possibilità di procedere al rimpatrio in tempi brevi ivi compresa la verifica della disponibilità dello Stato di destinazione a riaccogliere lo straniero: il che presuppone l'apertura delle frontiere di detto Stato e l'esistenza attuale di voli, di linea o charter. In difetto di tali condizioni, se l'indisponibilità del vettore fosse indeterminata nel tempo, verrebbe concretamente meno il rapporto di stretta funzionalità tra la misura del trattenimento e l'effettivo rimpatrio, peraltro per cause indipendenti dalla volontà dello straniero.

 Inoltre, se è vero che le condizioni di vita nel CPR e la possibilità di dare piena attuazione alle eccezionali misure disposte a tutela della salute degli ospiti e dei lavoratori non rientrano nelle competenze del giudice della convalida o della proroga previste espressamente dal TU immigrazione, è però altrettanto vero che - per costante giurisprudenza della Cassazione - l'udienza di convalida del trattenimento costituisce la sedes in cui valutare la legittimità della omessa applicazione delle misure alternative di cui all'art. 14, co. 1 bis, TU Imm., posto che, secondo i giudici di legittimità, queste non attengono alla legittimità del decreto espulsivo, ma solamente alla fase della sua esecuzione.

Orbene, posto che il diritto alla salute è tutelato dalla Repubblica come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività (art. 32, co. 1, Cost.), nell'attuale eccezionale emergenza sanitaria, pare doveroso verificare la possibilità di ricorso alle misura alternative, tenendo anche conto che il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, il 26 marzo 2020 ha dichiarato:

"Invito tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa a riesaminare la situazione dei richiedenti asilo respinti e dei migranti irregolari trattenuti nei centri di detenzioni e a rilasciarli nella massima misura possibile.

Di fronte alla pandemia globale di Covid-19, molti Stati membri hanno dovuto sospendere i rimpatri forzati di persone non più autorizzate a rimanere nei loro territori, compresi i cosiddetti ritorni di Dublino, e non è chiaro quando questi possano essere ripresi. In base alla legge sui diritti umani, la detenzione per immigrazione ai fini di tali rimpatri può essere lecita solo se è fattibile che il rimpatrio possa effettivamente aver luogo. Questa prospettiva non è allo stato praticabile. Inoltre, le strutture di detenzione per immigrati offrono generalmente scarse opportunità di distanziamento sociale e altre misure di protezione contro l'infezione da Covid-19 per i migranti e il personale che vi opera.

Molti Stati membri hanno provveduto a rilasciare i migranti trattenuti, tra cui Belgio, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, quest'ultimo ha appena annunciato un riesame della situazione di tutti coloro che si trovano in detenzione per immigrazione. È ora importante che questo processo continui e che altri Stati membri seguano l'esempio. Il rilascio del più vulnerabile dovrebbe essere prioritario. Dal momento che la detenzione per immigrazione di minori, non accompagnati o con le loro famiglie, non è mai nel loro interesse, dovrebbero essere rilasciati immediatamente. Le autorità degli Stati membri dovrebbero inoltre astenersi dal dare nuovi ordini di trattenimento a persone che è improbabile che vengano rimosse nel prossimo futuro.

Gli Stati membri dovrebbero inoltre garantire che coloro che sono stati rilasciati dalla detenzione abbiano un accesso adeguato all'alloggio e ai servizi di base, compresa l'assistenza sanitaria. Ciò è necessario per salvaguardare la loro dignità e anche per proteggere la salute pubblica negli Stati membri. Il rilascio di detenuti immigrati è solo una misura che gli Stati membri possono prendere durante la pandemia di Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della libertà in generale, così come quelli dei richiedenti asilo e dei migranti.".

 

Infine, si vuole richiamare l'attenzione sul fatto che le sollecitazioni fin qui esposte debbono essere oggetto di attenta valutazione non solo in fase di udienze di convalida e proroga del trattenimento, ma anche in sede di riesame. 

L'istituto del riesame del trattenimento - previsto espressamente all'art. 15, §3, Direttiva 2008/115/CE - non è stato trasposto nel diritto interno e, forse per questo, trova scarsa applicazione nella giurisprudenza domestica, specie dei giudici di pace.

E' però importante sottolineare che, secondo la giurisprudenza della CGUE, tale strumento di tutela è self executing (sent. 28.4.2011, El Dridi c. Italia) perché incondizionato e sufficientemente preciso tale da non richiedere ulteriori elementi specifici per l'applicazione diretta negli Stati membri. Peraltro, anche la Suprema Corte, con ordinanza 29.9.2017, n. 22932, ha stabilito l'ammissibilità della domanda giudiziale di riesame del trattenimento tramite il procedimento camerale di cui agli artt. 737 e ss. c.p.c.

Trattasi, all'evidenza, di uno strumento particolarmente confacente con l'attuale situazione di pandemia perché consente al trattenuto di adire il giudice al fine di sottoporre elementi nuovi, non oggetto di valutazione precedente (in sede di convalida o di proroga), inerenti le sue condizioni di salute ovvero la valutazione attuale dell'esistenza di reali possibilità di rimpatrio e di accoglienza da parte del Paese di destinazione.

 

Rassegniamo pertanto tali osservazioni all'attenzione dei Giudici di pace, nella consapevolezza che -oggi più che mai- rivestono un ruolo primario e fondamentale nella tutela dei diritti umani.

 

Con 137 voti a favore 53 contrari e zero astenuti, il parlamento ungherese ha approvato una nuova legge che autorizza l'Esecutivo a governare, ai sensi dello stato d'emergenza, attraverso decreti, senza alcuna supervisione efficace, senza una chiara data di chiusura  e senza revisioni periodiche.

"Questa legge istituisce uno stato d'emergenza privo di controlli e a tempo indeterminato e dà al governo di Viktor Orbán via libera per limitare i diritti umani. Non è questo il modo di affrontare la crisi posta dalla pandemia di Covid-19", ha dichiarato David Vig, direttore di Amnesty International Ungheria.

"Abbiamo bisogno di forti garanzie in grado di assicurare che ogni misura limitativa dei diritti adottata sulla base dello stato d'emergenza sarà strettamente necessaria e proporzionale per proteggere la salute pubblica. Questa nuova legge conferisce al governo il potere illimitato di andare avanti a forza di decreti in nome della pandemia", ha aggiunto Vig.

"Durante i suoi anni come primo ministro, Orbán ha presieduto a un arretramento dei diritti umani, ha aizzato l'ostilità nei confronti di gruppi marginalizzati e ha cercato di ridurre al silenzio le voci critiche. Autorizzarlo a governare per decreti significherà con ogni probabilità proseguire lungo quella strada", ha concluso Vig.

Il progetto di legge era stato già criticato dal Consiglio d'Europa, dal Parlamento europeo, dall'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e dall'International Press Institute.

La nuova legge prevede da un lato l'autorizzazione all'Esecutivo a governare attraverso decreti, senza una data di scadenza e senza alcuna clausola tale da consentire al parlamento di esercitare un controllo effettivo.

Dall'altro, introduce due nuovi reati incompatibili con le norme e gli standard del diritto internazionale dei diritti umani: chiunque diffonda informazioni false o distorte che interferiscano con "l'efficace protezione" della popolazione o crei in essa "allarme e agitazione" potrà subire una condanna fino a cinque anni di carcere. Inoltre, chiunque interferisca nell'esecuzione di ordini di quarantena o di isolamento potrà essere a sua volta punito con cinque anni di carcere, che diventeranno otto se quell'interferenza sia causa di morte.

Medici Senza Frontiere (MSF) chiede che non siano depositati brevetti su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta alla pandemia di Covid-19. L'organizzazione medico-umanitaria esorta in particolare i governi a prepararsi a sospendere i brevetti, adottando misure alternative, quali il controllo dei prezzi, al fine di garantire la disponibilità e la riduzione del costo dei prodotti, oltre che il salvataggio del maggior numero di vite umane.

Il Canada, il Cile, l'Ecuador e la Germania hanno già preso provvedimenti emettendo una licenza obbligatoria per i farmaci, i vaccini e altri strumenti medici destinati al trattamento del Covid-19. Allo stesso modo, il governo israeliano ha rilasciato una licenza obbligatoria per i brevetti esistenti su un farmaco in corso di valutazione per il Covid-19.

A seguito di intense critiche da parte dei gruppi della società civile e di MSF, la casa farmaceutica Gilead ha appena rinunciato alla designazione speciale di "farmaco orfano" per il suo antivirale remdesivir, farmaco potenziale per il Covid-19, che le avrebbe consentito in via esclusiva di ricavare esorbitanti profitti dalla vendita di questo prodotto. Ciononostante, in attesa dei risultati preliminari degli studi clinici sul remdesivir per il trattamento di Covid-19 attesi per aprile, Gilead non si è ancora impegnata a non applicare i brevetti a livello globale.

"Gilead deve impegnarsi a non far valere o rivendicare i propri brevetti e altri diritti esclusivi speculando su questa pandemia" afferma Dana Gill, policy advisor per la Campagna sull'Accesso ai Farmaci di MSF negli Stati Uniti. "Gilead si sta preparando a pretendere tutto ciò che vuole per il remdesivir durante questa crisi sanitaria globale, e per gli anni a venire. Questo è ancora più intollerabile se si considera l'importante investimento dei contribuenti e di risorse pubbliche nella ricerca e sviluppo del remdesivir".

MSF è estremamente preoccupata per l'accesso a eventuali farmaci, test e vaccini destinati al trattamento del Covid-19, nei luoghi in cui lavora e in altri paesi colpiti da questa pandemia, e sollecita i governi a prepararsi rilasciando licenze obbligatorie in deroga ai brevetti su questi prodotti farmaceutici. La rimozione dei brevetti e di altri ostacoli è fondamentale per garantire che vi siano sufficienti fornitori a produrre e vendere questi prodotti a prezzi accessibili e in regime di libera concorrenza.

"Sappiamo cosa significhi non essere in grado di trattare i pazienti perché un farmaco necessario è troppo costoso o semplicemente non disponibile" dichiara il dr. Márcio da Fonseca, esperto di malattie infettive per la Campagna sull'Accesso ai Farmaci di MSF. "Nei paesi in cui le società farmaceutiche applicano i brevetti, esortiamo i governi ad utilizzare le deroghe previste dalla legislazione internazionale sulla proprietà intellettuale per scavalcare questi monopoli in modo che possano garantire la fornitura di farmaci a prezzi accessibili e salvare più vite".

Il produttore americano di test diagnostici Cepheid è un altro esempio di come si può fare profitto speculando durante una pandemia. L'azienda ha appena ricevuto un'autorizzazione rilasciata dalla FDA per l'uso di un test rapido Covid-19 (Xpert Xpress SARS-CoV-2) che fornisce risultati in soli 45 minuti, utilizzando apparecchiature diagnostiche già esistenti, abitualmente adoperate per la tubercolosi (TB), l'HIV e altre malattie.

Cepheid ha appena annunciato che farà pagare 19,80 dollari per ogni singolo test nei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi più poveri al mondo, dove le persone vivono con meno di due dollari al giorno. L'esperienza di MSF e altre evidenze provenienti dalla ricerca sul test della Cepheid per la TB (che utilizza una cartuccia diagnostica distribuita a 10 dollari nei paesi in via di sviluppo), dimostrano che il costo di ogni cartuccia, inclusi produzione, spese generali e altre accessorie corrisponde a soli 3 dollari, e quindi ogni test potrebbe essere venduto, con un margine di profitto, a 5 dollari.

"Considerata la portata di questa pandemia, non è certo il momento di testare il prezzo più elevato che il mercato è disponibile a sostenere" afferma Stijn Deborggraeve, responsabile per la diagnostica della Campagna sull'Accesso ai Farmaci di MSF. "Ora sappiamo quanto è importante la diagnosi in questa pandemia, quindi i test devono essere resi accessibili a tutti i paesi".

MSF sottolinea che prezzi elevati e monopoli comporteranno il razionamento di medicinali, test e vaccini, e che ciò contribuirà solo a prolungare questa pandemia. "Le aziende produttrici di prodotti farmaceutici e strumenti diagnostici costituiscono parte del problema invece di fornire la soluzione.  Persino in una pandemia globali di proporzioni inaudite mostrano posizioni e scelte non condivisibili" commenta Gill di MSF. "Ci rivolgiamo pertanto ai governi affinché esercitino il loro potere esecutivo per rendere i farmaci, gli strumenti diagnostici e i vaccini sul Covid accessibili a tutti i Paesi e le popolazioni colpite".

 

 

Un grande e sentito “grazie” a tutti gli edicolanti d’Italia: lo inviano le cooperative di giornalisti associate a Legacoop Culturmedia, non solo quelle dei quotidiani e dei periodici cartacei, ma anche del mondo dell’informazione radiofonica, delle agenzie e del web.

La campagna multimediale prevede una pagina pubblicitaria e uno spot di 20 secondi. È pianificata su una ventina di testate cartacee e web, su una cinquantina di radio del territorio nazionale e in alcune realtà della grande distribuzione cooperativa, che hanno concesso l’utilizzo del proprio circuito “in store”.

Fra le testate cooperative che partecipano figurano Il Manifesto, il Corriere Romagna, l'agenzia di stampa Area, La Voce di Mantova, la Romagna Cooperativa, Estense.com, la Provincia di Civitavecchia, Luna Nuova, Abc Milano, ilReporter.it, Sprint e Sport, Lo Spunk, Ravennanotizie.it, il network Romagnanotizie, Salto.bz, SettesereQui e Sabato Sera.
 
Il messaggio fa parte dell’iniziativa di comunicazione nazionale #lacooperazionenonsiferma, lanciata da Legacoop per rimarcare i principi mutualistici nell’emergenza. La creatività è stata realizzata internamente da coop Bacchilega e ufficio comunicazione Legacoop Romagna.

«In questi giorni gli edicolanti sono rimasti aperti. Con questo servizio essenziale hanno assicurato che la lunga filiera dell’informazione plurale, dai produttori ai cittadini, non si spegnesse nonostante la crisi. Un ringraziamento anche alle Poste che stanno continuando ad assicurare i servizi di consegna in abbonamento», dice la presidente di Legacoop Culturmedia nazionale, Giovanna Barni.  

«Il nostro pensiero – aggiunge il coordinatore del gruppo di lavoro Mediacoop, Luca Pavarotti – va a una parte indispensabile della filiera, che come le cooperative di giornalisti è impegnata per garantire un’informazione corretta e puntuale, contro ogni tipo di fake news».

 

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