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Giovedì, 25 Aprile 2019

Oltre 30.000 persone, costrette a fuggire verso la città di Monguno dopo i nuovi episodi di violenza scoppiati lo scorso dicembre nello stato di Borno in Nigeria, hanno urgente bisogno di rifugi, acqua, servizi sanitari, cibo, protezione, cure mediche e supporto psicologico, è l’allarme lanciato da Medici Senza Frontiere (MSF).  

I bisogni umanitari fondamentali delle persone non stanno trovando adeguata risposta ed è necessario maggior coordinamento tra governo locale, Nazioni Unite e organizzazioni non governative per aumentare gli aiuti nella città di Monguno ed evitare una situazione catastrofica con l’arrivo della stagione delle piogge in maggio. 

Da dieci anni gli abitanti dello stato di Borno si sono dovuti confrontare con violenza, sfruttamento ed insicurezza. Queste condizioni di vita precarie mettono a rischio la loro salute. Gli ultimi scontri hanno costretto ancora una volta decine di migliaia di persone a lasciare casa, campi e tutti i propri averi, lasciandole in gravi difficoltà. 

“Tante persone appena arrivate a Monguno sono fuggite lasciando dietro di sé tutto quello che avevano” dichiara Musa Baba, responsabile MSF per gli affari umanitari. “Vivevano in zone in cui potevano coltivare. Adesso sono costretti a dormire in strada o dovunque trovino un posto dove stare, affamati, assetati, esposti a temperature molto alte durante il giorno e basse nella notte.” 

Un grande problema a Monguno è la mancanza di terreni in cui costruire rifugi per i nuovi arrivati. Migliaia di sfollati non trovano spazio per una sistemazione e finiscono per dormire nelle strade della città per settimane, a volte mesi. MSF, insieme ad altre organizzazioni umanitarie, ha costruito rifugi in diversi campi ed ha ora la possibilità di accogliere più sfollati. Le equipe di MSF hanno allestito 100 tendoni e sono pronti a sistemare 700 rifugi aggiuntivi.  “La situazione attuale, con persone molto vulnerabili - donne, bambini ed anziani – costrette a vivere in strada piuttosto che in un campo o tra la comunità ospitante, aumenta il rischio di abusi e il loro bisogno di protezione” spiega Musa. 

Tra le donne del campo di Abbari c’è Hajja Bukar, 35 anni, arrivata a Monguno due mesi fa insieme ai suoi quattro bambini dopo due giorni di cammino. Questa non è la prima volta che lascia il suo villaggio a causa di violenti attacchi.  “La prima volta siamo rimasti qui per quattro mesi, poi siamo dovuti tornare a casa perché non avevamo niente. Siamo tornati per curare i nostri campi e raccogliere qualcosa da mangiare. Quando il nostro villaggio è stato attaccato alle 4 di mattina, le case sono state bruciate e molti sono morti mentre dormivano. Volevamo tornare per cercare di salvare le nostre cose, ma non è sicuro per noi. Abbiamo paura di andare nei campi perché i nostri uomini che sono tornati sono stati uccisi da Boko Haram”.  

Hajja ha perso il suo primo figlio durante un violento attacco al villaggio. Racconta di come sia morto per lo spavento: “Il rumore delle bombe e dei colpi erano continui, ci sono stati molti attacchi e tanti morti. Era così terrorizzato che ha iniziato ad avere palpitazioni, poi febbre, e alla fine è morto”.  Oggi Hajja vive con i suoi quattro figli in un riparo di fortuna, fatto con rami e pezzi di stoffa, all’interno di un campo per sfollati. Insieme alle altre donne, sopravvive facendo lavori domestici, come lavare i piatti, in cambio di una somma di denaro. Gli uomini del campo vanno ogni tanto nel bosco per raccogliere la legna e venderla. 

Le condizioni precarie in cui vivono gli sfollati a Monguno, con scarso accesso a servizi igienici ed acqua potabile, aumentano il rischio di polmonite, diarrea, malaria ed altre malattie prevenibili. Con poche latrine disponibili, la maggior parte delle persone utilizza aree di defecazione all’aperto, che si allagano nelle stagioni delle piogge aggravando le condizioni igieniche e di salute. 

 

"Subito dopo la legge sul dissesto idrogeologico, il ddl Cantiere Ambiente, approveremo la norma Terra Mia che nell'ossatura è già stata completata". Lo ha annunciato il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, durante un convegno nel complesso di Monte Sant'Angelo dell'università di Napoli Federico II.

Il ministro ha spiegato che anche le norme penali sono state definite dopo un confronto con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. "Introduciamo due novità - ha detto Costa -, la prima prevede il Daspo, ovvero chi inquina deve andare via dal territorio. La seconda prevede che per chi commette reati di disastro ambientale si applica l'inversione dell'onere della prova prevista dalla legge Falcone e Borsellino. Oggi si applica solo per i reati mafiosi ma la estendiamo anche a coloro che inquinano che dovranno rispondere del loro gesto con tutto il proprio patrimonio. Chi inquina - assicura il ministro - deve restare in mutande".

Costa ha sottolineato, infine, la necessità di "arricchire la norma grazie al dibattito parlamentare. Spesso il parlamento viene 'commissariato', si dice, e invece in questo caso ci sarà un grande dibattito".

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

La Nazionale Italiana Femminile di Pallavolo ha deciso di donare a AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma) il prezioso premio ricevuto agli ultimi "Gazzetta Sport Awards" per la categoria "Squadra dell'anno".

Il premio, che consiste in un prestigioso anello realizzato da Damiani, sarà consegnato direttamente dal Vice Presidente della Fipav, Giuseppe Manfredi, al Presidente dell'Associazione Sergio Amadori in occasione del CHARITY GALA di martedì 9 aprile a ROMA (Spazio Novecento, EUR), giorno in cui AIL festeggia i suoi 50 anni di impegno sociale.

 «Abbiamo ottenuto questo prestigioso premio dei Gazzetta Sport Awards grazie al nostro bellissimo cammino nel Campionato del Mondo, che come ricordo ci ha lasciato una fantastica medaglia d'Argento – spiega la capitana delle azzurre Cristina Chirichella - Per tutto il torneo ci siamo paragonate a un "circuito di d'energia capace di alimentarsi a vicenda" e adesso quest'energia vogliamo trasmetterla a chi ne ha più bisogno. Grazie al lavoro dell'Ail speriamo davvero di dare un aiuto concreto a tutti i pazienti che ogni giorno devono scendere in campo per affrontare la malattia».

Il Charity Gala di AIL, realizzato con il patrocinio della Regione Lazio, è dedicato al Professor Franco Mandelli, illustre ematologo scomparso lo scorso luglio all'età di 87 anni. Il Prof. Mandelli ha dedicato tutta la sua vita alla cura dei tumori del sangue e alla solidarietà.

I fondi ricavati durante la serata saranno destinati a sostenere i servizi dell'AIL di Assistenza Domiciliare attivi in tutta Italia e rivolti ai pazienti affetti da tumori del sangue.

Il servizio di Cure Domiciliari dell'AIL è dedicato ai pazienti che, dopo un primo periodo di ospedalizzazione, possono proseguire le cure in casa propria. Si tratta di un'attività che incrementa notevolmente la qualità della vita e la capacità di gestire con facilità le difficili fasi della malattia all'interno di un contesto familiare.

AIL, grazie al contributo di migliaia di sostenitori, è riuscita a sostenere 42 servizi di assistenza domiciliare attivi sul territorio nazionale; assistere ogni anno 2.500 pazienti presso la loro abitazione; sostenere circa 45.000 prestazioni sanitarie a domicilio da parte delle équipe professionali(2017); investire 5.131.174 euro per finanziare i servizi (2017).

 

Nei giorni scorsi si è molto parlato del bando della Prefettura di Genova per assegnare i servizi di accoglienza. I parametri previsti dal bando, a scadenza brevissima, “in coerenza con i dettami ministeriali del decreto sicurezza oltre a non tutelare i diritti fondamentali, non consentono una gestione efficace neanche da un punto di vista 'alberghiero' ; 7 minuti da dedicare agli ospiti, meccanismi inefficaci per gestire la quotidianità, creano difficoltà nell’applicazione dei contratti di lavoro”. Questo dichiara l’Alleanza delle cooperative Liguria in una nota.

“Si umiliano le persone – continua il comunicato - si negano diritti fondamentali, si produce tensione e insicurezza, si cancellano posti di lavoro, si punta a megastrutture con funzioni alberghiere e di contenimento.Un sentimento che accomuna tutte le cooperative aderenti all’Alleanza delle Cooperative Italiane (AGCI, Confcooperative, Legacoop ), sia quelle che hanno partecipato al bando, sia quelle che hanno deciso di non farlo”.

“Anche chi ha partecipato (soprattutto le cooperative con un numero elevato di ospiti) lo ha fatto per tutelare gli ospiti, almeno una parte dei posti di lavoro e per traguardare una dismissione graduale delle attività. Senza il terzo settore e la cooperazione sociale sarebbe stato impossibile far fronte alla domanda e fornire buona accoglienza diffusa nel territorio, accompagnata a processi di istruzione e formazione professionale volti all’inclusione delle persone ed a dar loro strumenti per il potenziale inserimento lavorativo e nella comunità”, aggiungono le cooperative liguri.

In tal modo, la buona cooperazione ha potuto prendere le distanze (ben prima dell’inchiesta “Mondo di mezzo-mafia capitale”, e proprio per questo in tale occasione “siamo stati riconosciuti come parte civile) da esperienze economicistiche e talvolta scorrette”.

La cooperazione è andata oltre “la ristretta offerta di prestazioni per contribuire all’affermazione di strategie ampie di cittadinanza sociale, costruendo codici di autoregolamentazione e firmando la Carta della Buona Accoglienza sia a livello nazionale che in Liguria che è diventata il riferimento per la nostra azione”.

“Con i 35 euro – conclude la nota - abbiamo costruito risposte ai bisogni di persone fragili, posti di lavoro buono, abbiamo fatto formazione, abbiamo pagato affitti, abbiamo comprato suppellettili, vestiti e generi alimentari, abbiamo prodotto ricadute economiche nei nostri territori. Il nostro obiettivo è collaborare ad una reale integrazione delle persone nelle nostre comunità e nei nostri territori. Ed oggi tutto questo diventa impossibile”.

 

Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle 3.32, un terremoto di magnitudo maggiore di 6 colpì tragicamente una vasta area della provincia dell'Aquila. Quell'evento fu seguito da moltissime repliche, anche di magnitudo superiore a 5, e nell'area furono localizzati quasi 20.000 terremoti.

Dieci anni dopo, il Blog INGVterremoti ha creato una story map sull'andamento spazio-temporale della sequenza di tutto l'anno 2009, dove si visualizzano circa 6.700 eventi sismici di magnitudo maggiore di 1.6. La "story map" è un'applicazione web che attraverso mappe interattive, contenuti multimediali e funzioni di interazione l'INGV utilizza al fine di migliorare l'informazione, la didattica e la comunicazione anche di fenomeni naturali come la sismicità. 

Grazie agli strumenti di interazione e le funzionalità di info-grafica presenti nell'interfaccia dell'applicazione è possibile avere informazioni sul numero di eventi e sulla magnitudo massima in mappa, interrogare ogni singolo terremoto per visualizzarne i parametri ipocentrali, selezionare gli eventi sismici dei vari periodi della sequenza (fasi temporali) o in base alla loro magnitudo.  Infine attivando il cursore temporale sarà possibile visualizzare i terremoti in un determinato intervallo di tempo e far partire un'animazione, giorno per giorno, della sismicità.

La story map sulla sequenza sismica dell'Aquilano del 2009 è visualizzabile al seguente indirizzohttps://bit.ly/2UtlwBt  ed è presente nella galleria di story maps di INGVterremoti http://ingv.maps.arcgis.com/

 

 

 

 

 

È sviluppato dalla cooperativa sociale “Il Raggio Verde” e dal Comune di Lendinara “Wakehub”, un progetto per favorire l’incontro di giovani e la nascita di idee innovative. Lo spazio sarà inaugurato con il consueto taglio del nastro e la presentazione delle attività sabato 6 aprile, dalle ore 9.15, a Lendinara (Rovigo), in via Caduti del lavoro, 33.

Nel dettaglio, la mattinata si apre con i laboratori digitali inaugurali per gli studenti della scuola media; a seguire la cerimonia di inaugurazione con Luigi Viaro, sindaco di Lendinara, Federico Amal, assessore alle Politiche giovanili e Gilberto Muraro, presidente di Fondazione Cariparo. A presentare le attività del progetto, Stefano De Stefani, presidente della coop Il Raggio Verde e Serena Sterza, di Aps - Cosechesuccedono. Alle ore 15.30, dopo un momento di brindisi con la Coworkers Community, prende il via la sessione “Wakehub: per farsi un’idea”, con micro laboratori, dimostrazioni e incontri. Alle ore 16.15 durante il Tiktok party, i presenti avranno la possibilità di creare video con lo youtuber Riccardo Zanetti utilizzando i set e le location di Wakehub; i migliori video saranno premiati dalla giuria presieduta dalla Tiktoker Andreia Bacchini.

Wakehub intende essere un luogo di incontro, confronto e sperimentazione in cui una community di coworkers vocata all’innovazione promuove attività, iniziative e percorsi - da laboratori scientifici a eventi di aggregazione, fino a campeggi e giornate di studio con la ricerca universitaria - coinvolgendo diversi attori come aspiranti makers, istituti di credito, creativi e incubatori di impresa. Tali attività si differenzieranno per target, indicativamente under e over 18, con l’obiettivo di favorire la cultura della creatività digital friendly e di promuovere lo spirito di imprenditività connesso allo sviluppo di nuove professioni.

Il progetto vede la collaborazione di Aps - Cosechesuccedono e Forum dei Giovani e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e di Regione del Veneto; nella rete di partner t2i, AssociAnimAzione, Officine On/Off e Cassa Padana.

Per ulteriori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il prossimo 8 aprile è la giornata mondiale dei diritti per il popolo Rom. Le cronache ci raccontano ancora come queste persone siano il perfetto capro espiatorio del disastro sociale e civile di una società, soprattutto nel nostro Paese. Torre Maura, a Roma, è solo l’ultimo caso che conferma il radicato sentimento razzista contro di loro, eguagliato solo da quello verso i “neri”.

Come il Malaussen di Daniel Pennac, i Rom sono buoni per tutte le stagioni. Nel 2008 a Napoli, quartiere Ponticelli, furono dati alle fiamme i campi dove vivevano oltre 500 persone tra cui tantissimi bambini: quei terreni erano al centro delle varianti del Piano regolatore dell’allora Giunta Iervolino. Nel 2017 lo sgombero del mega campo di via delle Brecce a Gianturco con 1400 rom evaporati in piccoli insediamenti e solo 150 collocati dall’amministrazione comunale guidata da Luigi de Magistris che è finito sotto accusa per i continui sgomberi anche dei rom  a Scampìa.

Sempre nel 2008 a Roma fu la campagna anti-rom dopo la mrte di brutale di Giovanna Reggiani che portò al Campidoglio Gianni Alemanno. Da allora non ci sono alternative ghetti e sgomberi con soluzioni che portano ai fatti come quelli di Torre Maura con la sindaca Raggi.

A Milano la politica degli sgomberi dei campi è l’unica mossa messa in campo dalle amministrazioni che si sono susseguite negli anni. E questa scelta produce nuovi campi con ulteriori sgomberi in un meccanismo a ripetizione che alimenta il problema.

Non è un caso che siano citate queste tre città. Sono quelle al centro del rapporto con cui Amnesty International ha costruito il suo ricorso al Comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa per violazione della Carta sociale europea. Sgomberi e discriminazioni sono i punti salienti di questo documento che ora dovranno esaminare a Bruxelles.

Lunedì 8 aprile, Giornata Internazionale per i diritti dei rom, alle ore 14,30 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati in via della Missione, 4  Associazione 21 luglio e Amnesty International presentano i dati relativi alla condizione delle comunità rom in insediamenti formali e informali in Italia e nella città di Roma – estratti dal Rapporto "I margini del margine" curato da Associazione 21 luglio - e il ricorso presentato da Amnesty International al Comitato Europeo dei Diritti Sociali.

Secondo Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, come ha spiegato all’agenzia stampa Redattore Sociale, “costruire nuovi ghetti con violazioni dei diritti umani e forme di discriminazione, perché creati su base etnica, è una specificità fortemente romane. E trasversale alle diverse amministrazioni: l’attuale amministrazione ha forti similitudini con l’era Alemanno, anche perché c’è Salvini al governo. Ma con le altre amministrazioni non si è fatto molto meglio. La differenza è che non c’erano questi messaggi forti e mandati con un accento securitario”.

Per Marcello Zunisi di “Nazione Rom” “è sempre più drammaticamente urgente liberare roma e l'italia da razzismo, fascismo e nazismo. e' sempre piu' drammaticamente urgente fondare un forum antirazzista permanente”. E il 13 aprile terranno un’assemblea al  Centro Sociale Porto Fluviale a Roma (fermata metro "Piramide").

I rom sono le “vittime perfette” per far scatenare l’identificazione del nemico a portata di mano. Su questo si costruiscono fortune elettorali, oggi per la Lega Nord ma ieri anche di altre formazioni politiche. Il senso di questo disastro etico e sociale per il nostro Paese lo ha spiegato con parole semplici un 15enne. A Torre Maura Simone, da solo, contro “adulti” neofascisti non ha esitato a dire loro la verità: “odiate solo le minoranze, nessuno deve essere lasciato indietro”.

"Un provvedimento anacronistico, colmo di tronfia ignoranza e destinato a mandare in tilt la pubblica amministrazione e i tribunali": così Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, reagisce al ritorno della dicitura "padre" e "madre" sulle carte d'identità dei minori, al posto della dicitura "genitori", già in uso da anni a questa parte.

"Quello che ci fa infuriare - prosegue Piazzoni - non è solo la deliberata volontà di discriminare le famiglie omogenitoriali, che è il motivo esplicito per il quale si produce questo arretramento, ma è anche la totale noncuranza con sui si innesta un grave cortocircuito nella macchina della pubblica amministrazione, che paralizzerà gli uffici e intaserà i tribunali. Solo un asino come Salvini poteva arrivare a tanta stupidità: ci spieghi il Ministro come faranno i funzionari delle anagrafi  ad emettere le carte d'identità dei figli delle famiglie omogenitoriali. Cambieranno genere seduta stante a uno dei genitori? E ha idea della valanga di procedimenti legali che questo provvedimento provocherà? Bene ha fatto Famiglie Arcobaleno a impugnare il decreto: un atto dovuto che sosterremo in tutte le sedi e, siamo certi, ci restituirà la prova tangibile del vuoto pneumatico che abita le stanze del Viminale”.

“Infine: questa novità ci obbliga a prendere atto della sostanziale inazione del M5S a tutela dei diritti. Le dichiarazioni pubbliche contro le derive discriminatorie che abbiamo sentito in occasione della Conferenza mondiale delle Famiglie di Verona da parte degli esponenti del M5S restano pura propaganda priva di risvolti concreti se sono seguite da decreti che ci riportano indietro e cancellano i diritti dei minori. Il M5S vuole realmente arginare i deliri dei leghisti? è in grado di farlo? e soprattutto lo vuole realmente fare? Il cambiamento di cui sentiamo continuamente parlare dai grillini al momento è solo una tremenda restaurazione.", conclude Piazzoni. 

Medici Senza Frontiere (MSF) ha sospeso le ammissioni nell’ospedale di Al Sadaqah ad Aden a seguito del rapimento e la successiva morte di uno dei suoi pazienti, avvenuta lo scorso 2 aprile.  Nella mattinata di martedì scorso, un gruppo di uomini armati ha tentato di entrare all’interno dell’ospedale di MSF ad Aden. Dopo aver minacciato i guardiani e il personale medico, il gruppo è riuscito ad entrare e a prelevare un paziente, ricoverato il giorno precedente e in procinto di subire un intervento chirurgico. Il paziente è stato poi trovato lo stesso giorno senza vita in una strada del distretto di Al Mansoura. 

Questo episodio di violenza avviene dopo una serie di altri incidenti di sicurezza, nonché a minacce rivolte ad altri pazienti e al personale sanitario che si protraggono dall’inizio dell’anno.  “A seguito di questo incidente, non abbiamo altra scelta che sospendere l’ammissione dei pazienti fino a nuovo avviso. Queste ultime settimane, l’ospedale ha funzionato a pieno regime, in particolare il pronto soccorso e l’unità di terapia intensiva, a seguito di un picco di violenze nella città” dichiara Caroline Seguin, responsabile delle operazioni di MSF in Yemen. “Siamo estremamente preoccupati per il deterioramento delle condizioni di sicurezza ad Aden e sull’impatto che questo arreca alle nostre attività mediche, sia riguardo i pazienti che lo staff MSF, la cui vita è a rischio".  

Le équipe di MSF lavorano nell’ospedale di Al Sadaqah dal 2012. Da allora, hanno effettuato più di 30.000 consultazioni mediche d’urgenza rivolte a pazienti provenienti da diverse zone, inclusi i governatorati di Abyan, Taiz e Hodeidah. Durante gli scontri per la conquista di Aden nel 2015, l’ospedale di MSF era una delle poche strutture chirurgiche ancora funzionanti in città. Tra marzo e agosto 2015, le équipe di MSF hanno curato più di 2.800 feriti di guerra. Nello stesso periodo, MSF ha gestito anche presidi di emergenza e cliniche mobili per interventi chirurgici ad Aden dove venivano stabilizzati i feriti di guerra per poter aumentare le loro possibilità di sopravvivenza. 

Nel 2018, MSF ha aumentato la capacità dell’ospedale di Al Sadaqah, portandola a 104 posti letto, per rispondere all’arrivo di feriti di guerra causati dall’offensiva di Hodeidah. Nel corso dell’anno, nell’ospedale di Al Sadaqah, le équipe di MSF hanno anche effettuato più di 6.000 consultazioni di emergenza e 5.400 interventi chirurgici, il 90% dei quali a vittime di violenze. 

In Yemen MSF lavora in 12 ospedali e centri sanitari e fornisce supporto a oltre 20 strutture in 11 governatorati: Abyan, Aden, Amran, Hajjah, Hodeidah, Ibb, Lahj, Saada, Sanaa, Shabwah e Taiz. Più di 119.110 feriti di guerra sono stati trattati in ospedali supportati da MSF in Yemen da marzo 2015, quando è iniziato il conflitto più recente nel paese. 

 

Nell’ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena, la Fondazione CON IL SUD promuove “E vado a lavorare”, la seconda edizione del Bando per il reinserimento sociale dei detenuti, attraverso il lavoro. A disposizione 2,5 milioni di euro di risorse private per progetti capaci di dare una reale “seconda possibilità” alle persone che si trovano in regime di detenzione ordinario e/o in regime alternativo alla detenzione nelle regioni del Sud Italia.

L’invito è rivolto alle organizzazioni del Terzo settore di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, che possono presentare proposte di progetto che favoriscano il reinserimento sociale dei detenuti nella comunità, anche con il fine di ridurre i tassi di recidiva. Le proposte dovranno prevedere l’avvio, durante il periodo della detenzione, di esperienze lavorative in grado di favorire l’integrazione socio-lavorativa del detenuto, ritenendo il lavoro una componente fondamentale del processo rieducativo.

L’inserimento lavorativo potrà avvenire all’interno o all’esterno delle carceri in realtà già consolidate oppure attraverso la costituzione di nuovi soggetti di imprenditorialità sociale. Inoltre, grazie al protocollo di intesa recentemente sottoscritto dalla Fondazione CON IL SUD con il Ministero della Giustizia e con l’ANCI, le proposte potranno prevedere il coinvolgimento dei detenuti in progetti di pubblica utilità e di volontariato, sempre ai fini del perseguimento dell’obiettivo di integrazione socio-lavorativa del reo.

Le proposte dovranno essere formulate da partenariati che comprendano almeno una struttura penitenziaria e almeno un partner del Terzo Settore. Gli altri soggetti componenti la partnership potranno appartenere al mondo delle istituzioni, delle università, della ricerca e del mondo economico.

Il bando è disponibile sul sito della Fondazione CON IL SUD (www.fondazioneconilsud.it). È possibile partecipare tramite il portale Chàiros entro il 19 giugno 2019.

“È di pochi giorni fa la notizia del secondo rapporto ‘Space’ del Consiglio d’Europa, che definisce la situazione delle carceri italiane tra le più drammatiche del continente - dichiara Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD. Al centro c’è la questione del sovraffollamento, ma è inevitabile che questo tema si intrecci con quello dei servizi e delle opportunità offerte ai detenuti per compiere un vero percorso rieducativo, così come previsto dalla nostra Costituzione. Con questo bando, vogliamo riaffermare il diritto di ogni persona ad avere una seconda possibilità vera. L’abbiamo chiamato ‘E vado a lavorare’ con l’auspicio che il lavoro possa essere davvero uno strumento di evasione dalle criticità della vita”.

Sul tema delle carceri, la Fondazione ha già sostenuto oltre 20 iniziative, tra programmi di volontariato e progetti selezionati con il primo Bando Carceri (disponibili qui >>)

Il contesto

L’articolo 27 della Costituzione italiana sancisce il principio del ‘finalismo rieducativo della pena’, inteso come creazione dei presupposti necessari a favorire il reinserimento del condannato nella comunità, eliminando o riducendo il pericolo che, una volta in libertà, possa commettere nuovi reati.

La legge di riforma dell’ordinamento penitenziario n.354/75, e le successive modifiche, hanno dato attuazione a tale principio costituzionale, individuando e disciplinando norme, strumenti e modalità per garantire l’effettivo reinserimento sociale e lavorativo dei condannati.

La situazione attuale nelle carceri italiane, ben fotografata dall’Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, è ancora lontana dal garantire ai condannati un adeguato ed efficace percorso di integrazione sociale e lavorativa.

Ad oggi, il lavoro ha sofferto nella prassi di una carenza di effettività risultando solo parzialmente efficace. Se da un lato il numero dei detenuti lavoratori è leggermente cresciuto negli anni – passando dai 10.902 (30,74%) del 1991, ai 18.404 (31,95%) del 2017 – dall’altro oltre l’85% dei lavoratori è alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria svolgendo spesso mansioni che non richiedono competenze specifiche e con elevate turnazioni (per permettere a più persone di lavorare). Al Sud tale situazione è ancor più accentuata: solo il 3,7% dei detenuti lavora per soggetti privati esterni.

In conclusione, rispetto alla possibilità di formarsi e di lavorare in carcere vi sono ancora elevate possibilità di miglioramento – a partire da un maggior impegno da parte di tutti gli attori coinvolti – ma anche ostacoli da superare per poter efficacemente favorire un reinserimento dei detenuti ed evitare un aumento del rischio recidiva.

 

 

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