Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Mercoledì, 20 Gennaio 2021

Coesione sociale e territoriale, lavoro e salute: essere resilienti e guardare alle generazioni future. Questi i temi proposti da “Generazioni future – Incontro con le istituzioni”, il secondo appuntamento dell’Assemblea dei delegati 2020 di Legacoopsociali. Un’assemblea “diversa” che si è svolta sulla piattaforma zoom ed è stata coordinata da Romano Benini.

“Stiamo vivendo un momento in cui le transizioni (digitale, demografica, climatica, dei modelli di lavoro, dei bisogni di salute e benessere su cui peraltro stavamo già riflettendo) hanno avuto una forte accelerazione legata agli effetti della pandemia. Quello che cerchiamo di fare oggi come Associazione e come cooperative è agire in questa epoca di transizioni accelerate facendo fronte alle emergenze del quotidiano con uno sguardo di lungo periodo e attivando progettualità che pensano agli impatti sul futuro”.

Lo dice in apertura la presidente nazionale di Legacoopsociali Eleonora Vanni che rilancia il ruolo della cooperazione sociale e chiede impegni concreti alle istituzioni:  “noi cooperatori e cooperative possiamo e vogliamo fare solo la nostra parte quindi chiediamo politiche di welfare e di sviluppo economico innovative e di sistema con importanti investimenti, orientati a progetti di filiera e di sistema, all’inclusione sociale e lavorativa e all’innovazione di un settore, l’economia sociale, che può essere traino economico e sociale della ripresa”.

Le proposte e le risposte istituzionali

Sviluppo economico - È essenziale definire: un riferimento dedicato per la cooperazione sociale nell’ambito del MISE per la valorizzazione del suo ruolo imprenditoriale e di agente di sviluppo economico ed il coinvolgimento nelle occasioni di consultazione; una interlocuzione con la DG “Incentivi alle imprese” in relazione alla agibilità al Fondo per le Imprese Sociali e a eventuali ulteriori risorse dedicate; uno stretto raccordo fra la DG “Enti cooperativi” e DG “Incentivi alle imprese” anche ai fini promozionali dell’impresa sociale cooperativa; l’inclusione dell’innovazione dei servizi alla persona con l’impiego delle tecnologie gestionali e assistive nei driver di sviluppo finanziati del Ministero.

Su queste istanze è intervenuta la sottosegretaria al Mise Alessia Morani: “la cooperazione deve entrare nella priorità del governo, soprattutto per la rete dei servizi. La presenza delle coop sociali di inserimento lavorativo deve essere incentivata. Anche le aree interne rappresentano un’opportunità come i borghi, per attivare processi di ricostruzione bisogna intercettare attori che sono portatori di cambiamento”.

Lavoro e welfare - Tra le proposte Legacoopsociali sul tema ci sono: l’inserimento in norma del riconoscimento normativo dell’adeguamento delle tariffe dei servizi al rinnovo del ccnl della cooperazione sociale che lavora in appalto/convenzione/accreditamento con gli Enti Pubblici poiché, per i servizi alla persona, trattasi di servizi con tariffe, generalmente, definite dal pubblico o il cui maggior costo ricade sui cittadini e, per le cooperative B) in considerazione della finalità principale e cioè l’inclusione lavorativa delle persone svantaggiate; La promozione della cooperazione sociale di inclusione lavorativa come soggetto delle politiche attive del lavoro. La necessità di valorizzare l’apporto della impresa sociale e al suo interno della impresa sociale cooperativa, in quanto ad oggi la realtà maggiormente rappresentativa di questo tipo di impresa.

Su questi punti ha risposto il sottosegretario al Lavoro e al Welfare Stanislao Di Piazza: “condivido le finalità dell’inclusione lavorativa per le persone fragili e le condizioni di soci e lavoratori in rispetto del contratto vigente. Il governo e tutti i ministeri devono mettere in campo strumenti per garantire il rispetto di questi diritti. La cooperativa sociale va riconosciuta come operatore che agisce per il bene comune. Sto lavorando a una obbligatorietà della coprogettazione, anche con Comuni e Regioni i contratti devono prevedere deroghe che non mettano a rischio i servizi alla persona”.

Ed è anche intervenuta sul tema la sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi: “abbiamo stanziato 500 milioni nelle politiche attive, pensando soprattutto ai Neet. Serve un processo riformatore con collaborazione pubblico-privato, i centri per l’impiego da soli non riescono a rispondere a questa situazione. Serve un assegno di disoccupazione che metta dentro la formazione per riqualificare le competenze anche in un’ottica di autoimprenditorialità”.

Sul tema del lavoro relativo ai servizi di welfare e socio-sanitari è intervenuta anche la senatrice Valeria Fedeli: “bisogna attivare e uniformare armonizzando le normative attive sul lavoro. Bisogna lavorare sulla formazione qualificata per gli operatori superando convinzione che tali attività siano insite nella natura nel genere femminile: il lavoro di cura ha bisogno di qualità e quindi di formazione. Inoltre dobbiamo avere presente l’apporto più complessivo dell’economia della cura”.

Le Regioni

Emilia Romagna – La vicepresidente Elly Schlein è intervenuta portando l’esperienza amministrativa nella sua regione: “Gli spunti di lavoro comune in Emilia Romagna sono tra gli altri quelli sulla sanità pubblica integrata con i servizi socio-sanitari e sociali dentro cui c’è il ruolo della cooperazione sociale. Bisogna adottare una visione tridimensionale tra bisogna abitativo, sociale e sanitario. Bisogna capire come integrare i servizi di prossimità tra pubblico e privato, la cooperazione sociale ha già messo in campo queste esperienze. Sui servizi alla persona abbiamo visto le difficoltà affrontate con la residenzialità che va messa in stretta relazione con la domiciliarità, ma in mezzo c’è una terra da esplorare con le tante esperienze con co-housing e di abitare sociale”.

Legacoop: “riaffermare il nostro ruolo nella transizione digitale”

A concludere l’assemblea è stato il presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti. “La pandemia ci dimostra come le fratture si allargano in modo preoccupante -spiega Lusetti- e pone l’esigenza di una grande attenzione al tema dei diritti delle persone e al pericolo di infiltrazioni delle mafie nell’economia. Il ‘tutto non sarà come prima’ e dobbiamo farci carico di uno spazio nuovo di agire imprenditoriale senza fare passi indietro. Secondo un sondaggio realizzato da SWG le persone che individuano nella forma cooperativa lo strumento più idoneo per poter uscire dalla crisi in chiave positiva sono il doppio di quelle che indicano l’impresa capitalistica. C’è, insomma, una domanda di cambiamento del paradigma che vede nella cooperazione un attore importante”.

“Dobbiamo uscire da una concezione di una ‘società al massimo ribasso’, di cui gli appalti sono l’evidenza più lampante; in questo ci può aiutare la transizione digitale, dove l’esigenza di cambiare il nostro modo di lavorare potrà darci l’opportunità di riaffermare e rinnovare la nostra identità per continuare a svolgere con efficacia il nostro ruolo economico e sociale”, conclude Lusetti.

 

 

 

 

Un bel modo di celebrare la Giornata mondiale per l’infanzia: il 20 novembre, verrà lanciato, in video conferenza, il progetto nazionale di rilevanza europeaIl carcere alla prova dei bambini e delle loro famiglie - Applicazione della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti. Un progetto selezionato dall’Impresa sociale “Con i Bambini”, nell’ambito dell’attuazione dei programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

Quest’anno, questa data è particolarmente importante perché coincide anche con il rinnovo della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti firmata il 20 novembre del 2018 dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano e dalla presidente dell’associazione Bambinisenzasbarre Lia Sacerdote.

E proprio la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti sarà il filo conduttore dell’intero progetto nazionale, visto che tutte le azioni previste nelle sedici Regioni italiane coinvolte, sono orientate a dare un’attuazione concreta alla Carta stessa. Nella pratica, questo significa attivare progetti in rete che creino una collaborazione virtuosa tra enti penitenziari, comunità educante ed enti del privato sociale che si occupano di minori e di diritti dell’infanzia.

Un progetto complesso e articolato che ha diversi destinatari: prima di tutto i figli di genitori detenuti e le loro famiglie, che accedono agli Istituti Penitenziari per visitare il genitore detenuto; poi i bambini che vivono con la madre all’interno di strutture detentive-ICAM (Istituti di Custodia Attenuata per le Madri) e sezioni nido; e infine la polizia penitenziaria, impegnata ogni giorno ad accogliere i minori che accedono negli istituti.

All’interno di questa cornice, il lavoro delle professioni sociali è indubbiamente fondamentale per  sostenere e accompagnare il mantenimento della relazione fra genitori detenuti e figli, e lo sanno molto bene gli educatori della cooperativa sociale Il Margine di Torino che, in stretta collaborazione con l’associazione Bambinisenzasbarre, da anni affrontano il tema della genitorialità nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” attraverso molteplici interventi.

«Per noi, partecipare oggi al progetto “Il carcere alla prova dei bambini e delle loro famiglie” come partner torinese dell’associazione Bambinisenzasbarre rappresenta la possibilità concreta di agire in modo ancora più incisivo nell’ambito del contrasto della povertà educativa – spiega con entusiasmo Elena Mapelli, responsabile per la cooperativa Il Margine dell’area minori – L’esperienza che stiamo facendo con le mamme e i bambini che vivono la realtà carceraria all’interno dell’ICAM, l’istituto a custodia attenuata di Torino, ci ha permesso di contribuire a creare un sistema di buone pratiche per andare incontro ai bisogni di questo gruppo vulnerabile di bambini. Adesso, per noi, si tratta di potenziare l’offerta formativa extrascolastica, migliorando e favorendo la fruizione di servizi esterni al carcere: la scuola prima di tutto, ma anche laboratori e attività ludico/sportive».

Nel suo complesso, il progetto si articola in otto azioni tra cui: l’apertura di nuovi Spazi Gialli, ossia di quei luoghi all’interno del carcere dove i bambini si preparano all’incontro con il genitore, accompagnati da operatori opportunamente formati; l’attivazione di percorsi integrati di tutela del rapporto mamma detenuta e figlio, alternativi alla detenzione; la creazione di Gruppi di parola di genitori detenuti e “Il colloquio con solo il papà”; la proposta di attività teatrali in carcere; l’organizzazione di incontri di sensibilizzazione per le scuole sul tema dello stigma verso i bambini con genitore detenuto; la Formazione nazionale della Polizia Penitenziaria.

«Noi in particolare – continua Elena Mapelli – grazie all’acquisto di un pullmino per il trasporto dal carcere, seguiremo i bambini nelle loro attività esterne in strutture sportive, nidi o scuole dell’infanzia grazie alla presenza di educatori in continuità, in modo da favorire la creazione di un legame di attaccamento sicuro con la figura adulta. Il nostro primo obiettivo è stimolare apprendimenti anche in contesti esterni al carcere, grazie ad attività cui normalmente questi bambini non hanno la possibilità di accedere.

Inoltre, mentre i bambini faranno attività all’esterno, la ricaduta “interna” è immediatamente visibile: liberando tempo alle mamme, loro stesse potranno essere impegnate in percorsi formativi all’interno del carcere ed eventualmente iniziare percorsi di re-inserimento lavorativo». Le azioni previste dal progetto, prevedono anche il coinvolgimento diretto delle scuole dei vari territori, per cercare di contrastare il gap educativo di questi minori con la partecipazione a momenti e attività specifiche.

 

Ma è il lavoro di rete che continua a essere il cuore dell’intero progetto. Non a caso è previsto uno scambio a livello nazionale di Buone Prassi attivate dalle diverse realtà regionali per questo target di minori svantaggiati e i loro genitori, a partire dalle esperienze realizzate nei singoli ICAM italiani.

In questa direzione, la Carta dei diritti dei figli dei detenuti diventerà il tema conduttore per promuovere momenti di formazione e informazione per tutta la Comunità educante.

Partner istituzionali nazionali del progetto “Il carcere alla prova dei bambini e delle loro famiglie”  sono il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Garante per l’infanzia e l’adolescenza con i quali l’Associazione Bambinisenzasbarre ha partecipato al bando promosso dall’impresa sociale Con i Bambini che sostiene il Progetto nazionale.

Sorridono, hanno espressioni serie o sornione. Chiedono di riabbracciare maestre e amici, i propri affetti più cari, di riavere i propri spazi e soprattutto giocare liberi, come sanno fare solo i bambini. Questa la sintesi del video diffuso dal progetto Ip Ip Urrà, selezionato nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile Con i bambini, di cui fanno parte dieci enti non profit su tutto il territorio nazionale per oltre 23 stakeholder. Il video è stato realizzato in occasione della Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre.

Nell’infanzia risiede la nostra speranza per il futuro, solo se sapremo coltivare, nutrire, proteggere, far camminare. Nell’educazione e nella cura – scrivono i promotori del progetto Ip Ip Urrà – risiedono gli antidoti contro i fenomeni di esclusione e emarginazione sociale, a noi la responsabilità di essere comunità al fianco di chi non ha voce e subisce più degli altri il peso ulteriore di questa crisi. E’ tempo di mettere al centro delle politiche pubbliche l’infanzia e di costruire contesti, città e periferie a misura di bambini e bambine e famiglie competenti che devono poter esser sempre più competenti”.

La ricerca Con i bambini – Demopolis

A pagare il prezzo degli effetti a lungo termine dell’emergenza Coronavirus saranno i più piccoli: ne sono convinti oggi i due terzi degli italiani. La mancanza di dispositivi informatici adeguati e di connessioni idonee si è rivelata un problema nel 14% dei casi, un dato che cresce al 22% al Sud. Ma per il 45% le difficoltà della didattica a distanza dipendono dalla scasa capacità di attenzione nel contesto stesso della DAD. Gli italiani restano convinti che le opportunità dell’istruzione non siano oggi garantite equamente per tutti nel nostro Paese: appena il 9% crede che la scuola italiana garantisca oggi tale opportunità. Ma l’educazione dei giovani non è solo questione della scuola. Per il 67% degli italiani la responsabilità dei minori è di tutta la comunità, dato che si attestava al 49% nella rilevazione dello scorso anno. Per il 91% degli italiani la diffusione della povertà educativa è un fenomeno grave e 9 italiani su 10 ritiene oggi importanti, per lo sviluppo del Paese, le azioni di contrasto al fenomeno.

Partner del progetto

Chi rom…e chi no  (Napoli, capofila), Cooperativa Sociale Il Cantiere (Albino, Val Seriana), Coop L’Abbaino, Consorzio Mestieri Toscana (Firenze), Coop. Soc. Mignanego (Genova), Ass. Comunità Progetto Sud (Lamezia Terme), Ass. Fermenti lattici (Lecce), EcoS-Med coop. soc. (Messina), La Kumpania (Napoli) Libera Compagnia di Arti & Mestieri Sociali (Pioltello), Associazione 21 luglio (Roma), Coop. Soc. Educazione Progetto (Torino), Fondazione Zancan, Università Federico II centro Sinapsi.

Con i bambini

Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. www.conibambini.org.

A pagare il prezzo degli effetti a lungo termine dell’emergenza Coronavirus saranno i più piccoli: ne sono convinti oggi i due terzi degli italiani. Con le limitazioni imposte dall’urgenza sanitaria di contenere la pandemia e con la sospensione traumatica della continuità scolastica, gli spazi fisici e prospettici, ma anche le risorse materiali e immateriali intorno ai minori si sono drasticamente ridotte: molto alto si profila il costo sociale ed evolutivo imposto ai minori dal Covid-19.

Sono alcuni dei dati che emergono dall’indagine condotta dall’Istituto Demopolis, per l’impresa sociale Con i Bambini, società senza scopo di lucro nata per attuare i programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile in Italia.

 “La pandemia ha aggravato ancora di più le disuguaglianze nel nostro Paese- ha spiegato Francesco Profumo presidente di Acri-. Su tutte, quella innescata dalla povertà educativa minorile, che condanna i nostri concittadini più giovani sin dai primi anni della loro vita. Se un ragazzo o una ragazza era a rischio di abbandono scolastico prima della pandemia, lo è ancora di più oggi, con la chiusura delle scuole e soprattutto delle attività extra-scolastiche. Negare l’accesso all’educazione significa negare in futuro il diritto a una vita dignitosa. Di questo gli italiani sono consapevoli, come dimostra l’indagine di Demopolis: due terzi degli intervistati sono convinti che a pagare gli effetti a lungo termine dell’emergenza saranno proprio i più piccoli. Per questo, il lavoro del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile è ancora più cruciale oggi di quanto lo sia mai stato e per questo è fondamentale promuovere la continuità degli interventi ritenuti più promettenti e offrire evidenze e indicazioni utili per progettare ampie politiche strutturali permanenti di contrasto della povertà educativa”

In vista della Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre, la ricerca focalizza l’impatto sui più giovani della crisi pandemica ed analizza le percezioni dell’opinione pubblica sul più ampio tema della povertà educativa minorile, individuando un’urgenza confermata in tutti gli snodi dell’indagine: è proprio questo il momento in cui restituire rilevanza sociale e centralità ai più piccoli, come risorsa della comunità intera. Oggi, pensando ai bambini e agli adolescenti in Italia le preoccupazioni dichiarate dai cittadini rivelano lo sguardo “adulto” dell’opinione pubblica sulle dinamiche minorili: il 73% cita lo scarso apprendimento scolastico, preoccupazione cresciuta significativamente (+20 punti) rispetto alla precedente rilevazione dello scorso anno, anche in ragione della prolungata chiusura delle scuole. Il 69% stigmatizza la dipendenza da smartphone e tablet, dispositivi che hanno vissuto processi di ulteriore “sdoganamento”, fino ad essere a disposizione anche dei bambini più piccoli, con l’affermazione della didattica a distanza.

Quasi i due terzi degli italiani, intervistati da Demopolis per Con i Bambini, citano il rischio di isolamento e di riduzione della vita sociale a causa del Covid. Considerando – in termini generali – le principali apprensioni relative ai minori, meno della metà del campione focalizza l’impatto più fragoroso e già misurabile dell’epidemia da Coronavirus: le crescenti disuguaglianze e la marginalizzazione (49%), nonché la riduzione degli stimoli nella crescita, a seguito dell’emergenza Covid (47%).

A causa dell’emergenza sanitaria gli italiani segnalano il peso crescente delle disuguaglianze fra i minori: il 72% ritiene che siano aumentate nell’ultimo anno, mentre solo un quinto non individua variazioni rispetto al 2019. Con il Covid, nella percezione dei cittadini, alcuni problemi sono emersi o si sono aggravati a carico dei più piccoli: in prima istanza, 6 cittadini su 10 citano le conseguenze dell’incremento della povertà materiale in molte famiglie, ma anche l’esclusione dei più fragili (poveri, disabili, figli di genitori stranieri). La maggioranza assoluta cita anche la regressione degli apprendimenti e del metodo di studio (55%) e le disuguaglianze nell’accesso a dispositivi informatici ed a connessioni adeguate (53%). Di contro, poco meno della metà individua la problematicità di una delle conseguenze della didattica a distanza: l’eccesso di digitalizzazione dei minori, che trascorrono troppo tempo su smartphone e dispositivi assimilabili (48%). Più di 4 su 10 mettono in evidenza i rischi di isolamento dalla vita sociale o di abbandono scolastico dei minori. È infine del 36% la percentuale degli italiani che, fra i problemi a carico dei più piccoli, emersi o aggravati dalla pandemia, segnala la riduzione degli stimoli esterni alla scuola

QUANTO PESA LA SCUOLA

Gli italiani restano convinti che le opportunità dell’istruzione non siano oggi garantite equamente per tutti nel nostro Paese: per il 65% lo sono, ma con livelli di qualità differenti, e con forti divari, anche in seno ai medesimi contesti regionali e urbani. Il 23% dichiara che siano garantiti solo per alcuni. Appena il 9% crede che la scuola italiana garantisca oggi opportunità equamente per tutti. E l’emergenza da Covid-19 è stata un’aggravante pesantissima sulle dinamiche di una scuola diseguale. È minoritaria, del 43%, la quota di intervistati che plaude a quanto è riuscita a fare la scuola, nella primavera scorsa, in pieno lockdown, per garantire parità di accesso a tutti gli studenti con la modalità a distanza, in lezioni, contatti con gli insegnanti, dimensioni di apprendimento. Ma il 49% è di parere opposto.

Del resto, gli italiani hanno scoperto le asperità della didattica a distanza (DAD), anche nei casi in cui non fossero direttamente interessati: il 54% ha sentito, nel proprio contesto familiare o relazionale, di bambini o ragazzi che hanno trovato difficoltà a seguire la DAD nei mesi della primavera pandemica e, nuovamente, in questi giorni di seconda ondata. Quasi 8 genitori su 10 hanno avuto esperienza diretta di DAD, che – nelle testimonianze degli intervistati – è stata vissuta dai figli utilizzando in prevalenza tablet e pc (77%). Ma in una dimensione non residuale di casi (20%) i ragazzi hanno seguito le lezioni e svolto la didattica attraverso un comune smartphone. La mancanza di dispositivi informatici adeguati e di connessioni idonee si è rivelata un problema nel 14% dei casi, dato che cresce al 22% nel Sud e nelle Isole. Ma nell’esperienza degli intervistati, le difficoltà di bambini e ragazzi nel seguire la didattica a distanza sono state, in prevalenza, d’altra natura: principale problema, indicato dal 45%, la scarsa capacità di attenzione nell’apprendimento a distanza, realizzato integralmente nell’ambiente casalingo.

“I dati dell’indagine da una parte ci confortano sull’attenzione che gli italiani pongono al tema della povertà educativa e soprattutto sulla percezione che sia un fenomeno che deve interessare tutti, non solo la scuola e non solo la famiglia, ma l’intera comunità educante – ha sottolineato Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini. Dall’altra, l’indagine fa emergere anche nella percezione e nel vissuto di genitori, famiglie, associazioni che questa emergenza di fatto sta aumentando una serie di divari già esistenti, sia sociali che territoriali come dimostrano i dati sul Sud”. 

In questi mesi di pandemia, un vastissimo orizzonte di opportunità, occasioni di crescita, dimensioni relazionali e di apprendimento è stato precluso ai minori. I genitori testimoniano i servizi che più sono mancati ai figli, e che – presumibilmente – continueranno a lungo a mancare. Sette su 10 citano le attività ludiche e ricreative, quella dimensione fertilissima del gioco compromessa dalle apprensioni per la necessaria sicurezza sanitaria. Il 65% ricorda la rinuncia a palestre, centri sportivi ed all’attività motoria necessaria nelle fasi di crescita. Inoltre, il 42% dei genitori intervistati ricorda quanto sia mancata ai figli la partecipazione a laboratori e ad altre attività educative extrascolastiche.

“Una delle questioni più gravi che riguardano bambini e ragazzi di oggi è la mancanza di pari opportunità di accesso ai servizi, e sappiamo come questa emergenza non ha fatto che accrescere alcune povertà e diseguaglianze – ha spiegato Claudia Fiaschi portavoce del Forum del Terzo Settore- Il Terzo settore prova a dare risposte concrete mettendo in campo una grande innovazione sociale, perché nessuno resti indietro. E lo fa sia attraverso l’utilizzo di nuovi spazi, tempi, materiali ed esperienze, ma anche ponendo una forte attenzione ai mutati scenari rispetto ai bisogni sociali, immaginando soluzioni che prevedano la collaborazione tra contesti educativi formali e informali, l’utilizzo delle tecnologie per nuove forme di prossimità, investimenti per l’inclusione sociale e digitale delle famiglie più fragili.”

LA POVERTÀ EDUCATIVA MINORILE

L’Italia del Covid si confronta più marcatamente – suo malgrado – con i fenomeni della povertà educativa minorile. Secondo i dati dell’indagine Demopolis- Con i Bambini, il 53% degli italiani dichiara di averne sentito parlare, con un dato cresciuto di 10 punti nell’ultimo anno; un ulteriore segmento, pari al 26% degli intervistati, ammette di non sapere effettivamente di che cosa si tratti, pur avendone sentito parlare. Nel definire il fenomeno, con una consapevolezza in crescita rispetto ai dati rilevati nel novembre 2019, il 73% degli intervistati identifica la povertà educativa come una questione di limitato accesso ad opportunità di crescita; il 64% cita il rendimento scolastico ed i bassi livelli di apprendimento. Il 17% la povertà materiale. La consapevolezza dell’opinione pubblica sull’importanza del tema cresce e si afferma. La diffusione della povertà educativa è un fenomeno grave per il 91% degli italiani: molto per il 45%; abbastanza grave per il 46%. “Con le limitazioni imposte dall’urgenza sanitaria e con la sospensione traumatica della continuità scolastica – spiega il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento – si profila molto alto il costo sociale ed evolutivo imposto ai minori dal Covid-19. A pagare il prezzo degli effetti a lungo termine dell’emergenza Coronavirus saranno i più piccoli: ne sono convinti oggi i due terzi degli italiani. Tra gli effetti del Covid, i cittadini segnalano il peso crescente delle disuguaglianze fra i minori nel nostro Paese: il 72% ritiene che siano ulteriormente aumentate nell’ultimo anno. Serve oggi un’alleanza “con i bambini” per contrastare i danni generazionali della pandemia”.  

Il 90% degli italiani ritiene oggi importanti, per lo sviluppo del Paese, le azioni di contrasto alla povertà educativa minorile: il dato, corposissimo in seno al complesso dell’opinione pubblica, si dimostra ancora più marcato nei target speciali oggetto di analisi: cresce, infatti, al 92% fra gli insegnanti ed al 98% fra i rappresentanti del Terzo Settore. Del resto, come confermano i dati della ricerca, l’emergenza Covid-19 ha estremizzato una fragilità come la povertà educativa, ancora da sanare nel Paese. Per il 53% degli intervistati l’azione di contrasto alla povertà educativa è oggi più importante rispetto ad un anno fa.

 “L’indagine dimostra chiaramente come l’emergenza Covid non sia esclusivamente sanitaria, ma riguardi tutta la sfera delle vite delle persone – conclude Stefano Buffagni presidente del Comitato di indirizzo strategico del Fondo e viceministro al Mise- La povertà educativa minorile viene percepita dagli italiani come una problematica su cui è necessario intervenire, perché le disuguaglianze aumentano e le difficoltà delle famiglie si moltiplicano. L’impegno del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile rinnova il suo impegno, oggi più di prima”.

In questa situazione di emergenza pandemica, per sostenere bambini e ragazzi in Italia, servirebbe innanzi tutto rimuovere gli ostacoli per l’accesso alla didattica a distanza (63%), ma anche un rinnovato impegno degli insegnanti (59%). Il 46% ricorda l’urgenza di intervenire anche rispetto alla povertà materiale delle famiglie. Sebbene più circoscritte, indicazioni preziosissime giungono da un segmento superiore ad un quarto della popolazione.

Sostegno, anche a distanza, da parte di educatori ed una maggiore attenzione alle esigenze dei ragazzi, anche nell’informazione e sui media, sono interventi richiesti da 1 intervistato su 3. Il 30% ricorda inoltre come serva l’impegno di tutti per restituire importanza ai diritti di ragazzi e bambini ed il 26% sollecita un accesso esteso alle attività extrascolastiche. Del resto, se interrogati sul tema, gli italiani concordano sull’urgenza di compensare i danni della scuola in parte chiusa attraverso attività ed esperienze non curriculari. Il 39% sostiene che, rispetto ad un anno fa, con l’emergenza Covid- 19 e la chiusura prolungata delle scuole, gli stimoli extra scolastici nella crescita dei minori siano oggi più importanti, dato che raggiunge il 49% fra i genitori di figli minorenni, e si impenna al 72% fra i rappresentanti del Terzo Settore. La scuola è chiamata alla sfida di andare oltre i fondamentali dell’insegnamento. Ma non può avere l’esclusiva in tema di sviluppo delle nuove generazioni.

Secondo l’indagine dell’Istituto Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, realizzata nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, oggi appena il 28% degli intervistati concorda sull’assunto che la scuola sia l’unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi. Per il 67% degli italiani la responsabilità dei minori è di tutta la comunità, dato che si attestava al 49% nella rilevazione dello scorso anno. Il giudizio sull’attività di Con i Bambini impegnata nell’attuazione dei programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è positivo per il 67%.

 

 

In Umbria nelle 300 cooperative sociali sono occupati 8.000 soci lavoratori, di cui 800 persone svantaggiate impegnati nel garantire la presenza di una rete capillare di servizi educativi, sociali e socio sanitari in tutta la regione di cui usufruiscono ogni giorno 50.000 umbri e nel fornire servizi di grande importanza per la comunità come, ad esempio, la ristorazione scolastica.

Le conseguenze economiche dell'emergenza, unite ai ritardi accumulati dalla Regione Umbria nell'applicare accordi e norme esistenti stanno mettendo in crisi il welfare e a rischio gli occupati, le imprese e la rete di servizi costruita negli ultimi decenni. Durante la prima ondata le cooperative sociali hanno contribuito a garantire la tenuta del sistema di welfare regionale, ora, denunciano le centrali cooperative, le imprese ed i soci lavoratori sono allo stremo.

"Da mesi denunciamo i problemi che affliggono il settore - afferma Andrea Bernardoni di Legacoopsociali - in questi mesi però poco è stato fatto per affrontarli ed almeno in pare risolverli. Il 14 giugno scorso nel primo ed ultimo incontro che abbiamo avuto con la Presidente Tesei abbiamo chiesto l'apertura di un tavolo di crisi, dove poter rappresentare le istanze di un comparto delicato ed essenziale per la tenuta socio-economica della Regione, ma non siamo stati ascoltati. Venerdì scorso abbiamo scritto ai prefetti ed alla Presidente della Regione per chiedere un incontro urgente. Oggi abbiamo ricevuto la convocazione da parte dell'Assessore Coletto. Siamo fiduciosi che a partire dall'incontro con l'Assessore in programma domani inizieremo ad affrontare nel merito i problemi che interessano la cooperazione sociale".

Le centrali cooperative chiedono alla Regione Umbria di riconoscere la funzione pubblica della cooperazione sociale ed affrontare i problemi legati alla gestione dell'emergenza che si aggiungono ai quelli strutturali presenti prima dell'esplosione della pandemia dovuti ai ritardi delle precedenti amministrazioni regionali.

"La scorsa settimana – afferma Carlo Di Somma di Federsolidarietà – i soci lavoratori delle cooperative sociali hanno discusso ed approvato in assemblea un documento di 9 punti che contiene delle proposte concrete subito applicabili. Abbiamo più volte cercato di avviare un confronto con la Giunta regionale, comunicazioni formali, informali, pec, financo una serie di trasmissioni radio ma alla fine nulla di fatto. Non è questa l'attenzione che meritano le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori che stanno insieme a tanti in prima linea e si vedono snobbati! Speriamo che da domani si apra una nuova pagina nei rapporti con la Regione."

"In questi mesi le cooperative sociali hanno resistito – afferma Massimo Giovannelli – ma ora sono in grande difficoltà. Nello specifico vorrei sottolineare le grandi criticità che stanno vivendo le cooperative di inserimento lavorativo. I lavoratori svantaggiati sono infatti i primi ad essere stati espulsi dai processi produttivi e rischiano di non essere più riassorbiti".

Le priorità

Assicurare la continuità dei servizi sociali, socio assistenziali e socio sanitari rimodulandoli ove necessario applicando l'Art 89 del Decreto Rilancio che stabilisce che questi servizi sono da considerarsi servizi pubblici essenziali.

Garantire a tutti gli operatori delle cooperative sociali l'accesso ai tamponi ed alle misure di prevenzione e di diagnostica per monitorare il Covid-19 tutelando i lavoratori ed i fruitori dei servizi erogati dalla cooperazione sociale.

Garantire immediata ed integrale applicazione da parte delle Aziende USL del protocollo d'intesa sottoscritto il 21 aprile scorso da Regione Umbria.

Adeguare le rette dei servizi accreditati ferme al 2005 rivalutando le stesse applicando l'indice Istat del periodo 2005-2019.

Far rispettare alle Aziende ASL, agli enti partecipati ed ai Comuni la norma regionale che disciplina il Tariffario Regionale delle Cooperative Sociali, sia nel caso di cooperative sociali di tipo A che in quello delle cooperative sociali di tipo B.

Far applicare alle Aziende USL, alle società partecipate ed ai Comuni l'Art. 112 del Codice dei Contratti e degli Appalti Pubblici, al fine di favorire l'inserimento lavorativo delle persone disabili e dei lavoratori svantaggiati, che sono state le prime ad essere espulse dai processi produttivi con la crisi da COVID-19.

Adottare una norma regionale che contrasti gli appalti guidati dalla logica del massimo ribasso.

Di individuare per la cooperazione sociale di inserimento lavorativo specifiche forme di ristoro.

Di riconoscere alla cooperazione sociale ed agli Enti del Terzo Settore il ruolo attivo nella fase di co-programmazione e co-progettazione delle politiche pubbliche.

 

La società farmaceutica Moderna ha annunciato che i dati preliminari di un ampio studio di fase 3 in corso per testare un potenziale vaccino contro il Covid-19 suggeriscono un'efficacia del 94,5%. Anche se è un passo promettente, un comunicato stampa di Moderna non basta per trarre conclusioni definitive. Per parlare di efficacia e utilità del vaccino, è necessaria la piena trasparenza dei dati degli studi clinici.

Sapendo che non si potrà garantire un numero sufficiente di dosi di vaccino in tempi rapidi, le società farmaceutiche non devono creare ulteriori barriere alla produzione da parte di altre aziende, impedendo l'immissione sul mercato di altri prodotti analoghi, una volta dimostrata l'efficacia e la sicurezza. Oltre a rispettare l'impegno annunciato di non imporre alcun brevetto, Moderna deve condividere tutte le informazioni sul vaccino, incluse la tecnologia, i dati e il know-how necessari a realizzarlo, in modo che altri produttori possano assicurare la produzione e garantire l'accesso a questo vaccino potenzialmente salvavita.

"Il mondo attende con impazienza i risultati positivi degli studi clinici sul vaccino per il Covid-19 nella speranza di avere uno strumento che aiuti a tenere sotto controllo la pandemia, ma la loro validazione per la distribuzione servirà a poco se questi vaccini non vengono distribuiti equamente alle persone di tutto il mondo a un prezzo di costo completamente trasparente." dichiara la dr.ssa Stella Egidi, responsabile medico di MSF. "La capacità del settore pubblico di stabilire un prezzo equo richiede trasparenza. Moderna deve impegnarsi nella pubblicazione di un'analisi dettagliata del prezzo e di tutti i costi di sviluppo del vaccino. Solo se Moderna renderà pubblici questi dati, i governi potranno valutare se i prezzi sono giusti e accessibili. La ricerca, lo sviluppo e la produzione del vaccino Moderna sono stati per lo più finanziati da fondi pubblici, con circa 2,5 miliardi di dollari del governo americano, eppure i contribuenti in assenza di trasparenza non possono chiederne conto. Moderna deve vendere il vaccino al prezzo di costo e non puntare al profitto per un prodotto in gran parte finanziato dallo stato, nel pieno di un'emergenza senza precedenti."

"Si stima che circa l'80% delle dosi iniziali del vaccino di Moderna siano già vincolate da accordi bilaterali non trasparenti con paesi ad alto reddito, tra cui gli Stati Uniti, lasciando quantità insufficienti a disposizione dei paesi in via di sviluppo e contesti umanitari più colpiti dalla crisi. Rendere il vaccino un lusso per pochi non è la soluzione per sconfiggere il virus né per salvare vite. Se provate di sicura efficacia, le prime dosi del vaccino di Moderna e delle altre aziende produttrici dovrebbero essere equamente distribuite in tutto il mondo sulla base di chiari criteri definiti dall'OMS" conclude la dr.ssa Egidi.

Mamma ho un’idea, telefoniamo e raccontiamo le favole alle “tue signore”. Parte da una bimba di quattro anni lo spunto di trasformare il lockdown all’interno della Comunità residenziale Calicantus di Pasian di Prato (rivolta a persone adulte con disabilità e fortemente voluta dalla Cooperativa sociale Itaca) in occasione di incontro e di scambio. Un’idea semplice, quasi naturale, che porta dentro di s un obiettivo molto concreto: forzare il distanziamento fisico e sociale, cui il servizio era allora sottoposto dalle disposizioni nazionali e regionali per il contenimento del Covid-19, per non impedire lo stare assieme, per stimolare ancor di pi la condivisione di pensieri, legami, connessioni tra le persone.

L’idea in un batter d’occhio si trasforma in progettualità. La bimba, Celeste, che a sua volta ha ascoltato al telefono le letture della Cooperativa Damatrà e dell’associazione Nati per leggere, figlia di una delle operatrici di Calicantus, ora sceglie i racconti che poi la mamma legge sempre al telefono per le “signore”, otto donne che vivono nella Comunità di Pasian di Prato. “ davvero sorprendente e commovente - sottolinea Pierluigi Di Piazza - il vissuto profondo di una bambina di quattro anni che ha presenti le “signore” della mamma, che pensa a loro in questo momento difficile per tutti e probabilmente pi ancora per loro”.

Le letture scelte dalla bimba diventano, cos, un appuntamento settimanale molto speciale: “questo tempo cos surreale – spiega Elisa Trevisani, operatrice di Calicantus e mamma di Celeste, che con Francesca Schiavon, che coordina la Comunità, ha costruito il progetto - ha portato con s enormi occasioni per riflettere e porsi domande su cosa realmente sia importante. E abbiamo scoperto che quello che ci fa bene sono le relazioni, il non sentirsi soli pur nell’isolamento e la creatività con cui possiamo inventare nuovi modi per sentirci assieme”.

Cos, “passando in rassegna vari libri che avevamo in casa, ci viene l’idea di leggere dei racconti tratti dal libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli” (Favilli & Cavallo, 2018). Sono storie di donne tra loro molto diverse, ma accomunate dal fatto di essere riuscite a portare al mondo contributi importanti. La maggior parte di loro sono partite da esperienze di svantaggio o di discriminazione, per poi fiorire e realizzare qualcosa di grande”.

La gratitudine per quei momenti impagabili così tanta, che le “signore” scelgono di rispondere al dono con un altro dono: decidono di leggere a quella bimba dei racconti. Nulla di più semplice, nulla di più naturale nella gratuità di un dono che diventa relazione e reciprocità. “La sorpresa apre ad un’altra sorpresa, la reciprocità alimenta reciprocità – evidenzia Di Piazza -. Le “signore” si sentono chiamate a rispondere, leggendo a loro volta a Celeste storie di donne che possono diventare un modello positivo”. Nasce, cos, un impegno costruttivo per le “signore” che ricercano i personaggi, i contenuti, rivedono le storie e le recitano pi volte nell’arco della settimana insieme agli operatori.

Sono storie rielaborate e riscritte, che partono da “quello che a loro era rimasto pi dentro tra quelle lette da noi – prosegue Elisa -, oppure scritte dal principio con l’aiuto degli operatori della comunit”. E Celeste, che prima si dilettava nel disegnare arcobaleni, diventa la ritrattista ufficiale, perch ogni settimana trasforma la storia ascoltata in un disegno della protagonista, che dopo qualche giorno raggiunge le “signore”, che ormai lei sente anche un po’ sue. Le donne alle quali le storie sono dedicate sono: Alda Merini, Anna Politkovskaja, Marie Curie, Jane Goodall, Miriam Makeba, Frida Kahlo, Astrid Lindgren, Alicia Alonso, Rita Levi Montalcini, Malala Yousafzai, Margherita Hack, Nina Simone, Evita Peron, Mary Edwards Walker, Maria Montessori, Irena Sendlerowa, Rigoberta Mench, Samantha Cristoforetti, Amna Al Haddad, Maria Teresa di Calcutta, Florence Nightingale, Coco Chanel, Giovanna D’Arco, Maria Callas, Michelle Obama.

“A me pare che questa vicenda, conosciuta da poche persone, sia grandezza – evidenzia ancora Pierluigi Di Piazza - perchè mette insieme le persone, i sentimenti profondi, l'intuizione e l'immaginazione, la volontà di metterli in atto. grandezza, soprattutto, perch evidenzia le dimensioni fondamentali e costitutiva della vita di noi tutte e tutti: le relazioni, l'amore, l'amicizia, il riconoscimento reciproco, il prendere a cuore, il prendersi cura”.

Ma non finisce qui. Siccome, a volte, da cosa nasce cosa, quei racconti e quei ritratti sono oggi un libro, possibile anche quando sembra impossibile, con introduzione di Elisa Trevisani e prefazione di Pierluigi Di Piazza, curato e stampato con il contributo degli operatori, che si sono autofinanziati affinché il piccolo libro potesse diventare dono per le persone care, proprio per quella reciprocità e gratitudine ricevute.

“I disegni in copertina e l’impaginazione grafica di Valentina sono il simbolo di un percorso che ha un cuore (Mettiamoci il cuore e andrà tutto bene), condiviso con Celeste, Martina, Samuel, Valentina e Alessandro che hanno disegnato per noi – ricorda Trevisani - un messaggio importante, ad accompagnare i colori dell’arcobaleno che ha dipinto le infinite finestre nel tempo sospeso della quarantena”.

Il lieto fine, o lieto inizio, sta nel percorso di semplice reciprocità avviato da Celeste, tanto che “viene spontanea l’associazione ai cerchi concentrici – conclude Di Piazza -che si allargano in successione, a partire da un sasso che muove la superficie d’acqua”. A Calicantus stanno gi raccogliendo – gli operatori e le “signore” con Celeste ed Elisa - i materiali per il secondo libro, la seconda fase del progetto attualmente in corso, e stanno gi progettando il terzo. “Quest’esperienza testimonia – chiosa - che possibile, anche quando sembrerebbe impossibile”.

 

 

 

 

 

Nelle prime ore di domenica 15 novembre, agenti in borghese hanno fatto irruzione nell'abitazione di Mohamed Basheer, direttore amministrativo dell'Ong Iniziativa egiziana per i diritti della persona (Eipr), che si occupa di un ampio spettro di diritti politici, civili, economici e sociali in Egitto. Basheer è stato trasferito presso una sede dell'Agenzia per la sicurezza nazionale (i servizi segreti civili), dove è stato trattenuto per oltre 12 ore e interrogato, senza avvocato, a proposito di una visita effettuata presso la sede dell'Eipr il 3 novembre da alcuni ambasciatori e rappresentanti diplomatici di stati occidentali.

In seguito, Basheer è stato portato alla Procura suprema per la sicurezza dello stato, dove un avvocato ha potuto assistere all'interrogatorio, questa volta riguardante le pubblicazioni dell'Eipr e l'assistenza legale fornita dall'Ong alle vittime di violazioni dei diritti umani. Basheer è stato aggiunto al caso 855/2020, un'inchiesta della Procura suprema per la sicurezza dello stato che ruota intorno ad accuse infondate di terrorismo e che coinvolge importanti difensori dei diritti umani e giornalisti, tutti in carcere, tra cui Mahienour el-Masry, Mohamed el-Baqer, Solafa Magdy ed Esraa Abdelfattah.

Come ampiamente documentato da Amnesty International, la Procura suprema per la sicurezza dello stato usa la detenzione preventiva per lunghi periodi di tempo e per infondate accuse di terrorismo per imprigionare per mesi e addirittura per anni oppositori, voci critiche e difensori dei diritti umani, senza processarli.

"Arrestando Basheer, esponente di una delle più prestigiose organizzazioni indipendenti per i diritti umani, le autorità egiziane hanno dimostrato ancora una volta quanto siano intolleranti verso chi monitora la spaventosa situazione dei diritti umani nel paese. Il messaggio agghiacciante che arriva a una comunità dei difensori dei diritti umani ormai sotto assedio è: siete tutti in pericolo", ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International.

"Condanniamo nel modo più fermo l'arresto e la detenzione di Basheer e siamo convinti che egli sia stato preso di mira solo a causa del legittimo operato per i diritti umani della sua organizzazione e per aver incontrato diplomatici occidentali. Gli stati della comunità internazionale, soprattutto quelli i cui rappresentanti hanno preso parte all'incontro del 3 novembre, devono dimostrare che non accetteranno questo genere di rappresaglia e devono sollecitare le autorità egiziane a rilasciare immediatamente e senza condizioni Basheer, annullare tutte le accuse nei suoi confronti e porre fine alla persecuzione nei confronti della società civile e dei difensori dei diritti umani", ha concluso Luther.

"Le circostanze che Basheer sia stato arrestato dopo l'incontro dell'Eipr con una delegazione di ambasciatori, tra cui quello italiano, e che su tale incontro sia stato interrogato rendono particolarmente urgente e necessario un intervento della Farnesina presso le autorità egiziane affinché egli sia immediatamente scarcerato e le accuse nei suoi confronti siano ritirate", ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

"Temiamo che l'accusa di terrorismo nei confronti di un dirigente dell'Eipr possa ripercuotersi sulla vicenda di Patrick Zaki, da oltre nove mesi detenuto senza processo, che con quell'organizzazione aveva collaborato prima di trasferirsi in Italia per motivi di studio", ha aggiunto Rufini.

I presidenti di Legacoop Umbria Dino Ricci, Confcooperative Umbria Carlo Di Somma e AGCI Umbria Gabriele Nardini hanno scritto ai prefetti di Perugia e Terni, alla presidente della Regione Umbria Tesei ed all’Assessore alla sanità Coletto per richiedere con urgenza un incontro finalizzato ad affrontare i problemi della cooperazione sociale.

La lettera

"Le cooperative sociali stanno vivendo una fase di grande criticità causata dai ritardi della Regione Umbria nell’applicare le norme nazionali adottate dal parlamento per fronteggiare la pandemia e gli accordi regionali. Questi ritardi stanno causando la crisi del settore e possono causare l’interruzione dei servizi pubblici essenziali erogati.

In Umbria nelle 300 cooperative sociali sono occupati 8.000 soci lavoratori, di cui 800 persone svantaggiate, impegnati nel garantire in maniera capillare servizi educativi, sociali e socio sanitari di grande importanza per la comunità. Nella prima ondata della pandemia molti di questi lavoratori sono stati in prima linea, hanno fronteggiato il virus lavorando con dedizione e senso di responsabilità, oggi nel pieno della seconda ondata continuano a lavorare con impegno e professionalità.

Da mesi le cooperative denunciano i problemi che affliggono il settore e che mettono a rischio la sopravvivenza delle imprese. Fino ad ora nulla è stato fatto per affrontarli ed almeno in parte risolverli. Le centrali cooperative, insieme alle sigle sindacali, hanno chiesto l’apertura di un tavolo di crisi, dove poter rappresentare le istanze di un comparto delicato ed essenziale per la tenuta socio-economica della Regione.

Le conseguenze economiche dell’emergenza, unite ai ritardi accumulati dalla Regione nell’applicare accordi e norme esistenti stanno mettendo in crisi il Welfare e a rischio gli occupati, le imprese e la rete di servizi costruita negli ultimi decenni".

 

Continuano a crescere a ritmo importante i numeri di coloro che in carcere, tra detenuti e personale, risultano positivi al Covid-19. Come riportato dal Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, nell'arco di pochi giorni i contagiati hanno superato le 600 unità tra i detenuti (di cui 32 ospedalizzati) e sono oltre 800 tra il personale che, a vario titolo, opera nelle carceri. In 75 istituti su 190 si è verificato un qualche caso di contagio.

Da settembre l'osservatorio di Antigone è tornato a visitare gli istituti penali del paese, dopo lo stop alle attività che la prima fase dell'emergenza coronavirus aveva comportato. In molti casi ci si è trovati davanti a situazioni di sovraffollamento che non aiutano il contenimento del contagio, né favoriscono l'isolamento dei detenuti positivi o di coloro che, dopo un contatto con un positivo, hanno bisogno di osservare un periodo di quarantena. Su indicazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, alcune sezioni sono state sgomberate per fare posto a reparti Covid, questo ha però prodotto un ulteriore sovraffollamento in altre aree degli istituti. Inoltre, la necessità di far osservare il periodo previsto per la quarantena ai nuovi giunti, fa sì che spesso questi vengano trasferiti in carceri anche a centinaia di chilometri di distanza dalla loro città per l'arco di tempo previsto e, solo dopo, ricondotti negli istituti di compentenza.

"Ciò che occorre in questa fase - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - è ridurre i numeri della popolazione detenuta. Dopo l'importante contrazione registrata durante la prima ondata, il dato dei detenuti si era stabilizzato e, dopo l'estate, era ricominciato a crescere. Attualmente ci sono oltre 54.000 persone per circa 47.000 posti realmente disponibili. Con questi numeri, nonostante i protocolli adottati, è difficile poter contenere il diffondersi del contagio. Occorre dunque intervenire attraverso la concessione di misure alternative al carcere, in primo luogo gli arresti domiciliari, per chi ha fine pena brevi o importanti patologie pregresse. Si deve inoltre, così come sollecitato dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ridurre al minimo gli ingressi, utilizzando la custodia cautelare in carcere solo laddove è strettamente necessaria. Chi non potrà uscire - dichiara ancora Gonnella - ha bisogno di non sentirsi abbandonato. L'angoscia che si vive nel mondo libero è infatti amplificata quando ci si trova in spazi chiusi e con un'inevitabile contatto quotidiano con decine di persone. Per questo vanno potenziate le telefonate e le videotelefonate su cui alcuni istituti, dopo le concessioni della prima ondata, stavano tornando indietro. Va garantito inoltre il diritto allo studio, predisponendo la possibilità che i detenuti seguano le lezioni in dad. Questi riteniamo siano provvedimenti urgenti e necessari. Ci auguriamo che lo stesso Comitato Tecnico Scientifico possa concentrare la propria attenzione sul sistema penitenziario affinché, tanto la salute dei detenuti che quella degli operatori, sia salvaguardata".

 

  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Gennaio 2021 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31