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Domenica, 07 Marzo 2021

Sociocom è il master coordinato dal professore Andrea Volterrani dell'Università di Roma Tor Vergata. Una formazione per aspiranti comunicatori nel mondo non profit che vede la nostra testata tra i partner che ospitano le prove finali degli studenti. 

Il Master di I livello in Comunicazione Sociale è finalizzato alla formazione di figure professionali rilevanti per le organizzazioni di terzo settore e di volontariato, per le fondazioni, per le ONG, per le amministrazioni pubbliche, per le istituzioni scolastiche, per le università, per le associazioni di categoria e i sindacati con competenze e conoscenze diffuse e specifiche nell’ambito della comunicazione sociale.

In particolare il Master permette di acquisire e sviluppare competenze specialistiche in: strategie di comunicazione sociale; gestione e sviluppo delle narrazioni;  strumenti e tecniche per la comunicazione sociale; gestione (economia e diritto) della comunicazione sociale; innovazione nella comunicazione sociale. 

Il Master  è consigliato per figure impiegate nel terzo settore e volontariato, in fondazioni, ONG, amministrazioni pubbliche, istituzioni scolastiche, università, in associazioni di categoria e sindacati. La scadenza delle domande è prevista per il 14 febbraio. 

Per scaricare il Bando 2020/2021 clicca su questo link

Il ministro Speranza spieghi quali sono i principi di etica alla base del nuovo piano pandemico. È la richiesta che arriva in queste ore dalla Fish, la Federazione italiana superamento handicap.  

In particolare, a leggere le 140 pagine del documento, si percepiscono alcuni passaggi che andrebbero, perlomeno, chiariti meglio. Infatti, se da una parte si afferma che un quadro di etica è tra le fondamenta delle politiche di sanità pubblica e tali principi sono alla base della visione e della pianificazione che deve mirare a garantire risorse e protezioni giuste ed eque, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili; dall’altra, però, si afferma che «durante situazioni di crisi, i valori etici fondamentali consentono alcune azioni che non sarebbero accettabili in circostanze ordinarie». Nel documento viene altresì precisato: «ciò non significa, però, modificare i principi di riferimento, occorre, invece, bilanciarli in modo diverso. In condizioni di crisi cambiano le situazioni, non gli standard di etica».  

«Riteniamo come Fish particolarmente dolorose queste affermazioni e dunque chiediamo al Ministro di chiarirle meglio». «L’impatto della pandemia sulle nostre comunità ci ha obbligato e ci obbligherà a ripensare molte cose nella nostra vita e a rimodulare alcune priorità in una direzione che preveda innanzitutto la garanzia di una maggiore tutela della salute e della sicurezza dei cittadini tutti, ma ancor di più di coloro che sono più vulnerabili ed esposti ai rischi connessi alla condizione di salute, e tra questi vi sono senza dubbio le tante persone con disabilità», dichiara Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana superamento handicap (Fish).                            

Per questo, continua Falabella: «chiediamo senz’altro una maggiore attenzione alle Persone con disabilità e alle loro famiglie, ma soprattutto di sciogliere le ambiguità che la bozza del nuovo piano pandemico sembra contenere. Perché, c’è un altro passaggio contenuto nel documento che inquieta particolarmente. Cosa si intende quando si scrive: «i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio», si chiede il presidente della Fish: «per caso si sta ipotizzando una diversità di trattamento nell’accesso alle cure per le persone più vulnerabili?».

Nella teoria, il nuovo piano pandemico dice di ispirarsi ai principi di equità, solidarietà, fiducia.  Particolare attenzione si richiama al dovere di cura, ritenendolo un caposaldo della deontologia medica. Allo stesso tempo, però, «riteniamo ambiguo quando si riferisce che in caso di disparità tra risorse disponibili e necessità, si dovranno affrontare sfide assi rilevanti per l’allocazione delle risorse», conclude il presidente della Federazione nazionale che raggruppa la maggior parte delle associazioni italiane a tutela delle persone con disabilità: «Il ministro Speranza, dunque, è questo il nostro invito, spieghi con chiarezza quali sono realmente i principi di etica che ispirano il nuovo piano pandemico».

 

In una dichiarazione congiunta diffusa oggi Amnesty International, Jesuit Refugee Service Europe, Médecins du Monde Belgique e Refugee Rights Europe hanno sollecitato un'azione immediata per risolvere la crisi umanitaria in corso in Bosnia ed Erzegovina e individuare soluzioni istituzionali di lungo periodo per venire incontro alle necessità delle persone che transitano attraverso lo stato balcanico.

Attualmente circa 2500 migranti e richiedenti asilo, tra cui 900 ospiti del campo provvisorio di Lipa, restano senza riparo e al gelo: le autorità della Bosnia ed Erzegovina continuano a non fornire alloggi adeguati e le agenzie dell'Unione europea tendono sempre ad appoggiare soluzioni di corto respiro.

"Gli alloggi per accogliere la maggior parte delle persone che stanno dormendo all'addiaccio ci sarebbero, quella che manca è la volontà politica. Le autorità a ogni livello devono fornire immediatamente rifugi e assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno", ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell'ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

Negli ultimi tre anni l'Unione europea ha messo a disposizione della Bosnia ed Erzegovina oltre 88 milioni di euro in fondi di assistenza per migliorare la gestione dei flussi migratori. Ciò nonostante, le autorità del paese non hanno individuato strutture adeguate ad accogliere migranti e richiedenti asilo, assumere piena responsabilità per la gestione di quelle esistenti e fornire il sostegno minimo necessario alle persone in transito. "L'Unione europea deve collaborare con la Bosnia ed Erzegovina nella ricerca di soluzioni sistemiche e durevoli per venire incontro ai bisogni delle persone che si trovano sul suo territorio e assicurare che questa situazione non si ripeta il prossimo inverno", ha aggiunto Geddie.

"Le responsabilità dell'Unione europee sono chiare: l'attuale crisi umanitaria è anche una conseguenza delle sue politiche di rafforzamento dei confini, che hanno lasciato migliaia di persone in stato d'abbandono nelle zone interne periferiche o negli stati confinanti", ha commentato Geddie.

Molte delle persone in pericolo sono ospitate in un campo provvisorio e improvvisato a Lipa, chiuso il 23 dicembre 2020, andato in fiamme durante la chiusura e diventato ora una terra desolata e inabitabile. Nell'ultimo fine-settimana, le autorità hanno allestito decine di tende riscaldate ma oltre 400 persone rimangono in rifugi improvvisati nonostante le abbondanti nevicate e le temperature già rigide e destinate a precipitare ulteriormente nei prossimi giorni. "Senza accesso all'acqua corrente, riscaldamento e servizi igienici inadeguati e di fronte ai crescenti rischi per la salute e l'incolumità delle persone, Lipa è tutto meno che adeguato come centro di accoglienza permanente", ha sottolineato Geddie.

Fuori da Lipa molte persone, tra cui famiglie con bambini piccoli, continuano a cercare riparo nei parchi, in case abbandonate, in fabbriche dismesse e nelle foreste al confine con la Croazia. Date le durissime condizioni climatiche, hanno disperato bisogno di riparo e di assistenza umanitaria.

"In conclusione, il contributo dell'Unione europea per superare la crisi umanitaria risulterà vano se non cambieranno le politiche che l'hanno causata. L'Unione europea deve creare opportunità più autentiche, attraverso percorsi legali e sicuri, in favore di coloro che cercano salvezza in Europa dai conflitti, dalla persecuzione e dalla povertà", ha concluso Geddie.

 

 

In occasione dell'ingresso nel ventesimo anno di operatività e mentre un nuovo presidente sta per insediarsi alla Casa Bianca, Amnesty International ha diffuso un nuovo rapporto sulle violazioni dei diritti umani ancora in corso nel centro di detenzione di Guantánamo Bay.

"Il nostro rapporto non riguarda solo le 40 persone ancora detenute, ma anche i crimini di diritto internazionale commessi a Guantánamo negli ultimi 19 anni e la continua mancanza di accertamento delle responsabilità. Riguarda allo stesso tempo il futuro, dato che nel 2021 saranno trascorsi 20 anni dagli attacchi dell'11 settembre e dall'inizio della ricerca di una giustizia autentica", ha dichiarato Daphne Eviatar, direttrice del programma Sicurezza e diritti umani di Amnesty International Usa.

Il rapporto descrive tutta una serie di violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei detenuti di Guantánamo, dove ancora oggi vittime di tortura sono trattenute a tempo indeterminate, senza cure mediche adeguate e in assenza di un processo equo. I trasferimenti si sono fermati e anche i detenuti per i quali è stato deciso il rilascio anni fa restano lì.

Il centro di detenzione di Guantánamo è stato aperto nel contesto della "guerra globale al terrore", la risposta statunitense agli attacchi dell'11 settembre, con l'obiettivo di ottenere informazioni d'intelligence a spese delle tutele sui diritti umani.

Nei confronti di persone sottratte alla supervisione giudiziaria e trattenute a Guantánamo o in centri segreti di detenzione diretti dalla Central intelligence agency (Cia), sono stati commessi crimini di diritto internazionale come torture e sparizioni forzate.

Il rapporto di Amnesty International chiede un genuino e urgente impegno in favore della verità, dell'accertamento delle responsabilità e dei rimedi giudiziari insieme al riconoscimento che la detenzione a tempo indeterminate a Guantánamo non può proseguire oltre.

"Le persone ancora detenute sono inesorabilmente intrappolate a causa di multiple condotte illegali dei governi Usa: trasferimenti segreti, interrogatori in regime d'isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame, torture, sparizioni forzate e il totale diniego del diritto a un giusto processo", ha commentato Eviatar.

Nel 2009, in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l'allora vicepresidente e ora presidente eletto Joe Biden dichiarò: "Rispetteremo i diritti delle persone che vogliamo portare a processo e chiuderemo il centro di detenzione di Guantánamo Bay (...) I trattati e gli organismi internazionali che edifichiamo devono essere credibili ed efficaci".

Dodici anni dopo, mentre si appresta a diventare presidente degli Usa, Biden ha l'occasione per dare seguito alle sue parole. Non deve perderla.

Nei giorni scorsi ASGI ha verificato che l'accertamento socio-sanitario dell'età di una persona trattenuta nel Centro per il Rimpatrio di Ponte Galeria di Roma, che si è dichiarata minorenne, è stato eseguito al di fuori della procedura stabilita dalla legge, senza il coinvolgimento della Procura della Repubblica che, a partire dal 6 maggio 2017, è l'unica titolare della procedura per tali verifiche .

L'8 gennaio 2020 è stata perciò inviata una lettera alla Questura, alla Procura della Repubblica e al Tribunale di Roma, oltre che al Garante Nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale,  al Garante Nazionale per l'Infanzia e l'adolescenza  e ai garanti regionali  per segnalare il caso, chiedendo  di vigilare sul rispetto delle garanzie riconosciute dall'ordinamento in favore dei minori stranieri non accompagnati, esposti al concreto rischio di una generalizzata indebita compressione dei diritti loro spettanti.

"Esprimiamo preoccupazione per l'attuazione di tale prassi di identificazione, che appare lesiva del diritto del minore e in contrasto con la normativa italiana che prevede una serie di specifiche e inderogabili tutele e la cui corretta applicazione costituisce un presupposto essenziale affinché siano loro applicate le misure di protezione e assistenza previste".

Sono sei i progetti selezionati con il bando “Non uno di meno”, promosso dalla Regione Lazio e dall’impresa sociale Con i Bambini per contrastare i rischi di dispersione scolastica nella fascia di età 6-13 anni e supportare le famiglie attraverso presìdi educativi nei quartieri con maggiore grado di vulnerabilità sociale del Lazio, in particolare nella fase immediatamente successiva all’emergenza sanitaria. I progetti sono sostenuti con fondi dell’avviso che metteva a disposizione complessivamente 1 milione di euro suddiviso, in modo paritetico, tra Regione Lazio e l’impresa sociale Con i Bambini.

 Le sei iniziative si sviluppano su tutto il territorio regionale, 3 ricadono rispettivamente nelle province di Viterbo, Rieti e Frosinone, 1 nella provincia di Roma (Castelli Romani) e 2 nel comune di Roma (quartiere di San Basilio e Lunghezza), complessivamente coinvolgono 1.850 minori tra i 6 e i 13 anni, 1.100 nuclei familiari e 100 docenti circa. Per la realizzazione di progetti saranno coinvolti complessivamente 42 partner.

“Il bando ‘Non uno di meno’ - dichiara Marco Rossi-Doria, Vicepresidente di Con i Bambini – rappresenta una ‘prima volta’ molto significativa ed esemplare, di collaborazione operativa pubblico-privato sociale tra la Regione Lazio e l’impresa sociale Con i Bambini che attua i programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Un aspetto che mi piace sottolineare anche perché è in continuità con lo spirito e la missione del Fondo, che a sua volta mette insieme Stato, Fondazioni di origine bancaria e Terzo settore per contrastare efficacemente il fenomeno della povertà educativa in Italia. Puntiamo in modo strategico sulle ‘comunità educanti’, ovvero attivando una pluralità di soggetti, dalla scuola agli enti locali, alle associazioni, alle famiglie e agli stessi ragazzi, per arginare insieme un fenomeno che con l’avanzare della crisi economica, delle disparita sociali ed educative prodotte e ampliate dall’emergenza Covid, rappresenta una minaccia concreta non solo per ragazzi e famiglie in seria difficoltà, ma più in generale per il futuro del Paese. Occorre aprire ‘cantieri educativi’, avere presìdi più forti, offrire sostegno e opportunità a bambini, ragazzi e famiglie, supportare le scuole. In tal senso – conclude Rossi-Doria – questo bando offre una valida risposta al territorio, con sei interventi che si aggiungono a quelli già avviati direttamente con il Fondo”.

Nei suoi discorsi, messaggi audio e tweet il presidente Trump continua a rifiutare il risultato elettorale e incita i suoi sostenitori. Il risultato è che il 6 gennaio migliaia di essi hanno dato l'assalto alla sede del Congresso Usa.
 
"Il rifiuto del presidente Trump di facilitare il trasferimento pacifico dei poteri pone i diritti umani, la sicurezza pubblica e lo stato di diritto in grave pericolo. L'abbraccio del presidente ai gruppi suprematisti bianchi ed estremisti ha alimentato ulteriormente il caos e la violenza. Tutte le autorità statunitensi devono rispettare, proteggere e attuare i diritti umani, compreso quello di essere liberi dalla violenza, dalle intimidazioni e dal razzismo", ha dichiarato Bob Goodfellow, direttore generale ad interim di Amnesty International Usa.
 
"Amnesty International lavora per un mondo in cui tutti coloro che hanno posizioni di potere rispettino la legge, osservino i loro obblighi sui diritti umani e siano chiamati a rispondere quando non lo fanno. In tutto il mondo, siano testimoni degli eventi drammatici che si verificano quando autorità di governo diffondono false informazioni e incitano alla violenza razzista e politica per restare al potere. Il mondo, compresi i nostri dieci milioni di iscritti e sostenitori, osserva cosa sta accadendo", ha aggiunto Goodfellow.
 
"È il momento di ammettere la realtà. Il presidente Trump ha ripetutamente incoraggiato i suoi sostenitori ai disordini e alla violenza. Questo è il comportamento di un istigatore, non di un leader. Tutte le autorità pubbliche degli Usa devono condannare le parole del presidente", ha commentato Goodfellow.
 
Amnesty International Usa sta monitorando la situazione ed è profondamente preoccupata per quanto sta accadendo nel paese. L'organizzazione per i diritti umani chiede al presidente di raffreddare e non surriscaldare il clima di paura, di incertezza e di disordini e di assicurare che lui e il suo staff diffonderanno solo informazioni credibili e affidabili, contrasteranno quelle false e fuorvianti e impediranno e condanneranno attacchi e intimidazioni.

Continuano gli scontri nella Repubblica Centrafricana (RCA), ormai quotidiani dopo le elezioni dello scorso 27 dicembre. Ieri la coalizione dei gruppi armati ha attaccato e preso il controllo di Bangassou, città nel sud-est del paese situata al confine con la Repubblica Democratica del Congo (RDC). I team di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno curato d'urgenza 12 persone nell'ospedale regionale, mentre sono oltre 110 i feriti assistiti dal 21 dicembre a oggi in diverse città.

Emmanuel Lampaert, capomissione di MSF in RCA: "Nella giornata di ieri, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno trasferito e curato d'urgenza 12 feriti presso il Bangassou Regional University Hospital (HRUB), struttura sanitaria che supportiamo dal 2014. Nei giorni precedenti all'attacco, migliaia di persone sono fuggite dalla città e hanno attraversato il fiume Mbomou per cercare rifugio a Ndu, nella vicina RDC dove anche qui MSF supporta il centro di salute locale. I team di MSF sono in azione per dare maggiore sostegno al centro di salute con più personale, farmaci e stanno lavorando per rafforzare ulteriormente il supporto medico alla popolazione sfollata”.

“L'attacco a Bangassou – continua Lampaert - non è un caso isolato nella RCA, colpita da una forte insicurezza a causa delle elezioni dello scorso 27 dicembre che si sono svolte in un clima di grande tensione. Il 28 dicembre sono rimaste uccise diverse persone durante un attacco ad un autobus a Grimari, vicino Bambari. Tra loro anche un operatore di MSF, non in servizio durante l'attacco. Nonostante alcune attività siano state ridotte o sospese per la sicurezza dei pazienti e del nostro staff, la maggior parte dei servizi forniti da MSF nel paese resta attiva. Dal 21 dicembre, i nostri team hanno curato più di 110 feriti a Bossangoa, Bangui, Bangassou, Bambari e Batangafo”.

“In un paese in uno stato di emergenza medica cronica, il peggioramento delle condizioni di sicurezza rende ancor più difficile, per migliaia di persone, l'accesso già limitato alle cure mediche essenziali. MSF esorta tutti gli attori coinvolti nel conflitto armato a non ostacolare il lavoro degli operatori sanitari per garantire cure mediche tempestive, a rispettare il dovere di proteggere i civili e gli operatori umanitari e a non colpire le strutture sanitarie, le ambulanze, il personale medico-sanitario e i pazienti", conclude il capomissione Msf.

 

"Il 2020 delle carceri italiane è stato inevitabilmente segnato dallo scoppio della pandemia di Covid-19, che ha cambiato il volto anche di questi luoghi, chiudendoli ancor di più al mondo esterno, allontanando dagli istituti volontari, famigliari, personale scolastico e lasciando ai detenuti un in più di pena rispetto a quella che stanno scontando e di cui, a pandemia finita, non si potrà che tenere conto". Esordisce così Patrizio Gonnella, nel consueto punto di fine anno di Antigone.
Al 2020 il sistema penitenziario si era presentato con numeri in aumento per quanto riguarda i detenuti presenti. Quando a fine febbraio la pandemia è esplosa nel paese, nelle prigioni italiane le persone recluse erano oltre 61.000, a fronte di 50.000 posti regolamentari, anche se quelli disponibili erano e sono circa 3.000 in meno. Il tasso di affollamento ufficiale era superiore al 120%.

"L'impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale edi evitare assembramenti, due cose impossibili da fare nelle nostre carceri. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo hanno interessato decine di istituti in tutto il paese", ricorda ancora Gonnella.

Durante quelle proteste quattordici detenuti morirono nelle carceri di Modena e Rieti e alcuni episodi di presunte violenze si verificarono nei giorni successivi in altri istituti. In alcuni casi Antigone ha presentato degli esposti alle competenti Procure, cosa che da molti anni fa parte del lavoro di contezioso portato avanti dall'Associazione. Nell'arco di poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è diminuito in maniera importante (circa 8.000 unità in meno), merito soprattutto del lavoro della magistratura di sorveglianza, che ha utilizzato in maniera ampia tutti i propri poteri per permettere al maggior numero di detenuti di scontare l'ultima parte della pena alla detenzione domiciliare.

"Tuttavia, alla fine della prima ondata, anche queste politiche deflattive hanno subito un arresto e, nonostante ci fossero ancora 6.000 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari, il loro numero nei mesi estivi, anche se in maniera contenuta, è addirittura ricominciato a crescere" sottolinea ancora il presidente di Antigone. "Così, allo scoppio della seconda ondata, le carceri erano ancora in una situazione di sovraffollamento e con una carenza di spazi che permettessero di prevenire il contagio". A fine novembre i detenuti e le detenute erano 54.638.

La nota positiva di questo periodo sta nel largo utilizzo della tecnologia per le videochiamate. "Per anni - ricorda Patrizio Gonnella - abbiamo chiesto che le carceri fossero dotate di tablet e telefonini con programmi per le videochiamate che potessero consentire di mantenere un rapporto più stretto con i propri famigliari. Ci siamo sempre sentiti rispondere che c'erano questioni di sicurezza che ostacolavano questa dotazione. Tuttavia, in pochi giorni, dopo la chiusura dei colloqui in tutte le carceri del paese sono arrivati questi dispositivi e, a tutti i detenuti, sono state concesse chiamate extra rispetto ai 10 minuti a settimana previsti dall'ordinamento penitenziario. L'augurio - sottolinea il presidente di Antigone - è che finita la pandemia su questo terreno non si torni indietro". Un anno difficile come questo non poteva che avere un effetto negativo anche sui suicidi. Secondo il dossier "morire di carcere", curato da Ristretti orizzonti, nel 2020 sono stati 56.

I NUMERI DEI CONTAGI

Durante la prima ondata i positivi al Covid-19 nelle carceri erano arrivati ad un picco massimo di circa 160 detenuti nei primi giorni di maggio, mantenendosi, da metà aprile, sempre oltre le 100 unità. I morti erano stati 4. Ben diverso quello che è avvenuto nella seconda ondata, quando i detenuti positivi sono arrivati ad essere più di 1.000, con diversi istituti dove si sono registrati veri e propri focolai, con decine di reclusi risultati positivi: Terni, Sulmona, Tolmezzo, Busto Arsizio e diversi altri. I detenuti deceduti a causa del Covid-19 durante questa ondata autunnale sono stati 7.

IL RECOVERY FUND PER UN NUOVO SISTEMA PENITENZIARIO

Dal Recovery Fund dovrebbero arrivare all'Italia oltre 200 miliardi di euro. Una parte andranno alla Giustizia e al sistema penitenziario per essere spesi. "Con questi fondi sarà importante investire per innovare un sistema che ha bisogno di modernizzazione, creatività e investimenti nel campo delle risorse umane" dichiara Patrizio Gonnella. "Quello che serve è investire nelle misure alternative, più economiche e più utili nell'abbattere la recidiva rispetto al carcere. Si devono ristrutturare le carceri esistenti, potenziando le infrastrutture tecnologiche per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video-colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi. Bisogna investire nel capitale umano, assumendo più personale civile - direttori, educatori, mediatori, psicologi - ed equiparando il loro trattamento economico a quello di chi porta la divisa. Insomma - conclude il presidente di Antigone - quello che serve è un nuovo sistema penitenziario".

 

In occasione della giornata internazionale dei migranti ASGI lancia l'allarme sulle attività di respingimento messe in pratica da Frontex e ne chiede l'immediata interruzione. 

A seguito delle accuse mosse nei confronti dell'Agenzia da un'inchiesta condotta da diversi giornalisti, che “dimostrava la complicità di Frontex in una serie di episodi di respingimento verso la Turchia nel mare Egeo, diversi europarlamentari hanno richiesto le dimissioni del direttore Fabrice Leggeri il quale - in audizione presso la Commissione LIBE il 1 dicembre - ha negato qualsiasi coinvolgimento dell'agenzia e del suo personale negli episodi di respingimento”. 

Eppure la pratica illegale di violenti respingimenti di migranti che si sono verificati per molti mesi alle frontiere esterne dell'UE - in piena impunità è dettagliatamente descritta nelle 1500 pagine del Libro nero sui respingimenti collettivi, reso noto oggi e compilato da una Rete di monitoraggio presente alle frontiere.

In una nota di approfondimento ASGI cerca di delineare “il controverso ruolo di Frontex e il regime di impunità nel quale gravita l'Agenzia evidenziando i principali punti critici presenti nel mandato di Frontex e nel suo operato: un rischio elevato di violazioni dei diritti fondamentali particolarmente evidenti nell'ambito della sorveglianza della frontiera marittima; l'opacità circa il concreto funzionamento delle operazioni di Frontex; la scarsa trasparenza in merito ai mezzi utilizzati e soprattutto in merito alla catena di comando delle operazioni alle frontiere europee con una conseguente allarmante tentativo di deresponsabilizzazione dei funzionari europei operanti nell'agenzia di frontiera”.

A fronte di quanto emerso dalle inchieste giornalistiche e dalla successiva audizione, ASGI richiede: “l'interruzione immediata da parte di Frontex di qualunque attività di respingimento alle frontiere marittime; l'interruzione da parte di Frontex di qualsiasi forma di complicità operativa con le autorità dei Paesi Membri e dei Paesi Terzi che attuano violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri, quali ad esempio respingimenti collettivi; la messa in atto da parte di Frontex e delle istituzioni UE di meccanismi giurisdizionali effettivi, indipendenti ed efficaci al fine di permettere di contestare le violazioni dei diritti fondamentali da parte dell'Agenzia e del suo personale”.

In attesa che vengano attivati meccanismi efficaci di controllo e accountability, ASGI chiede “la cessazione di qualunque attività di Frontex, che si è dimostrata – ancora una volta – complice di gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle persone in movimento”. 

 

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