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Giovedì, 20 Febbraio 2020

Altre due date dedicate agli incontri di formazione e animazione sul tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. Ancora due città coinvolte da “JobLab – Laboratori, percorsi e comunità di pratica per l’occupabilità e l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità”, progetto fortemente voluto da FISH e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Dopo Milano e Torino nel dicembre scorso, è ora la volta di Terni il 6 febbraio e Roma il giorno successivo, ancora con la collaborazione delle organizzazioni del territorio e ancora una volta rivolgendosi ai dirigenti associativi e a chi opera nei servizi sociali e in quelli per l’impiego. Incontri gratuiti e aperti a tutti.

A Terni il titolo è eloquente: “Il progetto personalizzato d’integrazione lavorativa”. L’incontro si propone di descrivere percorsi e formulare ipotesi per una efficace inclusione lavorativa e un rafforzamento dell’occupabilità delle persone con disabilità. L’attenzione verrà posta sulla personalizzazione del percorso nelle sue diverse fasi, l’empowerment della persona e il lavoro di rete con il territorio e le comunità di riferimento. Il forte interesse è dimostrato anche dalle collaborazioni all’incontro: oltre alla FISH Umbria, collaborano le Città di Perugia e Terni, ARPAL Umbria e Cesvol Umbria. Appuntamento alle 9 del 6 febbraio a Terni, presso il Centro per l’Autonomia Umbro.

Il 7 febbraio la FISH Lazio dà invece appuntamento a Roma alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre. Inizia alle 15 l’incontro su “La rete territoriale del collocamento mirato”. La normativa nazionale sul collocamento mirato prevede un ruolo significativo dei servizi per l’impiego, ruolo che risulta profondamente influenzato dalle diverse scelte regionali, dalla relativa organizzazione dei servizi e, spesso, dall’attenzione alla più ampia rete territoriale di supporto al collocamento e alla presa in carico delle persone con disabilità.

L’incontro si propone di trasferire alcuni strumenti per la conoscenza delle reti territoriali e di prospettare strategie e soluzioni per il loro consolidamento. Entrambi gli incontri saranno condotti dall’esperta Cristina Ribul Moro (Medialabor srl) e prevedono al termine un confronto con il pubblico. Ed ambedue gli appuntamenti, come di prassi per FISH, saranno sottotitolati.

JobLab proseguirà poi il suo percorso con altri appuntamenti in altre 8 regioni e lanciando fra qualche settimana anche un modulo di formazione a distanza sul collocamento mirato, rivolto in particolare agli operatori sociali.

Nel frattempo all’indirizzo https://www.fishonlus.it/progetti/joblab/ è stata attivata una Comunità di Pratica su questi temi, aperta a chiunque voglia approfondire, confrontarsi, discutere.

 

 

 

 

Grande attesa al Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia per l’imminente ritorno, dopo otto anni di assenza, di un’importante testimonianza del passato romano della Calabria.

Si tratta, infatti, del busto femminile in basanite, risalente ad età claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina, durante lo scavo di un’importante villa suburbana, avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del ‘900, durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna.

Ai tempi, la scoperta della statua fece scalpore, nonostante la bocca e il naso fossero danneggiate, in quanto sia il materiale (basalto nero), che la tecnica di esecuzione, erano di pregevole fattura. Grazie all’ottima resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell’epoca si è potuto datare con precisione la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 d.C. al 54 d.C.

Già dal momento del ritrovamento si propose l’identificazione con Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

Tale scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell’impegno della Direzione Generale Musei, della DG ABAP e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, sarà restituita al Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia che ha sede nel castello di Vibo Valentia dove sarà esposta nella sezione romana accanto al busto di Marco Vipsanio Agrippa.

Il Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, diretto dalla dottoressa Adele Bonofiglio, è afferente al Polo museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Antonella Cucciniello.

 

Il coronavirus ha mostrato un altro grande virus presente nel nostro Paese: una mala informazione dedita ad allarmismi e paure. Nonostante l’invito sì al monitoraggio ma alla cautela di importanti associazioni mondiali di medici delle malattie infettive e di scienziati di livello internazionale come Antonio Giordano non sono mancati i cosiddetti titoli choc: “Virus, Italia colpia”, “Il nuovo colera”.

Ad aiutare e a fomentare questo allarmismo a mezzo stampa anche la dichiarazione di emergenza nazionale di fronte a due soli casi riscontrati e sotto controllo. A questo aspetto si aggiungono forme di sciacallaggio attraverso le chat come audio farlocchi di presunti inviati a Wuhan. Una vera e propria bolla di disinformazione che sui temi della salute rischia di diventare un vero e proprio procurato allarme.

L’appello dell’Ordine dei giornalisti

"La prima emergenza per un virus all'epoca dei social, richiama i giornalisti professionali ad un eccezionale sforzo di comprensione equilibrio e responsabilità. È necessaria un'informazione piena e verificata, senza sottacere gli eventuali rischi e le cautele da attuare, ma sono assolutamente da evitare enfatizzazioni e allarmismi". Lo sottolinea il presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti Carlo Verna.

"Siamo noi giornalisti professionali a dover costituire un modello anche per chi comunica attraverso i social – prosegue Verna -, e da quella comunicazione dobbiamo evitare di correre il rischio di uscirne condizionati. L'appello è quello ad usare le regole di sempre, applicando un'accurata e scrupolosa verifica delle fonti".

 

Secondo il Rapporto Italia di Eurispes, l’affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario, raccoglie il generale disaccordo degli italiani (76%), non manca però chi concorda con questa idea (23,9%). Gli ebrei controllerebbero i mezzi d’informazione a detta di più di un quinto degli italiani intervistati (22,2%), mentre i contrari arrivano al 77,7%.

La tesi secondo cui gli ebrei determinano le scelte politiche americane incontra la percentuale più elevata di consensi, pur restando minoritaria: il 26,4%, contro un 73,6%. Rispetto all’affermazione che l’Olocausto degli ebrei non è mai accaduto, la quota di accordo si attesta al 15,6%, a fronte dell’84,4% non concorde. Invece, l’affermazione secondo cui l’Olocausto non avrebbe prodotto così tante vittime come viene sostenuto trova una percentuale di accordo solo lievemente superiore: 16,1%, mentre il disaccordo raggiunge l’83,8%.

A distanza di oltre 15 anni, nel confronto con l’indagine condotta dall’Eurispes su questi stessi temi, la percentuale di italiani secondo i quali gli ebrei determinano le scelte politiche americane è oggi più bassa: dal 30,4% al 26,4%. Nel 2004 per oltre un terzo del campione (34,1%) gli ebrei controllavano in modo occulto il potere economico e finanziario, nonché i mezzi d’informazione, mentre oggi la percentuale risulta inferiore ad un quarto. Aumenta invece il numero di cittadini secondo i quali lo sterminio degli ebrei per mano nazista non è mai avvenuto: dal 2,7% al 15,6%. Risultano in aumento, sebbene in misura meno eclatante, anche coloro che ne ridimensionano la portata (dall’11,1% al 16,1%).

Antisemitismo: episodi violenti sono casi isolati, ma esiste un problema di un linguaggio diffuso basato su odio e razzismo. L’allarme arriva dai giovani. Secondo la maggioranza degli italiani, recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati, che non sono indice di un reale problema di antisemitismo nel nostro Paese (61,7%). Al tempo stesso, il 60,6% ritiene che questi episodi siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Per meno della metà del campione (47,5%) gli atti di antisemitismo avvenuti anche in Italia sono il segnale di una pericolosa recrudescenza del fenomeno. Per il 37,2%, invece, sono bravate messe in atto per provocazione o per scherzo.

Il raid al cimitero ebraico di Napoli

Sono stati numerosi gli episodi di aggressione verbale e scritte antisemite. A Napoli è stata anche danneggiata la lapide di Ascarelli nel cimitero ebraico. Alla comunità napoletana è arrivato il sostegno delle rappresentanze che gestiscono le imprese funerarie. "Apprendiamo da fonti di stampa che in un raid vandali hanno danneggiato il Cimitero Israelitico di Napoli, arrivando a sfregiare anche la tomba di un simbolo di Napoli come Ascarelli. Accade proprio durante i Giorni dedicati alla Memoria della Shoah. A questa recrudescenza di sentimenti antisemiti tutti hanno il dovere morale di schierarsi contro ogni tipologia di razzismo, inclusi noi". Questa la presa di posizione di Gennaro Tammaro, dell'omonima ditta di onoranze funebri e delegato EFI (Eccellenza Funeraria Italiana, sindacato di categoria delle agenzie funebri) per la Campania.

 "Siamo pronti – spiega Tammaro – a tendere la mano alla comunità ebraica colpita vigliaccamente in un luogo simbolo. Mettiamo immediatamente a disposizione tutte le nostre risorse per progetti comuni di tutela del Cimitero Israelitico che includano sorveglianza, scambio culturale, diffusione della storia e della tradizione di quel luogo sacro".

 "Speriamo – concludono i rappresentanti EFI Campania – si tratti solo di un episodio isolato, ma è nostro dovere non abbassare la guardia e fare fronte comune".

 

Legacoop Veneto e Inail Veneto insieme per prevenire il fenomeno. In arrivo le linee guida per le cooperative della sanità e dei servizi al pubblico e per riconoscere, prevenire e gestire situazioni di aggressione nei posti di lavoro. Sono dedicate agli operatori di cooperative che svolgono attività a diretto contatto con il pubblico, ad esempio nei settori sociosanitario e socioassistenziale o dei servizi (come biglietteria, guardiania, trasporti). Lavoratori che – dati alla mano – presentano una maggiore esposizione al rischio di aggressione fisica o verbale: un rischio peraltro in crescita negli ultimi anni.

Il manuale – una sorta di decalogo, con suggerimenti concreti, predisposto con il contributo di una psicologa - supporterà i lavoratori e le direzioni delle cooperative proponendo il modus operandi migliore, in base alle situazioni e ai diversi contesti. Sarà presentato nel corso di un convegno che si svolgerà martedì 4 febbraio alle ore 9.30, nella sala Ravagnan presso la sede di Legacoop Veneto a Marghera (via Ulloa, 5).

Tra i capisaldi, la comprensione degli elementi su cui si basa l’aggressività, una adeguata valutazione dei rischi, la definizione di misure organizzative idonee a prevenire e gestire nel modo più opportuno ed efficace episodi di violenza fisica o verbale. Tutto questo passa attraverso la definizione di procedure di gestione delle situazioni di rischio, l’adozione di modalità corrette di comunicazione da parte dei lavoratori verso i destinatari dei servizi, la capacità di ascolto empatico, di riconoscimento e controllo delle emozioni, e infine la segnalazione e l’attenta mappatura degli episodi.

Le linee guida arrivano a conclusione di un ampio percorso progettuale che ha dato declinazione al protocollo siglato nel dicembre 2018 da Legacoop Veneto con la Direzione regionale di Inail Veneto, intitolato “La prevenzione del rischio aggressività in contesti di assistenza sanitaria e di servizi pubblici”. Tra le azioni importanti messe in campo dal progetto, il primo in Veneto di questo genere nei settori interessati, la somministrazione a 350 lavoratori di un questionario, in collaborazione con Isfid Prisma, che ha permesso di sensibilizzare le persone e al contempo di fotografare il fenomeno nelle imprese associate. A supporto concreto, un servizio informativo telefonico gestito da operatori qualificati e uno sportello presidiato da una psicologa.

Ad aprire i lavori del seminario saranno Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto, e Daniela Petrucci, direttore regionale di Inail Veneto. Seguiranno l’introduzione al progetto di Davide Mantovanelli, responsabile del progetto per Legacoop Veneto; l’illustrazione dei risultati dell’indagine svolta nelle cooperative per analizzare la percezione del rischio aggressività da parte di Giovanna Favarato di Isfid Prisma, infine, la presentazione delle linee guida operative della psicologa Tatiana Favaro.

 

Mai più discriminazioni di genere o violenze nei luoghi di lavoro. È l’obiettivo dell’accordo sottoscritto tra Confcooperative, Legacoop, Agci e Cgil, Cisl e Uil per favorire e consolidare dentro il sistema cooperativo lo sviluppo di una cultura organizzativa contraria a qualsiasi forma di discriminazione, violenza e molestia di genere nei luoghi di lavoro.

L’intesa impegna i firmatari a introdurre nei singoli CCNL nuove disposizioni tese a prevenire e tutelare forme di discriminazione, molestia o violenza di genere nei luoghi di lavoro, anche elaborando codici di condotta o linee guida, favorendo momenti collettivi di sensibilizzazione e formazione sul tema ai diversi livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale).

Prevista, inoltre, la promozione di iniziative di informazione e di formazione per tutte le figure coinvolte, con lo scopo di prevenire l’insorgere di comportamenti molesti e violenti nei luoghi di lavoro attraverso la diffusione di una maggiore consapevolezza e capacità di discernimento del fenomeno e dei comportamenti a rischio.

A questo fine vengono previste azioni di sensibilizzazione per il recepimento di uno specifico modello di dichiarazione attraverso una apposita delibera del Consiglio di Amministrazione della cooperativa.

 

A dicembre 2019, l'occupazione risulta in calo rispetto al mese precedente, mentre l'inattività cresce e il numero di disoccupati aumenta lievemente a fronte di un tasso di disoccupazione che rimane stabile.

Gli occupati diminuiscono di 75 mila unità (-0,3%) e il tasso di occupazione scende al 59,2% (-0,1 punti percentuali). La flessione dell'occupazione interessa uomini e donne, gli individui tra 25 e 49 anni (-79 mila), i lavoratori dipendenti permanenti (-75 mila) e gli indipendenti (-16 mila). Gli occupati aumentano tra i 15-24enni (+6 mila) e tra i dipendenti a termine (+17 mila), rimanendo sostanzialmente stabili tra gli ultracinquantenni. Lo rileva l’Istat a dicembre 2019

La lieve crescita delle persone in cerca di lavoro si registra tra gli uomini (+2,2%, pari a +28 mila unità) e tra gli under50, a fronte di una diminuzione tra le donne (-2,2%, pari a -27 mila unità) e gli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione risulta tuttavia stabile al 9,8%; rimane invariato anche il tasso di disoccupazione giovanile (28,9%).

La crescita degli inattivi riguarda sia gli uomini sia le donne e tutte le fasce d'età a esclusione dei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di inattività sale al 34,2% (+0,1 punti percentuali). Nel quarto trimestre 2019, l'occupazione risulta in lieve crescita (+0,1%, pari a +13 mila unità) tra le donne (+19 mila) e i dipendenti (+43 mila); segnali positivi si osservano anche per i 25-34enni (+12 mila) e gli over 50 (+48 mila). In calo dello 0,6% gli indipendenti (-30 mila).

Nello stesso trimestre diminuiscono lievemente sia le persone in cerca di occupazione sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-32 mila unità). Rispetto a dicembre 2018 la crescita dell'occupazione (+0,6%, pari a +136 mila unità), coinvolge donne, uomini e tutte le classi d'età ad eccezione dei 35-49enni per i quali la diminuzione è imputabile al decrescente peso demografico. Aumentano anche i lavoratori dipendenti (+207 mila unità), soprattutto permanenti (+162 mila), mentre gli occupati indipendenti diminuiscono di 71 mila unità.

Nell'arco dei dodici mesi, l'aumento degli occupati si accompagna a un calo dei disoccupati (-5,3%, pari a -143 mila unità) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,9%, pari a -115 mila).

 

Dai dati e dalle rilevazioni del Rapporto Italia 2020 di Eurispes emerge l’identikit di un Paese che “galleggia”, lontano dalla politica, dal Governo e dal Parlamento; di una popolazione che si è adattata allo stato di perenne crisi ma che continua a “bruciare” ricchezza e risparmi. Un Paese “incattivito” che guarda con diffidenza e poca tolleranza gli stranieri e che, in molti casi, giustifica episodi di razzismo e antisemitismo. Un Paese che non genera figli ma, nello stesso tempo, ama sempre di più la compagnia degli animali e mostra una cresciuta sensibilità nei confronti dei problemi dell’ambiente.

Fiducia nelle istituzioni: il trend positivo si arresta

Meno del 15% degli italiani esprime fiducia nel sistema delle Istituzioni del nostro Paese. Nel 2020, la quota di chi ha un atteggiamento positivo si ferma al 14,6% (-6,2% rispetto al 2019, anno in cui si era registrato il miglior risultato dal 2014); poco meno della metà (46,6%) indica che la fiducia non ha subìto variazioni. Gli sfiduciati, però diminuiscono dal 29,4% al 24,9%. Mattarella, resiste come punto di riferimento: il Presidente della Repubblica raccoglie il plauso di più della metà degli italiani e ottiene un tasso di consensi pari al 54,9% (era al 55,1% nel 2019).

Nessuno dei tre poteri dello Stato riesce a conquistare presso i cittadini una fiducia che vada oltre il 50%. Inoltre per Governo e Parlamento, calano i consensi. Più fiducia nella Magistratura. Poco più di un quarto degli italiani (26,3%) ripone fiducia nell’attuale Governo, oltre dieci punti in meno rispetto al 2019 (36,7%). Il Parlamento registra un decremento di cinque punti con solo uno su quattro che si fida (25,4%; erano il 30,8% nel 2019). La fiducia nei confronti della Magistratura continua a crescere, sebbene non riesca ad oltrepassare la soglia della metà dei consensi (49,3%, +2,8% rispetto al 2019).

Forze dell’ordine: Guardia di Finanza sul podio. La Guardia di Finanza si posiziona in alto nella classifica delle tre Forze di Polizia e arriva a guadagnare l’apprezzamento di sette italiani su dieci (70,4%, +2,1% rispetto al 2019). A seguire, si posiziona la Polizia di Stato con il 69% della fiducia (-2,5% rispetto al 2019). In lieve discesa l’Arma dei Carabinieri dal 70,5% al 65,5% (-5%).
La fiducia nei confronti di Esercito, Aeronautica e Marina si attesta intorno al 72%. Il sistema di Intelligence ottiene la fiducia del 64,1% degli italiani. Entrati a far parte della rilevazione Eurispes solo negli ultimi tre anni, i Vigili del Fuoco nel 2020 godono della fiducia dell’84,3% degli italiani, nonostante un calo di 3 punti di consenso rispetto al 2019.

Le altre istituzioni: “volano” le altre confessioni religiose (+10%) e i sindacati (+8,5%). Vanno oltre il 50% e seguono un trend positivo di consensi le associazioni dei consumatori (dal 53% del 2019 al 58,4%; +5,4%); le associazioni di volontariato (dal 64,2% al 70%; +6,2%); la Chiesa cattolica (dal 49,3% al 53,4%; +4,1%); il sistema sanitario (dal 62,3% al 65,4%; +3,1%). Di segno positivo anche i risultati delle associazioni degli imprenditori, passate dal 43,2% dei consensi nel 2019 al 49,4%. I sindacati avanzano di ben 8,5 punti (dal 37,9% al 46,4%); le altre confessioni religiose aumentano di 10 punti (dal 29,8% al 40,2%). In lieve calo, il sistema scolastico che passa dal 67,4% al 65% e la Protezione Civile dal 79,2% al 77,8%. Stabili partiti (dal 27,2% al 26,6%) e Pubblica Amministrazione (dal 34,7% al 34,3%).

Italiani critici sul Reddito di cittadinanza, ma appoggiano quota 100

Tra le misure attuate o proposte dal Governo, le più criticate sono il reddito di cittadinanza con il 67,1% delle indicazioni negative e la Sugar Tax (67,4%); anche la Flat Tax incontra la disapprovazione dei più (62,6%). L’introduzione di Quota 100 è apprezzata da sei cittadini su dieci (59,2%) e un numero simile si esprime positivamente sull’autonomia delle Regioni (57,6%); conquista, anche se non in maniera netta, la tassa sulla plastica (51%).

Condizione economica delle famiglie: lievi segnali di ripresa, ma la metà dei cittadini “polverizza” i risparmi

Secondo la maggioranza degli italiani la situazione negli ultimi 12 mesi è rimasta stabile (37,9%), il 37,5% ha riscontrato invece un peggioramento netto o parziale. Circa un cittadino su dieci (14,3%) nota un miglioramento; il 10,3% non esprime una valutazione. Rispetto al 2019 aumentano, seppur timidamente, gli ottimisti (+1,6%) e diminuisce la percentuale di quanti ravvisano un peggioramento (-1,1%). Nelle Isole il disagio di un’economia negativa è profondo e arriva al 72%, con una distanza con le altre aree geografiche del Paese che arriva a segnare un divario tra i 30 e oltre i 40 punti percentuali. Quasi la metà delle famiglie (47,7%) è costretta ad utilizzare i risparmi per arrivare a fine mese (+2,6% rispetto al 2019); ma crescono seppur di poco quelle che riescono a risparmiare (23,7%; +1,7%).

Saldare la rata del mutuo rappresenta un ostacolo per il 34,1% degli italiani (+1,4%), mentre migliora la situazione del pagamento degli affitti (38,7%; -11,3%); in lieve discesa anche la difficoltà a pagare le utenze domestiche (26,1%; -1,6%). Far fronte alle spese mediche è un problema per il 22,3% degli italiani (+1,2%). Nel corso del 2020 oltre la metà non ce la farà a risparmiare. Il 27% degli italiani, infatti, probabilmente non riuscirà a risparmiare nei prossimi dodici mesi e il 24,8% ne è certo; il 17,7% ritiene che ci siano buone probabilità di farcela e solo il 5,2% ne è sicuro.

Nella crisi la famiglia resta un porto sicuro. Un italiano su 10 vittima di usura

Un terzo degli italiani (33,3%) è dovuto ricorrere al sostegno economico della famiglia di origine per far fronte alle difficoltà economiche. Si affianca a questo dato il 12,4% di chi è stato costretto a tornare a vivere nella casa della famiglia di origine. Nel 14,9% dei casi un aiuto finanziario è arrivato da amici, colleghi o altri parenti (-0,2% rispetto al 2019). Pur di lavorare molti accettano impieghi senza contratto (21,5%) o svolgono più lavori contemporaneamente (23,9%). Almeno un italiano su dieci (11,9%) è caduto nelle maglie dell’usura non potendo accedere al credito bancario (erano il 7,8% nel 2018 e il 10,1% nel 2019).

Migrazioni interne e “fuga” all’estero: ne hanno esperienza indiretta 4 cittadini su 10

Il 41,2% del campione sostiene che qualcuno tra i propri familiari si è trasferito all’estero per migliorare la propria situazione economica/lavorativa: nel 22,9% dei casi si è trattato di trasferimenti in un’altra città italiana e nel 18,3% all’estero. Al Sud, nelle Isole e al Centro prevalgono i trasferimenti entro i confini nazionali (rispettivamente 39,4%; 34,4% e 19%); mentre al Nord sono più frequenti i trasferimenti all’estero (27,3% Nord-Est e 15,3% Nord Ovest) rispetto a quelli verso altre città italiane (15,3% Nord-Est; 12,2% Nord-Ovest).

Quasi un terzo degli italiani rinuncia a controlli medici e alla prevenzione

Per contenere le spese nell’ultimo anno, il 32,5% degli italiani ha rinunciato a effettuare controlli medici e di prevenzione e il 27,3% ha tagliato sulle spese dentistiche; il 24,8% ha fatto a meno di trattamenti ed interventi estetici. In misura minore, un italiano su cinque (20%) ha rinunciato a terapie ed interventi medici o a sottoporsi a visite specialistiche per la cura di patologie specifiche (20,1%). Il numero di residenti in Sicilia e Sardegna che hanno dovuto rinunciare a visite specialistiche per disturbi o patologie specifiche è quasi il doppio della media rilevata nelle altre regioni (40%, contro un dato nazionale del 20%).

Tra le rinunce nell’ultimo anno, al primo posto l’acquisto di una nuova auto (51,4%); il 44,2% invece ha rimandato lavori di ristrutturazione nella propria abitazione, il 38,2% ha rinunciato a sostituire arredi di casa ed elettrodomestici logorati, il 28,5% ha fatto a meno delle riparazioni del proprio autoveicolo e il 34,5% delle spese per un/una badante.

Per 4 italiani su 10 tasse più basse rilancerebbero i consumi. E l’evasione è giustificata in determinate situazioni

Il carico fiscale sostenuto dalla propria famiglia nel corso del 2019 è aumentato secondo l’opinione del 42,2% degli italiani, facendo però registrare un dato del 27% in meno rispetto al 2013 quando a lamentare una maggiore tassazione era il 69,2%Per gli italiani, meno tasse rilancerebbero soprattutto i consumi mettendo più soldi in tasca ai cittadini (37,5%) e darebbero slancio all’economia e alle imprese (22,6%), mentre inciderebbero negativamente sulla disponibilità e qualità dei servizi per un altro 22,6% e farebbero aumentare il peso del debito pubblico per il 17,3%.

Più di un terzo chiede di abbassare l’imposta sui consumi. Il 36,4% degli italiani, infatti, ritiene che sarebbe opportuno ridurre l’imposta sui consumi (+13,8% rispetto al 2007). Diminuisce, invece, del 22,2% rispetto al 2007, chi pensa che sarebbe opportuno ridurre l’Imu, arrivando al 21,1%. Il 22,4% è propenso a pensare che bisognerebbe ridurre Irap e Ires e due su dieci (20,1%) l’Irpef.

Il 63,7% degli italiani si dicono contrari a pagare le tasse allo Stato per garantire una distribuzione delle risorse tra i cittadini appartenenti a Regioni diverse. Sull’ipotesi di pagare più tasse agli Enti locali e meno tasse allo Stato perché è più facile verificare la qualità dei servizi erogati dalle Amministrazioni locali, la popolazione si divide a metà tra chi è d’accordo (47,6%) e chi non è di questa opinione (52,4%). Pagare le tasse allo Stato per avere un livello accettabile di servizi pubblici è indispensabile per il 49,8% dei cittadini (il 16,4% in meno rispetto al 2007).

L’Italia vuole futuro: otto su dieci chiedono più investimenti per ricerca e sviluppo. La maggior parte dei cittadini, poi, in qualche misura giustifica l’evasione fiscale: per il 25,1% non è grave solo se compiuta da chi fa fatica a sostenere la pressione fiscale; per il 19,6% è grave per chi possiede grandi patrimoni; per il 9% non è grave perché in Italia la pressione fiscale è eccessiva. La sanzione più giusta per i grandi evasori è il sequestro dei beni per quattro italiani su dieci (40,9%), multe e sanzioni economiche e amministrative per tre su dieci (29,6%). Mentre il 17,3% crede il carcere sia la giusta sanzione.

 

 

 

Domenica 2 febbraio è previsto il rinnovo, senza modifiche, del memorandum Italia-Libia. Nonostante il 6 novembre scorso, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, avesse annunciato modifiche, l’accordo stipulato nel 2017, sarà rinnovato alle stesse condizioni per altri 3 anni. Per questo le organizzazioni umanitarie protestano, chiedendo al Governo Conte un atto di coraggio, nel bloccare l’Intesa. 

Il memorandum ha “regolato” finora la politica tra i due Paesi in tema di immigrazione, sancendo una stretta collaborazione con la cosiddetta Guardia costiera libica, i cui membri sono stati accusati ripetutamente dalle agenzie Onu di traffico e detenzione di esseri umani.

“È lo stesso memorandum che, negli stessi tre anni, tutte le organizzazioni e agenzie internazionali per i diritti umani hanno condannato per il rischio effettivo che rappresenta per la tutela dei diritti delle persone migranti - sottolinea Emergency in una nota  -. Come è ormai documentato, in Libia vengono sistematicamente violati i diritti fondamentali di migliaia di persone, detenendole abusivamente e sottoponendole a violenze e torture di ogni tipo. Il racket delle migrazioni, la corruzione e, negli ultimi mesi, l’inasprirsi della guerra escludono nel modo più assoluto che la Libia possa essere considerata il “porto sicuro” in cui rimpatriare i migranti che vengono intercettati in mare dalla guardia costiera”.

L’ong ricorda che, dopo le proteste della società civile, lo scorso novembre il governo italiano aveva riconosciuto la necessità di rinegoziare l’accordo costituendo una commissione italo-libica che garantisse la trasparenza dell’operato della guardia costiera e lo svuotamento dei centri di detenzione. “Ma il tavolo è fallito, le autorità libiche non hanno risposto, e l’accordo verrà rinnovato così come è, compresi i finanziamenti di questo sistema disumano. L’Italia dice di aver fatto la sua parte, ma non è così. Non ha mantenuto la promessa di modificare il memorandum rendendo il nostro Paese complice – se non il committente - delle innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate in Libia”. 

Emergency condanna il rinnovo di quello che considera un “vergognoso accordo con la Libia” e chiede all’Italia e all’Europa di dare risposte serie e credibili per affrontare ciò che avviene ogni giorno nei luoghi di detenzione libici e nel Mediterraneo. “È necessario ripensare le politiche sull’immigrazione in Italia e in Europa, che non possono essere più delegate a Paesi che violano i diritti umani su mandato. Se vogliamo veramente parlare di cambiamento di rotta, è imprescindibile fare scelte civili forti, per le quali non possiamo più aspettare”.

Anche Oxfam Italia chiede di bloccare l'intesa. "È urgente un piano di evacuazione dal paese per i migranti detenuti nei centri ufficiali e non ufficiali. Chiediamo che l’Europa trovi subito un accordo per portare fuori dal paese tutte le persone che a vario titolo si trovano lì e mostrino la volontà di richiedere protezione - sottolinea l'organizzazione, che ricorda come nessun significativo passo è stato fatto dal primo novembre 2019 - "ancora non si ha nessuna notizia delle modifiche che avrebbero dovuto essere concordate bilateralmente prima del 2 febbraio 2020".

"Ignorare le conseguenze di questi accordi è impossibile, oltre che disumano. Anche grazie al supporto dell'Italia, persone innocenti e vulnerabili sono intrappolate in un paese in guerra, costrette a vivere situazioni di pericolo e minaccia o sottoposte a un sistema di detenzione arbitrario e spietato. La maggior parte di coloro che riescono a fuggire vengono sistematicamente intercettati in mare e nuovamente respinti nei centri di detenzione o in circuiti illegali di sfruttamento e violenza. Mentre i più vulnerabili pagano il prezzo più alto, le reti di trafficanti di esseri umani, a terra e in mare, alimentano il loro giro di affari" dichiara Marco Bertotto, responsabile per gli affari umanitari di MSF. "In un momento in cui anche l'UNHCR è stata costretta a ritirarsi dal centro di transito di Tripoli a causa del conflitto, e considerata l'evidente impossibilità di negoziare con le autorità libiche un miglioramento sostanziale di questi accordi, riteniamo indispensabile procedere con la loro immediata cancellazione. Questa vergogna non si può rinnovare".

 

(Fonte: Redattore Sociale)

 

È "Ballata per uomini e bestie" di Vinicio Capossela il più bel disco dello scorso anno per i molti giornalisti che hanno votato per il "Top 2019", il referendum sui migliori album italiani del 2019 promosso dal "Forum del giornalismo musicale" (che si svolge da quattro anni nell'ambito del Mei di Faenza). A prevalere nella sezione riservata ai dischi d'esordio è stato invece Fulminacci con "La vita veramente".

L'iniziativa, a cura di Enrico Deregibus, è stata realizzata in collaborazione con l'Agimp (la neonata Associazione dei Giornalisti e critici Italiani di Musica legata ai linguaggi Popolari) e sotto l'egida del Mei.

Fra i dischi assoluti, dopo Capossela si è classificato Niccolò Fabi con "Tradizione e Tradimento". Al terzo posto, a pari merito, Dimartino con "Afrodite" e Mina e Ivano Fossati con "Mina Fossati". Al quinto, sempre ex aequo, Francesco Di Giacomo con "La parte mancante", Umberto Maria Giardini con "Forma mentis", Marracash con "Persona" e Willie Peyote con "Iodegradabile".

Nelle opere prime dopo Fulminacci troviamo Coma_Cose con "Hype Aura", seguiti da Mahmood con "Gioventù bruciata", da I Hate My Village con l'album omonimo e da Giulia Mei con "Diventeremo adulti". Giulia Mei riceverà un premio speciale del Mei come prima donna classificata tra gli esordienti.

Nella categoria per il miglior album per il 2018 aveva vinto Riccardo Sinigallia con "Ciao cuore", mentre per il 2017 c'era stato un pari merito fra Brunori Sas con "A casa tutto bene" e Caparezza con "Prisoner 709". La categoria per il disco d'esordio, introdotta lo scorso anno, aveva visto l'affermazione di Giuseppe Anastasi con "Canzoni ravvicinate del vecchio tipo".

Quest'anno, mentre il mondo musicale attende il Festival di Sanremo, il Forum ha voluto di nuovo andare alla ricerca delle migliori produzioni italiane dell'anno da poco trascorso, consultando giornalisti di ogni provenienza ed età, da quelli delle grandi testate cartacee alle webzine, dalle tv alle radio. Un così ampio e rappresentativo ventaglio di votanti ha permesso di avere un quadro attendibile delle preferenze del giornalismo e della critica musicale italiana più attenta.

 

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