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Martedì, 23 Aprile 2019

Sono stati presentati questa mattina alla stampa nella Sala Polifunzionale del Centro Don Vito Diana, i due progetti sostenuti dal Comune di Bari e rivolti alle persone in situazioni di fragilità relazionale, economica, sociale e culturale. Con il progetto Far@Banco l'associazione Ideando ha attivato un servizio di sensibilizzazione alla donazione dei farmaci, in collaborazione con la Fondazione Banco Farmaceutico, ma anche di ritiro e distribuzione fisica degli stessi per i soggetti, indicati direttamente dai Servi sociali di Bari, ospiti e non della struttura Don Vito Diana.

Il progetto Sicar Hub della Micaela Onlus si rivolge principalmente a italiani e stranieri in situazione di estrema marginalitàsostenendoli e accompagnandoli verso l'emancipazione dalla povertà materiale e dalla emarginazione e permettendo loro un reinserimento attivo nel tessuto sociale e lavorativo. Tutto ciò non solo attraverso una consulenza socio assistenziale e counselling sanitario ma anche con l'ascolto e l'orientamento giuridico, ovvero l'assistenza legale.

Per l'assessora al Welfare del Comune di Bari, Francesca Bottalico, intervenuta nel corso della conferenza stampa, "i progetti rientrano nelle azioni del Comune di Bari per  contrastare le povertà economiche e sociali a sostegno di chi purtroppo, spesso, non riesce a orientarsi efficacemente fra i servizi e le prestazioni pubbliche. O che, addirittura, rinuncia a curarsi non avendo la possibilità di accedere ai farmaci di base. Per questo, accanto alle prestazioni assicurate dai presidi comunali presenti in tutti i quartieri, grazie all'iniziativa delle associazioni Ideando e Micaela e alla disponibilità della Caritas, abbiamo previsto un investimento di 100mila euro per l'acquisto dei farmaci di base e per l'attivazione di uno spazio di ascolto e orientamento, in linea con gli obiettivi fissati dal programma generale degli interventi di contrasto alla grave emarginazione adulta predisposto dall'Assessorato al Welfare. Solo attraverso interventi diffusi e con il supporto costante delle realtà associative, laiche e cattoliche, possiamo raggiungere quanti non si rivolgono ai servizi sociali rischiando di rimanere esclusi da ogni forma di sostegno. Il nostro obiettivo resta da un lato quello di garantire i diritti primari in ambito sociale e sanitario, dall'altro quello di attivare processi di ascolto e di cura che consentano agli utenti di intraprendere percorsi di autonomia finalizzati al reinserimento sociale e lavorativo".

I progetti, nati in seno al mondo dell'associazionismo e della cooperazione sociale attivisul territorio in favore delle persone in situazioni di precarietà sociale ed economica, sono stati fortemente voluti dal Comune di Bari-Assessorato al Welfare che ha ritenuto virtuoso mettere in sinergia più attori del sistema socio assistenziale territoriale. Tali progetti beneficiari hanno difatti al meglio interpretato il sistema della rete, del capitale sociale e del welfare community.

In questo contesto il Centro di Accoglienza Don Vito Diana, inaugurato nel 2008, ospitante giovani-adulti, e gestito dalla storica cooperativa sociale Equal Time e la Caritas Diocesana Bari-Bitonto, si arricchisce di una serie di servizi integrati e mirati. Hanno l'obiettivo di favorire l'emersione socio-economica di ciascuna persona, attuando le finalità del 'Programma degli interventi di contrasto alla grave emarginazione adulta nel Comune di Bari' stilato dalla 'Rete cittadina  per il contrasto alla grave emarginazione adulta'.

Sono intervenuti alla conferenza stampa, insieme all'assessora Bottalico, il direttore Caritas Diocesana Bari-Bitonto, Don Vito Piccinonna, l'operatore socio-assistenziale della onlus Micaela, Vito Mariella, la presidente associazione Ideando, Cosimina d'Errico, e il delegato territoriale Bari-BAT della Fondazione Banco Farmaceutico onlus, Francesco Di Molfetta.

"Da oggi si è aggiunto un tassello in più nell'aiuto verso le persone più bisognose del nostro territorio - Direttore del Centro Don Vito Diana, Don Vito Piccinonna - sia italiani che immigrati. In maniera concreta e di concerto con realtà del Terzo settore e Istituzioni, con il loro l'impegno e generosità,riusciremo a lasciare una traccia sempre più profonda e percorribile per raggiungere il più possibile tutti con un occhio di riguardo per gli esclusi e i dimenticati".

"Siamo soddisfatti che all'interno del Centro Accoglienza Don Vito Diana – commenta il direttore della Cooperativa Sociale Equal Time Flora Colamussi - si stia sperimentando in concreto il grande potenziale del Terzo settore, l'armonia della  sussidiarietà circolare. La coprogettazione sviluppata tra questo Assessorato al welfare e le varie componenti del welfare privato. La cooperazione sociale, l'associazionismo, il volontariato laico e religioso, le Fondazioni, le organizzazioni di rappresentanza, le imprese, concorrono tutte al raggiungimento di un unico scopo: il welfare comunitario e, sono convinta, il miglioramento della qualità della vita, la crescita culturale della comunità.

 

Violenza, bullismo, cyberbullismo, intolleranza, razzismo. Perché la scuola non interviene? Mai come oggi appare evidente l'urgenza di educare i nostri ragazzi alla cittadinanza, alle regole del vivere e del convivere, del rispetto degli altri e dell'ambiente in cui viviamo.

Nelle scuole si fanno molte cose. Ma cosa significa veramente "educare alla cittadinanza"? Come si può fare in modo serio ed efficace? Quali sono le indicazioni che ci arrivano dall'Europa e dalle organizzazioni internazionali? Quali sono i traguardi formativi di ciascun ordine scolastico? Quali pratiche didattiche è meglio usare? E soprattutto: come si deve formare oggi il cittadino di domani?

Per rispondere a queste domande, il 5 e 6 aprile 2019 si svolgerà un originale Laboratorio regionale di formazione e ricerca intitolato "Cittadinanza 2030 - Progettiamo insieme l'educazione del futuro".

Il Laboratorio, che si terrà presso il Centro di accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (UD), vedrà la partecipazione di decine di docenti e dirigenti scolastici del Friuli Venezia Giulia e sarà basato sulla rilettura e valorizzazione delle esperienze concrete di educazione alla cittadinanza, alla pace e ai diritti umani realizzate nelle scuole tra il 2014 e il 2018.

Interverranno tra gli altri: Italo Fiorin, Coordinatore del Comitato Scientifico per l'attuazione delle Indicazioni Nazionali del Miur; Aluisi Tosolini, Dirigente Scolastico, Coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace; Marco Mascia, Direttore del Centro Diritti Umani "Antonio Papisca" dell'Università di Padova; Flavio Lotti, Coordinatore del Programma "Dalla Grande Guerra alla Grande Pace".

Importanti contributi per la progettazione del prossimo anno scolastico verranno da: Michela Monferrini, autrice del libro "Muri Maestri" e da Carlo Greppi, autore del libro "L'età dei Muri" che introdurranno il programma "Abbattiamo i muri", di Luigina Mortari, dell'Università di Verona che introdurrà il programma "Io ho cura", di don Pierluigi Di Piazza, Presidente del Centro Ernesto Balducci che introdurrà il programma "Ricostruiamo la fratellanza".

Particolarmente significativo sarà il contributo di Giuseppina Paterniti, Direttrice TG3 RAI che affronterà il nodo del rapporto tra "Le sfide educative e il servizio pubblico radiotelevisivo".

Parteciperanno anche numerosi amministratori locali, particolarmente interessati all'educazione dei propri concittadini: Marco Duriavig, Presidente del Coordinamento Regionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani del Friuli Venezia Giulia, Alenka Florenin, Sindaco di Savogna d'Isonzo (Go), Marco Vittori, Sindaco di Sagrado (Go), Alfonso Colombatti, Comune di Aviano (Pn), Claudio Zani, Sindaco di Faedis (Ud).

Il Laboratorio è parte del Programma di educazione alla pace e alla cittadinanza "Dalla Grande Guerra alla Grande Pace" realizzato in collaborazione con la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, l'Ufficio Scolastico Regionale, il Coordinamento Regionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, la Rete nazionale delle scuole per la pace e i diritti umani e la Tavola della pace.

 

 

Rogo Rocca Cencia, a Roma. Il Gre – Gruppo ricercatori ecologia del Lazio diffondono i risultati delle primi analisi sull’inquinamento. Già il 25 marzo, i tecnici sono tornati sul posto per controlli più approfonditi sui rifiuti e per installare un campionatore ad alto volume per la qualità dell’aria a poche decine di metri dal capannone coinvolto nell’incendio.

Come in occasione di tutti gli altri eventi critici, anche a seguito dell'incendio che il 24 marzo ha parzialmente interessato l'impianto Tmb di Rocca Cencia gestito da Ama, l'Arpa Lazio è subito intervenuta per effettuare i rilievi del caso e valutare l'eventuale dispersione in atmosfera di inquinanti.

 “Dai primi dati, rilasciati dall'Agenzia Regionale il 3 marzo, fortunatamente la situazione sembrerebbe essere stata meno impattante del rogo che distrusse completamente il Tmb Salario l'11 dicembre 2018. In particolare, i valori della tossicità equivalente relativa alle diossine rilevati nei giorni successivi all'incendio non hanno mai raggiunto la soglia suggerita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, il parametro preso a riferimento”.

Invece nel caso del benzo[a]pirene, un idrocarburo policiclico aromatico (IPA) della classe dei benzopireni tipico dalla combustione incompleta in impianti industriali (come anche degli impianti di riscaldamento e nei veicoli a motore) e che presenta attività cancerogena, “il valore registrato è stato particolarmente alto: la soglia di concentrazione in aria del benzo(a)pirene è infatti quella stabilita dal D.Lgs. 155/2010 e calcolata su base temporale annuale. La valutazione dello stato attuale dell’indicatore è basata sul numero di superamenti del Valore Obiettivo (VO) annuale di 1.0 ng/m3. Il 26 marzo, il campionatore ha rilevato un valore di 1.82 ng/m3”.

“Relativamente ai policlorobifenili, noti spesso con la sigla PCB (una classe di composti organici considerati inquinanti persistenti dalla tossicità in alcuni casi avvicinantesi a quella della diossina), il valore più alto misurato nel monitoraggio dell’incendio dell’11.12.2018 del TMB Salario (Roma) è stato pari a 1019 pg/m3, mentre nel monitoraggio dell’incendio della Eco X (Pomezia) nei giorni 05-06 maggio 2017 è stato pari a 394 pg/m3.Nei prossimi giorni verificheremo eventuali aggiornamenti dei dati”.

 

Alicenova, insieme ai partner Fattorie Solidali e lacapracampa, ha inaugurato lo scorso 30 marzo i locali di S’OSTERIA38 – Ristorante, Pizzeria, Camere, Infopoint con prodotti Bio da agricoltura sociale e artigianato locale, Spazio co-working per gruppi di studio e lavoro, Spazio dedicato ad eventi e spettacoli. Posizionata all’ingresso Nord di Acquapendente (Via Cesare Battisti, 61), S’OSTERIA38 nasce per fornire un’offerta integrata di servizi ai turisti e ai pellegrini che transitano sulla prospiciente Via Francigena.

Il presidente della Cooperativa Alicenova, Andrea Spigoni, nel corso dell’inaugurazione ha spiegato nel dettaglio questa proposta progettuale, che "coniuga la collaborazione tra la cooperativa sociale e un partner privato. Una visione di ricettività turistica attenta all’inclusione sociale e lavorativa, con possibilità di utilizzo della struttura per percorsi formativi e di autonomia abitativa di persone con disabilità o con disagio sociale".

All’inaugurazione hanno preso parte l’Assessore alle Politiche Sociali, Welfare ed Enti Locali della Regione Lazio, Alessandra Troncarelli, il Sindaco di Acquapendente, Angelo Ghinassi, l’Assessore alle Politiche Sociali di Acquapendente, Valeria Zannoni, e il Presidente dell’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF), Massimo Tedeschi.

In occasione dell’inaugurazione, nella struttura è stata allestita una Mostra d’Arte con le opere di Claudia Cecconi, Fabiola Di Tella e Francesco Scanu Lussu.

S’OSTERIA38 si trova ad Acquapendente (38esima tappa della Via Francigena), in Via Cesare Battisti, 61 (ingresso Nord – Porta della Ripa).

 

 

 

“Apprendiamo della proposta di legge depositata dalla Lega per istituire una Commissione d’inchiesta sulle case-famiglia e velocizzare le adozioni nazionali e internazionali”. Come rete “5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti” - costituita da Agevolando, Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia (Cismai), Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), Coordinamento Nazionale Comunità per Minori (CNCM), Progetto Famiglia e Sos Villaggi dei Bambini – “rappresentiamo centinaia distrutture d’accoglienza in Italia e migliaia di ragazzi e ragazze cresciuti in un contesto di accoglienza diverso dalla famiglia d’origine”.

“Esprimiamo la nostra preoccupazione per una proposta che sembra voler attaccare un intero sistema, semplificando la realtà di un fenomeno molto complesso”.

La rete si esprime su alcuni punti di questa proposta.  

Sul sistema di controllo

“Le commissioni d’inchiesta parlamentare possono essere utili solo se utilizzate come ulteriore tutela per i bambini e i ragazzi - in particolare per fare emergere la debolezza dei servizi sociali territoriali e l’insufficienza delle misure di sostegno alle famiglie a rischio - ma le forme di controllo già esistono. Si è appena conclusa un’indagine conoscitiva sui minori fuori famiglia condotta dal Parlamento e un’indagine sulle disposizioni in materia di adozioni e affido condotta dalla Commissione Giustizia della Camera. Esiste inoltre un Piano nazionale infanzia (Pni) varato dall’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza, struttura non più convocata dal ministro Fontana. Il nostro timore è che l’istituzione di una commissione d’inchiesta, oltre ad avere notevoli costi pubblici, si trasformi in una “caccia alle streghe” e in una progressiva dismissione della tutela pubblica nei confronti dei bambini e delle famiglie in difficoltà. Tutte le strutture che, eventualmente, non operano in modo adeguato vanno chiuse. Il modo migliore per farlo è rafforzare le forme di controllo già previste dalla normativa, ad opera di Servizi sociali, Ausl, Procure minorili. Da anni come organizzazioni chiediamo un sistema permanente di monitoraggio e verifica della qualità perché, più che di inchieste, c’è la necessità di definire un sistema organico e costante di controllo”.

Sul business delle case-famiglia

“Parlare di “business” delle case-famiglia è fuorviante. Non esistono – come invece afferma il ministro Salvini – strutture che hanno rette giornaliere da 400 euro, ma la media delle rette si aggira intorno ai 100 euro. Bisognerebbe invece parlare di “giusto costo” definendo standard di qualità garantiti da tutte le strutture, da nord a sud Italia. A questo proposito esistono già delle “Linee d’indirizzo per l’accoglienza nei servizi residenziali per minorenni” varate dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e recepite dalla Conferenza Stato-regioni e dalle autonomie locali, ma ad oggi diffusamente non adottate da regioni e comuni.  La Legge di Bilancio 2018 ha introdotto un fondo sperimentale per neomaggiorenni che ad oggi, però, non è ancora partito e che – seppur importante – non coprirà il fabbisogno di tutti i ragazzi. Così tanti di loro, una volta divenuti maggiorenni, si troveranno ancora una volta soli ad affrontare il loro futuro. Ci sono, infine, comunità virtuose costrette a chiudere – interrompendo percorsi di qualità – per i gravissimi ritardi accumulati dai Comuni nel liquidare gli importi necessari alla copertura dei costi vivi”.

Sul falso mito delle adozioni 

"Da sfatare anche il falso mito che tutti i bambini e i ragazzi in comunità siano adottabili: infatti solo il 5% di essi lo è, circa 779 minori su 12.000 (dati Ministero del lavoro e delle politiche sociali). La maggior parte dei ragazzi accolti mantiene rapporti con la famiglia di origine, senza potervi però tornare a causa delle difficoltà della famiglia stessa. Per chiarire questi aspetti e non creare nocive e false contrapposizioni tra l’accoglienza in comunità residenziale e l’istituto dell’adozione, auspichiamo che finalmente tornino a riunirsi l’Osservatorio nazionale sull’infanzia e adolescenza e la Commissione per le adozioni internazionali, che da più di un anno non vengono convocati dalle Istituzioni preposte. Bisogna sostenere le famiglie adottive, soprattutto nei casi di “adozioni difficili” (per esempio di ragazzi adolescenti o di bambini con disabilità) invece che fare passare il messaggio, falso e scorretto, che tutti i bambini e i ragazzi in comunità siano adottabili, con grave torto alle loro famiglie d’origine.  Spiace davvero, ancora una volta, trovarci a rispondere ad accuse che lanciano messaggi fuorvianti e non offrono un quadro corretto della realtà".

“La nostra proposta? Investiamo sulla prevenzione, sul sostegno alla genitorialità più fragile, sul sostegno ai servizi sociali territoriali e alle Procure della Repubblica per renderli più efficienti, sul supporto all’autonomia dei giovani neomaggiorenni in uscita da percorsi di accoglienza perché non si vanifichi il lavoro svolto quando erano minorenni”, aggiunge la Rete 5buoneragioni.

“Impegniamoci tutti insieme per il bene di quei bambini e ai ragazzi che chiedono di poter essere tutelati e garantiti nei loro diritti”, conclude.

 

La spinta della Cooperativa Proges verso uno sguardo globale nell’ambito dei servizi alla persona, di modelli culturali, sociali ed educativi non si ferma, ma cresce e si sviluppa. Un impegno al di fuori del territorio nazionale che si riconferma con l’apertura a Bruxelles della terza struttura per l’infanzia a supporto delle istituzioni della Commissione Europea: dopo il “Site Gaulois” e “La Flûte Enchantée”, si aggiunge il “Site J77”, inaugurato proprio nei giorni scorsi.

Situato nel centro del quartiere comunitario, proprio accanto alla sede della Commissione Europea, “Site J77” è destinato ai figli di dipendenti e funzionari nella fascia di età 0/4 e può ospitare fino a 80 bambini. Una gestione che Proges si è aggiudicata dopo aver risposto ad una gara europea con un progetto pedagogico e organizzativo classificatosi al primo posto.

“In questo lungo periodo i nostri rapporti con la Commissione Europea qui a Bruxelles, si sono concretizzati e consolidati – ha spiegatoGiancarlo Anghinolfi, Direttore Generale Proges - nel 2008 siamo entrati in graduatoria per l’assegnazione di posti di nido, nel 2013 abbiamo inaugurato la nostra prima struttura, due anni fa la seconda e oggi siamo ancora qui per inaugurare la nostra terza struttura in convenzione con la Comunità”

Un totale di 700.000 euro di investimento impiegati nei lavori di ristrutturazione, mirati a rendere operativa e all’avanguardia una struttura inserita nel contesto circostante. Un progetto sviluppato anche grazie alla fiducia dimostrata dalle famiglie, dai riscontri positivi ottenuti nell’ambito della linea formativa e pedagogica seguita, insieme alla visione più ampia e diversificata maturata dalla presenza di un gruppo composito di educatrici provenienti da differenti paesi europei.

Complessivamente, i tre servizi contano una ricettività di 200 bambini, mentre il loro avvio ha richiesto un investimento di circa 1,5 milioni di euro.

Una sfida ed un lavoro che Proges porta avanti nella capitale belga attraverso la società di diritto Minimonde. Si tratta di un’attività che ha reso la Cooperativa un punto di riferimento quale modello educativo e organizzativo, permettendo al contempo di tessere contatti importanti con altre società olandesi e francesi nella istituzione di partnership per la gestione e ampliamento di servizi per l’infanzia in Nord Europa.

Quello che Proges esprime ed esporta nelle sue strutture all’estero è un modello organizzativo, pedagogico e assistenziale che si sviluppa sulle necessità delle persone, dalla prima infanzia fino all’età anziana.

“Oggi possiamo anche dire che la scommessa di aprirci al mondo è una scommessa vinta – ha aggiunto Giancarlo Anghinolfi - l’esperienza di Bruxelles ci ha spinto a continuare la nostra strada oltre i confini nazionali: attualmente  con Proges gestiamo società in Cina per attività rivolte a bambini ed anziani, abbiamo acquisito a Mosca un terreno per la costruzione di una nostra struttura per anziani e in collaborazione con la Chiesa Ortodossa avvieremo una importante iniziativa, sempre per anziani, in Romania”.

 

 

A Lecco un ristorante dove prima c’era la ‘ndrangheta. Un terreno confiscato alla camorra in provincia di Viterbo dove fare inclusione lavorativa. Un nido in un immobile che era nelle mani del clan dei casalesi a Casal di Principe. Sono le tre storie del documentario “Un bene di tutti”: tre cooperative sociali, La Fabbrica di Olinda, coop Alicenova e coop Eva, che recuperano e restituiscono alla comunità edifici, aziende e terreni confiscati.

A Lecco un ristorante dove prima c’era la ‘ndrangheta. Un terreno confiscato alla camorra in provincia di Viterbo dove fare inclusione lavorativa. Un nido in un immobile che era nelle mani del clan dei casalesi a Casal di Principe. Sono le tre storie del documentario “Un bene di tutti”: tre cooperative sociali, La Fabbrica di Olinda, coop Alicenova e coop Eva, che recuperano e restituiscono alla comunità edifici, aziende e terreni confiscati.

Il documentario è promosso da Legacoopsociali e realizzato dal videomaker Stefano Cioni nell’ambito di un tirocinio formativo con il quotidiano on line nelpaese.it, all’interno del Master Sociocom in comunicazione sociale dell’Università di Roma Tor Vergata.

Il 5 aprile a Milano alle ore 10, nella sede del bene confiscato ATS Occhi Aperti, Via V. Monti, 41 -Scala E - 5° piano, il video documentario sarà proiettato in anteprima e seguirà la tavola rotonda “Interventi di sistema per la rigenerazione dei beni confiscati”.

“Abbiamo scelto di partire dalle persone – dichiara Eleonora Vanni, presidente nazionale Legacoopsociali - che acquisiscono e recuperano i beni confiscati e li rimettono al centro del territorio. Un bene di tutti mette al centro coloro che restituiscono immobili, terreni e aziende sottratti alle mafie per creare comunità e occasioni di inclusione lavorativa. Su questi punti vogliamo aprire un dibattito con i soggetti istituzionali, il mondo accademico, il settore del credito e della cultura”.

I dati

Secondo le risposte alla survey di Scs consulting del 2018 per Cooperare con Libera Terra e Legacoopsociali il 37% dei beni oggetto di assegnazione e gestiti dalle cooperative sociali si trovano in Sicilia. Seguono Calabria, Puglia, Campania, Lazio e Lombardia.

Il 33% è in pessime condizioni al momento dell’assegnazione, soprattutto terreni e immobili confiscati. Le attività maggiormente svolte sui beni sono finalizzate all’ inserimento lavorativo (24%), alla produzione e allo sviluppo del territorio (23%) e alla promozione e aggregazione culturale (19%).

La tavola rotonda

Il 5 aprile a introdurre i lavori sarà Marta Battioni, presidenza nazionale Legacoopsociali, previsti i saluti di Milly Moratti, presidente Ats “Occhi aperti” e di Pierfrancesco Majorino, assessore al Comune di Milano.

Interverranno Eleonora Vanni - presidente Legacoopsociali, Camillo De Berardinis - amministratore Delegato CFI, Riccardo Maiolini - John Cabot University, Steni Di Piazza - Senatore e Vicepresidente Commissione Finanze e Tesoro, Gavina Mariotti - Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata. Modera: Giuseppe Frangi, giornalista di Vita.

Durante il dibattito ci saranno le testimonianze cooperative di Cooperativa sociale Koinè e Cooperativa Cdr Group Erice. Il documentario sarà disponibile su www.nelpaese.it a partire da venerdì 5 aprile ore 10.30

Nonostante siano ai primi posti nel mondo per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, quattro stati del Nordeuropa (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia) presentano preoccupanti livelli di stupro e le sopravvissute alla violenza sessuale vengono tradite dai loro sistemi giudiziari.

Lo ha dichiarato oggi Amnesty International in un rapporto intitolato “Tempo di cambiare: giustizia per le sopravvissute allo stupro negli stati del Nordeuropa”, in cui denuncia come leggi inadeguate e la diffusione di dannosi miti e stereotipi di genere hanno dato luogo a un’endemica impunità per gli autori di stupro in quei quattro stati.

“Suona come un paradosso che gli stati del Nordeuropa, noti per sostenere l’uguaglianza di genere, mostrino livelli di stupro alti”; ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. “Lo stigma sociale e la mancanza di fiducia nel sistema giudiziario significano spesso che le donne e le ragazze non sporgono denuncia; coloro che lo fanno sono frequentemente abbandonate da un sistema giudiziario insensibile e pieno di pregiudizi, così come da legislazioni antiquate”, ha aggiunto Naidoo.

Sebbene la situazione delle sopravvissute allo stupro non sia la stessa nei quattro stati, vi sono preoccupanti analogie riguardanti i sistemi giudiziari che ignorano, negano e tacitamente condonano la violenza sessuale contro le donne.

Un primo passo per proteggere le donne e le ragazze dallo stupro sarebbe l’adozione e l’attuazione efficace di leggi sulla violenza sessuale basate sul consenso. Da questo punto di vista, in questa regione vi sono stati alcuni recenti progressi. Finora la Svezia è l’unico dei quattro stati del Nordeuropa ed aver adottato una legge basata sul consenso; la Danimarca ha recentemente affermato il sostegno a una normativa del genere e in Finlandia il ministro della Giustizia sta preparando una riforma complessiva “per rafforzare l’importanza del consenso” nella legislazione sui reati di natura sessuale.

La definizione di stupro basata sulla violenza e sull’incapacità

Sulla base della Convenzione di Istanbul, un trattato sui diritti umani ratificato da tutti e quattro gli stati del Nordeuropa, lo stupro e tutti gli altri atti non consensuali di natura sessuale devono essere considerati reati penali. Tuttavia in Finlandia, Norvegia e Danimarca le leggi non definiscono lo stupro sulla base dell’assenza del consenso ma piuttosto sulla presenza di violenza fisica, minacce o coercizione o sull’incapacità della vittima di resistere perché aggredita nel sonno o a causa di una forte intossicazione.

L’implicita assunzione, nella legge e nella prassi, che una persona abbia dato il consenso perché non ha opposto resistenza fisica risulta profondamente problematica: la “paralisi involontaria” o il “raggelamento” sono ritenuti dagli esperti reazioni fisiche e psicologiche assai tipiche di fronte a un’aggressione sessuale.

Porre l’accento sulla resistenza e sulla violenza anziché sul consenso ha effetti non solo sulle denunce di stupro ma anche sulla più ampia valutazione della violenza sessuale, due aspetti fondamentali per prevenire lo stupro e contrastare l’impunità. Una definizione del genere non copre tutti i casi di stupro e in questo modo alcuni di essi non possono essere puniti come tali. 

Finlandia

Ogni anno 50.000 donne subiscono violenza sessuale, compreso lo stupro. La maggior parte dei responsabili non sono portati di fronte alla giustizia. Nel 2017 vi sono state solo 209 condanne per stupro.

Alcune sopravvissute hanno riferito ad Amnesty International di aver avuto esperienze positive con la polizia e il sistema giudiziario. Altre hanno denunciato la mancanza di comprensione, conseguenza di miti profondamente radicati sullo stupro e la sessualità femminile, che influenzano direttamente l’accesso alla giustizia. 

Una sentenza analizzata da Amnesty International su uno stupro di gruppo che lascia particolarmente sgomenti, recita: “Il fatto che una partner sessuale dica ‘no, non voglio’ prima o durante una relazione sessuale non è sempre un segnale sufficiente per l’altra persona che il consenso e la volontà di proseguire la relazione siano venuti meno”.

Le sopravvissute incontrate da Amnesty International hanno descritto i processi come stressanti, terrorizzanti e stigmatizzanti, a prescindere dall’esito. “Al processo ho pensato e detto al mio avvocato  che se avessi saputo come sarebbe andata non avrei mai denunciato lo stupro”, ha raccontato una donna.

Norvegia

Le autorità non adottano le misure necessarie per prevenire lo stupro e altre forme di violenza sessuale né per affrontarne le conseguenze quando tale reato si verifica. Diffusi ed erronei miti sullo stupro rendono difficile per le donne denunciare il reato o chiedere assistenza medica e influenzano l’operato del sistema giudiziario.

Gli stereotipi di genere e i miti sullo stupro si riflettono nelle parole rese ad Amnesty International da un procuratore regionale: “Ho seguito molti casi di studenti, giovani distinti che hanno fatto una sciocchezza. Non è facile condannare uno studente venuto in questa città per ottenere un buon livello d’istruzione e che in tribunale si comporta bene. Era ubriaco ed eccitato e ha fatto una sciocchezza”.

Molti stupri non vengono denunciati alla polizia ma anche coloro che decidono di farlo devono affrontare tempi lunghi e procedimenti viziati: “Ci sono voluti quasi due anni, dall’autunno del 2016 quando sporsi denuncia alla primavera del 2018 quando il caso è stato chiuso. Davvero una lunga attesa”, ha raccontato ad Amnesty International una sopravvissuta.

Una delle cose positive degli ultimi anni, confermato da diverse sopravvissute allo stupro, è l’elevato standard delle interviste da parte della polizia. Per legge, i funzionari che svolgono queste interviste devono avere una formazione specifica. Inoltre, è previsto il diritto alla difesa legale gratuita, un sostegno importante e necessario per tutta la durata del procedimento giudiziario.

Svezia

Nel 2018 questo paese ha adottato una nuova legge sui reati sessuali basata sul consenso, definendo dunque un rapporto sessuale privo di consenso come stupro e introducendo il nuovo reato di “abuso sessuale negligente”.

Anche se è troppo presto per valutare l’impatto complessivo di questi cambiamenti, si tratta chiaramente di un passo avanti importante per contrastare un fenomeno che è diffuso nella società svedese. Ma cambiare le leggi non sarà abbastanza.

Occorre affrontare i vizi dei procedimenti giudiziari, soprattutto il modo in cui la polizia gestisce i casi di stupro. L’applicazione incoerente delle prassi migliori in materia di indagini sui reati sessuali contro gli adulti e i ritardi nella consegna degli esami medico-legali sono stati più volte evidenziati da varie autorità. Alcune sopravvissute hanno denunciato gli inaccettabili ritardi negli interrogatori di persone sospettate di stupro.

Le attitudini nocive non mutano improvvisamente con una modifica legislativa. Uno studio recente ha rivelato che quasi una persona su dieci ritiene che la violenza di genere contro le donne sia spesso provocata dalla vittima. Una sopravvissuta ha detto ad Amnesty International: “Persino mia madre mi ha detto una cosa del genere: ‘Ho sempre cercato d’insegnarti come vestirti’“.

Nonostante gli alti livelli di stupro, i processi sono ben pochi. Nel 2017 sono andati in giudizio solo il sei per cento dei casi in cui erano coinvolte persone adulte. I bassi tassi di procedimenti giudiziari e di condanne danneggiano la fiducia nel sistema giudiziario. 
Va detto che, negli ultimi anni, il comportamento della polizia nei confronti delle vittime di stupro è generalmente migliorato e che nel 2018 è entrata in vigore una norma che obbliga i funzionari di polizia a informare le denuncianti del loro diritto a una consulenza legale gratuita e di loro scelta.

Una sopravvissuta che ha ottenuto la condanna del suo stupratore ha dichiarato ad Amnesty International: “Fa parte della risalita. Pensi: alla fine mi hanno creduto, il sistema mi ha creduto. Ma so che sono una delle poche ad aver avuto giustizia. Tuttavia ho delle speranze e auguro a tutte un esito come il mio”.

Danimarca

Lo stupro è profondamente sotto-denunciato e anche quando una sopravvissuta si reca alla polizia per sporgere denuncia le speranze di ottenere giustizia sono minime. Su 24.000 donne che nel 2017 hanno subito uno stupro o un tentato stupro, solo 890 casi sono stati denunciati alla polizia: di questi, 535 sono arrivati a un processo e le condanne sono state solo 94.

Il mese scorso, dopo la pubblicazione di un rapporto di Amnesty International, il primo ministro danese ha dichiarato che il governo sarebbe stato favorevole a una legge sullo stupro basata sul consenso. I partiti di opposizione hanno presentato una proposta che dovrebbe essere esaminata questa settimana dal parlamento.

“Mentre modificare le leggi sullo stupro nei paesi del Nordeuropa è un passo avanti vitale per cambiare la mentalità e ottenere giustizia, dev’essere fatto molto altro per ottenere cambiamenti istituzionali e sociali. Le autorità devono prendere iniziative per sfidare i miti sullo stupro e gli stereotipi di genere a ogni livello della società. I professionisti che lavorano a contatto con le sopravvissute allo stupro devono ricevere una formazione continua e adeguata e devono essere avviati programmi di educazione sessuale e di sensibilizzazione per i giovani”, ha concluso Naidoo.

Kristine Holst, una sopravvissuta danese che è diventata attivista dopo che era stata stuprata da un amico e la cui storia è raccontata nel rapporto di Amnesty International, ha dichiarato: “Spero che quello che è iniziato la notte del mio stupro culmini presti nell’adozione di una legge basata sul consenso. Questa esperienza mi ha dimostrato che se le donne si uniscono e prendono la parola con coraggio il cambiamento non solo è possibile ma è inevitabile”.

Hanno rischiato di perdere il loro lavoro, risucchiato dalla crisi economica cominciata nel 2008, ma non si sono arresi. Sono i trenta soci che nel marzo 2009 hanno creato la L&Q, società cooperativa per azioni, assumendosi la responsabilità di salvare quello che era possibile dell'impresa dove erano occupati fino a quel momento, la Linea Quattro spa di Castelplanio (Ancona), specializzata in cucine componibili moderne.

Loro hanno detto no alla perdita del lavoro e hanno deciso di puntare su quella che era sempre stata la loro seconda casa, l'azienda, e che permetteva di avere una vita dignitosa ad ognuno di loro e alle loro famiglie. Hanno investito 10 mila euro ognuno come capitale sociale e hanno creato una cooperativa diventando imprenditori di sé stessi, salvando e valorizzando le proprie competenze e professionalità quello che avevano imparato in anni di esperienza nel costruire cucine.

Quello che hanno vissuto in dieci anni li ha resi protagonisti di una delle simboliche storie virtuose di WBO-Workers buyout, le imprese ricreate da chi vi era occupato, le cui vicende sono state anche raccontate nel libro "Se chiudi ti compro. Le imprese rigenerate dai lavoratori", scritto da Paola De Micheli, Stefano Imbruglia, Antonio Misiani e pubblicato da Edizioni Guerini e associati nel 2017.

Con un fatturato 2018 di quasi 5 milioni di euro, L&Q lavora soprattutto sul mercato internazionale, con una quota dell'80% in export, con clienti in 30 Paesi tra Europa, America, Nord Africa, Estremo e Medio Oriente.

A fianco dei lavoratori, si sono aggiunti, prima, vari soci sovventori, dimostrando il valore di questo progetto collettivo, e poi sono entrati a far parte della compagine sociale importanti soci finanziatori come CFI-Cooperazione finanza impresa, il fondo mutualistico Coopfond e Coopinvest, l'ente di gestione della Regione Marche per il capitale di rischio delle cooperative.

Dopo aver stipulato, nel 2009, con la Linea Quattro in liquidazione, un contratto di affitto di azienda, nel corso degli anni, L&Q ha portato a termine l'acquisto prima dei beni mobili previsti dal contratto e successivamente, nel settembre 2016, la cooperativa ha proceduto all'acquisto di una porzione dell'immobile condotto in affitto, lo showroom aziendale, e la stipula di un contratto di "rent to buy" per le porzioni immobiliari rimaste oltre che un contratto di licenza d'uso del marchio.

"E' stato un lungo cammino, vissuto nella massima intensità, giorno dopo giorno – racconta Marco Solazzi, presidente di L&Q -, è stata un'avventura in cui ci siamo buttati dieci anni fa, basata però sul desiderio concreto di difendere il nostro posto di lavoro e di non mollare quello che avevamo costruito finora". Fare impresa, in questo tempo, aggiunge Solazzi, "non è stato facile, tanti sono stati gli ostacoli da superare e altri ce ne sono ancora oggi da affrontare, ma abbiamo dato sempre il massimo per crescere, lavorare, confrontarci con mercati diversi. E i risultati stanno arrivando".

"Siamo orgogliosi di vedere nascere nuovi cooperatori, che scelgono di impegnarsi in prima persona per salvare l'azienda dove erano occupati – dice Gianfranco Alleruzzo, presidente di Legacoop Marche -, come movimento cooperativo questo è un vissuto che ci emoziona e che ci spinge a continuare ad essere a fianco di queste persone, ieri come oggi, che credono in sé stesse e decidono di trasformarsi in persone solidali e che cooperano creando il proprio lavoro".

Per celebrare questi primi dieci anni di L&Q, simbolicamente ricordati anche con una targa che Legacoop Marche ha voluto consegnare alla cooperativa, tutti i soci e i lavoratori si sono riuniti per una cena aziendale. Un brindisi per festeggiare ma soprattutto un augurio per continuare e raggiungere nuovi traguardi.

 

 

 

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