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Martedì, 25 Giugno 2019

"Senza l'aiuto dell'ostetrica a domicilio avrei affrontato con più timore e angoscia ogni nuova situazione. Lei è stata in grado di sostenermi e darmi suggerimenti e consigli molto utili" , racconta una neo-mamma che ha avuto il supporto di una ostetrica a domicilio grazie al progetto ‘Passi piccoli comunità che cresce’, sostenuto dall’impresa sociale Con i bambini in otto comuni a nord di Milano,  che tra le tante attività individuate per contrastare la povertà educativa ha deciso di iniziare il percorso prima ancora della nascita del bambino, prendendosi cura della mamma e mettendo  in campo la possibilità di avere la visita a domicilio di una persona esperta, una ostetrica, per ricevere informazioni e consigli per prendersi cura al meglio del proprio bambino e di sé stessa.

Diventare mamma è l’inizio di una nuova fase della vita della donna e della sua famiglia. Può essere però un periodo impegnativo che richiede un grande sforzo fisico e mentale. Possono nascere dubbi e incertezze e può essere forte la necessità di trovare qualcuno con cui parlare e confrontarsi, un punto di appoggio dove trovare informazioni e magari anche di sorriderci sopra.

Viene così fornita alle donne ogni informazione necessaria e, in casi specifici anche l’accompagnamento, per usufruire dei Servizi del territorio quali il Consultorio, il pediatra oltre che l’invito a partecipare alle altre attività del progetto ‘Passi piccoli comunità che cresce’ per poter proseguire il percorso fino ai tre anni di età del bambino. Le occasioni educative offerte sono tante, diluite nei tre anni del progetto e distribuite negli otto comuni dell’area del garbagnatese a Nord di Milano: vanno da momenti di socializzazione adulti-bambini, incontri di family coaching, letture ad alta voce, spettacoli teatrali per piccolissimi, ludobus, centri per la prima infanzia, eventi di educazione ambientale, mappatura dei luoghi ‘amici dei bambini’ presenti nel territorio.

A Sabrina Ritorto, assistente sociale e coordinatrice del progetto dell’associazione IRIS Istituto Ricerca Intervento Salute, partner del progetto Passi piccoli abbiamo chiesto perché sia importante andare a casa delle donne: “Le mamme che da marzo a oggi ci hanno contattato hanno tanta voglia e bisogno di condividere la gioia della nascita e tutte le sue fatiche, dubbi, contraddizioni con qualcuno che possa orientarle a stare meglio, a tal punto da aprire ad una sconosciuta (l’ostetrica) la loro casa. Per noi l’andare dalle persone ha un senso importante ed è il nodo di questa azione: entrare in punta di piedi in una casa, che in equilibrio precario sta cercando di ridefinire spazi, ruoli, compiti, necessita di competenza e professionalità. Saper cogliere in ogni donna, e nelle relazioni significative che la circondano, il pensiero, i desideri, i bisogni e le domande per fornire informazioni chiare ed esaustive che l’aiutino ad acquisire maggior consapevolezza e competenza per svolgere al meglio il nuovo ruolo di madre.  Andare da loro ci permette di essere noi l’ospite, di poter osservare oltre che parlare, e di permettere alla donna di essere il più possibile in una condizione di naturalezza, oltre che intervenendo anche a pochi giorni dal parto risulta essere per molte di loro una condizione di assoluta facilità organizzativa.”  

Alla domanda su quali siano le richieste che arrivano dalle neo mamme Ritorto ha risposto ”Ad oggi il maggior numero di richieste ha avuto come oggetto l’allattamento. Escono dagli ospedali con informazioni per loro poco chiare, confuse, spesso la montata lattea non è arrivata e il panico di non “sfamare” adeguatamente il loro piccolo le paralizza aumentando i sensi di colpa e inadeguatezza. Poi abbiamo avuto qualche richiesta per affrontare insieme le prime volte: il bagnetto, lo svezzamento; altre la necessità di fare “due chiacchiere con qualcuno che mi capisce”.

Sull’identikit della neo mamma che chiede aiuto Ritorto aggiunge “La maggior parte di queste donne sono di origine italiana (solo due straniere), il numero è equo tra quelle al primo e al secondo figlio. Abbiamo avuto un solo caso di una minorenne mentre per le altre l’età è sotto i 40 anni. Chiamano nella maggior parte delle situazioni loro stesse, in un paio di occasioni le nonne materne ed in una il padre dei nuovi nati. Le donne comunicano di averne parlato con il partner ed i familiari che si dicono contenti che la madre riceva questo supporto.” Un caso pratico ci racconta meglio in cosa l’ostetrica può essere utile “L’ostetrica Sara Covino racconta di una madre tornata a casa dopo la nascita della sua bambina senza che fosse mai riuscita ad attaccarla al seno. Aveva fatto ricorso al latte artificiale la prima notte a casa non sapendo come fare a saziarla. La richiesta di una visita domiciliare e la possibilità d’incontrarla già il giorno successivo ha permesso da una parte di intervenire tempestivamente per sostenere la produzione del latte materno, dall’altra di incoraggiarla nei suoi tentativi di attaccare direttamente la bambina al seno. Grazie a un piccolo percorso insieme di tre incontri l’allattamento al seno si è ben avviato, mentre la mamma e la neonata sono state accompagnate nella scoperta e conoscenza delle reciproche competenze”.

Ecco invece cosa caratterizza il servizio rispetto a quanto offre il welfare pubblico sul territorio “Mi piace pensare che il nostro progetto sia un ponte che accompagni le donne dall’Ospedale al territorio. Noi godiamo di una autonomia organizzativa tale da permetterci di intervenire in brevissimo tempo dalla telefonata, cerchiamo di rispettare le 48 ore. Non siamo un pronto soccorso, abbiamo gli strumenti per valutare la natura della domanda ed in tal caso indirizzare la donna alle competenti istituzioni. Ma sappiamo che le richieste poste dalle donne hanno bisogno di tempestività e che questa facilità organizzativa non è al momento propria delle istituzioni. Volenti o meno la nascita ha come passaggio obbligato tutto ciò che afferisce all’area sanitaria ed è per questo che IRIS ha il privilegio di individuare per prima le donne ed i loro bambini per sostenerle adeguatamente nei loro compiti di cura primaria affinché si rafforzino e siano poi pronte a percorrere il ponte per accedere con maggior consapevolezza alle risorse presenti sul territorio.” Conclude Ritorto. Un bell’aiuto quindi per ridurre le possibilità che si cada nella mancanza di opportunità educative tipiche della povertà educativa.

 

Quel “fatto di Vigliena”, 220 anni fa. Giovani rivoluzionari difesero le loro idee di libertà fino alla morte nel 1799, quando per sei mesi la Repubblica Napoletana prese il potere. Il Fortino fu l’ultimo baluardo di resistenza contro le milizie del Cardinale Ruffo. In quel luogo, a distanza di oltre due secoli, sarà ricordato con una cerimonia proprio il 13 giugno alle ore 17 presso lo Stradone di Vigliena dall’Istituto degli Studi filosofici, dalla Società napoletana di Storia patria, dal Comitato civico San Giovanni a Teduccio, dal Comune di Napoli, dall’Assise di Palazzo Marigliano e da decine di associazioni e comitati dell’area orientale della città con l’adesione anche dell'Autorità di Sistema del Mar Tirreno Centrale. Per l’occasione l’artista Giuseppe Zinno realizzerà un’opera in ricordo di quei fatti. Ad accompagnarli ci sarà la musica con Carmela Di Costanzao, Enzo Vorraro, Marta Peperna, Gino Protano e tanti altri. 

La storia passa nei quartieri di quella periferia che oggi fa notizia per la faida di camorra, da dove sono partiti i sicari che hanno ferito la piccola Noemi o dove si spara davanti a una scuola materna. La memoria si innalza nell’area più inquinata della città tra ex impianti industriale e multinazionali sotto inchiesta per sversamento di rifiuti tossici. In questo scenario si muove una cittadinanza attiva che vede nel Fortino il simbolo di una battaglia ancora attuale, contro ogni oppressione e tirannia.

Ad aver spinto per una memoria collettiva in questi anni è stato l’impegno di Vincenzo Morreale, già consigliere provinciale e da anni attivista del Comitato civico che scelse proprio il 13 giugno nel 2007 per portare la propria battaglia contro la centrale a Turbogas di Vigliena, a pochi passi dal “Forte”.

Quel luogo è ancora un riferimento civile e morale ed è per questo che la commemorazione per toglierlo dall’abbandono in cui versa diventa un simbolo delle battaglie di oggi.

L’abbandono

Morreale ha recuperato atti e pubblicazioni in cui si racconta quella resistenza. Uno di questi è Francesco Lomonaco, patriota ed intellettuale meridionale che nel commentare le Vicende del Forte di Vigliena scrisse: «Il Primo che innalzò lo stendardo dell’eroismo fu Francesco Martelli. Costui, quando vide che il forte non potea più resistere, disse a’ suoi compagni: “Bisogna morire liberi piuttosto che sopravvivere alla servitù” Sicchè egli stesso accese la polvere, la quale colla sua esplosione rovesciò le mura della rôcca. Chi guardando le rovine di Viglieno, non sarà preso di ammirazione, è un essere che non è nato per la gloria; è un uomo a cui la schiavitù ha tolta la facoltà di pensare, e di sentire”. 

Le cronache parlamentari del periodo giugno-dicembre 1891 riportano la proposta di legge, di cui fu primo firmatario l’onorevole Matteo Renato Imbriani Poerio, recante un solo articolo col quale si affermava che: "Il fortino Vigliena è dichiarato monumento nazionale” perché “il periodo gloriosissimo della Repubblica partenopea, che, si può affermare, fu l'inizio della risurrezione d'Italia, ebbe il suo epilogo nel fatto del fortino di Vigliena”.

Gli atti parlamentari raccontano ancora che, novanta anni dopo, l’onorevole Antonio Parlato presentò tra il 1980 e il 1988 quattro interrogazioni per chiedere il recupero del “fortino di Vigliena”. Pure questo tentativo cadde nel vuoto e solo con le commemorazione del Bicentenario del 1999 si ripropose la questione

Un riferimento popolare per tutto il Sud

Si arriva ad oggi e all’evento del prossimo 13 giugno con l’affissione della lapide commemorativa. Per Morreale “nel Forte di Vigliena c’è una pagina della storia meridionale. È toccante perché quei rivoluzionari erano giovani e c’erano anche le donne a combattere, tra cui tanti intellettuali calabresi. Eppure questo Forte è stato sempre abbandonato come ricorda Imbriani, perché ‘quelli del petrolio’ lo vogliono prendere”.

Un filo rosso lega le epoche di un territorio su cui gravano interessi economici potenti per tutta la città:  “questa zona ha sempre avuto mire speculative e non si riuscì mai a realizzare il monumento storico. Ma l’abbandono è dovuto anche a un fatto simbolico di riscatto del Sud”. Anche in questo caso ritorna il tema di un Mezzogiorno che non deve fare notizia quando fa cultura e quando rivendica il proprio patrimonio civile e morale.

“Abbiamo avuto difficoltà pure a mettere una lapide – conclude Morreale” e oggi questo luogo è un presidio democratico che è ancora al centro di un processo di trasformazione urbana legata all’area portuale. Il porto è, inoltre, obbligato a recuperarlo come previsto dai lavori di ampliamento e invece versa ancora in queste condizioni. Il Forte è un’oasi che si lega al contesto attuale: la memoria continua la battaglia di quei valori”

Prende il via oggi 5 giugno, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, la campagna “Giudizio Universale – Invertiamo il processo” che precede il deposito, previsto in autunno, della prima causa legale intentata in Italia contro lo Stato per l’inazione di fronte ai cambiamenti climatici.

Giudizio Universale è una campagna promossa da movimenti, associazioni e centinaia di singoli cittadini, nata per preparare il terreno ad un processo senza precedenti nel nostro paese, che ha l’obiettivo di chiedere ai giudici di condannare lo Stato per la violazione del diritto umano al clima.

Il livello della minaccia rappresentata dagli stravolgimenti climatici e la debolezza delle misure messe in atto dagli Stati destano una crescente preoccupazione nell’opinione pubblica, che si organizza attraverso mobilitazioni sempre più intense a livello internazionale. Il movimento per la giustizia climatica rappresenta oggi uno dei fenomeni più rilevanti sulla scena internazionale, denunciando senza sosta l’immobilismo dei poteri pubblici nella protezione dei diritti umani connessi al clima.

Da questo punto di vista, l’Italia non fa eccezione. Il nostro Paese ha obiettivi di riduzione delle emissioni scarsamente ambiziosi e non in linea con le raccomandazioni espresse dalla comunità scientifica per centrare l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro la soglia prudenziale dei +1,5 °C.

Serve un deciso cambio di passo per invertire la rotta nei prossimi 11 anni, o gli scompensi climatici porteranno enormi aree del pianeta a subire l’impatto sempre più grave e frequente di fenomeni estremi come inondazioni, ondate di caldo, alluvioni e siccità. A soffrirne maggiormente saranno le comunità più deboli ed emarginate, ma anche il mondo occidentale è destinato a fare i conti con pesanti perdite economiche e con ricadute sociali, sanitarie e ambientali. Anche in Italia, infatti, si rischia un innalzamento eccezionale delle temperature (soprattutto in estate), l’aumento della frequenza degli eventi meteorologici estremi (ondate di calore, siccità, episodi di precipitazioni intense) e una riduzione delle precipitazioni medie annue e dei flussi fluviali.

Di qui nasce il boom di contenziosi - ad oggi più di 1000 in tutto il mondo - che vedono la società civile in oltre 25 paesi portare alla sbarra lo Stato, le imprese o singoli progetti dal forte impatto sul clima. In Olanda, nel 2015, un migliaio di persone hanno fatto causa allo Stato per le scarse politiche climatiche, vincendo il ricorso in primo e in secondo grado con sentenze di condanna che impongono al governo di rivedere i suoi piani.

Fare lo stesso in Italia

In autunno, il deposito dell’atto di citazione sancirà l’avvio del primo climate case mai intentato nel nostro paese: la campagna Giudizio Universale è patrimonio di tutte le organizzazioni e i movimenti sociali impegnate in questi mesi contro i cambiamenti climatici, e vuole essere un ulteriore strumento di pressione per il nostro governo in vista della prossima Conferenza Mondiale sul Clima, in Cile, per fare in modo che la COP di Santiago non sia l’ennesima occasione sprecata.

 

Avviare e sostenere una collaborazione finalizzata alle attività di studio, analisi, valutazione e promozione della qualità dell'ambiente urbano e metropolitano, come strumento di supporto alla pianificazione, alla progettazione di qualità e alla gestione sostenibile da parte delle città e delle aree metropolitane, alla programmazione di politiche nazionali e locali in materia, al coinvolgimento attivo della cittadinanza; Condividere informazioni e dati in possesso delle Parti per elaborare insieme analisi, benchmarking e studi sulle tematiche relative all'ambiente urbano. Sono questi alcuni dei temi oggetto del protocollo d'intesa siglato tra ISPRA e ANCI sulla qualità dell'ambiente urbano. Obiettivo dell'intesa il perseguimento dello sviluppo sostenibile nelle città italiane.

Ma qual e' la situazione nelle citta' italiane? Nelle aree urbane si continua a superare il limite. Nel 2017 le centraline di 35 fra le principali citta' italiane segnalano superamenti del valore limite giornaliero del PM10. Lo stesso vale per l'NO2: per il quale almeno una delle stazioni di monitoraggio di 25 aree urbane, gran parte localizzate al Nord, registrano superamenti.

Ma non mancano i segnali positivi. Tra il 2008 ed il 2017 le concentrazioni medie annue di PM10, PM2,5 e NO2 mostrano un trend decrescente (-2,4% per il PM10 e -2,9% per PM2,5 e NO2). Anche le emissioni di PM10 primario, passano da un totale di 45.403 tonnellate (Mg) nel 2005 a 36.712 tonnellate (Mg) nel 2015 con una riduzione del 19%. Automobili private ancora in aumento: in un anno (2017) cresce dell'1,7% il parco autovetture intestato a privati.

A livello nazionale sono ancora presenti circa 8,9 milioni di auto con direttiva europea antinquinamento da euro 0 ad euro 2 (23,3% del parco totale) ma continua ad aumentare anche il parco auto con direttiva superiore o uguale all'euro 4 che dal 2012 al 2017 passano dal 53,1% al 63,5%. A livello nazionale, rispetto al 2016, diminuisce la quota di auto a benzina e di conseguenza cresce l'incidenza di auto a gasolio. Lieve invece l'incremento delle auto alimentate a GPL e mentre resta stabile per le vetture a metano. Avanza la sharing mobility che nel giro di tre anni (2015-2017) si rafforza come settore aumentando piu' del doppio il numero delle vetture in condivisione. Delle 48 mila unita' messe su strada nel 2017, l'83% sono biciclette, il 16% automobili e l'1% scooter.

A livello locale sempre piu' amministrazioni hanno predisposto un "Piano Urbano della Mobilita' Sostenibile (PUMS) in redazione, approvato o adottato complessivamente dalla maggior parte di Comuni con piu' di 100 mila abitanti e approvato da due Citta' metropolitane, Bologna e Genova.

(Fonte: agenzia Dire)

"La richiesta di autonomia differenziata da parte di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna è un tema molto delicato e con ricadute politiche rispetto all'unità nazionale e concrete perché riguarda l'erogazione di servizi ai cittadini", Gianfranco Viesti docente dell'Università di Bari ha aperto così l'incontro "Autonomie regionali e unità nazionale", organizzato dal Forum Disuguaglianze Diversità (ForumDD) in collaborazione con ASviS, nell'ambito della terza edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile.

L'incontro si proponeva di presentare lo stato di attuazione delle proposte di autonomia regionale differenziata da parte di alcune regioni e le loro possibili conseguenze sull'organizzazione dei grandi servizi pubblici nazionali e sui diritti dei cittadini.

"Perché le regioni chiedono questi poteri? - ha continuato Viesti - Non abbiamo dati che dimostrano che passare le competenze dallo Stato alle regioni possa migliorare l'efficienza degli interventi e non si conoscono i dettagli dei contenuti di queste richieste. Inoltre così rimane uno stato arlecchino: con una grande differenziazione tra le regioni il centro dovrebbe disegnare le politiche pubbliche in modo molto differenziato". Viesti sottolinea anche una criticità notevole di natura finanziaria. "Con il trasferimento delle competenze queste regioni hanno chiesto risorse molto maggiori di quelle che hanno adesso a disposizione. Aumentare la spesa in alcune regioni significa ridurla da altre parti."

Viesti conclude dicendo che adesso il potere decisionale è in mano al Parlamento italiano e che "nel momento in cui le intese dovessero essere ratificate di fatto si innescherebbe un processo irreversibile".  

Massimo Villone, Professore emerito dell'Università Federico II di Napoli, ha ricordato che "nel testo originario della Costituzione c'era l'obiettivo dichiarato di ridurre il divario strutturale tra il Sud e il Nord del paese. Verso la fine degli anni '80 questo progetto ha iniziato a vacillare. All'idea che il Sud fosse la migliore scommessa anche per lo sviluppo del Nord, si è sostituita un'altra idea, ovvero quella che il mezzogiorno sia un peso che impedisce al Nord di agganciarsi all'Europa. Con questo disegno secessionista perdiamo la speranza di essere uguali. Un paese che sa di non essere uguale nei diritti è un paese che non rimane unito a lungo."

Tra le competenze che passerebbero alle regioni ci sono quelle sull'istruzione. Su questo è intervenuto Marco Rossi Doria, esperto di istruzione e membro del Forum Disuguaglianze e Diversità. "Due terzi dei minori poveri (2 milioni in povertà relativa e 1 milione e 300mila in povertà assoluta) vivono al Sud dove risiede però solo un terzo della popolazione italiana. La dispersione scolastica è in risalita, è tornata al 14% mentre l'Europa ci chiede di stare al 10%. Se da una parte il Veneto è a circa l'8%, la Sicilia sta al 26% e la città di Napoli al 25%. E se si prendono i dieci indicatori della povertà educativa (elaborati da Save the Children) si scopre che nella classifica delle regioni quelle più indietro sono tutte del mezzogiorno e quindi questo attacco piove sul bagnato perché invece di applicare il secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione sta per dare di più a chi ha di più e di meno a chi ha già di meno".

Infine si è toccato il tema dei diritti alla salute e all'assistenza di cui ha parlato Raffaella Milano, direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children. "Abbiamo avuto e abbiamo ancora un servizio sanitario nazionale universalista a cui si sono rivolti persone più abbienti e meno abbienti. Da un po' di tempo però i pediatri hanno lanciato un allarme: si sta infatti creando una forbice per quanto riguarda la mortalità infantile con dati profondamente diversi tra le regioni del Sud e del Nord. Nel mezzogiorno registriamo anche dati preoccupanti per numero di tagli cesarei e per i tanti bambini in sovrappeso che fanno schizzare l'Italia al primo posto in Europa per obesità infantile. I dati ci dicono che proprio dove ci dovrebbero essere più investimenti la spesa sociale è più bassa. Dobbiamo capire come disegnare le politiche per ridurre le disuguaglianze e per realizzare gli obiettivi fissati dall'agenda 2030 delle Nazioni Unite".

 

Favorire la creazione, il consolidamento e lo sviluppo di cooperative di comunità, un modello innovativo di impresa finalizzato all’interesse generale delle comunità locali che punta, attraverso la partecipazione attiva dei cittadini alla gestione dei beni comuni, a contrastarelo spopolamento delle aree interne o il degrado delle grandi città.

È l’obiettivo del bando Coopstartup “Rigeneriamo comunità”, promosso da Legacoop e da Coopfond-con il sostegno di Banca Etica, Fondazione Finanza Etica, e la partnership con soggetti dell’associazionismo e della promozione territoriale- che prende il via oggi e si rivolge a gruppi, composti da almeno 3 persone, che intendano costituire un’impresa cooperativa aderente a Legacoop, e a cooperative aderenti a Legacoop costituite a partire dal 1° gennaio 2018.

I gruppi e le cooperative neocostituite che intendano partecipare al bando debbono avere sede, e prevedere che il proprio progetto si sviluppi, in aree interne, piccoli comuni, aree urbane degradate, aree agricole incolte o abbandonate, aree naturalistiche e naturali protette, aree di interesse storico, paesaggistico e culturale.

Saranno ammessi al bando idee e progetti imprenditoriali indirizzati al potenziamento delle risorse e al miglioramento della qualità della vita delle comunità locali attraverso lo sviluppo di una combinazione di attività quali, ad esempio, interventi finalizzati alla riqualificazione di beni che rispondono a un interesse pubblico, alla tutela dell’ambiente, del decoro urbano e al recupero di luoghi in disuso, alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale, allo sviluppo di energie rinnovabili, al riuso e al riciclo. 

Le candidature dovranno essere presentate online attraverso la piattaforma Coopstartup, raggiungibile dal sito www.coopstartup.it/rigeneriamocomunita compilando ed inviando il modulo di candidatura entro e non oltre le ore 14.00 del 31 Agosto 2019.

Il bando prevedeuna prima selezione di 20 progetti ai quali sarà garantito un supporto di formazione e di assistenza tecnica per la redazione del business plan che dovrà prevedere un piano di raccolta fondi attraverso il crowdfunding.Per i promotori di questi progetti è prevista la partecipazione gratuita ad un corso di formazione in aula organizzato dai promotori e partner di progetto; l’accesso gratuito alla piattaforma di crowdfunding “Produzioni dal basso”; l’accompagnamento alla costituzione in cooperativa da parte di Legacoop, anche se non rientranti tra i progetti vincenti.

Al termine di una seconda selezione, verranno scelti i 7 progetti vincitori cui saranno garantiti l’accompagnamento alla costituzione in cooperativa da parte delle strutture e organizzazioni territoriali di Legacoop e, se decideranno di aderire a Legacoop, il raddoppio di quanto raccolto con il crowdfunding fino ad un massimo di 10mila euro, erogati da Coopfond. A tutti i gruppi e neocooperative iscritti al bando sarà garantitol’accesso gratuito ad un programma di formazione finalizzato alla costituzione di startup cooperative attraverso la piattaforma di e-learning “10 Steps and Go”.

Informazioni complete sulle modalità di partecipazione e il testo del bando sono consultabili su https://rigeneriamocomunita.coopstartup.it/piattaforma/

 

La Cooperativa Meta ha conseguito il Rating di Legalità, rilasciato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ottenendo il massimo punteggio.

“Si comunica che l’Autorità, nella sua adunanza del giorno 24 aprile 2019, ha esaminato la domanda per l’attribuzione del rating di legalità da voi depositata in data 13 marzo 2019. In base alle dichiarazioni rese, nonché all’esito delle valutazioni effettuate, l’autorità ha deliberato di attribuire a Meta Cooperativa Sociale Onlus il Rating di Legalità con il seguente punteggio: rating tre stelle.”

Questo quanto riportato nella comunicazione ufficiale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, inviata alla Cooperativa Meta il 26 aprile scorso. Meta ottiene quindi il massimo punteggio, ovvero tre stellette su un massimo di tre previste dal regolamento.

Il Rating di Legalità è uno strumento sviluppato dall’AGCM, in accordo con i Ministeri degli Interni e della Giustizia, che riconosce premialità alle aziende che operano secondo i principi della legalità, della trasparenza e della responsabilità sociale. È quindi un riconoscimento conferito alle imprese virtuose con elevati standard di legalità: per ottenerlo la cooperativa Meta ha dimostrato il rispetto di una serie di requisiti sia normativi che extra normativi (volontari), che riguardano procedure di verifica e controllo interni, nonché di promozione di principi di comportamento etico in ambito aziendale.

Ad oggi, con Meta, sono solo nove le cooperative sociali di Roma ad aver raggiunto questo risultato

(fonte: sito AGCM).

Una gigantografia di un carrarmato davanti alla quale attiviste e attivisti di Amnesty International Italia si sono posti in gesto di sfida, ricordando l'iconica immagine dell'uomo che per qualche istante fermò l'avanzata dell'esercito cinese in piazza Tiananmen. 

In questo modo nel pomeriggio del 3 giugno, a Roma, nei pressi dell'Ambasciata della Repubblica popolare cinese l'organizzazione per i diritti umani ha commemorato il trentesimo anniversario del massacro di Pechino del 1989.  Il 3 e il 4 giugno 1989 a Pechino i soldati aprirono il fuoco contro le manifestazioni pacifiche di piazza Tiananmen e dintorni uccidendo centinaia se non migliaia di persone che chiedevano riforme politiche. 

Anche quest'anno in Cina è proibito ricordare e commemorare i fatti di Tiananmen. Nelle ultime settimane la polizia ha arrestato, posto agli arresti domiciliari o minacciato decine di attivisti, compresi i familiari delle vittime. 

Durante la manifestazione, le attiviste e gli attivisti di Amnesty International hanno ricordato le richieste che l'organizzazione per i diritti umani continua a rivolgere alle autorità di Pechino: riconoscere pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse a Tiananmen nel 1989; avviare un'indagine pubblica e indipendente e chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani a risponderne di fronte alla giustizia; risarcire le vittime del massacro del 1989 e i loro familiari; porre fine alle minacce e ai procedimenti giudiziari contro coloro che commemorano o parlano pubblicamente delle proteste del 1989 e coloro che, più in generale, esercitano il loro diritto alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica. 

Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 giugno Harry, un ventenne di origine nigeriana, detenuto nel CPR Restinco (Brindisi), approfittando di un momento di solitudine nella sua stanza, si toglie la vita impiccandosi. Ieri la Prefettura ha disposto la sepoltura, senza ulteriori accertamenti sui fatti, chiudendo frettolosamente un episodio gravissimo che invece va divulgato con tutti i mezzi possibili.

Ne dà notizia la Campagna LasciateCIEntrare. “il suo gesto non è certamente il primo all'interno della struttura. Negli anni passati, infatti, sono stati diversi gli episodi di tentativi di suicidio, autolesionismo ed anche di rivolte. Eppure abbiamo segnalato più volte a Prefetto, Garante nazionale e regionale dei detenuti, membri dello IOM e dell'UNHCR la situazione critica di questo giovane migrante, sottolineandone l'incompatibilità con le misure restrittive della libertà personale applicate nel CPR, e chiedendone con urgenza il suo trasferimento in luogo idoneo alla sua condizione di estrema vulnerabilità, allegando la documentazione medica in possesso”.

La Campagna LasciateCIEntrare ha da sempre evidenziato notevoli criticità anche per altri casi ( qui il  report,risalente all'ultimo accesso nell'agosto 2018, nel quale proprio un infermiere sottolineava che "frequenti sono gli atti di autolesionismo ed i tentati suicidi, tramite impiccagione"). Come dire: una morte annunciata.

“Harry, poco più che diciottenne, come molti altri giovanissimi migranti, era arrivato in Italia nell'estate del 2017, dopo la traversata nel deserto e l'incarcerazione in Libia. Veniva dislocato nella provincia di Bolzano, ospite presso due centri di accoglienza, tutti di grandi dimensioni, con oltre 100 persone. Da subito il suo disagio è risultato evidente: disagio che lo ha portato a effettuare visite specialistiche, frequentare il Centro di Salute Mentale e dover seguire una terapia farmacologica costante. Più volte è stato ricoverato nel reparto di psichiatria per delle forti crisi, segnalato dai servizi psichiatrici, dai servizi sociali e dai referenti del CAS stesso”.

A giugno 2018, viene chiesto per lui l'inserimento in uno Sprar, nell'estremo tentativo di ospitarlo in una struttura adeguata alle sue gravi problematiche e che potesse dargli l'attenzione e la cura "dovuta". “Infatti, il servizio psichiatrico ha più volte sottolineato come la natura dei problemi di Harry risiedesse nel fatto che egli aveva "sia un modo di pensare, sia di vivere le esperienze sia modalità comportamentali ancora immaturi e infantili, con in parte regressioni emozionali sino al livello di un bambino dell'età dell'infanzia (...)".

Ma per lui non c'è stato nulla da fare. Spostato come un pacco postale da un CAS all'altro, senza alcuna cura ed attenzione ai suoi problemi psichiatrici, la malaccoglienza ha finto per aggravare ancora di più ed in modo irrimediabile la sua condizione di soggetto già altamente vulnerabile. Harry ha finito, cosi, per perdere anche l'ultimo dei suoi diritti, ovvero quello a soggiornare in Italia.

A fine marzo 2019, Harry viene così portato nel CPR Restinco a Brindisi. Un trattenimento assolutamente incompatibile con le sue condizioni di salute. In due mesi di trattenimento Harry non è mai riuscito ad incontrare lo psichiatra interno del centro, malgrado le numerose richieste effettuate in tal senso, e per "tamponare" la situazione, gli sono stati somministrati dei farmaci. Ma non si sa secondo quale terapia e secondo quale prescrizione.

Harry ha oscillato tra momenti di apatia e stati catatonici, tra momenti di forte aggressività e altri di scoramento e pianto. Fino all'estrema soluzione. Quella di farla finita. La Campagna LasciateCIEntrare oggi chiede “con fermezza che venga immediatamente disposta l'autopsia del corpo e gli esami tossicologici per accertare le cause precise della sua morte”.

E chiede, soprattutto, che “vengano accertate le responsabilità di chi, pur essendo a conoscenza dello stato di grave disagio e sofferenza psichica, incompatibile con il trattenimento in un centro per i rimpatri, non ha tutelato i diritti e la vita di Harry”.

 

"Il risultato del referendum costituzionale tenutosi ieri a San Marino e che ha approvato con il 71,46% di voti favorevoli l'introduzione del divieto di discriminazione per orientamento sessuale nella legge fondamentale dello Stato è motivo di profonda soddisfazione, anche per il lavoro che l'Arcigay di Rimini ha profuso a supporto di questo risultato assieme agli attivisti sammarinesi": lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.

Che prosegue: "Quanto avvenuto, dovrebbe far riflettere la politica italiana sul ritardo che il nostro Paese continua ad avere su questo tema: la politica Italiana e i vari governi che si sono avvicendati negli anni continuano a sottovalutare l'aumento di casi di violenza e discriminazione, e se ad ogni legislatura vengono depositate numerose leggi che vorrebbero agire contro omofobia e transfobia, nessuna di queste è mai riuscita a diventare legge. Tuttora nessuna delle proposte depositate alla Camera e al Senato,  da parlamentari di maggioranza e di opposizione, è stata ancora incardinata per l'avvio della discussione nelle commissioni competenti, primo passo necessario per avviare il percorso di una legge. Il nostro appello è affinché le forze politiche superino le rispettive diffidenze e lavorino assieme nell'interesse dei cittadini, per dotare finalmente il nostro Paese di una legge di civiltà, attesa da ormai troppi anni", conclude Piazzoni.  

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