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Mercoledì, 21 Agosto 2019

«Che cosa hanno in comune lo stupro di un vescovo, le vicende di un giovane travestito e la storia della prima discoteca gay delle Marche? Guido Piovene diceva: "un viaggio nelle Marche, non frettoloso, porta a vedere meraviglie."»: con questo incipit si apre il saggio di Jacopo Cesari: "Siamo ovunque. Memoria omosessuale marchigiana"(Aras Edizioni, 2019). In assoluto una delle prime ricerche italiane di storia gay locale. "La provincia tende a mettere tutto sotto silenzio, si sa ma non si deve dire, e così passano le generazioni e tutto viene dimenticato, si arriva a pensare che in questa regione non sia mai accaduto nulla, che gli omosessuali non siano mai esistiti" dichiara l'autore.

Il libro riesce nel tentativo ambizioso di raccontare, attraverso vicende e protagonisti locali, come è andata trasformandosi l'identità omosessuale nel nostro Paese. Come scrivono Giovanni Dall'Orto e Franco Grillini nell'introduzione al testo:«Se lo storico ha cura di non perdere di vista il contesto nazionale e internazionale, come Jacopo Cesari riesce splendidamente a fare nel presente saggio, il lettore ha accesso a un tale livello di dettaglio e approfondimento che si dissipa il timore di trovarsi di fronte a un'ottica "provinciale". Qui la "grande storia" astratta non è affatto cancellata dalla "piccola storia" locale. Anzi, diventa molto più comprensibile se la si osserva incarnata in una concreta realtà locale. Perché, stringi stringi, ogni storia è storia locale, ed ogni storia "universale" è storia d'individui.»

Il volume gode inoltre del Patrocinio di Arcigay Associazione LGBTI+ Italiana ed è impreziosito da  una testimonianza diAngelo Pezzana e un'intervista a Gianni Vattimo. Vicende e personaggi della comunità gay marchigiana dai tempi più antichi ai giorni nostri diventano la narrazione dell'evoluzione del movimento gay contemporaneo.  Attraverso il lavoro di ricerca di Cesari, le Marche fungono da archetipo per raccontare l'Italia omosessuale di provincia, lontana dalla grande storia, dalle città metropolitane, dai riflettori. Iniziato nel 2017, il lavoro di documentazione intreccia fonti d'archivio, articoli di stampa, materiali e documenti conservati da privati e associazioni, ma un importante contributo viene dalle oltre quaranta interviste di cui l'autore utilizza brevi estratti e che contribuiscono a ricostruire alcune dinamiche ed avere una corretta visione di determinati momenti storici. Perché come dichiara lui stesso: "in un Paese in cui l'omosessualità è stata per lungo tempo un tabù, la memoria orale costituisce spesso l'unica fonte a disposizione".

Il lettore è accompagnato in maniera leggera attraverso nove secoli di storia in un tourbillon di eventi che vanno dagli scandali religiosi dello Stato Pontificio alla genesi della discoteca Classic Club di Rimini fino alle recenti manifestazioni a sostegno delle Unioni Civili. Non sono poche le voci che vengono fatte riemergere come quella di Monica Galdino Giansanti, giovane travestito e tra i primi attivisti del Fuori! che nel 1972 scriveva: «Avere vergogna o paura di come si è fatti equivale a rinunciare a essere, a vivere. Omosessuali convinti di tutta Italia, bisessuali, travestiti, lesbiche, uniamoci!»

È previsto un vero e proprio tour del libro di cui si segnalano in particolare alcune date ma, per il programma completo, si rinvia alla pagina Facebook di Aras Edizioni o al sito stesso della casa editrice.  I prossimi due appuntamenti sono: venerdì 28 giugno a Milano alle ore 18.00, la presentazione si terrà presso la Casa dei Diritti e rientra all'interno della settimana di eventi del Milano Pride, l'autore dialogherà con Giovanni Dall'Orto e Gianni Rossi Barilli giornalisti e storici Lgbt+; domenica 30 giugno a Torino alle ore 18.00 presso la libreria NORA Book & Coffee l'autore conversa con Marco Giusta, Assessore del Comune di Torino con delega ai Diritti, sarà presente anche Gianni Vattimo.

 

La FISH ha partecipato ieri al Tavolo convocato dal Ministero del Lavoro per iniziare un confronto per la definizione di un Piano nazionale sulla non autosufficienza. Presenti sia le organizzazioni delle persone con disabilità che referenti sindacali, della Conferenza delle Regioni, dell’ANCI, dell’INPS, del Forum del Terzo Settore. Presenti per il Governo i sottosegretari Claudio Cominardi (Lavoro e politiche sociali) e Vincenzo Zoccano (Famiglia e disabilità).

Il confronto parte correttamente dall’analisi dei dati sulla spesa e sull’impiego del Fondo per la Non Autosufficienza (FNA) che negli ultimi anni ha visto un progressivo aumento degli stanziamenti, giungendo per il 2019 a circa 570 milioni di euro. Il Ministero del Lavoro ha prodotto un report sulla base del monitoraggio sull’impiego del Fondo da parte delle Regioni (non tutte hanno risposto).

“Va ricordato – scrive la Fish onlus in una nota - che nel tempo il Ministero del Lavoro, in occasione dell’approvazione dei relativi decreti di riparto, ha introdotto alcuni indicatori selettivi che consentissero di individuare le disabilità gravissime o, per essere più precisi, quelle persone non autosufficienti che necessitano di assistenza vitale. Nel 2016 sono state individuate con precisione alcune condizioni patologiche che rientrassero in quella indicazione espressa dal legislatore, fornendo anche gli indicatori (scale) da applicare”.

Uno sforzo ulteriore è stato praticato per individuare le effettive condizioni di grave carico assistenziale. “Anche su questo sono stati individuati indicatori, di facile applicazione, che consentano di delineare vari livelli di bisogno assistenziale e, conseguentemente, graduare interventi tenendo conto della limitazione delle risorse a disposizione. Al momento questi indicatori non sono ancora stati adottati. Da una analisi del Ministero del Lavoro, attualmente il Fondo raggiunge solo il 5% dei titolari di indennità di accompagnamento. Quindi i destinatari effettivi sono ancora molto limitati: circa 110 mila beneficiari, di cui circa 50 mila gravissimi”.

La suddivisione delle risorse ipotizzata inizialmente era di almeno 50% ai gravissimi. In realtà, dai dati prodotti dal Ministero si rileva una notevole differenza dalle percentuali stimate e soprattutto una grande disomogeneità territoriale. In particolare, in alcuni casi si è andati ben oltre il 50% per i gravissimi (ad esempio, il Molise all’85%). In genere nel Mezzogiorno si tende a offrire maggiori garanzie a quelle situazioni, anche se, su scala nazionale, la spesa per i gravi è superiore a quella per i gravissimi. Si tratta di disparità territoriali verosimilmente legate alle diverse politiche regionali e alla diversa qualità dei servizi. Ma altre disomogeneità si ravvisano anche nelle modalità di accesso al Fondo, ad esempio nel ricorso all’ISEE familiare anziché quello più favorevole socio-sanitario.

Una tendenza prevalente è invece quella della tipologia di supporto richiesto e concesso: quello dell’assistenza indiretta, cioè dell’assegnazione di contributi di natura economica che assumono denominazione diversa a seconda delle regioni (ad esempio, assegno di cura, contributo per la non autosufficienza ecc.). Questa voce rappresenta circa il 90% della spesa complessiva.

Su queste analisi e valutazioni, oltre che sulle elaborazioni successive, c’è l’intento, come detto, di costruire un Piano nazionale per la non autosufficienza. Sul punto FISH, “da sempre in prima linea su questi aspetti, ha espresso alcune preliminari considerazioni.In linea generale il FNA deve essere considerato come fondo integrativo e non sostitutivo di servizi non resi o di politiche regionali assenti o deboli. In tal senso è centrale, nella realizzazione del Piano per la Non Autosufficienza, monitorare la qualità della spesa delle Regioni per evitare sperequazioni territoriali come oggi avviene”.

L’ultima legge di bilancio prevede uno stanziamento per il FNA pari a 573 milioni per il 2019, 571 per il 2020 e 569 per il 2021. Dal 2022 il bilancio prevede 5,6 miliardi l’anno. La FISH chiede la conferma di questo intento e, possibilmente, di anticiparne lo stanziamento.

“Il terzo elemento riguarda l’individuazione dei destinatari di queste misure: gli strumenti e le modalità dovrebbero essere basati su un riconoscimento della condizione di disabilità congruente con la Convenzione ONU e quindi anche individuando le necessità di maggiore sostengo assistenziale. Un ulteriore centrale elemento riguarda i progetti per la vita indipendente: devono uscire dallo sperimentalismo in cui sono fino ad oggi confinati con un finanziamento residuale, per diventare una opportunità realmente perseguibile con continuità e certezza su tutto il territorio nazionale. Quindi finanziamento proprio e specifico e diffusione di modelli consolidati”.

“Sarà un percorso impegnativo e di intensa elaborazione per il quale però siamo attrezzati, – commenta a margine dell’incontro il Presidente di FISH Vincenzo Falabella – forti di elaborazioni pluriennali che hanno avuto il merito di porsi in un’ottica di ascolto, confronto e sintesi. Ad iniziare dall’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità all’interno del quale già abbiamo ampiamente condiviso molte riflessioni poi confluite nel secondo Programma d’azione.”

“Tatiana, Francesco, Gessica, Francesco,Matteo, Alba e Giacomo sono stati bravissimi e penso che per loro sia stata la giornata della felicità dopo aver studiato per ben 2 anni. I miei preferiti sono stati tutti". Simona è una bambina della quinta elementare di Castiglion Fiorentino. Con la sua classe è andata in visita al museo della città della Valdichiana e già questa è stata una straordinaria esperienza ma a renderla ancora più tale hanno contribuito le guide. Sei ragazzi del progetto Viva e cioè Vita Indipendente Valdichiana per le persone con disabilità, promosso dai Comuni della Valdichiana aretina, dell’Usl Toscana Sud Est, dal Sistema Museale Castiglionese e dalla cooperativa sociale Koinè.

Aggiunge Niccolò, un altro bambino delle elementari: “i ragazzi del progetto ci hanno spiegato con bravura la vita dell’antichità.  Tutti sono stati bravi e all’inizio credevo che quei ragazzi fossero pieni di esperienza ma poi mi hanno detto che quello era uno dei primi incontri”.

Ed era vero. Era il loro esordio in qualità di "guide", ovviamente non ufficiali e con tesserino ma da protagoniste di un progetto culturale e d'integrazione sociale.

Particolarmente soddisfatta anche Sofia che si rivolge direttamente a loro: “siete stati tutti bravissimi ma la parte che mi è piaciuta di più è stata quando Alba ci ha parlato della biblioteca e sembrava che avesse imparato tutto un discorso a memoria solo per noi e nel raccontarci non si è mai fermata. Grazie".

E i ragazzi di Viva come hanno vissuto questa loro esperienza? Tatiana: “ felice di guardare negli occhi”. Francesco G: “Una grande soddisfazione”. Alba: “L’esperienza mi ha messo alla prova e ne sono uscita vittoriosa”. Francesco P.: “Un’emozione grande e unica”. Giacomo: “Mi sono sentito al centro dell’attenzione. Tanti sguardi su di me”. Matteo: “non sono stato bravo ma eccellente”. Gessica: “un batticuore grande”.

“Siamo orgogliosi di aver dato vita a questo progetto di interazione tra il sociale e la cultura -­ dichiara l’assessore alle Politiche Sociali, Stefania Franceschini. I ragazzi del progetto si sono rivelati delle ottime guide per i nostri bambini, a dimostrazione che, quando si vuole, non esistono barriere”.

 Stefania Battaglini e Francesca Martini, della cooperativa sociale Koinè, ricordano il progetto di formazione per i 6 giovani: "nessuno dei nostri ragazzi aveva competenze particolari o aveva seguito studi di storia dell’arte o archeologia. Due archeologhe e storiche dell'arte del museo, Stella Menci e Gessica Boffa, si sono messe a disposizione per le ore di formazione necessaria. Teoria e prassi. Non solo. Al pomeriggio, dopo le lezioni, ripetevamo nei locali di VIVA quanto imparato la mattina. Oggi possiamo dire che le ore di formazione hanno ripagato con orgoglio. Siamo fiere di poter dire che l’esposizione dei ragazzi è stata emozionante".

“In due anni - conclude Stella Menci, Direttrice scientifica - i ragazzi oltre ad aver acquisito competenze scientifiche hanno sviluppato ottime doti d’interazione con il pubblico rappresentando in maniera semplice ma assolutamente efficace il concetto d’inclusione museale che da anni il nostro Sistema Museale sta portando avanti”.

 

 

In occasione della Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illecito di droga promossa dall'ONU, mercoledì 26 giugno 2019 è stata presentata a Roma presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati la decima edizione del Libro Bianco sulle droghe promosso da La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA e Associazione Luca Coscioni e con l'adesione di A Buon Diritto, Arci, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD, LegaCoopSociali, LILA.

L'evento è stato organizzato all'interno della campagna internazionale Support Don't Punish a difesa dei diritti di chi usa sostanze che anche quest'anno toccherà oltre 200 città in 94 paesi.

Per Stefano Vecchio, Presidente di Forum Droghe "è evidente che 30 anni di legge sulle droghe sono stati fallimentari. L'assenza di una conferenza nazionale da ormai troppi anni ha reso impossibile una qualsiasi valutazione pragmatica degli effetti delle politiche. E' ora che la Società Civile si faccia carico di aprire un confronto ormai più che necessario per riformare le leggi sulle droghe. Ne hanno bisogno i servizi, sempre più in difficoltà fra carenze di personale e finanziamenti inadeguati, ne hanno bisogno i consumatori, che oggi conoscono principalmente la repressione penale, ne ha bisogno la società italiana che deve uscire da una guerra durata troppo, ormai 30 anni".

"I dati del libro bianco sono inequivocabili" dichiara Leonardo Fiorentini, Direttore di Fuoriluogo. "L'approccio proibizionista sulle droghe non solo è sbagliato, ma è anche inefficace a reprimere il narcotraffico, che è fiorente in tutte le strade e le piazze d'Italia, con buona pace del Ministro Salvini. E' incapace di prevenire gli abusi di droghe, ed anzi aggiunge ai danni diretti dell'uso non regolato delle sostanze quelli della repressione che si abbatte quasi unicamente sui pesci piccoli e sui consumatori. Occorre una nuova politica, che permetta una reale informazione delle sostanze, la prevenzione dei consumi problematici e riduca lo spazio della malavita. In primis è necessario, come successo in Uruguay, Canada ed in 11 Stati Usa, avviare una politica di regolamentazione legale della sostanza più usata e meno pericolosa, la cannabis. Ma anche - conclude Fiorentini - permettere politiche innovative di riduzione del danno su quelle più pericolose, a partire dal drug checking e dalle stanze del consumo".

 

“Questa mattina abbiamo comunicato ai naufraghi la decisone della Corte di rigettare il ricorso. Sono disperati. Si sentono abbandonati. Ci hanno detto che la vivono come una negazione, da parte dell’Europa, dei loro diritti umani”. Così in tweet Sea Watch commenta la decisione della Corte per i diritti umani dell’Europa.

Ancora una volta 42 persone sono lasciate in mare in un braccio di ferro tutto politico che punta il dito contro la presenza delle Ong nel Mediterraneo. Il capitano della nave ha avvertito che è disposta a disobbedire per mettere al sicuro e in condizioni di cura le 42 persone a bordo.

Appelli e mobilitazioni

"Apprezziamo che nei giorni scorsi l'Italia abbia consentito lo sbarco di bambini, donne incinte e altre persone vulnerabili. Resta tuttavia di urgenza inderogabile che tutte le persone a bordo, in particolare i minorenni e le altre persone vulnerabili, possano toccare terra in un porto sicuro nel minor tempo possibile e che alle valutazioni politiche venga anteposta la tutela della vita e dell'incolumità degli esseri umani." 

Questo il messaggio contenuto nella lettera inviata venerdì al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte da oltre 40 associazioni e organizzazioni impegnate per la tutela dei diritti dei minorenni e di rifugiati e migranti, in riferimento alle 42 persone a bordo della nave Sea Watch, giunta ormai al suo 12° giorno nel Mediterraneo: da Asgi a Arci, da Amnesty al Centro Astalli, da Msf a Antigone.

Ricordando le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, i 40 firmatari “chiedono che l'Italia adempia ai suoi doveri di solidarietà, assistenza e accoglienza, così come previsto dalla Costituzione Italiana e dal diritto internazionale”. 

Sottolineando come la Sea Watch non possa ottemperare all'ordine di ricondurre le persone salvate in Libia, in quanto porto non sicuro, le Organizzazioni firmatarie dell'appello “evidenziano la necessità che l'Italia e gli altri Stati coinvolti collaborino attivamente al completamento delle operazioni di soccorso con il rapido approdo in un porto sicuro di tutte le persone a bordo e chiedono al Presidente Conte di ricorrere alle sue responsabilità per fare sì che le operazione di sbarco possano essere condotte nelle prossime ore, assicurando l'opportuna immediata presa in carico dei minorenni ancora a bordo e di tutte le altre persone bisognose di cure e supporto”. 

A 9 mesi dalla firma di un accordo tra le parti in conflitto in Sud Sudan, resta ancora incerto il futuro di circa 180.000 sfollati che vivono all’interno dei sei Campi di Protezione dei Civili (PoC) gestiti dalla Missione delle Nazioni Unite nel paese (UNMISS) e costruiti per accogliere migliaia di persone in fuga in cerca di sicurezza. A Bentiu e Malakal, dove si trovano i due siti più grandi per numero di persone ospitate, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) curano gli effetti delle difficili condizioni di vita: insicurezza, scarso accesso all’acqua e cibo e mancanza di rifugi adeguati.

“Gli sfollati vivono in tende sovraffollate e non hanno accesso ad una quantità sufficiente di cibo, acqua pulita e servizi igienici adeguati. MSF fornisce cure mediche e gestisce alcuni programmi volti a evitare la diffusione di epidemie” dichiara Luisa Roade, responsabile medico di MSF.

Da tempo MSF chiede che vengano migliorati i servizi all’interno dei campi, soprattutto per quel che riguarda l’accesso all’acqua e le latrine. Da alcune latrine del centro di Bentiu, dove vivono 100.000 persone, fuoriescono liquidi in eccesso che scorrono lì dove di solito giocano i bambini. Anche per questo, nell’ospedale da 160 posti letto di MSF a Bentiu, quasi la metà dei pazienti sono bambini al di sotto dei 5 anni che arrivano per diarrea acuta, malattie della pelle, infezioni agli occhi o vermi intestinali, tutte malattie evitabili migliorando il livello dei servizi igienici e della qualità dell’acqua.

“Gli alloggi sono ricavati unendo più tende tra loro. Se una persona nella prima tenda soffre di tubercolosi, è molto probabile che contagi le altre persone all’interno. Senza alcuna separazione, è alto il rischio di contagio” racconta Peter che vive da 5 anni con i suoi 5 figli nel Centro di Bentiu, nonostante venga dal vicino villaggio di Rubkona.

Anche a Malakal, la seconda città più popolata prima del conflitto e una delle più colpite dai combattimenti,MSF gestisce un ospedale all’interno del Centro dove vivono circa 30.000 persone. Nel 2018, 51 persone (1 persona a settimana) sono state assistite dopo aver tentato il suicidio e sono state più di 2.400 le sessioni di salute mentale, sia individuali che di gruppo, svolte dalle équipe di MSF.

“Molte di queste persone hanno vissuto esperienze traumatiche durante la guerra, come la perdita di un familiare o della propria casa. Molti hanno assistito a violenze e sono stati costretti a fuggire. Questo trascorso, insieme alle condizioni di vita precarie, innesca sintomi di psicosi. Alcuni nostri pazienti hanno tentato il suicidio o soffrono di depressione profonda. La rassegnazione è un sintomo molto diffuso tra l’intera popolazione del centro di Malakal” dichiara Carlos Alberto Meza, responsabile delle attività di salute mentale per MSF.

Questi Campi di Protezione dei Civili sono stati realizzati per proteggere le persone dalle violenze che hanno colpito il Sud Sudan, ma la sicurezza al loro interno non è assoluta: rapine, saccheggi e violenze sessuali sono frequenti. “La vita è davvero difficile qui, soprattutto per le donne. Questi ultimi 5 anni hanno cambiato le persone. Sono depresse, hanno perso molte cose quando sono fuggite e hanno affrontato tantissime morti all’interno della comunità. Alcune persone pensano che sarebbe meglio togliersi la vita” racconta Achol (foto in allegato), una donna di 32 anni arrivata dal villaggio di Obai, nel sud di Malakal.

Per quelli che hanno una forma di reddito, il rischio di essere attaccati è ancora più alto. “Avendo un lavoro, sono un bersaglio. Ma cosa posso fare? Non ho alternative, la situazione qui è comunque migliore di quella all’esterno” racconta David, uno dei componenti del team di promozione della salute di MSF, che vive all’interno di uno dei sei campi.

Nonostante le innumerevoli difficoltà, molte persone conservano ancora una speranza per il futuro. “Lasceremo il centro quando vedremo che la guerra sarà davvero finita. Fino ad allora, per noi è più sicuro restare qui. Tutte le donne del Sud Sudan, tutte le persone del Sud Sudan, si augurano che arrivi finalmente un periodo di pace. Sarebbe bello se la guerra finisse” afferma Teresa.

Decine di migliaia di persone in Sud Sudan sono morte e circa una persona su tre è stata costretta a lasciare la propria casa da quando il nuovo conflitto è scoppiato nel dicembre 2013. Due milioni di persone sono fuggite nei paesi vicini, mentre altri due milioni sono sfollati all’interno del paese. In questo paese si svolge uno dei più importanti interventi di MSF al mondo.

MSF gestisce programmi di assistenza sanitaria di base e di secondo livello in ospedali e cliniche, svolge attività di sensibilizzazione per gli sfollati e le comunità più remote, risponde alle emergenze e alle epidemie quando si verificano e porta avanti attività preventive, come campagne di vaccinazione.

 

L'esito del processo d'appello per il pestaggio di Paolo Scaroni, il tifoso del Brescia vittima il 24 settembre 2005 di una violenta aggressione delle forze di polizia che lo tenne in coma per i due mesi successivi e lo ha reso invalido al 100% per tutta la vita, chiama ancora una volta in causa l'assenza di codici identificativi per le forze di polizia. 

Già nel processo di primo grado, a otto anni di distanza dall'accaduto, era emerso come l'assenza di tale previsione avesse reso impossibile identificare i responsabili che avevano agito a volto coperto. Il processo era terminato con otto assoluzioni, una per non aver commesso il fatto e sette per insufficienza di prove. 

Amnesty International Italia sta portando avanti una campagna per l'introduzione dei codici identificativi per le forze di polizia in servizio di ordine pubblico. 

Trentadue concerti in 18 anni di collaborazione, di cui 13 negli ultimi 6 anni con i Capitano tutte a noi, il gruppo musicale nato nel 2013 a Pordenone all'interno di un progetto-laboratorio aperto della Cooperativa sociale Itaca. Sono i numeri di una collaborazione oramai solida, quella tra il Festival Folkest e Itaca, fondata su musica e diritti con una riflessione aperta sui temi del sociale. Perché l'ottica è quella della sensibilizzazione rivolta all'accoglienza delle persone e al rispetto di tutte le individualità. Perché salvaguardia del diritto di cittadinanza è anche sinonimo di potenziamento dell'autonomia della persona e valorizzazione di tutte le abilità.

Quest'anno i Capitano tutte a noi parteciperanno a due serate, entrambe ad ingresso libero: giovedì 27 giugno alle 21.15 a Papariano (Fiumicello Villa Vicentina) nel Giardino delle Scuole in via Nazionale, a seguire il concerto dei Drakula Twins (Ungheria), scarica la locandina;  martedì 2 luglio alle 21.15 a Madrisio (Fagagna) nella Sala Polifunzionale "Sot dal morar" in via Maggiore 83, a seguire il concerto degli Hoodman Blind(Irlanda), scarica la locandina

Caratteristica del progetto Capitano tutte a noi è il suo essere aperto costantemente a nuovi ingressi, anche solo per condividere un'esperienza musicale di ascolto dell'altro, in cui il gruppo oltre che musicale diventa una famiglia, un gruppo di amici. Un luogo e laboratorio di confronto dove gli elementi principali sono la forza dell'essere gruppo e la condivisione di una passione comune, la musica.

Sono trascorsi oramai 18 anni da quel primo incontro tra Itaca e Folkest, e ogni estate si conclude con l'impegno di continuare a condividere un cammino ed un progetto comune per promuovere il lavoro di rete e di incontri. Per contrastare le derive della democrazia, per sostenere diritti e valori come la vicinanza, la fratellanza, l'aiuto reciproco al di là di ogni confine etnico, stigmatico, religioso, fisico, sociale, di genere, culturale o di qualsiasi altro tipo.

Perché è solo partendo da questi principi che è possibile migliorare la qualità della vita delle persone, una strada che Itaca e Folkest percorrono insieme dal 2001: Concordia Sagittaria (2001 e 2002), Latisana (2003), Venzone (2004), Pordenone (2005), Maniago e Pordenone (2006), Pordenone e Portogruaro (2007), San Donà di Piave e Pordenone (200 , San Donà di Piave e Pordenone (2009), Pordenone, Udine e Maniago (2010), Pordenone e Spilimbergo (2011), Pordenone (2012), Pordenone (2013), Aviano, Tolmezzo e Spilimbergo (2014), Talmassons, Spilimbergo e Pordenone (2015), Fiume Veneto e Cassacco (2016), Pozzo di San Giorgio della Richinvelda e Romans d'Isonzo (2017), Pinzano al Tagliamento e

Capitano tutte a noi - La scheda

"Cantare e suonare assieme fa stare bene: la musica ci ha dimostrato di essere uno stimolo formidabile per aiutare a superare e a vincere le barriere, non solo del pregiudizio ma anche del pensare comune". Così si presentano i Capitano tutte a noi, formazione musicale nata nel 2013 a Pordenone all'interno di un progetto della Cooperativa sociale Itaca, e attualmente formata da sei componenti. La vocazione principale del gruppo è quella dell'accoglienza, la musica diventa non solo veicolo di espressione artistica, ma anche strumento di crescita individuale, luogo di confronto in cui sperimentare la conoscenza dell'altro, senza pregiudizi.

Caratteristica dei Capitano tutte a noi è essere un progetto aperto costantemente all'ingresso di altri componenti, anche solo per condividere un'esperienza musicale di ascolto dell'altro, in cui il gruppo, oltre che musicale, diventa una famiglia. Obiettivo del progetto "è superare i tabù - spiegano i musicisti -, integrare nel gruppo persone senza pregiudizi e aperte al confronto, con storie e approcci alla musica differenti in modo da arricchire il sound e la vita stessa della band". La musica è una possibilità di riscatto rivolta ad un futuro percorribile: c'è chi vorrebbe fare della musica il proprio lavoro e, se capitano tutte a noi, potrebbe capitare.

"Ci piace anche occuparci della rivalorizzazione di brani, interpreti o band che non sono molto conosciuti dai giovani di oggi, e che invece hanno lasciato un'impronta nella storia della musica". Ma i Capitano tutte a noi firmano anche brani propri, in cui dar voce a gioie, paure e sentimenti di ogni giorno. "Le canzoni che stiamo scrivendo saranno un po' la nostra biografia per raccontarci e farci sentire, in fondo la musica è un bene comune di tutti e non ha pregiudizi nei confronti di nessuno".

Valentina Ius (voce), cresciuta tra wave, dark e Duran Duran, è la front woman intensa e graffiante

Felice Bellucci (voce), un timbro cavernoso che richiama inevitabilmente i tormenti di Nick Cave o Johnny Cash, è il contraltare di Valentina

Beniamino De Piccoli (chitarra), chitarrista versatile e fantasioso, tra morbido finger picking e funambolici virtuosismi

Roman Taran (batteria), il più giovane del gruppo, colonna ritmica della band

Paolo Paron (tastiere, fisarmonica, armonica), partito dal blues, ama mescolare modernità e sonorità vintage

Gianmarco Toneguzzo (voce, basso), la voce profonda del post-punk inglese giunta fino a noi

 

Scuole chiuse e bimbi a casa. Finalmente i genitori posso prendersi cura più correttamente dell’igiene orale dei propri piccoli, una pratica fondamentale per scongiurare i pericoli in agguato della carie, patologia che affligge da sempre grandi e piccini. In Italia oltre il 40% dei piccoli fino ai 12 anni presenta carie dentale. Un dato allarmante, quello del Ministero della Salute, su cui si soffermal’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia (ASIO) che lancia alcune raccomandazioni per il periodo estivo.

La carie è una malattia infettiva multifattoriale degenerativa che colpisce i tessuti duri del dente estendendosi in profondità, provocando una progressiva demineralizzazione e proteolisi. Se non curata, con il tempo, può portare allo sviluppo di infezioni e, nei casi più gravi, a perdita di denti.

Lavare i denti dei bambini non è sempre facile, e ancora meno semplice se si portano apparecchi ortodontici fissi: la mancata collaborazione dei più piccoli e l’assenza da casa porta a saltare troppo spesso questa importante pratica quotidiana. È da tenere ben presente però che una corretta igiene orale sin dall’infanzia, riduce notevolmente i problemi di salute orale da adulti a partire da una valida prevenzione delle carie.

Con la fine delle scuole il controllo da parte dei genitori sull’igiene orale, deve farsi più stretto, soprattutto in caso di apparecchio ortodontico, che necessita cure e attenzioni particolari. Ma quali sono gli accorgimenti che i genitori possono usare durante il periodo di pausa estiva dalla scuola?

Spazzolino, dentifricio e filo interdentale sono solo una parte fondamentale della routine ottimale della salute dei denti, che si basa su tre pilastri: attenzione all’igiene orale, una dieta adeguata e seguire le indicazioni dello Specialista in Ortodonzia. Le ultime linee guida del Ministero della Salute in tema di prevenzione della carie consigliano l’uso di un dentifricio con 1.000 ppm (parti per milione) di fluoro già a partire dai 6 mesi, o comunque da quando spuntano i primi dentini da latte. Dai 6 ai 12 anni si passa a 1.400 ppm, e dai 12 anni in su a 1.450 ppm. Salvo casi particolari, le stesse linee guida non consigliano la somministrazione delle gocce o pastiglie di fluoro, come avveniva in passato.

“Anche l’alimentazione riveste un ruolo molto importante – sottolinea il Dott. Cesare Luzi, Specialista in Ortognatodonzia e Presidente dell’Associazione Specialisti Italiani Ortodonzia (ASIO). Educare i bambini ad un ridotto consumo di zuccheri, evitando l’assunzione eccessiva di carboidrati raffinati in favore di frutta e verdura, stimolando una corretta e frequente igiene orale, è un compito a cui assolve l’odontoiatra Specialista in Ortodonzia che si occupa del benessere strutturale di denti e gengive, in particolar modo laddove si utilizzi un apparecchio ortodontico di tipo fisso, incollato ai denti decidui e/o permanenti. Sempre più spesso noi ortodontisti, infatti, siamo chiamati a svolgere nelle scuole giornate di informazione e formazione per i piccoli”.

Allo sviluppo della carie, però, concorrono anche altri fattori principali come: la predisposizione familiare, lo streptococco mutans, l’anatomia dei denti, la loro parziale eruzione o l’affollamento che rendono più difficile la pulizia, il flusso salivare, il tipo di PH della saliva e il fluido crevicolare oltre al tipo di alimentazione. Tra questi spesso si ignora l’importanza del PH salivare che è la cartina di tornasole della nostra salute orale, e monitorarlo infatti significa poter prevenire alcune patologie. La presenza di PH acido può anche essere la conseguenza di un’alimentazione scorretta. Dolci, alcool, bevande gassate contribuiscono ad esempio ad alterarlo, rendendolo acido. Quando il PH della saliva scende sotto il valore di 5,2, la saliva si impoverisce di calcio e fosfati e questo ambiente favorisce lo sviluppo di processi cariosi.  Più scende il PH e più i batteri riescono a proliferare.

Spiega il Dottor Cesare Luzi: “Solitamente con la fine dell’anno scolastico la maggior parte dei genitori porta volentieri i propri figli a fare un controllo totale prima di partire per le vacanze. Questa è una occasione importantissima per noi ortodontisti per rinforzare tutte le istruzioni di igiene orale e le raccomandazioni per il corretto funzionamento di apparecchi fissi e rimovibili! Finita la scuola tutti i piccoli pazienti che portano gli apparecchi mobili hanno la possibilità di portarli per più ore al giorno, fattore indispensabile per il successo delle nostre terapie”.

 

Al via accordo di collaborazione tra Legacoop e Unicredit per iniziative con impatto sociale positivo e misurabile: 106 interventi a favore della cooperazione per complessivi 32,3 milioni di euro. Sono questi i dati che sintetizzano l’attività di Coopfond nel corso dell’ultimo esercizio. Lo racconta il Bilancio sociale del Fondo mutualistico di Legacoop che sarà presentato nel corso di un seminario martedì 25 giugno a Roma, dalle ore 10 alle ore 13, presso il Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, via in Miranda, 10.

Nel corso della mattinata sarà sottoscritto un accordo di collaborazione tra Legacoop e Unicredit per sostenere iniziative e progetti con un impatto sociale positivo e misurabile sui territori.

Programma dei lavori

Dopo i saluti di Giuseppe Perroni, Presidente del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico si terrà la presentazione del Bilancio Sociale con  Annalisa Casino -Eticae - Stewardship in Action e Aldo Soldi – Direttore Coopfond.

A seguire la tavola rotonda "Risorse Finanziarie a Sostegno della Cooperazione". Coordina: Alessandro Cigognani de L’Espresso. Introduce Marcello Messori, docente di economia Università Luiss e partecipano: Camillo De Berardinis,Amministratore Delegato CFI; Sergio Gatti, Direttore Generale Federcasse; Alessandro Messina, Direttore Generale Banca Etica;  Andrea Nuzzi, Direttore Imprese e Istituzioni finanziarie Gruppo Cassa Depositi e Prestiti;  Giulio Pascazio, Direttore Group Social Impact Banking Unicredit;  Davide Vellani, Responsabile Direzione Imprese e Corporate Finance BPER. Conclusioni: Mauro Lusetti, Presidente Legacoop e Coopfond

 

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