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Sabato, 20 Luglio 2019

BOLOGNA, EX TELECOM: ABDUL E LE STORIE DI CHI VIVE OCCUPANDO

Scritto da  Giuseppe Manzo Ott 21, 2015

"Non è giusto portare le persone a questo punto". Lo dice Mary, 22 anni, mentre tiene lo sguardo fisso sul tetto dell'Ex Telecom dove è barricato il suo compagno che, da alcuni mesi, viveva nello stabile occupato. Erano circa 300 le persone all'interno, 80 famiglie e un centinaio di minori. Ecco le storie raccolte da Redattore Sociale

Cento bambini, un centinaio di famiglie e circa 300 persone che hanno trovato un tetto occupando la ex Telecom di Bologna, un anno fa. Un imponente dispiegamento di forze dell'ordine ha sgomberato l'edificio, minori compresi. Anche don Giovanni Nicolini, parroco di Sant'Antonio da Padova alla Dozza, molto vicino all'assessore Frascaroli, ammette il suo imbarazzo: "Mi chiedo dove si collochi la giustizia oggi. Perché mi capita di pensare che chi cerca di fare giustizia, in realtà stia commettendo una grossa ingiustizia: spesso, chi cerca di risolvere un problema, in realtà lo crea. È naturale che se viene annunciato uno sgombero, poi sia eseguito. Ma l'idea di avere centinaia di persone per strada e delle stanze vuote, qualche problema me lo crea. Nasce un cortocircuito tra legalità, moralità ed etica". Redattore Sociale ha raccolto le storie di queste persone senza casa. 

Le storie

Mary ha dentro il fidanzato, Raman. Abdul la moglie, che aspetta un figlio. La signora con il capo avvolto in un hijab rosa la sorella con i suoi bambini. Tutti sono in attesa, i cellulari in mano, lo sguardo verso l'alto, verso le finestre dell'edificio di proprietà dell'Ex Telecom in via Fioravanti di fronte alla sede del Comune che, da dicembre dell'anno scorso, accoglie circa 300 persone, un'ottantina di famiglie con un centinaio di bambini, alcuni nati nel corso dell'ultimo anno.

Occupazione che oggi è sotto sgombero. Davanti all'ingresso sono schierate una decina di camionette delle polizia, gli accessi alla strada sono presidiati e un cordone di agenti impedisce ai manifestanti che si sono radunati nel corso della mattinata di avanzare e con i quali c'è stato anche uno scontro, con 2 persone portate via in ambulanza. "Sono arrivati alle 7", racconta Mary, gli occhi fissi sul suo ragazzo che, da ore, è sul tetto insieme ad altri occupanti a battere con pezzi di ferro sulle ringhiere. Alcune donne sono affacciate alle finestre del secondo piano, con loro ci sono i bambini che oggi non sono potuti andare a scuola. Cercano di comunicare con i mariti, usciti per andare al lavoro e che ora non possono rientrare in quella che è stata per mesi la loro casa.

"Io da qui non mi muovo", dice Mary. Ha 22 anni e il suo ragazzo 27. Entrambi sono originari del Bangladesh e sono in Italia dal 1999. "Ci conosciamo da quando eravamo alle medie", dice. Hanno frequentato le scuole a Bologna, lei il Sabin e lui il Fioravanti. "Poi lui ha dovuto smettere di studiare perché è stato costretto a cercarsi un lavoro", spiega Mary. Da una decina di anni, infatti, Raman è in Italia da solo: durante un viaggio in Bangladesh per motivi familiari il padre ha avuto un ictus ed è rimasto paralizzato e così non sono più potuti ritornare in Italia. "E Raman non può andare da loro perché poi non potrebbe più rientrare", continua Mary che non vive all'Ex Telecom. Raman invece ci è entrato da qualche mese, da quando ha perso il lavoro di programmatore in un'azienda metalmeccanica di Casalecchio. "E con il lavoro ha perso il diritto alla salute, a una casa, ha perso il diritto di realizzare i suoi sogni – dice – Non è giusto portare le persone a questo punto".

Tra i manifestanti che sono venuti a portare il loro sostegno agli occupanti dell'Ex Telecom ci sono tante persone che vivono in altre case occupate in città, l'ex Clinica Beretta, via De Maria e via Irnerio. Come Hedia, tunisina di 46 anni che da 2 anni abita con il marito e i due figli in uno degli appartamenti occupati in via Irnerio, per i quali è già stato disposto il sequestro. Lei ha perso il lavoro, faceva le pulizie, e il marito lavora come giardiniere ma con contratti stagionali. "Con il permesso di soggiorno di 6 mesi nessuno ci ha voluto affittare una casa", dice Hedia. Dopo essere rimasta per un periodo in un appartamento per le persone in emergenza abitativa, la famiglia di Hedia si è ritrovata per strada. Allora il figlio grande faceva l'ultimo anno di scuola e l'altro la terza, oggi il maggiore vorrebbe cercare un lavoro per aiutare la famiglia, anche se gli piacerebbe continuare a studiare, "ingegneria", dice la madre, mentre il piccolo sta finendo la scuola, "ha perso un anno a causa della situazione instabile in cui ci troviamo a vivere".

Da quando hanno sgomberato via Solferino, Hedia non è tranquilla e ora guarda con preoccupazione a quanto sta accadendo in via Fioravanti. "Da allora non dormo – dice – Se ci cacciano da lì non sappiamo dove andare, gli assistenti sociali ci chiedono perché non torniamo in Tunisia ma mio marito, ex ispettore di Polizia e oppositore del regime, non può rientrare, ne va della sua vita".

Nel frattempo la trattativa tra il Comune, che propone accoglienza per le famiglie con bambini e le persone in situazione di fragilità, e il collettivo Social Log che ha occupato l'edificio e chiede una sistemazione "per tutti" è andata in fumo. La Polizia è entrata nell'Ex Telecom e le famiglie con bambini, una volta uscite, hanno accettato l'aiuto dei servizi sociali.

Redazione (Fonte: Redattore Sociale; foto: Ansa)

@nelpaeseit

L'ultima modifica Giovedì, 06 Luglio 2017 15:28
Giuseppe Manzo

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