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CARITAS-MIGRANTES: UN TERZO DEI DETENUTI SONO MIGRANTI

Scritto da  Giuseppe Manzo Mar 24, 2014

Tutti i dati sugli immigrati dietro le sbarre. Caritas-Migrantes: “una devianza collegata soprattutto alla loro precarietà che suscita un allarme sociale ingiustificato”. Intanto dei prigionieri usciti con la legge di febbraio quasi la metà sono immigrati. I detenuti sono spesso giovani, in carcere per reati dettati soprattutto dalla loro condizione di marginalità e dalle difficoltà economiche.

  

Secondo i più recenti dati nel ministero della Giustizia (28 febbraio 2014), dei 60.828 detenuti presenti nelle carceri italiane 20.891 sono stranieri. Di questi, solo 1.037 sono donne. A livello percentuale, gli immigrati incidono per il 34,4 per cento sul totale dei reclusi, con un trend in calo negli ultimi anni. I detenuti sono spesso giovani, in carcere per reati dettati soprattutto dalla loro condizione di marginalità e dalle difficoltà economiche.


L’andamento storico
Nel 2008 e 2009 l’incidenza sulla popolazione detenuta era del 37,1 per cento, scesa a 36,7 nel 2010 e calata di mezzo punto percentuale l’anno successivo, per arrivare a 35,8 nel 2013. Ma il dato è ancora molto superiore a quello del 29 per cento registrato nel 2000.


Caritas e Migrantes, nel loro “Rapporto Immigrazione 2013-2014”, hanno analizzato le serie storiche relative agli ultimi dieci anni, arrivando alla conclusione che “il panorama non è mutato molto, anche se si registra una tendenza all’incremento tutto sommato contenuto sia fra le denunce ascritte agli stranieri sia al numero dei detenuti”. Le prime, infatti, sono aumentate del 23,4 per cento (da 224.215 nel 2004 a 276.640 nel 2011), mentre i detenuti del 35,3 per cento, passando da 17.000 a 23.000. “L’incremento della popolazione residente, nello stesso arco di tempo, è stato, peraltro, molto più significativo” precisa il rapporto. Per la Fondazione Leone Moressa di Mestre, dall’inizio della crisi (2007-2013) i detenuti nelle carceri italiane sono complessivamente aumentati del 28 per cento, che in termini assoluti si traduce in poco meno di 14 mila “nuovi” reclusi: ma mentre l’incremento tra gli stranieri è stato circa del 20 per cento, quello degli italiani è stato molto più elevato (+34 per cento). “Il risultato di queste dinamiche è che la popolazione carceraria straniera si sta progressivamente ridimensionando”. Un dato, tra l’altro, accentuato negli ultimi 7 mesi dalla legge “svuota carceri”: infatti, dei 5.200 detenuti che sono usciti grazie ad essa tra il giugno 2013 e il febbraio 2014, il 45 per cento era di nazionalità non italiana.


Allarme sociale ingiustificato
Secondo i dati di Caritas e Migrantes gli stranieri occupano, anche nella criminalità, “posizioni di prevalente manovalanza commettendo i reati meno remunerativi, ma più visibili, o comunque diretti a procurare un vantaggio economico immediato”. Si tratta perlopiù, spiega il rapporto, di una forma di devianza ricollegata alla precarietà delle condizioni di vita e patrimoniali. La maggior parte dei reati rientra nella criminalità diffusa, quella che si sviluppa in strada, nei luoghi pubblici o all’aperto. Si tratta soprattutto di furti, “prevalentemente realizzati negli esercizi commerciali, mentre del tutto minoritari risultano quelli con destrezza o con strappo simili, per modalità della condotta, alla rapina” si precisa nel rapporto.


Vittime
Sempre guardando le denunce, fra i reati contro il patrimonio hanno un peso non indifferente le truffe/frodi informatiche, “forme di aggressione del patrimonio che, pur lasciando inalterato il loro disvalore, non contemplano tuttavia modalità violente verso la vittima. Ed anche fra i reati contro la persona le fattispecie più frequenti, minacce e ingiurie, hanno una componente di aggressività fisica ridotta”. Caritas e Migrantes mettono anche in evidenza che, pur non esistendo prove statistiche, “in molti dei reati loro attribuiti gli stranieri assumono altresì la veste di vittime: in tal senso il caso dello sfruttamento della prostituzione è piuttosto lampante. A ciò si aggiungano le altre forme di sfruttamento: basti pensare alle condizioni di vita imposte ai lavoratori stagionali nelle nostre campagne, allo stesso traffico che caratterizza i loro viaggi della speranza, spesso destinati a terminare con la morte”.


Tipologie di reato
Dalle elaborazioni della Fondazione Moressa su dati del Dap emerge che poco più di un reato su quattro è commesso da stranieri (27,9 per cento sul totale di 137.439 reati). L’incidenza è molto alta tra i reati legati alla legge sull’immigrazione (91 per cento) e alla prostituzione (78 per cento). Il 40 per cento dei detenuti per produzione e spaccio di stupefacenti è costituito da stranieri, il 37,9 per reati contro la pubblica amministrazione. Incidenza che scende al 31 per cento esaminando i reati contro la persona, al 25,9 per quelli contro la famiglia, al 29 per cento per i reati contro il patrimonio e relativi all’ordine pubblico e al 9 per cento per i reati legati alle armi.

 

Condanne
I dati nel ministero della Giustizia al 30 settembre 2013 riferiscono di 5.088 detenuti stranieri con condanna non definitiva sul totale di 22.770 immigrati reclusi. Altri 4.990 sono ancora in attesa di primo giudizio. Poco più della metà (12.509) hanno invece ricevuto una condanna definitiva. Tra questi, 1.088 hanno una pena inferiore a un anno, 1.620 fino a due anni, 1.890 fino a tre. In 3.168 hanno condanne fino a cinque anni e 3.056 fino a cinque. Una pena dai 10 ai 20 anni interessa 1.274, mentre supera i venti in 247. In 79 hanno l’ergastolo.


Popolazione detenuta. Nelle carceri italiane sono presenti ben 140 nazionalità diverse. Le più rappresentate sono quella marocchina (3.852), rumena (3.437), albanese (2756) e tunisina (2.462). Il 46% dei detenuti stranieri proviene da paesi africani, il 42 per cento dall’Europa, mentre il restante 12 per cento si divide equamente fra Asia e America. Tra i detenuti stranieri l’età media è più bassa che tra gli italiani: prevale la fascia d’età compresa fra i 29 e i 34 anni (44,4 per cento, ma si arriva fino al 73 per cento considerando fino ai 44 anni). Inferiore rispetto ai detenuti italiani anche il livello d’istruzione: nettamente più diffusi il titolo di scuola media inferiore ed elementare, che insieme incidono per il 68,5 per cento, con un 15 per cento di persone classificate come “analfabete”.

 

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

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Giuseppe Manzo

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