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Sabato, 28 Novembre 2020

VITA O MORTE COSTANO 1200 DOLLARI: ECCO IL VIAGGIO NEL MEDITERRANEO

Scritto da  Giuseppe Manzo Lug 21, 2014

Chiusi in un capannone in Libia per 40 giorni senz'acqua, 1200 dollari ai trafficanti, la partenza di notte su un'imbarcazione e stipati nella stiva senza aria. La testimonianza di un giovane bengalese alla polizia di Ragusa: ecco come inizia e finisce (bene) il viaggio di un migrante. E si ha notizia di altri morti sulle navi-carretta durante un naufragio avvenuto ieri. 

In questi giorni il Mediterraneo porta ancora il lutto di decine di persone morte sulle carrette della speranza. Ancora un naufragio nel Canale di Sicilia. I cadaveri di 5 migranti sono stati recuperati durante le operazioni di soccorso ad un gommone semiaffondato, 61 i naufraghi tratti in salvo, hanno detto che a bordo erano un'ottantina. Nella notte quattro navi della Marina Militare hanno soccorso decine di migranti in arrivo dalle coste nordafricane. La corvetta Sfinge ne ha recuperati 95 migranti, la nave San Giorgio 276, la fregata Zeffiro ha soccorso tre gommoni imbarcando 294 migranti e la corvetta Urania 98. Ieri erano stati trovati nella stiva di un barcone 29 cadaveri, tra cui un bambino di un anno. Una donna è morta sulla motovedetta durante i soccorsi.

Come iniziano questi viaggi? Cosa vivono i migranti prima e durante le operazioni di imbarco? Lo dice un giovane bengalese alla polizia di Ragusa lo scorso 19 luglio.

La testimonianza

"Sono stato in Libia negli ultimi diciotto mesi ove ho espletato l'attività di operaio edile alle dipendenze di una ditta libica. Poiché i pagamenti erano discontinui, al fine di avere maggiore sicurezza economica, mi sono determinato nell'affrontare un viaggio per l'Italia mettendo da parte il denaro necessario che avrei dovuto corrispondere alle organizzazioni criminali libiche che si occupano di tali traffici". Inizia così la testimonianza di un giovane migrante del Bangladesh ai poliziotti di Ragusa. Poi il racconto di come si entra in contatto con i trafficanti:

"Tramite un mio connazionale, anch'egli impiegato in Tripoli come operaio edile e che conosceva un personaggio che si interessa dei viaggi clandestini e diretti in Italia, mi sono procurato un posto per effettuare la traversata. Al mio connazionale ho consegnato 1.200 dollari, somma questa corrispondente alla richiesta del trafficante libico. Ho alloggiato in un capannone all'interno del quale erano presenti quattro o cinque persone nigeriane che, come me, erano in attesa di affrontare clandestinamente il viaggio per l'Italia. Sono rimasto in questo capannone per circa 40 giorni e, durante tale permanenza, ci è stato somministrato il pasto solo una volta al giorno e in maniera molto scarsa in quanto esso consisteva in un piccolo pezzo di pane; non ci è stata distribuita acqua e ci siamo rifocillati bevendo esclusivamente l'acqua del rubinetto del bagno che aveva un cattivo sapore. All'interno di detto capannone né io, né gli altri occupanti, abbiamo avuto libertà di movimento in quanto ci era proibito uscire e le tre uscite erano controllate da quattro personaggi libici che erano armati di pistole. Quando alcuni degli occupanti del capannone si sono lamentati con i libici circa la scarsità del cibo, questi sono stati percossi duramente e ripetutamente tanto che poi hanno rinunciato a qualsiasi tipo di lamentela. Durante tale permanenza sono sopraggiunte, in giorni diversi, altre cinque persone per cui, il giorno della partenza, eravamo diventati dieci occupanti, tutti in attesa di intraprendere il viaggio; la maggior parte di noi erano debilitati a causa delle pessime condizioni di vita all'interno del capannone. L'ultimo giorno di permanenza presso il capannone si sono presentati, intorno alle ore 23,00 circa, tre personaggi libici e, a gesti, ci hanno fatto capire che era prossima la partenza facendoci uscire dall'immobile e, una volta fatti salire su un furgoncino alla cui guida si trovava un altro personaggio libico, ci hanno condotto in una spiaggia".

Il viaggio verso l'imbarcazione

"Il viaggio dal capannone alla spiaggia ove siamo stati poi portati è durato circa mezz'ora e, una volta giunti, abbiamo qui trovato sette personaggi libici armati di pistola ad attenderci. Poco dopo è sopraggiunto un piccolo gommone sul quale siamo stati fatti salire e, con tale mezzo, siamo stati trasbordati in un'imbarcazione in legno che si trovava poco più distante, in acque più profonde. Alla guida del gommone, che ha effettuato più viaggi dalla spiaggia all'imbarcazione in legno, si trovava un altro personaggio libico. Le operazioni di trasbordo sono durate circa quattro ore tanto che, intorno alle ore 3 del mattino, l'imbarcazione in legno è partita. Sono stato uno dei primi a salire sull'imbarcazione in legno sulla quale ho notato la presenza di tre personaggi libici che davano disposizioni circa il posto che ciascuno di noi doveva occupare. Io sono stato sistemato nella stiva, esattamente a poppa, vicino al motore. Preciso che l'imbarcazione sulla quale sono salito non era un buone condizioni ed era piccola per trasportare tutte le persone presenti tanto che ho temuto per la mia incolumità. Per tale motivo ho pensato di rinunciare al viaggio, ma non l'ho fatto perché avevo fatto tanti sacrifici per procurami i soldi per la traversata ed ero sicuro che i libici non me li avrebbero restituiti in caso di rinuncia. Al termine dei vari trasbordi sull'imbarcazione in legno erano presenti molte persone, tutte quelle che siamo poi state soccorse ed eravamo talmente tante che eravamo costretti a rimanere accucciati e molto vicini l'uno all'altro".

L'odissea in mare

"Il sovraffollamento sull'imbarcazione era effettivamente eccessivo e tale fatto avrebbe potuto pregiudicare da un momento all'altro la vita di tutti quanti. Non ci è mai stato somministrato cibo ed io ho bevuto l'acqua che avevo già portato con me all'interno di una bottiglia.
La navigazione dell'imbarcazione non è stata favorita dal moto ondoso per cui alcuni di noi hanno sofferto di mal di mare dando di stomaco. Chi, come me, stava nella stiva aveva maggiori problemi in quanto, appena detto ambiente si è riempito, un personaggio libico ha chiuso il boccaporto. Molti di noi, me compreso, abbiamo cominciato a piangere dalla disperazione a causa della mancanza d'aria e dell'alta temperatura. Infatti, dopo circa cinque ore di navigazione che a me sono parse interminabili, qualcuno ha aperto il boccaporto.
Lo spegnimento dei motori è avvenuto all'avvicinarsi della nave della Guardia Costiera che ci ha soccorsi. Siamo stati trasbordati tutti in detta nave e, benché molto stremati fisicamente, nessuno degli occupanti ha perso la vita".

Redazione

@nelpaeseit

L'ultima modifica Mercoledì, 05 Luglio 2017 15:06
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

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