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Martedì, 26 Marzo 2019

"DATE ALLE COOP SOCIALI LE PICCOLE IMPRESE IN CRISI": LA PROPOSTA In primo piano

Scritto da  Redazione Feb 13, 2019

La maggior parte delle cooperative sociali di tipo B è nata per rispondere ad un’esigenza ben precisa, offrire una occasione lavorativa ai lavoratori svantaggiati, così come definiti dalla 381/91, ma anche tenendo conto di altri tipi di svantaggi.

Difficilmente le nostre cooperative sono nate sulla base di un’idea imprenditoriale, valutata espressamente perché capace di stare sul mercato, perché innovativa o per rispondere a ricerche di mercato o per soddisfare specifiche esigenze dei consumatori. Le valutazioni prevalenti riguardavano il lavoratore più che il cliente: facciamo il verde perché fa bene ai nostri ragazzi. L’unico cliente preso in considerazione era la pubblica amministrazione nelle sue esigenze primarie: il verde, le pulizie, l’ambiente e poco altro.

Quasi immediatamente ci si accorse che non era sufficiente dare un’occasione lavorativa alle persone svantaggiate, ma che occorreva una complessa azione educativa e formativa, oltre a procedure di mantenimento delle capacità lavorative, per avvicinarle al mondo del lavoro, renderle produttive e concorrere in maniera attiva allo sviluppo dell’impresa. Pertanto, gran parte dell’attenzione è stata spostata sui metodi per favorire l’inserimento lavorativo, l’apprendimento delle competenze necessarie, dei ritmi lavorativi, le misure per mantenere il lavoratore svantaggiato attivo e produttivo. Poco o nulla si è fatto in termini di marketing e di creazione di nuove occasioni lavorative.

Oggi le condizioni sono fortemente mutate. Le pubbliche amministrazioni sembrano sempre meno propense ad applicare in maniera corretta e sistematica la legge 381/91 e anche quando si riesce ad aggiudicarsi delle commesse pubbliche, risultano sempre più precarie e poco orientate alla qualità del lavoro, grazie anche al principio della rotazione nella assegnazione delle commesse. Nonostante gli sforzi del legislatore, il nuovo codice degli appalti, possibilità di fare gare riservate ai laboratori protetti anche sopra soglia, assegnazione di punteggi per chi assume lavoratori svantaggiati, resta comunque difficile la partecipazione alle gare e non sempre le condizioni degli appalti consentono alle nostre cooperative di garantirsi una gestione economicamente compatibile ed eticamente accettabile.

Più in generale, si avverte l’esigenza di una maggiore apertura verso il mercato, per diversificare le attività lavorative, in modo che siano attraenti per i lavoratori svantaggiati e remunerative per le cooperative. Bisogna puntare sulla qualità dei prodotti e dei servizi offerti, magari combinando l’innovazione tecnologica con l’apporto di manodopera che può venire dalle nostre organizzazioni.

Dobbiamo prendere in considerazione con grande attenzione quelle attività, che proprio perché richiedono manodopera ed impegno diretto di personale anche non altamente qualificato, che vengono dismesse da produttori che non riescono a gestire il costo del personale, ma che forse nelle nostre cooperative di inserimento lavorativo è possibile gestire meglio.

Spesso facciamo attività di assemblaggio per conto terzi, ma perché non fare assemblaggio di prodotti di alta gamma direttamente ideati e prodotti da noi? Occorre pensare l’innovazione in stretta relazione con le nostre caratteristiche. Gran parte dei processi produttivi ideati e realizzati per tutto il 900 e ancora adesso, sono stati pensati e messi in atto per eliminare la presenza, giudicata troppo costosa, dei lavoratori. Proviamo ad invertire la tendenza, pensando a prodotti e servizi innovativi, che abbiano una propria capacità di stare sul mercato e di soddisfare bisogni ed esigenze di specifiche fasce di popolazione, ma che al contempo richiedano l’impiego di manodopera tale da scoraggiare l’intervento di altre imprese, con ogni probabilità è possibile trovare spazi imprenditoriali che fino questo momento ci sono stati preclusi o ai quali non abbiamo mai pensato.

Si tratta di muoversi in due direzioni fondamentali: attivare Startup interne; acquisire imprese esistenti, magari destinate alla scomparsa. Su ambedue i fronti è possibile trovare incentivi e sostegni finanziari o fiscali nella legislazione nazionale e sicuramente anche in molte leggi regionali.

Nelle Startup di cui si sente parlare normalmente sembrano due gli elementi caratterizzanti: l’innovazione tecnologica e il fatto che siano nuove imprese, magari nate in ambiente universitario. In realtà, non sempre questi fattori devono essere necessariamente presenti. Molte Startup sono interne alle aziende, dove viene aperto un nuovo settore, che usufruisce dei servizi generali dell’organizzazione, ma al tempo stesso accede alle agevolazioni finanziarie del caso. Qualora il tentativo non abbia a funzionare, si chiude l’esperienza, magari con qualche possibilità in più di assorbire il personale in altri settori.

Come ben sa chi fa impresa l’innovazione non necessariamente deve essere tecnologica, molto più spesso è di processo e di prodotto, in altri casi riguarda la scelta dei mercati a cui presentarsi e le modalità distributive.

Quante delle nostre cooperative hanno messo su un negozietto, imbucato nella più improbabile campagna, per vendere le due ceramiche, magari di ottima qualità e pregevole fattura, prodotte nel centro diurno per disabili gravi? Perché non aprire un negozio in via Monteleone con prodotti di alta gamma e all’ultima moda, dove proporre anche il servizio da caffè in ceramica, dipinto a mano dai poveri disabili, alle signore della Milano bene?

In molti casi gli ambienti universitari sono delle macchine succhia soldi, che nella migliore delle ipotesi ti danno in cambio una manciata di prestigio. Tuttavia, soprattutto negli ultimi tempi, possono offrire anche elementi importanti di innovazione, favorire la sperimentazione ed il lancio sul mercato. Il rapporto con le università ha riguardato soprattutto gli aspetti assistenziali ed educativi, molto meno l’innovazione e le tecnologie. Dobbiamo invertire questa tendenza, perché ai lavoratori svantaggiati serve l’intero mondo e non solo la formazione e l’accompagnamento. Inoltre, dobbiamo cercare di sottrarre, per quanto ce lo consentono le nostre forze, l’innovazione alla speculazione e al profitto fine a sé stesso.

Le imprese esistenti, anche quelle di tipo artigianale, destinate alla dismissione o alla semplice vendita sul mercato, possono essere un’importante occasione per diversificare la nostra offerta di attività lavorative da proporre ai lavoratori svantaggiati. Al contempo sono un’occasione per stare in modo diverso sul mercato, partendo dalle esigenze dei consumatori e delle imprese, non solo per far lavorare i nostri ragazzi.

Occasionalmente ci sono state acquisizioni di imprese esistenti da parte di nostre cooperative: un genitore che cede la propria attività per garantire il futuro al figlio, il componente di una associazione che trasforma l’impresa familiare in una cooperativa sociale per dare lavoro ai figli degli associati, per non parlare di altre casistiche sempre fortuite e dovute al caso.

Si tratta ora di ricercare in maniera più sistematica occasioni per acquisire imprese esistenti, all’occorrenza rilanciarle ed adattare i processi produttivi alle nostre esigenze, per quanto possibile. Occorre prendere contatto con le cooperative di altri settori e verificare la disponibilità a cedere rami d’impresa per loro poco interessanti. Stessa cosa deve essere fatta con le associazioni imprenditoriali, con particolare riferimento a quelle che organizzano artigiani, visto che in molti casi tali attività vanno ad esaurirsi con l’interruzione dell’attività lavorativa del titolare.

Dobbiamo proporre alla campagna promozionale denominata “Pubblicità Progresso” di farsi carico di una azione comunicativa che potrebbe avere il seguente slogan: “Cedi la tua impresa ad una cooperativa sociale per darle un futuro solidale e di successo”.

Maurizio Cocchi - presidente Virtualcoop 

 

L'ultima modifica Mercoledì, 13 Febbraio 2019 10:01
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