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Sabato, 08 Agosto 2020

CONFLITTI E SCENARI: PARLA LA PRESIDENTE DI GVC

Scritto da  Giuseppe Manzo Ott 12, 2015

Ong: guardare il mondo con occhi nuovi. Nel nuovo numero di Buone Notizie Bologna intervista alla presidente della Gvc Dina Taddia: "oggi promuovere la solidarietà non è semplice, ma rimane un compito fondamenta" 

 

In questo speciale vogliamo trattare un argomento importante e di grande attualità, le Ong che da Bologna si impegnano e si occupano di dare aiuti a genti meno fortunate nel globo. In questa città ha la sua sede la Gvc, un'organizzazione non governativa che da oltre 40 anni si occupa di portare aiuti in oltre 20 paesi nel mondo colpiti da catastrofi o conflitti. Intervistiamo la Presidente Dina Taddia in prima persona impegnata con questa realtà.

Ci dica prima di lei, qual è la sua esperienza di donna che opera attivamente in questa Ong?

Il mio percorso parte da lontano: avevo 30 anni e lavoravo come commerciale per una ditta di condizionatori; mi rendevo conto che volevo altro, un lavoro che mi soddisfacesse in maniera diversa. L'esperienza di un campo di volontariato in Rwanda mi ha portato al mondo della cooperazione e da lì sono partita iniziando a collaborare con Gvc in Palestina, Siria, Angola Afganistan e tanti altri paesi dove ho spesso seguito l'apertura di progetti umanitari come in Sri Lanka dopo lo Tsunami o in Iraq dopo la seconda guerra del Golfo. Quella passione nata in Rwanda è la stessa che anima ancora il mio lavoro di oggi come Presidente di GVC anche se, devo confessare, per tanti aspetti meno appagante degli anni di lavoro passati sul campo. Essere donna non è mai semplice soprattutto lavorando in alcuni contesti, ma è anche vero però che il fatto di esserlo mi ha talvolta permesso di entrare contatto con realtà difficilmente raggiungibili da un uomo.

Gvc nasce dall'idea di alcuni studenti negli anni '70, come si è sviluppata e affermata in seguito?

Prima di approdare al mondo della cooperazione internazionale, GVC ha avuto una breve fase di mobilitazione politica, in cui si autofinanziava. Nel '72 ottenne il riconoscimento di idoneità dal Ministero degli Esteri e avviò i suoi primi due progetti di cooperazione allo sviluppo, in Brasile e in Congo. Negli anni abbiamo esteso la nostra azione a molti paesi e a molti settori d'intervento, sia nel settore della cooperazione allo sviluppo che umanitario in risposta alle emergenze con progetti, a favore delle le popolazioni colpite da conflitti e catastrofi naturali. La nostra credibilità e capacità di intervento ci sono state riconosciute anche recentemente quanto siamo stati autorizzati, ad a operare in Siria, un permesso concesso solo a 18 ONG a livello internazionale.

Pensa che in un momento storico come questo in cui l'egoismo individuale la fa da padrone si possa ancora avere appeal per promuovere la solidarietà tra i popoli? Se si come?

Oggi come oggi promuovere la solidarietà non è semplice, ma rimane un compito fondamentale. Penso che il modo per smuovere le coscienze non passi per forza attraverso le immagini shock che spesso vediamo sui media, ma anche e soprattutto attraverso la conoscenza. Conoscere l' "altro", comprendere che esso non è diverso da noi ma che, anzi, esistono punti di contatto e che l"altro" è e può diventare una risorsa quando ha gli strumenti per esserlo. Questo è ciò che GVC tenta di fare, attraverso le sue campagne di comunicazione e sensibilizzazione: raccontare le storie di persone che non sono diverse da noi, ma solo nate in contesti dove sono negati diritti a noi garantiti per nascita.

Quali i progetti nell'immediato futuro della GVC che vuole far conoscere ai nostri lettori?

Inizierà a breve una campagna in cui credo molto, che si collega direttamente a quanto sta accadendo oggi alle frontiere dell'Europa. Nasce da un documentario, Syrian Edge, che ci porta nei campi dei rifugiati siriani in Libano, dove GVC è impegnato a garantire l'accesso all'acqua e delle condizioni minime di stabilità e igiene ai rifugi siriani e a supportare la popolazione ospitante libanese. Ci racconta le storie di intere famiglie costrette a lasciare la propria terra, il cui unico desiderio è quello di farvi ritorno. Credo che il documentario chiarisca bene il concetto per cui un rifugiato non ha scelto di lasciare la propria casa e di partire verso l'Europa, ma vi è stato costretto. Syrian Edge verrà proiettato al terra di Tutti Art Festival, ed è collegato ad una importante campagna di sensibilizzazione che speriamo raggiunga moltissime persone.

Giusy Carella (Buone Notizie Bologna)

@nelpaeseit

Giuseppe Manzo

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